UN RITORNO

I.

Simili a sonaglietti aspri, dal vento

scossi, o da mani assai lievi di gnomi,

trillano i grilli, immersi negli aromi

del prato, il loro ridere d'argento.

A me che torno, trangugiando un lento

veleno: amaro di disdegni indomi,

dicon saluti e mi rivolgon nomi

teneri, con il lor piccolo accento.

— Folle sorella, ben ritorni a noi,

ma quello che cercasti fra la gente,

per terra e per mare, lo trovasti poi?

Io non posso rispondere, o non so;

mi butterei fra i timi acri e le mente

per soffocarvi un disperato: — No!

II.

Rispondere non so, tanto son stanca,

ma vorrei dire: — Andar, restar, che vale?

Seco ha ognuno il suo bene ed il suo male,

lo scorta il bene e il male gli si abbranca.

Meglio forse sostar, chè più s'affranca

dal duol chi sogna in una pace eguale,

di chi poc'ombra con molt'armi assale

e più la insegue quanto più gli manca.

Ma ai notturni cantori poco assai

giovano insegnamenti di parole,

già qualcuno stupì: — Che pensi mai?

Taccio e m'appar fra l'ombra alta lassù

la buona casa, che con me si duole:

— Da tanto aspetto. Non tornavi più!

III.

Da tanto aspetto! E dimmi ora: — Dov'eri?

In abbandono la tua vecchia casa

contava i giorni, da gran buio invasa,

e sempre l'oggi somigliava all'ieri.

V'eran nei nidi rondinotti neri,

e già volaron via per la cimasa,

la messe ne' tuoi campi già fu rasa

e il lor frutto già dettero i poderi.

Solo la vigna ancor non si spogliò,

molti grappoli dolci essa matura

per la sete che ancora ti restò.

E anch'io rimango, fra i tuoi pini, qui,

a consolar la tua anima oscura

per la gioia che ancora ti sfuggì.

IV.

Ed io mi seggo sopra i suoi gradini,

come raccolta presso i piè di un'ava.

Narro sommessa: — Ieri io trascinava

il mio mal per insoliti cammini,

a piedi nudi, sotto i più turchini

cieli, su sabbia calda come lava,

rendendo quasi l'anima mia cava

per accogliervi i suoni più divini.

Cantava il mar con lunghe voci a me

su l'onda rotta in pallide corone

che va e che viene e non si sa il perchè.

Più spesso m'esortava aspro: — A che mai

tu scruti la mia immane passïone

e quella breve del tuo cuor non sai?

V.

E all'orizzonte s'indugiavan vele

quasi sospese fra due cieli chiari,

quasi sommerse fra due calmi mari,

tese, come all'amore anime anele.

Le feriva un ardor quasi crudele

di sole basso, un saettar di rari

dardi diritti d'un fulgor di fari

spruzzava d'oro le lor bianche tele.

Poi le colmava l'ombra di non so

che molli fiori, e mentre una spariva,

scorgevasi ancor l'altra or sì, or no.

Pareva ognuna un'anima che va,

dopo un amor che la rïarse viva,

a smarrirsi in sua fredda libertà.