V.
Pure una sera, mentre attendevo Giovanni, solo, nella dubia luce del crepuscolo, mi assalì il ricordo di lei: l'acre violento ricordo del suo profumo e delle sue carni.
Oh la mia povera anima! Sopra i carboni ardenti del desiderio come si contorceva, come gemeva, come ululava!
D'un tratto una scampanellata risonò nell'atrio; e di lì a un momento
Giuseppe entrò con un biglietto.
Io stesi la mano a ghermirlo, col cuore che mi batteva.
Mio fratello mi avvertiva che rimarrebbe ancora qualche giorno a Dolcedo, un borgo della valle di Porto Maurizio che gli aveva fornito il soggetto d'un quadro.
Io esultai: più che se fosse stato un biglietto di lei (come nel calore dell'immaginazione m'ero dato a credere), un biglietto che mi dicesse: «Vieni, non reggo più!»
Libero ormai dalla imbarazzante soggezione della presenza di Giovanni, non diventava io padrone di me? Quali ostacoli avrebbero avuto forza di arrestarmi o solo un poco trattenermi sulla ruinosa china fiorita? Il mio scialbo sogno di purezza, di dignità, di pace! Che cosa valeva, che cosa poteva esso più di fronte alla realtà fiammeggiante di quel paradisiaco bagno di piacere, il cui pensiero bastava a mettere in tumulto tutto il mio sangue?
Silenzioso come uno spettro scivolai per la lunga scala, attraversai il giardino e uscii, fingendo di non udir la voce di Giuseppe che dall'alto del terrazzo mi richiamava per la cena.
Laggiù trovai la stradicciuola già buia. Il grillo che strideva ancora, su per la ripa nera. Il mare che suggeriva oblique lascivie, leccando la spiaggia supina con guizzi di voluttà impudici rilucenti nell'ombra.
D'un colpo un vento di delirio m'investì e mi squassò; una fitta benda mi calò sugli occhi.
In capo al muricciuolo m'era apparsa la figura di lei, immota, curva ad aspettare.
Ma presto cadde la benda. Non era lei. Era una figura maschile: un giovane, forse.
—Scellerata!—pensai. E un'ondata di sangue mi montò al cervello.—Cosa oserai rispondere quand'io ti intimerò:—Non mentire! Con questi occhi ho veduto!—?
La libidine della carne si mescolava a quella dell'oltraggio: a vicenda si rinfocolavano, nel satanico connubio.
Appena svoltato, gettai avidamente uno sguardo al breve tratto di strada che mi separava dalla casetta, e alle finestre. E provai una gioia amara nel veder tutto deserto, tutto buio.
In punta di piedi mi spinsi fino al memore cancelletto che tante volte aveva cigolato al mio passaggio,—e chiamai:
—Susanna!
E stetti ad aspettare, col collo teso, la faccia supina, nel silenzio, in preda a un affanno mortale.
—Susanna!—replicai, spaventato dalla mia stessa voce che tremava forte.
Ed aspettai, senza respiro, senza un'oncia di sangue nelle vene.
Alfine qualche cosa si mosse, dietro la tendina che biancicava: un leggero romore s'intese, la finestra si aprì; una vita bruna si piegò verso me.
—Sei tu?
Un incredibile, inenarrabile sogno!
E pure era la sua piccola mano deliziosa che mi si tendeva nell'ombra, era la sua vita flessuosa ch'io stringeva, era l'alito della sua bocca ch'io beveva, eran le sue labbra rosse come il melograno ch'io suggeva!
—Come mai?—interrogò ella con una voce molto velata, quasi rauca,—che cosa è accaduto?
Io risposi:
—Credevo di poter vivere senza di te! Credevo di poterti scordare!
Ella mi prese tutte e due le mani, e mi chiese, con quella sua voce fioca, che pareva di sepolcro:
—Pietro, sarebbe vero?
Ma d'un tratto si svincolò, si coperse la faccia, e mormorò, costernata dal ricordo:
—Anche allora avevi giurato!
Io le strappai le mani dal volto, le inghirlandai con le mie braccia il collo, ed esalai, curvo sulla sua bocca triste:
—Luce delle mie pupille! Non vedi come mi ti striscio a' piedi? Non vedi come sanguino? Abbi pietà!
Quasi non avesse udito, ella taceva, piegato il mento sul petto che pulsava agitato.
Ma io, reso audace dal presentimento e dalla visione della vittoria, la urtai alle reni e la sospinsi. Tutto fremente le domandai:
—Dorme tua madre?
—Non è qui,—sospirò ella.
—Tornerà presto?
—Non credo che tornerà più. Ci siamo bisticciate, oggi. Non senti che voce? Le dissi ch'ero incinta, e lei mi fece una scena. Pretendeva che ti scrivessi.—Pestatemi—le dissi:—non gli scriverò.—Ella mi venne co' pugni sul viso. Mi picchiò, mi afferrò pe' capelli, mi sbattè contro il muro come un cencio. Guarda qui la piccola ferita. E se n'andò minacciando di correre da te. Per carità: se mai venisse non darle ascolto. Cacciala via!
Io non pensavo che a quell'unica cosa incredibile, scoppiata sul mio capo col fragor della folgore.
—Incinta?—balbettai, pieno d'orrore, sentendo rizzarmisi i capelli.
Nell'ombra ella non potè certo scorgere l'espressione del mio volto, nè i goccioloni di sudore che m'irrigavan le tempie. Ma la mia voce mi tradì, alterata da quell'orrore.
—Lo sapevo,—soggiunse ella dopo una pausa che mi parve eterna,—lo sapevo che questa notizia t'avrebbe un po' sconcertato. Avevo pensato di non dirti nulla, perciò. Non volevo che avessi noie a cagione di me. Poveretto! La colpa è stata mia: lo so: sono io che la devo scontare! Di che ti vuoi dar pensiero, tu? Un giorno, questo m'avrebbe schiacciata, è ben vero. Mi ricordo quella volta: s'ei non m'avesse fatto un po' di coraggio, addio. Avevo già deciso, dentro di me, in un lampo. (Oh l'avessi fatto davvero!) Adesso, invece, mi adatto. M'hanno piantata lì come un cane. So che domani, appena sapranno, strilleranno più forte, e mi mostreranno tutti i loro artigli. Che importa! Finchè mi restano quelle due poveracce! Mia zia ha già insegnato alla prima che sua madre è una mala femmina appestata. «Guai a voi se vi lasciate baciare! Guai a voi se accettate una carezza!»—Ma quelle povere anime di nascosto vengono a trovarmi, e mi raccontano tutto, e mi vogliono bene.—È nostro padre, che ha trattato male—dice la Irene. E per questo l'altro giorno da sua zia s'è buscata un ceffone.»
Trangugiò in silenzio quel po' di fiele; poi, con un tono estremamente dolce, conchiuse:
—Ma tu non preoccuparti. Non vedi? Non ti chiedo nulla. Non cerco di aggrapparmiti. Ti rendo tutta la tua libertà.
Io avrei preferito ch'ella m'offrisse qualche pretesto di ribellione, per non trovarmi costretto a denudare la mia ributtante viltà. E fu nell'insano desiderio di ricoprirla, cotesta viltà, che osai affacciare—di mezzo a certi ipocriti avvolgimenti di frasi—un ingiurioso dubbio.
—Miserabile!—ruggì ella, troncandomi le parole in bocca.—Perchè venivi dunque? Chi ti aveva chiamato?… Lasciami! Non toccarmi! Se sapessi che ribrezzo mi fai!
Invano tentavo, con le mie mani, di trattenerla. Ella si dibatteva, nella stretta; si divincolava con tutta la persona, come se realmente il mio materiale contatto dovesse ammorbarla.
—Per carità, Susanna, sentimi!—insistevo tra smarrito e furente.
Ma ella no. Era riuscita a sfuggirmi, s'era avventata all'uscio, teneva già la mano sulla chiave.
Nel colmo dell'esasperazione, io mi cacciai perdutamente in braccio alla mia viltà.
—Bugiarda!—le scagliai alle spalle,—ho visto chi ti aspettava stasera al solito posto!
L'offesa si rivoltò con un sibilo di belva ferita, e mi sputò in viso il suo estremo insulto. Poi s'affisse davanti a me fieramente: quasi avesse raccolto una sfida, ed attendesse l'assalto, impavida.
Ma quando si sentì abbrancare alla vita, e vide la mia mano levata nell'aria come una scure, mi si lasciò sdrucciolare a' piedi.
—Ammazzami!—soffiò.
E dette in uno scoppio di pianto.