VI.
Come l'assassino dopo vibrato il colpo nell'ombra, ero fuggito. Tutta la notte ero incessantemente fuggito: e sempre invano, poichè avrei voluto poter fuggire me stesso, o poter credere che fosse un sogno d'inferno quello che m'era balenato alla mente.
Ed era invece realtà vera, irrecusabile, indistruttibile!
In una di quelle malvage sere in cui quasi un'altr'anima entrava in me, briaca de' fumi di una immonda passione—in uno di que' turpi abbracciamenti in cui io saziava, latrando, i pruriti di quella lebbrosa passione—io aveva generato un essere. E questo essere maturava ora nelle viscere di quella donna, succhiando i germi del vizio e dell'abbrutimento. E sarebbe un giorno venuto alla luce—chi sa con che anima!—e sarebbe stato mio figlio!
In nulla avrebbe egli potuto appartenermi, poichè nulla di veramente mio avevo dato a quella donna, poichè in quell'infame connubio non avevo portato che la feccia, putrida e fetente, di me stesso. Non un palpito, non un guizzo, una scintilla, un alito del mio vero io: nulla! E tuttavia egli sarebbe stato mio figlio! Egli m'avrebbe forse fisicamente rassomigliato. Io avrei forse riconosciuto in lui l'ampiezza della mia fronte, il color de' miei occhi, il taglio della mia bocca. Tutto avrebbe gridato contro di me. Avrei dovuto posargli una mano sul capo e benedirlo, e accoglierlo fra le mie braccia, e serrarlo al mio petto: e questo mentre la mia anima lo repudiava, mentre tutte le fibre del mio cuore lo respingevano con un fremito di repugnanza e di orrore!
E l'enorme schifosa macchia non si sarebbe mai più cancellata; e la sorda, occulta, inconfessabile angoscia, non avrebbe avuto fine mai più!
Addio! Tutto adesso veramente si spezzava, si sfasciava, ruinava. Innocenza, purezza, serenità: tutto era distrutto, sommerso, perduto: e per sempre!
Seduto in capo a quella ultima scalinata del molo con la testa fra le mani seguitavo a guardare inebetito le acque nerastre, quando un nuovo pensiero ruppe nella mia mente con un bagliore acuto e improvviso.
—E se fosse un colpo di astuzia? Se, approfittando della mia patente inesperienza e del mio cieco confidente ottimismo, ella m'avesse fin dal principio ingannato? Ed io, nell'esaltato travaglio di quella crisi morale, avessi soggiaciuto a dei ridicoli rimorsi, prosternandomi davanti a un tipo quasi ideale di rejetta e vinta nella diseguale lotta della vita: un tipo che io stesso con le mie mani commosse di reverenza mi fossi foggiato, mettendolo al posto della realtà volgare ed urtante?—Quando ella s'era vista lasciare, non s'era mossa, per corrermi dietro. In nessun modo m'aveva cercato. Non aveva messo una lacrima, non aveva proferito una parola che tradisse il desiderio di ripossedermi.—O non era forse questo il mezzo più efficace e più sicuro per riattirarmi?—Nel darmi adesso il terribile annunzio, aveva con bel garbo insinuato che sua madre verrebbe a trovarmi. E se una intesa esistesse fra la figlia e la madre? Se tutto ciò non fosse che una losca farsa architettata a' miei danni? Se non fosse che un triviale ricatto?
Considerando simili ipotesi, facevo come colui che sogna cose meravigliose e felici, e mentre loro sorride con gli occhi, in cuore già s'attrista, mòrso dal dubbio di sognare, e piange pensando che l'alba presto verrà a spazzar le rose e gli ori, e a spargere ovunque cenere fredda.
Misero me! Ciò che soprattutto mi aveva colpito, osservando la figura morale di lei, non era forse quel profondo marchio di sincerità che improntava ogni sua manifestazione? Ciò che m'aveva intimamente toccato, non era quella totale rinunzia ad ogni speranza, quella rassegnazione spruzzata quasi di sprezzo e di scherno, ma grondante di segrete lacrime amare?—Come una di quelle creature a cui i soverchi pesi della vita e i procellosi urti della sventura han logorate e svigorite le molle del volere, ella era venuta a me quasi senza resistenza, illudendosi forse per un attimo di potersi scaldare a una fiammata di affetto. Aveva un istante creduto alle mie ribalde parole; e m'aveva aperte le braccia.—Ma appena io, vergognandomi di me stesso, m'ero levato e codardamente allontanato,—ella aveva incrociate le braccia sul suo smunto seno, ed aveva abbassata la testa: rigida e muta come una statua di pietra.
Ed era costei quella a cui, per supremo oltraggio, attribuivo ora una bassezza che solo la mia mostruosa perversità poteva concepire!
Oh come accanto a me appariva ella grande, nella coscienza della propria irreparabile abiezione e nell'austera fierezza del proprio sdegno!
E come invano io annaspava e lottava per distornar dal mio capo la giusta e severa condanna!—Mani e piedi incatenati dovevo, co' miei occhi, assistere al mio perpetuo supplizio!
Perpetuo, mi dicevo. E tuttavia non credevo, non mi risolvevo a credere.—Chi sa! Il pauroso essere ancora non era venuto alla luce. Appena esisteva nel grembo di lei come informe embrione privo di coscienza, e che nulla aveva di umano. Se la Natura, provvida, prima che raggiungesse il suo completo sviluppo, l'avesse distrutto? O se la mano di colei, in un istante di criminosa demenza, si fosse rivolta, per odio a me, contro il frutto delle proprie viscere?
Ma infine un'altra via mi restava: una via obliqua e obbrobriosa, ma facile e sicura.
Il tremendo segreto era posseduto da una sola persona al mondo dopo di me: e costei non era degna di fede!
Impunemente io avrei potuto rinnegar la paternità di quell'essere. Davanti a tutto il mondo avrei potuto giurare, con la fronte levata, senza arrossire, senza battere ciglio. Avrei potuto rimaner l'unico testimone della mia infamia: e vivere, come tanti miseri fanno, stringendo un losco mercato con la propria coscienza.
Chi sa!
Il tempo avrebbe, forse, mitigata l'acre acerbezza di tutte quelle cose. Io mi sarei allontanato da quei luoghi e da lui. Mi sarei ricacciato in braccio all'Arte ed ai miei folli sogni.—O forse, ribellandomi arditamente alla schiavitù di quel selvaggio feroce egoismo a cui avevo fino allora aggiogata la mia esistenza, mi sarei innalzato ad una più nobile visione della Vita: mi sarei tuffato nelle pure e fresche correnti di un sublime ideale altruistico: avrei ad esso votato tutto me stesso: fino all'ultima stilla di sangue: e avrei così ricomprata la mia dignità d'uomo e la mia pace….
Scoccavano le undici, quando mi tolsi di là per incamminarmi verso casa.
La luna, di recente apparsa, spandeva dall'alto dell'opaco azzurro sulla costa e sulla macchia del paese la sua bianca e fredda luce.
Salire su per lo stradone squallido, sotto la bianca e fredda luce; riaprire il cancello stridulo, e ridestar gli echi della villa dormente, doveva essere una cosa carica d'immensa tristezza.
Col piede sul gradino del cancello mi arrestai, la testa nelle mani, esitando.
Poi mi feci animo: sospinsi il battente, traversai, come un ladro, lo spazio ghiaioso, ed affrontai la lunga scala.
La voce del cucùlo che cantava nascosto nel folto dell'oliveto; una folata di vento che passò sul mio capo improvvisa facendo stormire gli alberi; una foglia secca che cadde, roteando, a' miei piedi: tutto ciò mi riempì di spavento. Quando giunsi sul terrazzo, e potei co' miei occhi accertarmi che il sedile sotto il mandorlo era vuoto, respirai.
Già in fondo alla scala avevo trasalito, al pensiero di trovarvi mio fratello immobile, con le mani conserte, come un giudice, a domandarmi ragione!