VII.
—Quello che la vostra coscienza vi suggerisce!—proferì la vecchia, intimidita forse dalla ostilità del mio atteggiamento.
Cavai il portafogli, e ne estrassi un grosso biglietto di banca.
—Tenete!—le dissi, senza guardarla, mentre ella sporgeva le mani grifagne.
—Se Dio vuole—ripigliò con l'evidente intenzione di dirmi cosa grata e compensarmi almeno in parte dell'atto generoso—se Dio vuole è un affare che scorre liscio come l'olio. La levatrice m'ha assicurata che non l'allunga fino a domattina. Appena il bimbo sia nato m'incarico io di portarlo all'Ospizio. Nessuno m'ha da vedere, nessuno ne ha da saper niente. Niente chiacchiere, niente pettegolezzi. Susanna strillerà, lei che vorrebbe darselo a balia. Lasciatela strillare. Una volta che la faccenda sia fatta, si adatterà. E se non s'adatterà, tanto peggio per lei. Doveva pensarci due volte, prima di mettersi negli impicci, quella carogna.
—Scusatemi,—ruppi con uno sforzo, levandomi in piedi subitamente,—avrei un impegno…
L'importuna comprese. Si levò anch'essa; fece in fretta le sue scuse e i suoi ringraziamenti, e si avviò.
Io rimasi così ritto fino a che non udii la porta del pianterreno richiudersi con un colpo secco: allora, cadendo sulla seggiola, ebbi la sensazione di piombare in fondo a un pozzo.
—Spaventoso!—pensavo, colla faccia nelle mani.
Come il sole sorgeva il mattino dall'orizzonte, come sul mio tetto i passeri garrivano, come il mandorlo del terrazzo metteva i suoi fiori,—così, naturalmente, necessariamente, inevitabilmente, sarebbe egli venuto alla luce!
Domani, aveva detto tranquillamente la strega.
In qual modo adunque avevo io vissuto fino a ieri? Come avevo, vivente, potuto assistere al precipitare del dramma? Che cosa aveva io fatto per parare il terribile colpo?
Mi passavo una mano sulla fronte ghiacciata; e penavo a rievocare e ricomporre i ricordi, come se una barriera di cent'anni si fosse d'un tratto frapposta tra quel passato e me.
Stoltamente, pazzamente da prima m'ero adoperato a cancellare e disperdere gli ultimi esterni vestigi di rapporti con la sciagurata. Avevo dato a credere a me stesso che, una volta raggiunto quello scopo, mi sarei sentito estraneo a lei ed al temuto avvenimento,—e sarei stato salvo. Parecchi giorni dopo la memorabile scena, ero andato a reclamar le mie lettere, in preda a una straordinaria agitazione, attanagliato dalla paura che con un pretesto ella si rifiutasse; o che—come s'addiceva meglio alla franchezza del suo carattere,—mi dichiarasse di voler tutto serbare per poter a suo tempo portar le prove che mi smascherassero.
Invece, nulla di tutto ciò!
Ella m'aveva semplicemente detto, con un sorriso mordace:
—Tanto, le avrei buttate nel fuoco!
Io avevo allungato la mano rapace, non credendo a me stesso. Le avevo prestamente raccolte e deposte in fondo alla tasca interna della giacchetta. E quando avevo potuto mettere il piede fuori del cancelletto, m'ero dato a scappare di corsa, leggero come un uccello. In capo al molo, alla luce verdastra del fanale, le avevo tutte scorse ad una ad una,—dando di tanto in tanto una sguardata sospettosa intorno. Dipoi, ridotte in minutissimi brani, le avevo strette nel pugno; m'ero calato giù tra le macchie dei massi al mare; m'ero sporto con tutta la vita, avevo aperto il pugno,—ed ero risalito tacito nell'ombra, simile a un malfattore.
Un alito di sollievo aveva sfiorata la mia fronte. Quas'io fossi scampato da un pericolo di morte, avevo provato la sconfinata gioia della salvezza e della vita.
Ma l'indomani, ridestandomi, non era più stato così! Le eccezionali emozioni della sera m'erano parse inesplicabili, incomprensibili. A che poteva giovare—mi dicevo—aver sottratte le lettere, se la mia coscienza, se tutte le cose intorno insorgevan gridando con voci alte e formidabili?
Allora avevo cercato refugio lungi da quei luoghi crudeli, da quelle cose spietate.
A Genova m'ero imbarcato sopra un vapore, per Napoli. Napoli e la sua riviera erano state un sogno della mia prima giovinezza. Chi sa! Forse mi sarei beato ancora negli spettacoli della Natura come a' felici tempi in cui gli ultimi purpurei strascichi d'un tramonto che agonizzasse sul mare, o le perle e i gigli d'un'alba che si alzasse pel cielo fresca e pura come uno zampillo di fonte o come un giulivo canto di vergine; o gl'intatti candori d'una notte attonita di silenzio e di luna, pari a un arcano tempio poggiante sopra colonne di sospiri:—queste semplici cose bastavano a rapire e imparadisar l'anima mia.
Ma troppe corde omai erano stanche di vibrare, in lei!
Napoli e la sua decantata riviera.—Una scialba visione, passata innanzi ai miei occhi senza una parvenza di vaghezza, senza un lampo di seduzione!
E me n'ero tornato a Genova.
Avevo tolto a pigione un quartierino sul porto, dal lato d'occidente, e dato a mio fratello l'annunzio che mi mettevo a lavorare, mentre appena avevo in animo di tentare. Ma poi che m'ero trovato dinanzi alle cartelle bianche, un indicibile sgomento m'aveva assalito. Invano m'ero studiato di risvegliar la mia fantasia, invano avevo chiesto al mio cervello un'idea.
Avevo finito per gettarmi a capofitto nel vortice dei rumori e delle distrazioni cittadine. Avevo voluto stordirmi, visitando un'esposizione d'arte, frequentando assiduamente i teatri e i caffè, annodando effimere amicizie. Una sera ero anche andato a un comizio di popolo. Ed avevo, la prima volta, inteso a parlare dell'infinito cumulo di miserie e di dolori che grava e accascia e atterra la grande maggioranza dell'Umanità. E d'un ideale di Eguaglianza che spuntava, come un grande astro recente, sull'orizzonte della storia, lucente messaggero d'un'êra di Giustizia e di Pace, e d'una Umanità rigenerata. Un ideale che soltanto un manipolo di buoni e di forti osava oggi proclamare e difendere: ma che tutto il mondo in un prossimo avvenire avrebbe riconosciuto e inchinato.
Era un giovane, che parlava; una pallida figura d'asceta: pallida e luminosa.
La sua voce tonava nella sala, veemente e commossa, in un silenzio di tempio. Brividi di consenso attraversavano la folla. E il radioso ideale emergeva, con la sua gran luce abbagliante. E la sospirata Vita si offeriva, leggiadra di armoniche bellezze.
Ero uscito di là col cuore che mi scoppiava. La sera avevo lungamente passeggiato sulle terrazze, meditando ciò che avevo udito, fantasticando, e promettendo a me stesso di togliermi alla colpevole accidiosa inerzia in cui poltrivo,—e iniziare la nuova Vita stringendomi a quel manipolo di buoni, e sposando la loro causa.
E l'indomani avevo voluto conoscere quell'uomo.
Egli era venuto a trovarmi lassù nella mia stanzetta al quarto piano, dove solo il volo delle rondini di quando in quando arrivava con certi gridi prolungati, ebbri anch'essi di azzurro e di sole. E m'aveva stretto la mano come a un fratello, parlandomi a lungo con quella sua voce che pareva una musica, e fissandomi con que' suoi occhi stellanti in cui risplendeva tutta la luce del mondo ch'egli predicava.
—Perchè non scrivi?—m'aveva detto.—Sotto il magico velo dell'Arte l'Idea passa più fulgida di fascino e di bellezza.—Scriverò!—avevo risposto io, col cuore gonfio di tenerezza e di ambascia. Ed avevo avuto un momento di debolezza: ero stato lì lì per prender la sua mano, la mano affilata e rigata di vene azzurre che posava sulla ringhiera,—e confessargli il peso insopportabile del mio passato.—Lassù, dinanzi a quella finestra, a quell'ora, mentre le ultime rose del sole appassivan sulla parte alta della città, e nembi di violette si rovesciavan sul porto, e qualche goccia d'oro cadea brillando sulla nera folla dei vapori.
Erano stati quelli i miei migliori giorni!
A traverso le agitate febbrili letture nelle quali m'ero sprofondato, la mia fantasia s'era eccitata; era tornata fervida ed agile. Nelle lunghe passeggiate notturne avevo ordito la tela d'un nuovo romanzo, in cui avrei a piene mani versati i freschi fiori odorosi della mia fede e le folli candide spume del mio entusiasmo: e m'ero accinto all'opera sorridendo, forte di fiducia e di amore.
Ma d'improvviso, pari a una molla lungamente compressa, era risorto il terribile pensiero flagellatore.
Una sera che m'ero messo, senza disegno, a vagar pe' vicoli della città bassa, sfinito da un'intera giornata di fatica cerebrale,—l'ululo della tramontana era passato sul mio capo con un'ala di spavento. Una voce interiore aveva gridato:—Come puoi vivere quì, mentre l'avvenimento di morte laggiù si matura?—E l'antico gelo m'era sceso nell'ossa. E il pensiero d'una notte di attesa mi aveva atterrito,
Ero come l'infermo che peggiora, e sa di peggiorare, e tuttavia si strugge di scoprire la piaga, mosso dalla irragionevole speranza di potersi trovar di fronte a un miglioramento.
Volevo accertarmi s'ella vivesse ancora. S'ella fosse ancora laggiù. E se il suo corpo recasse già, manifesti, i segni della maternità imminente.
Delirando, pensavo:—Se per isfuggire alla nuova onta ella fosse migrata lontana non lasciando di sè traccia nessuna? O se, presaga delle nuove tempeste che il futuro le addensava sul capo, stanca della vita, fiaccata, si fosse risolta a un estremo atto di disperazione?
Ma l'indomani, nella tormentosa corsa del viaggio, avevo lasciato, ad ogni fermata, un brandello di coteste pazze speranze, E le avevo viste spenzolar sanguinanti al vento, tra le lagrime, mentre mi allontanavo.
A capo chino m'ero avviato a casa, premuto alle calcagna da una paura inenarrabile.
Poi a notte alta m'ero strascinato laggiù, avevo di lontano vista la finestra gialla di luce, e me n'ero tornato via senz'ardire di avvicinarmi, colpito in pieno petto da una pugnalata.
Che cosa dunque sarebbe stato di me s'io l'avessi un giorno incontrata?
Pure anche questo era accaduto!
Un unico pensiero: salvarmi fuggendo.—Ma un bisogno più possente aveva vinto. Ed io m'ero sentito trattenere da una mano di ferro, e cacciare innanzi, come alla morte.
Così l'immagine, più detestabile della morte medesima, mi si era impressa negli occhi. Sempre la vedevo. E pensavo, perduto:
—Che ti rimane oramai?
Un mattino che avevo sorpreso Giovanni nel mio studio e m'ero udito chiedere, con una voce che passava le viscere, l'elemosina d'una parola che gli rivelasse il mistero,—Lasciami!—avevo risposto,—Son scivolato nel fango. E non mi levo più!
Ero come coloro che un morbo incurabile affligge: i quali, pur assistendo al progressivo dilatarsi del male, pur non nutrendo illusioni sul proprio stato e sulla propria sorte,—stanno tuttavia attaccati alla vita perchè quel tenue filo ve li lega ed essi non trovano in sè il coraggio di spezzarlo.