VIII.
Appena restai solo in faccia alla realtà, caddi in un abbattimento mortale.
Ma sulla sera improvvisamente mi levai, pensando che l'ora di agire era venuta.
Ed uscii, e rifeci quella strada, senza un piano prestabilito, senza neppur confusamente sapere a che mirassi.
E arrivai sotto la finestra di fuoco, e tesi gli orecchi, aspettando, con un brivido nelle reni, l'eco d'un vagito.
—Volete salire?—chiese un'ombra accennante verso me.
Io volevo a mia volta muovere una domanda, e non potevo. Battevo i denti, nella febbre.
L'ombra, indovinando, soggiunse:
—La levatrice tornerà prima dell'alba.
Poi replicò:
—Volete forse salire?
Io fuggii.
Un'ora dopo salivo le scale della levatrice.
E attendendo che qualcuno venisse ad aprirmi, mi domandavo se la decisione fosse veramente stata improvvisa o non piuttosto maturata assai prima, nelle più oscure cavità del mio essere, fino dal giorno che avevo incominciato a temere l'evento.
Una fanciulla bionda aperse, con in mano una lucerna a petrolio; e mi fece passare in una piccola sala dov'erano due poltrone, un divano, un tavolo ed uno specchio alto, con mazzi di fiori finti a' lati della cornice dorata. M'invitò ad accomodarmi, posò il lume sul tavolo, ed uscì.
Nell'istante che rimasi solo, alzando a caso gli occhi, mi riconobbi nello specchio, e raccapricciai.—Sono io conscio di me?—pensavo a capo chino.
Una voce gridò:
—Fuggi!
Ed io mi slanciai, per fuggire.
Ma la chiamata stava già davanti a me, sulla soglia.
—Fate andar via questa fanciulla!—pregai, vedendo che la tenera creatura, ritta accanto al tavolo, non si moveva.
Quando fummo soli, ed ella intese ciò ch'io voleva da lei, si turbò forte.
—Chi vi dette questo coraggio?,—mi fece, bianca come un cencio lavato.
—La vita di un minuscolo essere incosciente vale forse la mia?—obiettai.
Ella giunse le mani, esterrefatta.
—Iddio mi guardi!
E soggiunse che la legge infliggeva severissime pene a chi si rendesse reo di quel delitto.
Dopo agitò le mani aperte nell'aria, per iscacciar la peste; e ripetè, con crescente avversione:
—Mai più! Mai più!
Allora me le gettai a' piedi, e le proffersi tutto ciò che possedevo, purchè mi salvasse, mi salvasse.
—Promettetemi!—gridavo piangendo.—Promettetemi!
—Mai più!
—Lasciatemi almeno un filo di speranza!
Cavai dalle mie dita i due preziosi anelli della mamma, strappai la perla dalla mia cravatta: ogni cosa le deposi in grembo.
—Maria Vergine aiutami!—combatteva ella, con le mani nei capelli.
—Non temete! Dirò al giudice che vi costrinsi a viva forza. Il castigo cadrà tutto su me!
—Andate! Andate!
Mi alzai, e presi quelle mani.
—La mia vita dipende da voi!
Ella si svincolò, e si ricoperse la faccia, singhiozzando.
—Sull'alba ritornerò!
—Ch'io non vi veda più!
—Tornerò,—gridai, fuori di me.—Pensate che in casa ho un'arma. Che cosa volete ch'io faccia?
Ella scoteva il capo, sempre singhiozzando.
—Promettetemi almeno che tenterete!
—Tenterò! Lasciatemi!
Io uscii.
E andai, nella notte, molte ore, con le gambe spezzate.
Perseguitato da un grido atroce, pensavo:—Egli avrà appena forza di mettere un vagito: un vagito soffocato che nessuno udirà.—Eppure il grido mi feriva ancora!
Più tardi, verso l'alba, un'immagine di adolescente da' capelli bruni m'era entrata nella mente, incutendomi un gran terrore.—Non vivrà!—pensavo.—Non sarà mai un adolescente.—E tuttavia l'immagine viveva. Invano mi affannavo a distruggerla. Rinasceva con le medesime fattezze, co' medesimi riccioli bruni. E il mio terrore cresceva!
Dappertutto la ritrovavo, e la riconoscevo. Inutile fuggire: mi teneva dietro sorridendo, mentre io fuggiva con ribrezzo. Quel sorriso! Mi velavo gli occhi: e lo vedevo ancora, tra i brividi.
Sull'alba risalii quella scala, picchiai di nuovo a quell'uscio.
Ricomparve la ragazza bionda col lume.
—Tua madre?
L'aspettata irruppe, pallida come la morte.
Io le afferrai un braccio. Sospeso tra la morte e la vita gridai:
—Ebbene?
—Ah perdonatemi!—scoppiò.—Ci vorrebbe un cuore di tigre! Se vedeste che bel bambino!
… Quando riapersi gli occhi, la lucerna era spenta; e la bianca luce mattutina penetrava per l'unica finestra, rischiarando il profilo dell'estranea, che mi vegliava.
Io mi levai, e mi avviai; sulla soglia ritirai come dalle spire d'un serpe la mano ch'ella mi teneva fra le sue, e ridiscesi.
Tre volte, andando, mi rivolsi a vedere chi m'inseguisse. Tre volte mi dissi ch'era l'eco de' miei passi che risonavan sul selciato della via vuota come una tomba.
Davanti al piccolo cancello pensai:
—A che questo supremo strazio?
Ma più di mille braccia mi sforzarono.
E salii, ed entrai.
E vidi, con questi occhi.
La culla di là del letto; e in mezzo al bianco, sotto il velo, la macchia rossastra.
Chi mi spinse sulla culla? Chi mi curvò sovr'essa? Chi alzò quel velo?
Orribile!
E una voce pregò:
—Bacialo!
Ed io mi chinai; e lo baciai.
Ebbi ancora la forza di rialzarmi, di stringere una mano che nell'aria mi si tendeva, e di scendere quelle scale.
Fuori l'aurora saliva, lasciando cader fasci di rose sulle cose che si risvegliavan sorridendo.
Ed io pensava, incamminandomi, che era forse quello l'ultimo loro sorriso.