INDICE

I. Gioia! (Idillio in sei mesi) pag. [1]

II. Notte di Vigilia [47]

III. Tenebroso amore [67]

IV. Fata luminosa [93]

V. Quella che Landru non uccise [105]

VI. «Galeotti....» [121]

VII. Lezioni di Felicità [135]

VIII. «L'Apollinea Fiera» (Ricordi di Carducci) [149]


I.
Gioia!
(Idillio in sei mesi)

GENNAIO

LUI

(Ciò che pensa)

L'anima mia è triste fino alla morte.

(Ciò che scrive)

Gentile signora,

Antonino Melzi mi ha detto ch'Ella, illustre poetessa, s'interessa alla mia arte e che alla Promotrice, degnandosi di ammirare l'opera mia, «Il Sacrificio», ha espresso il desiderio di conoscermi.

Ne sarò invero onorato e felice.

A. Galeazzi.

LEI

(Ciò che pensa)

La mia anima naviga in un mare di letizia. Rescia mi ha mandato il vestito: charmeuse verde-Nilo con bordo di velvet vieux-rose. Lidia e la Delvago che vennero a trovarmi erano verdi d'invidia. La vita è buona a viversi.

.... Bisogna ch'io scriva a quell'oscuro scultore romano. Che noia! Perchè ho detto che volevo conoscerlo?

Melzi e Flavia dicono che è un grave austero melanconico genio. In altre parole vorrà dire che è noioso come la pioggia.

Insomma, intoniamo la corrispondenza alla sua austerità.

(Ciò che scrive)

Egregio signore,

Grazie. Antonino Melzi e anche la mia cara amica Flavia non cessano dall'esaltare Lei e il Suo grande ingegno.

Venga dunque a trovarmi. Parleremo delle sofferenze profonde e sublimi che l'Arte infligge a chi la segue e serve....

Viviana Allori.

(LUI)

Com'è vuota la mia vita! Com'è grigia e meschina e solitaria.

«Hai la tua Arte», mi dice Melzi. — «Hai la gioventù», mi dice mia madre. — «Hai il genio e la speranza», mi dice mio fratello che è invalido e misantropo.

Io sento di non aver nulla. Nè genio, nè gioventù, nè speranza. Vivo solo, rintanato come una fiera; selvaggio e scontroso nel mio studio tra questi esseri gelidi e immoti di creta e di marmo foggiati da me. Talvolta li guardo — sono tutti nell'atteggiamento della sofferenza! — e mi chiedo:

«Perchè vi ho creati?».

Forse Iddio così guarda noi, e si fa la stessa domanda.

Gentile signora,

Con lieto animo ricevo e accetto il lusinghiero invito.

A. Galeazzi.

(LEI)

Claudio mi ha fatto una scena di gelosia che ha durato quattro ore. Ciò mi rialza il morale.

Oggi con lui e qualche amica, da Baratti, nella «princesse» di Rescia mi sentivo veramente «Au-dessus de la mélée». A proposito, che libro sarà quello? L'avrà scritto certo una donna con un vestito nuovo, un amante geloso e un cappello che le stava bene.

Egregio signore,

Sono desolata di aver mancato oggi la Sua visita. Una Lettura di Dante e una conferenza sull'«Evoluzione del Concetto dell'Immortalità dell'Anima, da Platone a Porfirio», m'hanno presa tutta la giornata.

Mi permette di venire al Suo studio? Domani, verso le quattro?

Entrerò trepida e riverente in quel tempio sacro alla Sua nobilissima Arte.

Viviana Allori.

(LUI)

Il tedio della vita è su di me come un mantello di piombo. Lo spleen mi sommerge e mi annienta.

Domani verrà a trovarmi quella lugubre letterata di cui non ho letto che le gravi e rimbombanti epìstole.

Ahimè! Non conosco che gente plumbea, non penso che pensieri tenebrosi, non compongo che monumenti funerari. Il mio studio e la mia anima sono dei cimiteri. Dei cimiteri in cui nessuno è morto; perchè nessuno vi è stato vivo mai.

Mi farò una festa, gentilissima signora, di accoglierla qui domani nel mio studio, pur temendo che ella abbia a provare un disinganno riguardo alla mia arte, la quale.... ecc. ecc. ecc.

(LEI)

Claudio mi conduce a Montecarlo in automobile. Dice che ha un sistema. Gliel'ha dato un professore di matematica. È infallibile. Si gioca sulle dozzine e le colonne. Partiamo subito.

Bisogna avvertire lo scultore....

Egregio signore,

No. Non posso venire oggi al Suo studio.

Non mi trovo spiritualmente preparata alla grande impressione d'arte che — lo sento — mi verrà da Lei. Vorrei per qualche giorno chiudermi nel raccoglimento....

Sono strana? No. Sono poeta; e sono donna. Questa duplice sensibilità mi rende quasi timida davanti alle grandi emozioni spirituali.... ecc. ecc.

(LUI)

Son contento — se qualcosa può rendermi tale — che oggi non venga la trasecolante poetessa. Già troppo sono depresso.

La sua grandiosità di sentimenti mi opprime.

Signora,

Quella trepidanza spirituale di fronte alle mie povere opere, che le vieta di venire oggi da me, troppo mi onora.... e mi addolora.

Invero Ella sente squisitamente l'eccelsa tortura di spirito che.... ecc. ecc.

Attendo dunque ch'Ella mi dica: Verrò!

A. Galeazzi.

(LEI)

Idiota il sistema di Claudio e del suo professore di matematica. Dovevo immaginarmelo! Una progressione pazzesca sulla dozzina che non esce; mentre tutti sanno che bisogna giocare sulle dozzine che escono. Risultato: Claudio — che già è più decorativo che utile — completamente spiantato per un mese; mentre io ho sacrificato tutta la prima edizione di «Parossismi» alle fisime sue e del suo maniaco professore di matematica.

Egregio signore,

Di ritorno da un breve e triste viaggio in Riviera dove le tonanti onde si accordavano col mio agitato e tumultuoso cuore, trovo il Suo gentile biglietto.

Sì, sì! verrò senza fallo. Domani? Alle quattro?

Viviana Allori.

(LUI)

È stata qui la scrittrice. È diversa da quanto m'aspettavo. Molto diversa.

Partendo, ha dimenticato qui la borsetta e un libro.

Per distrazione, più che per indiscrezione, ho aperto entrambi: la borsetta conteneva uno specchietto, della cipria, del profumo e il biglietto di visita di un tenente di cavalleria con alcune parole che non mi permisi di leggere. Il libro s'intitolava: «Pour lire au bain», di Catulle Mendès.

Già; è una donna diversa da quello che m'aspettavo.

Illustre signora,

Fu per me un grande onore accoglierla nel mio umile studio che echeggia ancora del trillante riso ch'Ella ebbe davanti alle mie tragiche figurazioni. Queste dunque non furono create invano se hanno potuto divertirla.

Le rimando ciò ch'Ella scordò e La saluto devotamente.

Galeazzi.

(LEI)

Fui nello studio dello scultore. Ha dei bellissimi occhi. Si gelava.

Illustre artista,

Il senso di quasi religiosa esitazione col quale varcai la soglia del Suo studio era invero giustificato. Io sono completamente sous le charme!

Le ginocchia mi si piegano davanti al mistero del Genio.

Mi sembra che le Sue statue mi afferrino colle mani di marmo il cuore, e mi atterrino davanti alla divinità dell'arte.

Viviana Allori.

P.S. — Ricevo in questo istante la borsetta e il libro. Appartengono a una mia amica.... persona un po' frivola e vana.

Come mai, come mai ha potuto credere che le sublimi Sue opere: «La Rinuncia sostenuta dal Dovere», «La Rassegnazione che sorride al Dolore», «La Coscienza innalzata dal Sacrificio»!... abbiano potuto suscitare la mia ilarità?

Quel riso è una forma di convulso che mi prende, soprattutto quando sono molto commossa.

Più volte, anzi, ho pensato di consultare un neuro-patologo per questa spasmodica ipersensibilità del mio sistema nervoso....

Viviana Allori.

(LUI)

Che silenzio! Che freddo!

Queste stanze mi sembrano più che mai sepolcrali.

Grazie, gentile signora, delle parole lusinghiere. Mi è doloroso apprendere ch'Ella soffra di quella lieve forma convulsa che, spero, non sarà nulla di preoccupante.

Augurandole pronta guarigione La saluto devotamente.

A. Galeazzi.

(LEI)

Claudio mi ha condotta in automobile a Lanzo. Abbiamo avuto due pannes.

Pioveva.

Ritta in mezzo alla strada, col mio cappello Louis-Lewis esposto all'acquazzone, sono stata a guardare Claudio che pompava aria nella grossa gomma moscia e schiacciata. Non aveva con sè il martinetto per rialzare la ruota. I suoi sforzi erano vani.

Io mi domandavo, guardandolo, come mai ho potuto amarlo; come mai da quasi due anni Claudio rappresenti per me l'estasi e lo strazio....

Dopo circa mezz'ora ha smesso.

— Perde aria dalla valvola — mi spiegò.

E a me pareva di sentire che anche il mio amore per lui si sperdeva via, pianamente, lievemente, in un soffio che era tra la risata e il sospiro....

. . . . . . .

Ho rivisto lo scultore. Passando con Claudio in automobile ho fatto fermare davanti alla sua porta e l'ho mandato a chiamare.

È uscito subito dal suo studio a pian terreno, ed è venuto a salutarmi. Ritto sul marciapiede nel sole, senza cappello, colle chiome nere e lucidissime divise nel mezzo, mi ricordava l'amante nel quadro intitolato «Vertigine».

Ho notato che ha degli occhi inverosimili, velati da ciglia lunghe e fini come le frangie di seta nera di uno scialle spagnolo.

Che meravigliose ciglia!...

La sua anima deve essere un abisso.

Egregio signore,

Venga stasera a trovarmi. Ci sarà gente.

Viviana Allori.

(LUI)

Se quei briganti del Comitato delle Onoranze non mi pagano «La Rassegnazione che sorride al Dolore» sarò in un bell'impiccio. Da tre mesi dovevano portarselo via. Farabutti!

Gentile e illustre signora,

Grazie. Verrò col massimo piacere.

A. Galeazzi.

(LEI)

Iersera ho avuto molte visite.

C'era anche Galeazzi. Non ha mai parlato.

Pareva il giovane Endimione dormiente, prima che Astarte lo baciasse in fronte. Ha una fronte classica, calma, pacata sotto quei capelli neri e lisci divisi nel mezzo. (Come mai hanno potuto un giorno piacermi le teste à la Pompadour dalle chiome ondeggianti e svolazzanti, come quella del banalissimo Claudio?).

Temo che lo scultore abbia trovato stolta e frivola la nostra conversazione. Ho pur provato a parlargli dell'influenza di Nietzsche sull'evoluzione della moderna mentalità — devono essere questi gli argomenti che lo interessano! — ma subito il tenente Rossi mi ha distratta e mi ha fatto venire il «fou rire».

Ridevo, ridevo.... e lo scultore mi guardava cogli occhi così gravi e strani che ne rimasi tutta sconcertata. Spero che si sarà ricordato che patisco il convulso.

(LUI)

Ho scoperto ciò che manca, ciò che ha sempre mancato, alla mia vita. Il riso. Nessuno ride mai intorno a me. Il riso, che cosa meravigliosa!... C'è della gente che quando ride riempie di luce, di suono e di fragranza il mondo.

(LEI)

Si chiama Andrea.

FEBBRAIO

(LUI)

Ho pensato a una nuova statua, affatto diversa dalle altre opere mie.

Non mi occorre modella. La farò, così.... dal ricordo: Una donna. Una donna che tra i tragici simboli della vita e il macabro apparato della morte ride! Null'altro.

La intitolerò «Gioia».

(LEI)

Ho rotto definitivamente coll'insoffribile Claudio. Tutto è finito tra noi; egli ha accettato il posto a Budapest; ed io ho scritto un poema intitolato «Addio»! ritmo moderno, come un carro che sballotta per una via sassosa; versi lunghi e corti: bellissimo!

Lo manderò alla Rivista «Ardente».

E così dalla mia vita — exit Claudio.

Che sollievo! Che leggerezza!

Mio signore,

Venga a trovarmi questa sera.

Sarò sola.

Viviana Allori.

(LUI)

Ciò che mi rapisce in lei è la sua letizia, la sua trillante esultanza! Sembra vivere in una continua estasi, in una perenne ebbrezza.

Lavoro alla statuetta «Gioia». Mi pare ch'essa chiuda nel viso ancora misterioso tutti gli splendori e tutte le giocondità.

Mia signora,

Grazie. Verrò.

Andrea Galeazzi.

(LEI)

Ero brutta, so che ero brutta iersera. Alice mi pettina esecrabilmente. Mi fa una testa che pare una «pagnotta Garibaldi».

La licenzierò.

Farei bene ad andare in campagna per un mese a curarmi i nervi e la carnagione. Flavia dice che contro i primi soli di Febbraio non c'è di meglio che la crema Hazeline coll'acqua di rose e alcune goccie di tintura di benzoino.

Mio signore ed amico,

Lascio la città per qualche tempo. Un nuovo poema mi canta ed urge entro il cervello. Andrò ad ispirarmi nella solitudine e nel silenzio.

Venga a salutarmi prima ch'io parta.

Se domani, alle cinque, non avesse nulla di meglio a fare....

V. A.

(LUI)

Fui da lei oggi alle cinque. Quante cose avrei voluto dirle per impedire o ritardare la sua partenza! Non ho trovato nulla nel mio cuore selvatico, nella mia gola inaridita. Sono rimasto muto, impietrito, a guardare quel riso che le scintillava negli occhi.

.... Non sapevo che le donne potessero essere delle creature così gaie e delizianti.

Già, ne ho conosciute ben poche.

La donna, dunque, è così? Non parla, canta. Non cammina, vola. Non vive, gioisce....

Mi pare di aver trascorso i miei giorni finora rinchiuso in un sepolcreto di famiglia.... d'autunno.... nella nebbia....

Signora gentilissima,

Se la Sua partenza, come spero, non sarà imminente mi permetterei di offrirle il modello di una mia nuova statua, intitolata «Gioia» che mi sarebbe caro dedicare a Lei.

Confido che Ella ritarderà di qualche giorno il progettato viaggio, e mi professo di Lei devotissimo

A. Galeazzi.

(LEI)

«Nella guerra d'amor vince chi fugge, E chi non fugge, strugge.»

Amico mio,

È necessario ch'io parta. Il clima di questa città.... ecc. ecc.

Le arrida ogni fortuna.

Viviana Allori.

(LUI)

Mio Dio!... mio Dio!

Viviana,

Non partite!

Andrea.

(LEI)

Andrea,

Non parto.

Viviana.

MARZO

(LUI)

Mia adorata, mia adorata!

Verrai stasera?

Altrimenti verrò io da te.

Tuo per la vita e al di là.

Andrea.

(LEI)

Mio divino amante,

Ti aspetto.

Viviana.

(LUI)

Gioia!... Gioia!...

Non trovo altra parola nel mio cuore.

Non trovo altro nome per te.

Andrea.

(LEI)

Ti ho negli occhi, nei nervi, nelle vene. Vado tra la gente come in un sogno, estatica e stupefatta, perduta nel ricordo di te....

Viviana.

(LUI)

Viviana,

Mi pare di aggirarmi in un mondo popolato di fantasmi, dove tu sola sei viva.

Mentre intorno a me si discorre, si ragiona, si vive, io, trasognato e tremante, sento al mio collo la stretta delle tue mani, sento la fragranza del tuo respiro nella mia gola; m'anniento nella profonda e spaventevole estasi che tu mi dài....

(LEI)

Andrea,

Sono posseduta da te, anima e corpo, posseduta nel senso biblico della parola — in modo che nulla all'infuori di te può entrare in me o nel mio spirito. Posseduta in un senso quasi innaturale che preclude il corso alla vita stessa; che ferma ogni palpito, che arresta ogni pensiero.

Dal momento in cui ti lascio al momento in cui ti ritrovo mi pare di trattenere il respiro.

Viviana.

(LUI)

Come ho potuto vivere prima di conoscerti? Prima di respirare l'atmosfera d'ebbrezza, d'esultanza e d'estasi che si sprigiona da te? Ed io credevo che l'amore nella donna fosse una passione fosca e malinconica, tragica e tormentosa!... No! tu, mia divina creatura, sei tutta luce, tutta riso e sorriso e voluttà!

(LEI)

Ma è possibile, è possibile che tu, così grave e austero, abbia amato in me la mia letizia, la mia insensata, irragionevole giocondità?... Ed io che avrei voluto ammantarmi di solenni e sentimentali parvenze per piacerti!

Potrò dunque finalmente essere sincera con te? Essere quale sono — folle frivola felice? Sorridere e ridere, di tutto e di tutti, col capo appoggiato al tuo cuore?...

(LUI)

Ridi, ridi, ridi, adorata!

È questa letizia, questa esultanza, questa fresca felicità che più io amo in te.

Andrea.

APRILE

(LEI)

.... Intorno a me c'è musica e folla. Vorrei essere nel silenzio del suo studio, vicino a lui e alle sue sublimi opere d'arte. Beate, ah! beate quelle donne marmoree ch'egli ha creato e che inclinano a lui i volti appassionati ed estatici.

Anche a me pare d'essere una donna creata da lui, che aspetta d'essere dalla sua mano immortalizzata o distrutta.

(LUI)

Novità piacevole e inattesa: il Comitato Regionale ha pagato!

Vengono oggi a prendere la «Rassegnazione che sorride al Dolore».

Era tempo!

(LEI)

Egli è così bello quando si china su di me e i suoi sguardi di luce filtrano obliqui sotto alle ciglia lunghe, che ne provo un senso quasi di vertigine, un senso di disperata estasi che non so nè descrivere nè spiegare.

Allora mi assale un affanno, uno struggimento dell'infinito.... o del nulla; come una profonda nostalgia della morte....

Mio diletto,

A che ora ti vedrò?

Viviana.

(LUI)

Viviana era diversa oggi. Mi pareva meno gaia e scintillante.... Perchè?

Amor mio,

Verrò stasera.

Andrea.

(LEI)

Che cos'è questo struggimento? questa inquietudine? questo affanno?

Mi pare di non poter ridere più; mi pare di non poter parlar più. La gola mi si stringe come in un perenne singhiozzo.

Quando gli sono lontana mi sento morire; e quando sono con lui non ho voglia che di abbattermi sul suo petto.... e piangere.

(LUI)

È venuto il conte Ilario d'Eril a darmi l'incarico di eseguire una targa. Ha visto il modello di «Gioia» rimasto a mezzo, e l'ha trovato bellissimo.

Voglio terminarlo.

«Gioia»! La contemplo, la scruto; assomiglia a Viviana.

E pure, strano a dirsi, talvolta mi sembra che Viviana alla statuetta non assomigli più.

Dolcezza mia,

Mi rimetto al lavoro che tu mi hai ispirato. Così, anche da lontano, sento di essere con te. Ci vedremo domani.

Tuo

Andrea.

(LEI)

Dunque per tutt'oggi non lo vedrò.

La giornata primaverile splende e si spegne; io sono qui, sola, triste a struggermi.

Ed egli è rinchiuso là, tra le sue spaventose e immobili statue, macabre nella loro fissità; terribili e contronatura perchè non mutano e non muoiono in un mondo dove tutto muta e muore.

Egli è calmo e contento; il suo lavoro lo assorbe, la sua arte lo affascina.

L'Arte, ah! l'Arte.... che orrore! L'Arte! la nemica della donna, la nemica della felicità!

Ma se io gli dicessi questo, non mi comprenderebbe.

Amor mio,

Fai bene, fai bene a lavorare. L'Arte sarà per te la Donna migliore di tutte. Essa non ti tradirà e non ti scorderà se tu non la scordi e la tradisci.

A domani, dunque.

Viviana.

(LUI)

Mio tesoro,

Com'è bello ciò che tu dici dell'Arte!

Tu vedi la vita e l'amore diversamente da tutte le altre donne. È per questo, forse, ch'io ti amo così perdutamente.

Neppure oggi mi stacco dal mio lavoro. Sei contenta?

Tuo

Andrea.

(LEI)

Strano che il cuore dell'uomo e della donna non siano mai, non possano mai essere completamente all'unisono! La loro armonia sembra basata sul contrattempo, come le note sincopate dei «rag-times» o delle Danze Ungheresi di Brahms: quando l'uno è sul «battere», l'altro è sul «levare»; quando l'uno è felice, l'altro soffre; quando l'uno comincia, l'altro termina....

L'uomo vuole la gioia dell'ora; la donna, non appena ama, vuole il parossismo e il pathos, vuole l'infinito e l'eterno.

Andrea s'è innamorato di me per la mia spensierata indifferenza, la mia gaia, incurante letizia; e non appena m'innamoro io di lui, ecco svanire la mia gaiezza, spegnersi la mia giocondità ed io non sono più quella che egli ha amato. Sono cupa, fosca, esigente, noiosa, come tutte le donne innamorate. Mi sento l'anima piena di una esasperata ostilità e la bocca piena di parole amare.

Flavia, a cui mi confido, scrolla le spalle: «Che vuoi! siamo fatte così. L'amore si posa sulla soglia del nostro cuore come una cosa mite, luminosa, alata; ci sembra una farfalla, una colomba, o un'allodola che batterà l'ali.... canterà e volerà via. Ma non appena è in noi, ecco che ci accorgiamo di aver chiuso nel nostro cuore una tigre; una tigre che ci rode, ci strazia e ci dilania».

È vero, è vero! Anch'io sento la tigre accovacciata in me. E pensando ad Andrea mi domando: che cosa posso fare per tormentarlo, per farlo soffrire come soffro io?

Mio carissimo,

Poichè oggi tu non vieni, andrò alle corse con Clerici e Giorgio di Vallefuoco. Stasera Silvestri mi conduce a udire le poesie indiane del Tagore. Tu sai che cosa è per me la poesia!...

In ispecie quella indiana.

Sempre tua!

(LUI)

La statuetta non mi riesce. Il viso pare velato da non so quale mestizia; sulle labbra non vi è più un riso ma un «rictus», e le occhiaie sono piene d'ombra. Forse, dopo tutto, ci vorrà una modella.

. . . . . . .

Viviana fu oggi da me per pochi istanti. Era strana. Mi fissava con uno sguardo di fuoco e un sorriso di gelo. Mi disse che Clerici era di fuori in automobile. D'improvviso mi ha domandato:

— Per quanto tempo m'amerai?

Io risi.

— Hai forse qualcuno che aspetta il suo turno?...

— Rispondi! — fece lei colle labbra strette.

Allora le presi le due mani:

— Per sempre.

— Uh, che orrore! — esclamò con una risata cinica. — Non voglio. Voglio essere amata per poco tempo.

— Perchè? perchè?

— Perchè.... le cose lunghe diventano serpi! — mi disse lei.

E mi lasciò.

Più conosco le donne e meno le comprendo.

(LEI)

Sincera! Volevo essere sincera con lui. Ma qual'è la donna che può essere sincera con un uomo?

È nostro destino mentire, mentire sempre. Mentire all'uomo, per non perderlo, quando non lo si ama.... Mentire, mentire mille volte di più, per non perderlo, quando lo si ama!

Se ad Andrea io svelassi tutto il mio cuore, se gli gridassi sul viso: — Ti amo! Ti amo! Non posso più vivere così.... Portami via, tienimi con te per sempre!... oppure, dammi la morte! Fa ch'io piombi dal tuo abbraccio nel Nulla! — egli mi guarderebbe stupito con quei begli occhi tranquilli e profondi, e penserebbe con un lieve senso di noia e di stanchezza: — Mio Dio! Come è eccessiva ed esaltata questa donna!

Non è così fatto il cuore degli uomini? L'eccessiva passione, l'esaltazione del desiderio, la dedizione completa, invece di avvincerli li allontana.

Mio caro,

Impossibile vederti questa sera. Vado al Regio con Oldofredi a udire il concerto di musica boema. Tu sai quanto adoro la musica.... in ispecie quella boema.

Addio.

Viviana.

A meno che ciò ti dispiaccia?...

(LUI)

Strano questo bisogno che hanno le donne di correre di qua e di là coll'uno e coll'altro....

Probabilmente se io la pregassi di non andare, mi troverebbe geloso e tirannico e mi prenderebbe in odio.

Amor mio,

Nulla di ciò che a te piace può dispiacere a me.

Andrea.

(LEI)

No. Nel cuore della donna l'amore non è la gioia: è lo strazio, è lo struggimento, è una fosca e frenetica disperazione senza ragione e senza rimedio.

Non c'era concerto al Regio iersera. Egli avrebbe potuto accertarsene, guardando il giornale. Poteva telefonarmi; accorrere, protestare, pregare; poteva rimproverarmi, ingiuriarmi, insultarmi.

Niente! Si è rassegnato. Come la sua statua, la sua aborrita e orrenda statua: «la Rassegnazione che sorride al Dolore».

Io odio la Rassegnazione. Odio la gente che si rassegna. Odio le statue. Odio tutto.

(LUI)

Il modello in creta di «Gioia» è terminato. È indubbiamente ciò che di meglio ho fatto finora.

Melzi mi fa osservare che dico sempre questo di ogni mio lavoro più recente.

Sarà così.

Tuttavia «Gioia» mi sembra senza contestazione il mio capolavoro.

Viviana ne sarà felice.

(LEI)

Vorrei morire! morire subito, fulminata ai suoi piedi! Non posso più vivere, non posso più mentire. Non posso più sorridere colla Tigre che mi sbrana e mi dilania. Non penso più che alla morte, al silenzio, alla pace, all'oblio.

Esco sul balcone e guardo il fiume che scorre calmo e lucente sotto alle mie finestre. Perchè non correrei fuori nel grigio crepuscolo e mi lascerei scivolare giù in quell'argentea profondità? Dopo un breve attimo di terrore, di soffocazione, di disperata lotta, calerei lentamente al fondo, e vi giacerei immobile, calma e placata, colla fronte al cielo.... E le tranquille acque mi scorrerebbero sul viso.

Oh, dolce giacere immobile e supina sotto quel liquido e mobile frescore! oh, dolce sentire l'acqua scorrere sopra il mio viso!...

Perchè non morire?... O allora.... dirgli tutto?

(LUI)

Ho deciso di concorrere per la Fontana Monumentale di Piazza Solferino.

(LEI)

Gli ho detto tutto. Tutto!

Gli ho detto: — T'amo troppo. Soffro troppo. Voglio lasciarti.

— Ma perchè soffri? Non t'amo forse? non t'amo? — mi chiedeva lui smarrito.

— Sì, sì! m'ami! — E gli accarezzavo i capelli, mentre dentro la tigre mi lacerava e mi sbranava.

Allora egli mi è caduto ai piedi. — Dimmi che cosa debbo fare! Che cosa vuoi che faccia? Io non ti capisco. Non so perchè soffri, non so perchè dici che ti rendo infelice.

— Non lo so neppur io, — risposi singhiozzando.

Allora egli mi chiuse tra le braccia come fossi una bambina. — Vuoi che lasciamo tutto? Vuoi venir via con me? Vuoi?... Vuoi che si vada lontano dove nessuno ci conosce a vivere insieme per sempre?

. . . . . . .

Mio Dio, mio Dio! Vi ringrazio.

Partire con lui!... Andare lontano, dove nessuno ci conosce! Vivere insieme!... per sempre!...

La tigre è morta.

(LUI)

«Alea jacta est». Partirò con lei.

Sarà quel che sarà.

MAGGIO

(LEI)

Come sono felice! Come sono felice!

Forse non è tanto il pensiero della fuga con lui, della vita con lui, che mi esalta, ma il fatto ch'egli lo voglia.

Una immensa tranquillità, una pace blanda è scesa sulla mia anima e quasi non riesco a comprendere e a ricordare le turbolenti angoscie dei giorni passati. Perchè soffrivo tanto? Non lo so più.

Oldofredi, il pittore, è venuto a trovarmi oggi e mi ha guardata stranamente. — Che cosa avete? — mi ha chiesto. — Come siete translucente e raggiante! — Indi ha soggiunto: — E perchè non lavorate? Perchè non scrivete più?... Badate che l'ingegno non è un dono, ma una responsabilità. L'ingegno è un debito da pagare, è un dovere da compiere; non è un fiore da puntarsi nei capelli!

Io sospirai. — Lo so, lo so; ma che volete? Una donna non può scrivere se non è innamorata. E quando è innamorata.... non può scrivere!

— Forse è vero, — disse Oldofredi colla sua voce un po' cavernosa. — Ma vi è un momento, momento fugace, effimero, evanescente, tra un amore che sta per tramontare e un amore che sta per nascere, in cui può fiorire il capolavoro. State in attesa, o Viviana! di quel momento fatale e vitale. E non lasciatelo passare invano.

Rimettermi a scrivere? Creare un capolavoro? Ah, lo vorrei!

È vero. — L'ingegno non è un fiore da puntarsi nei capelli!...

(LUI)

Più ci penso e più mi afferra la febbre della partenza, mi appassiona l'idea di lasciare dietro di me il passato, e slanciarmi nell'avvenire. Ciò che da principio mi spaventava, mi pareva una follia quasi colpevole, quasi imperdonabile, mi sembra ora l'unica cosa giusta e grande e felice ch'io abbia concepito mai, ch'io possa realizzare mai.

E perchè no? Sono un artista, dunque sono libero. Dovunque io vada porto le mie due mani con me; porto con me i miei occhi e la mia anima; e porto con me Viviana, ispirata e ispiratrice.

Partire! partire con lei! Ricominciare la vita in un paese nuovo, ignoto, vasto, generoso; lavorare, sostenuto dal meraviglioso amore di quella creatura meravigliosa!

(LEI)

Partire!... Esiliarsi!... Lasciare l'Italia e tutto ciò che l'Italia rappresenta per me! La luce.... l'incanto.... l'ispirazione!...

Questo pensiero talvolta mi spaventa.

(LUI)

Giro per questa città come un allucinato.... o come un dio: già rimoto, già staccato da tutto e da tutti.

Come mi sembrano poveri e pietosi quelli che restano qui, in questo ambiente ristretto, sordido, meschino, dove ogni giorno s'incontrano le medesime persone, i medesimi pregiudizi, le medesime piccole amicizie e piccole ostilità. Tra un mese sarò lontano da tutto ciò. Lontano!...

E tutte le acque dell'Atlantico scorreranno tra me e questi pallidi giorni del passato!

(LEI)

Da due giorni non vedo Andrea. Lavora febbrilmente alla sua statua, o corre in qua e in là preparandosi alla partenza.

Fui stamane nello studio di Oldofredi che s'apre su un grande giardino soleggiato.

Ne esco ebbra di colori. Donne azzurre e donne arancine, donne drappeggiate e donne ignude, donne sdraiate e donne ritte, donne vaganti per lunghi misteriosi corridoi o danzanti all'aperto sotto cieli verdastri punteggiati di lucciole.... Quanta fantasia, quanta stranezza, quanta suggestiva ambiguità in quest'arte!

Già, l'Arte!... In fondo, come dice Oldofredi, non c'è altro di bello al mondo. L'Arte! figlia del Sogno, sorella dell'Amore!...

(LUI)

Oggi ho detto a mia madre e a mio fratello che partivo. La loro disperazione è indescrivibile. Sembrano annientati, terrorizzati.

— Che cosa faremo? — piangeva mia madre, — io vecchia, lui malato, senza di te?

Sono fuggito. Mi pareva d'essere un carnefice.

(LEI)

Ho voglia di lavorare; di scrivere un nuovo libro.

Che sia questo il momento fatidico pronosticato da Oldofredi? Ma quale sarebbe «l'amore che tramonta», e quale «l'amore che nasce»?

.... Pensiamo al capolavoro.

In un libro ciò che conta soprattutto sono due cose: il titolo — e la fine.

La fine è subito trovata. Lui la abbandona, e lei muore. (Non è forse freschissimo ma è sempre bello).

Ma il titolo? È cosa più ardua.

Inviterò tutti i miei amici per venerdì sera: farò servire il thê à la russe; del caffè fortissimo; del vino di coca, e delle pillole di fosforo. E tutti dovranno aiutarmi a trovare un titolo, un titolo strano, strabiliante, per il mio nuovo libro. Lo dirò anche ad Andrea, sebbene non abbia molta fantasia.

Andrea,

Ti aspetto domani sera, senza fallo!

Viviana.

(LUI)

Questa sera l'ho udita ridere come nei primi giorni in cui la conoscevo. Veramente non rideva con me. Io andavo da lei credendo di trovarla sola, ma il salotto era pieno di gente.

Mi accolse festosa salutandomi da lontano colla mano alzata e il sorriso raggiante.

— Oh.... Andrea Galeazzi! Che piacere!...

In quell'istante mi parve che tutte le acque dell'Atlantico scorressero tra me e lei.

GIUGNO

(LEI)

Carissimo Andrea,

Ma come puoi pensare ch'io voglia rinunciare al nostro progetto? Mi credi dunque incostante e leggera? frivola e senza cuore?

È perfettamente vero che i Laforêt mi hanno invitata a passare l'estate nel loro castello di Revoire. Ma non per un istante ho pensato ad accettare l'invito.

Il mio pensiero è con te; lo sai.

Viviana.

P. S. Mi pare che di tutti i titoli suggeriti l'altra sera, «Narciso» è quello che mi piace di più. Anche «Pervertimenti» non sarebbe male....

Tu, che ne dici?

Oldofredi mi ha promesso le illustrazioni.

(LUI)

La statua è finita.

Tutto è pronto.

Agli amici più intimi ho già detto addio.

Il mio cuore è in tumulto.

(LEI)

Perdonami, Andrea! Perdonami!

Non parto. No. Non posso partire con te. Sarebbe la peggiore delle follie, sarebbe la più atroce delle crudeltà.

Pensa, pensa quanto saremmo infelici.

Sì: dopo un anno, dopo due anni — forse anche prima — pensa quanto soffriremmo tu ed io. Tu più di me!... O io più di te!... Non lo so.

So che verrebbe presto tra noi l'ora atroce del rimpianto e dei rimproveri.

Oggi ci sembra che l'esistenza intera non basterebbe alla nostra sete d'amore. Oggi, che tutto ci separa, che non possiamo mai saziarci l'uno dell'altro, mai guardarci abbastanza, mai parlarci abbastanza, ecco, ci irrompono dal cuore, ci fioriscono sulle labbra le grandi parole enfatiche di tutti gli amanti: la Lontananza!... l'Isolamento!... l'Eternità!...

Ma quando fossimo isolati, quando fossimo lontano, quando — dissetati e placati — ci trovassimo soli di fronte l'uno all'altra nella perpetua solitudine accoppiata degli amanti che vivono fuori della legge.... credi tu che non ne soffriremmo?

Tu forse non lo credi. Ma io lo so.

Quando tu, per amor mio, avessi lasciato dietro di te tutto ciò che ti fu caro, tutto ciò che ha formato fino ad oggi la tua esistenza: tua madre, tuo fratello, i tuoi amici, i tuoi impegni, i tuoi doveri, — ne avresti rammarico e rimpianto.

E quanto a me?... Oh, Andrea, io non sono che una piccola anima meschina; sono come tutte le donne — o quasi tutte — che, pur anelando alla vietata gioia vogliono anche la decorosa rispettabilità; che pur non volendo rinunciare al piacere, non intendono derogare dalle convenienze; che vogliono la passione ma non lo scandalo; che vogliono l'abbraccio degli uomini ma anche il saluto delle donne....

Tu mi odierai; tu mi disprezzerai! E avrai ragione.

Ebbene, disprezzami, odiami, ma non soffrire. Non voglio, non voglio che tu soffra per me. Non lo valgo, non lo merito.

Io ti ho sempre mentito. Io ti scrivevo delle lettere tristi quando ero gioiosa, ti scrivevo delle lettere gioiose quando ero triste; e anche ora, ora che vorrei essere così sincera con te, forse.... non lo sono.

Forse la verità è un'altra.

Non lo so. So che tu non devi, che tu non devi soffrire per me.

Andrea, Andrea! Dimmi che non soffri.

Viviana.

(LUI)

Non importa se io soffro. Segui la tua strada.

Quanto a me non affliggerti. Anche prima di conoscerti ero triste.

Addio.

LUGLIO

(LEI)

È finito. Finito!

Quando penso a lui, solo laggiù, nel suo studio tetro e desolato, mi sento morire.

Perchè l'ho amato? Perchè ho sofferto? Perchè l'ho lasciato?...

Non so. Non capisco il mio cuore.

Parto domani per Castel Révoire; con Flavia.

Viene anche Oldofredi.

(LUI)

Quanto vano gioire e vano soffrire! Ecco: torno qual'ero; torno alle mie silenziose creature.

E di tutto questo turbine di voluttà e d'angoscia, di tutta questa bufera che è passata sul mio cuore, che cosa resta?

. . . . . . .

Resta una statua intitolata: «Gioia».

II.
Notte di Vigilia

Un invito da Bérangère! Dopo un anno di silenzio. Stupita rileggo il biglietto postale:

«Diletta Annie,

So che sei in Isvizzera. Dove passi il Natale? Perchè non a Montreux, colla tua sempre affezionata amica

Bérangère?».

Io ripasso mentalmente la lista delle diverse persone con cui ho promesso di passare quest'anno il Natale: con Jack a Dublino; con Maman a Nervi; con Vivien a Glasgow; con Barbara a Torino; con Silvia a Roma; con O'Kelly a Parigi.... Secondo una mia abitudine, nei momenti d'incertezza faccio saltare in aria un soldo perchè decida della mia sorte: se è testa — Bérangère; se è croce, no.

Il soldo balza, gira e cade. È croce. Dunque è esclusa Bérangère. Ma allora, rifletto io, chi prescegliere tra tutti gli altri a cui ho promesso?... Ritentiamo la sorte!

Stavolta è testa. Dunque Bérangère.

Ed io le scrivo:

«Cara Bérangère,

Aspettami nel pomeriggio della Vigilia.

Tua Annie»

Chiusa la lettera, mi si affaccia un dubbio: Bérangère Tarnier? Era fidanzata un anno fa al conte Lucien de Lussain-Maldé di Château-Mirval; poi non ne ho più saputo nulla. Sfumate le nozze? o smarrito il faire-part?

Mi decido a indirizzare: «Bérangère Tarnier, Montreux»; e il mattino del 24 dicembre salgo nel treno Berne-Genève con gente di ogni paese e d'ogni colore, politico e fisico. Di fronte a me un grande e magnifico Bey egiziano guarda con cupi occhi sfilare il paesaggio da cartolina illustrata, sognando certo le sue pianure torride, i suoi deserti sabbiosi, la sua gente oppressa dal ferreo pugno britannico.... Accanto a lui un uomo biondo, ancor giovane, di cui i tragici occhi azzurri hanno scandagliato le profondità ultime del dolore; lo riconosco: è Von Hindenburg, nipote del chiodato Feld-Maresciallo. Presso a lui, rosea e ridente sotto al grande cappello nero, Mary Snowden, la propagandista del Labour-party inglese, la bionda Amazzone degli operai. Nell'angolo di fronte a me due giapponesi, a cui io mi sentirei tentata di dire: «Anatanohà Taxan Kiri!» in purissimo nippone; ma me ne astengo perchè non so più che cosa voglia dire. Alla mia destra, biondo-ricciuta come l'immortale suo fratello, la sorella di Paderewski mi saluta con affetto.

E il treno corre....

Qui ci starebbe un po' di descrizione di paesaggio svizzero sotto la neve; ma le descrizioni di paesaggio si possono trovare in molti libri scritti da altri autori.

Quindi salto subito, come in un viaggio cinematografico, alla stazione di Montreux; ed ecco anche Bérangère, sorridente e soave, che dalla piattaforma mi saluta sventolando il fazzoletto di seta rossa. (È sempre stata un poco socialista, Bérangère!).

— Prenderemo il thè qui nell'Eden Palace, — dice, traendomi verso un Grand Hôtel vicino alla stazione. — Dopo, verrai a casa mia.

Quando siamo nell'Hall, installate in due grandi poltrone, le chiedo:

— Parlo con mademoiselle Tarnier o con madame la comtesse de Lussain-Maldé?

Ella, senza rispondermi, si slancia in una poetica dissertazione sul Natale; sul mistico significato della Vigilia di Natale, del giorno di Natale, della notte di Natale.... Indi improvvisamente mi chiede:

— Tu, come hai passato la notte della Vigilia, l'anno scorso?

Io riordino rapidamente i miei pensieri; poi rispondo: — Nascosta in una casa di Londra con cinque o sei Sinn Feiners evasi dalle carceri irlandesi. E tu?

Bérangère nervosamente gira e rigira entro le mani il suo fazzoletto rosso e ne fa qualche cosa che somiglia a un topo, con coda e orecchie; poi lo fa saltare da una mano all'altra.

— Io?... — dice, come per guadagnar tempo; — Ah! Io!... — E improvvisamente si chiude il viso nelle mani.

Vi è nella sua voce un'espressione che non comprendo. Orrore? Estasi? Disperazione? Non so.

— Dimmi, — le ordino, colla tazza di thè in mano, mentre di fuori nel crepuscolo....

(Qui leggere due pagine di un altro autore).

— Ebbene, — dice Bérangère, — ascolta.

— Ero venuta a passare un mese dalla zia Clotilde qui sopra, a Glion, dovendo poi raggiungere per le feste natalizie la famiglia del mio fidanzato a Ginevra. La sera della Vigilia vi doveva essere da loro a Château-Mirval un pranzo di famiglia seguìto da un grande ricevimento per partecipare al mondo che l'erede dei Lussain-Maldé si fidanzava.... a me. Da Parigi era annunciato, per l'occasione, l'arrivo di parenti milionari che portavano in dono a lui una Peugeot 40 HP., e a me una collana di perle con sessantotto gemme scelte. Tutta la festa doveva rivestire un carattere di grande etichetta e solennità.

Fu deciso ch'io lascerei Glion, accompagnata dalla zia, alle due del pomeriggio, arrivando a Ginevra verso le quattro. Indi, thè di gala; pranzo intimo; ricevimento fastoso.

Il giorno 23 mandammo a Ginevra bauli e valigie; il 24, alle due, uscimmo dall'albergo e ci avviammo alla stazione della funicolare per scendere a Montreux.

Ed ecco che sulla strada nevosa e ghiacciata mia zia scivola, cade, si sloga un piede.

Agitato ritorno tra le braccia del portiere all'Hôtel! affannati telefonamenti al dottore di Montreux — assente! a quello di Territet — presente ed accorrente. Compresse d'acqua vegeto-minerale. Altri telefonamenti ai de Lussain-Maldé, Château-Mirval, Ginevra. «Verrò, io sola, col prossimo treno. Arrivederci stasera alle 21,10». Disperate proteste dall'altra estremità del telefono. Laceranti gemiti dal letto di zia Clotilde. Nuove compresse d'acqua vegeto-minerale. Tristi riflessioni: niente thè di gala! niente pranzo intimo! Unico conforto: arriverò a tempo per il fastoso ricevimento.

Difatti alle 17,50, avviluppata in fluttuanti veli da viaggio, scendevo nella neve e la nebbia alla Funicolare Glion-Montreux; alle 18 e 20 m'aggiravo quaggiù nella stazione di Montreux con quaranta minuti da aspettare. Era buio; faceva freddo; la sala d'aspetto era lugubre e deserta. Nessuno viaggiava in questa serata. Pensai al pranzo di famiglia — tavola risplendente, visi sorridenti, vini spumeggianti, discorsi augurali, ed io, a fianco di Lucien, eroina di tutti i festeggiamenti.... Un'irrefrenabile tristezza mi morse il cuore e mi riempì gli occhi di lagrime. Ma subito il pensiero di arrivare in casa de Lussain cogli occhi gonfi, frenò il mio pianto, e decisi di andare nella Salle de Toilette a dare un ultimo ritocco ai miei capelli ondulati, un soffio di cipria alle mie guancie.... Quest'idea mi confortò.

M'avviai per il vasto andito deserto, percorsi un altro lungo corridoio ed arrivai davanti all'uscio della «Toilette pour Dames. (Luxe). 50 centimes». Girai la maniglia ed entrai.

La custode aveva già lo scialle in testa per partire e stava riponendo in un armadietto il «luxe», costituito da un pacco di forcelline, una scatola di cipria e una saponetta rosa. Parve contrariata dal mio arrivo.

— Capirà, — mormorò, — è la Vigilia. I bambini aspettano ch'io vada ad accendere l'albero di Natale.

— Non occorre che aspettiate, — diss'io; — lasciatemi il sapone e un asciugamano. — E togliendo dalla borsetta (unico mio bagaglio, poichè il resto mi aveva preceduta a Ginevra) alcune monete d'argento, gliele porsi augurandole buon Natale. Essa ringraziò con effusione; indi, salutandomi e raccomandandomi di «badare alla porta», uscì.

Io udii risuonare a lungo i suoi passi per l'andito sonoro.

Chiusi con cura la porta ch'essa aveva lasciata semi-aperta e mi dedicai alla mia toilette. Non fu spiacevole occupazione; m'incipriai; mi lucidai le unghie; constatai che i miei occhi non erano per niente gonfi; appena un leggero arrossamento delle palpebre tendeva a darmi — colla mia carnagione bianca e i miei capelli color rame — un'aria un poco tizianesca. Pensai con soddisfazione alla mia entrata nel gran salone di Château-Mirval, all'effetto che produrrei sui parenti milionari, al primo sguardo di Lucien.... Indi mi disposi a tornare sul quai ad aspettare il treno.

Richiusi la borsetta, gettai un ultimo sguardo nello specchio e m'avviai alla porta.

Afferrai la maniglia. Non girò. Spinsi la porta — non cedette. Tirai la porta — non si mosse. Tentai di scuoterla — era rigida, solida, incrollabile. Mi guardai d'intorno in cerca d'una finestra. Non ve n'era.

Allora chiamai. Chiamai: «Custode!... Facchino!... Portiere!...» Nessuno rispose; nessuno venne. Tutti erano a casa a fare il pranzo della Vigilia. Tutti erano intorno agli alberi di Natale accesi; ed io ero qui rinchiusa nella «Toilette pour Dames, luxe, 50 centimes».

Udii da lontano un fischio, seguìto quasi subito dal fragore del treno che entrava nella stazione. La disperazione mi colse; poi rinacque la speranza: qualcuno sarebbe venuto; qualche «dama» che per 50 centesimi....

Nulla. Nessuno venne. Urlai, strillai, diedi dei calci nella porta e nel muro, corsi in su e in giù, aprii e richiusi una porticina in fondo su cui spiccavano due lettere maiuscole dell'alfabeto inglese....

Un altro fischio, un rintocco di campana, un rullìo: il treno usciva dalla stazione — andava a Ginevra senza di me! La festa del fidanzamento avrebbe luogo senza la fidanzata.

Colla calma della completa stupefazione sedetti sull'unica seggiola — quella della custode — e cercai di riordinare i miei pensieri sconvolti. Non c'era più treno per Ginevra fino alle 2 del mattino. Viceversa c'era un treno proveniente da Ginevra alle 23,28. Pensai: Lucien prenderà quel treno e verrà a cercarmi. Chiederà, cercherà; interrogherà il bigliettario, il capostazione.... Il bigliettario non mi aveva veduta, poichè avevo preso il biglietto direttamente da Glion; ma il capostazione, sì. Durante quei pochi minuti in cui avevo girato per la stazione prima di venir qui, l'avevo scorto col suo berretto rosso; ed anch'egli mi aveva veduta. Era un capostazione giovane, con baffetti biondi.... e se li era arricciati, guardandomi. Sì, sì! il capostazione direbbe a Lucien d'avermi veduta; mi cercherebbero, mi troverebbero, mi salverebbero!

Ma erano le 19,10. Come far passare le ore fino alle 23,28? Non avevo altra occupazione che di lucidarmi le unghie; non avevo altro da guardare che il lavabo di marmo, la saponetta rosa, l'asciugamano e la tavola; non avevo altro da leggere che le due lettere maiuscole sulla porticina in fondo.

Mi chiusi nei miei pensieri. Pensai a Lucien, al mio avvenire con lui.... pensai al pranzo di famiglia.... agli alberi di Natale accesi per il mondo....

E lentamente — oh! come lentamente! — le ore passarono. Ogni tanto emettevo qualche strillo per il caso che qualcuno potesse udire. Ma la mia voce in quel silenzio mi gelava il sangue. Cominciai ad aver paura, a guardarmi attorno; mi pareva di veder muovere delle ombre negli angoli della stanza.

Allora provai a dire tutte le preghiere che sapevo; poi tutte le poesie che ricordavo. Cominciai con «Napoléon écolier».

«À genoux, à genoux au milieu de la classe,

L'enfant mutin,

Dont l'esprit est de feu pour l'algèbre, et de glace

Pour le latin!...».

Ma il terrore mi riprese, mi agghiacciò. Il cuore mi batteva così forte che pensai: «Adesso morirò di sincope. Mi troveranno domani, giorno di Natale, seduta qui, morta — tragica e ridicola in questa esecrabile «Toilette».

Le 22. Le 22 e un quarto. Le 22 e mezzo. Le 23. A momenti sarebbe arrivato il treno da Ginevra.... e Lucien! Questo pensiero mi agitò tanto che mi misi a gridare e non smisi più; gridai, gridai frenetica e forsennata, e i corridoi vuoti echeggiarono dei miei urli stridenti.

Un passo! Sì, era un passo. Smisi di strillare un attimo per ascoltarlo, poi ripresi più forte. Il passo si fermò; indi riprese, affrettandosi, avvicinandosi: e una voce chiamò:

— Allò! allò! Dove siete?

— Qui! qui! qui! — e lo stridìo della mia voce si ripercuoteva in tutti gli angoli.

— Ma dove?

— Qui! Toilette pour Dames! Luxe! Cinquante centimes! — ululai. E caddi, quasi svenuta, sulla seggiola.

Dopo molto lavorìo colla maniglia la porta si aprì, e il mio salvatore apparve sulla soglia. Era il capostazione.

Mi guardò stupefatto. — Mais qu'est-ce qui arrive?

Qu'est-ce qui arrive? Qu'est-ce qui arrive? — feci io, balzandogli incontro come una Furia. — Arrive che io dovevo essere a Ginevra per il mio pranzo di fidanzamento e che sono qui, da quattro ore, a strillare, a soffocare, a spasimare....

— Oh! che disastro! — esclamò il capostazione; ma mi parve di scorgere sotto ai suoi baffi biondi tremolare un sorriso represso. Questo m'infuriò.

— È iniquo — gridai, — è infame. Farò un processo, a voi, alla Compagnia, alla Direzione, alla Federazione. Sì, vi processerò; perchè non avete il diritto di rinchiudere una creatura in questo posto immondo la notte della Vigilia di Natale....

E il mio pianto sgorgò.

— Creda, sono desolato, — diss'egli; — ma non capisco.... — e tenendo la porta aperta girò due o tre volte la maniglia e poi la chiave ch'era al di fuori. — La serratura funziona perfettamente.

— Già — esclamai sarcastica. — Perfettamente! Difatti.... — E con un riso di scherno gli volsi le spalle.

— Ma sì; funziona perfettamente, — disse lui calmo e cortese. — Guardi lei stessa.

— Non è vero, non è vero! — gridai, e afferrando la porta la chiusi con violenza. — Non funziona affatto! — E gli mostrai, tentando di riaprire, che la maniglia non girava.

Un poco impressionato, egli l'afferrò a sua volta. La mosse, la scosse; spinse la porta, tirò la porta. Niente. Solida, ferma, incrollabile, quell'uscio resisteva ad ogni sforzo. Egli si volse e mi guardò.

— Siete pazza? — disse, e i suoi occhi mandavano lampi, — ci avete chiusi dentro!

Io fremetti di sdegno. — Uscite, — gli dissi, con gesto di comando. — Uscite subito di qui. Lasciatemi sola.

— Magari! — rispose lui, sgarbato. — Siete voi che me ne avete impedito.

Il mio furore non ebbe limiti. — Andate via! — strillai; e poi, come quello mi guardava con occhi saettanti, mi misi a urlare di nuovo: — Aiuto! Aiuto!... Ah! ah! ah!...

Egli non badò più a me. Chino accanto all'uscio, esaminava la serratura; quindi, subitamente risoluto, cominciò a dare delle potenti spallate nel legno. (Mi passò per la mente che se Lucien, colle sue esili ed aristocratiche spalle, avesse tentato un'impresa simile, avrebbe dovuto poi stare otto giorni in letto).

Ma la porta resisteva. Il capostazione si guardò intorno; indi, buttando per terra il berretto rosso che finora aveva tenuto in testa, afferrò il tavolino, lo alzò in aria brandendolo per le gambe, e, con quanta forza aveva, lo scaraventò contro la porta.

Il tavolino andò a pezzi; ma la porta non crollò. Una lunga striscia bianca sulla vernice scura del legno rimase, unico testimonio dell'inutile violenza.

Il mio compagno di prigionìa allora si appoggiò al muro, e colle mani in tasca guardò la porta. Gettò un'occhiata verso il piccolo uscio in fondo alla stanza, ma di sopra a quella tramezza si scorgeva la continuazione della parete a indicare che di là non v'era uscita.

I suoi occhi tornarono, irosi, alla porta screpolata, e a me. Io m'ero accasciata su quell'unica seggiola che pareva un isolotto in un mare di desolazione; ai miei piedi giacevano i rottami del tavolino. Avevo cessato di gridare; la violenza di lui m'aveva intimidita e calmata.

Forse il mio atteggiamento di mansueta disperazione lo commosse, perchè disse con voce abbastanza umana:

— Mi dispiace per lei. Comprendo quanto sia penosa la sua situazione; e quanto la mia presenza l'aggravi.

Chinai il capo senza rispondere. Veramente, io non la pensavo così. La presenza di un essere umano, chiunque fosse, m'era di conforto; se non altro mi impediva di aver paura, quella paura frenetica e sragionata che mi assale talvolta nella notte e nella solitudine. Forse avrei dovuto aver paura anche di quest'uomo, di quest'estraneo col quale ero qui rinchiusa, lontana da ogni soccorso; ma a dir vero egli non m'ispirava alcun senso di terrore. Era molto giovane e molto biondo. I capelli, scompigliati dai suoi gesti violenti, gli cadevano in ciocche soleggiate sulla fronte; erano bionde le ciglia aggrottate, e biondi i brevi baffi sopra la bocca risoluta. Aveva il mento quadro, indicante fermezza di carattere, ma una fossetta profondamente incavata ne attenuava la durezza. (Pensai al mento alquanto fuggente di Lucien, e mi dissi ch'egli certo doveva essere di carattere assai più malleabile ed arrendevole di costui. Infatti sapevo Lucien anche troppo suscettibile alle influenze femminili!...).

Lo sconosciuto stava ritto, immobile, addossato al muro colle braccia conserte. Io alzai gli occhi al suo viso fosco e chiesi, tremante: — E adesso?

— Adesso, — disse lui, — arriverà il diretto di Ginevra ed io non sarò al mio posto.

— Allora la cercheranno! — esclamai subitamente sollevata.

— Sì, mi cercheranno! — ribattè lui con un sorriso ironico, — ma non qui.

— Cercheranno anche me, — dissi con un piccolo singhiozzo, pensando a Lucien.

— Chi? Chi la cercherà?

— Il mio fidanzato, — risposi, chinando il capo. Avevo ancora il cappello da viaggio e il velo grigio in testa, e ne ero tutta avviluppata come da una nube malinconica. — Non vedendomi arrivare alle nove a Ginevra, avrà preso il primo treno per venirmi a cercare.

— E qui, non trovandola, — fece il giovane, sempre con lieve aria di motteggio, — vorrà subito interrogare il capostazione. Irreperibile anche quello! Sarà una bella situazione, — soggiunse con un'amara risata, — quando portieri, facchini e fidanzato apriranno la porta e ci troveranno qui.

Io trasalii. A questo non avevo pensato. — Mio Dio! — esclamai, — e il conte Lucien è un vero Otello!

Il giovane, a queste parole, dètte in un'improvvisa risata, e continuò a ridere e ridere, col viso all'indietro e la testa appoggiata al muro.

Rise tanto ch'io fui molto offesa. Mi alzai con dignità; avrei voluto uscire, con tranquilla alterezza, dalla presenza di quello stolto giovinetto ridacchiante.... ma dove andare? Non c'era che da avviarmi altezzosa verso la porta colle due iniziali....

In quel momento ecco da lontano il brontolìo, il rullìo, il fischio del treno da Ginevra. Il capostazione smise di ridere e mormorò tra i denti un'amara esclamazione.

Con clamore e clangore, con stridìo e cigolìo il treno entrò nella stazione e si fermò, con un lungo sospiro stridulo in scala discendente.

Restammo entrambi silenziosi, immobili, ascoltando. Non altro rumore ci giungeva traverso le mura massicce della stazione — non voci, non passi — nulla eccetto il profondo, asmatico respiro del treno. Allora il capostazione alzò le mani alla bocca e con due dita, allargando le labbra, emise un lungo e potente sibilo. Lo ripetè tre o quattro volte. Nulla! Aspettammo irrigiditi una risposta, un suono. Nulla.

Allora io mi rimisi a gridare con quanta voce avevo (e mi pareva fievole e poca) e non sapendo che cos'altro gridare, gridai alternatamente: «Aiuto!» e «Lucien!...» A mia grande mortificazione vidi che quell'uomo se ne divertiva; anzi non gli riusciva più di emettere il suo fischio perchè le labbra gli tremavano nel riso.

Un rintocco di campana e il treno, sibilante e rantolante, si mosse. Ben presto il pulsante battito si fece più ritmico, più rapido, più lontano.... e il silenzio ricadde.

Restammo per un gran pezzo immobili, impietriti.

— E adesso? — diss'io di nuovo.

L'altro non rispose.

— Quanto tempo dovremo restar qui?

— Fino alle sette del mattino, quando la custode verrà ad aprire.

— Misericordia! — esclamai, e chinando il capo tra le mani, piansi.

— Farebbe meglio a togliersi il cappello e cercar di dormire, — disse lui.

Obbediente e piangente tolsi il cappello e il velo, e quando li ebbi tolti non sapevo dove metterli; se sul lavabo o per terra. Mi decisi per il lavabo: e, deponendoli, gettai uno sguardo nello specchio.

Mi vidi una piccola faccia smunta e gli occhi spiritati e gli ondulati capelli in disordine. Tuttavia non ero bruttissima. Già.... se avevo potuto piacere al conte Lucien de Lussain-Maldé, così difficile a contentare.... Nello specchio incontrai lo sguardo del capostazione; arrossii, e tornai a sedermi.

. . . . . . .

Come passarono le ore? Non lo so.

Ogni tanto guardavo l'orologio, e, dopo due o tre ore, quando lo riguardavo erano passati dieci minuti! Pensai alla zia Clotilde e al suo piede; pensai a Lucien, che certo s'aggirava, frenetico e disperato, pei corridoi della stazione....

Invece no. Seppi poi che in quel frattempo egli (arrivato difatti col treno delle ventitrè) adesso saliva nella nebbia e nella neve da Montreux a Glion; saliva a piedi perchè a quell'ora non c'era più funicolare; e lo accompagnavano — fiutando l'articolo sensazionale — un redattore del Journal de Genève e due altri cronisti che i de Lussain avevano invitato per render conto della festa. La strada è lunga, ripida, scurissima; e i tre salivano cupi, tragici, gelati, sdrucciolando nella neve e nel fango, coi colletti rivoltati fino al naso.... salivano verso la dormente zia Clotilde per svegliarla di soprassalto e gettarla nel pànico e nella disperazione....

E il capostazione ed io, rinchiusi nella «toilette de luxe», ci guardavamo inebetiti ascoltando da lungi un suono festoso di campane....

Bérangère tacque.

— Ebbene? — chiesi io.

— Ebbene? — fece Bérangère, e colle dita irrequiete tornò a far saltare il topo rosso dall'una mano all'altra.

— Come andò a finire? Come passaste la notte?

— Ma, non so, — fece Bérangère; — faceva un gran freddo.... camminammo in su e in giù.... Poi ci parlammo. Io gli narrai di Lucien, ed egli mi parlò di suo padre, un vecchio dottore di La Chaux-de-Fonds e di una sorella «bionda come una lampada accesa». Mi piacque il paragone: e pensai, guardandolo, che anch'egli era biondo come una lampada accesa. Le sue chiome flave parevano mandar luce.

Poi parlammo di letteratura e di musica. Egli era stato in Ispagna e in Germania prima della guerra; aveva letto «Also sprach Zarathustra», e gli piacevano le sinfonie di Mahler.

Io gli recitai «À genoux, à genoux au milieu de la classe»; e poi egli, seduto sul lavabo, mi cantò dei brani d'opera.

Stava appunto cantandomi il Leitmotif delle Figlie del Reno, allorchè uno strepito alla porta ci fece voltare. Era la custode, esterrefatta, che dalla soglia ci contemplava.

Ma come! Erano già le sette del mattino?...

E di nuovo Bérangère tacque.

— Ebbene? — diss'io.

— Ebbene; quando, dopo aver calmato e consolato la zia Clotilde, mi presentai nel pomeriggio al Château-Mirval, la contessa mi accolse con gelida cortesia; disse che suo figlio era sofferente, ma che, probabilmente, quando stava meglio, mi avrebbe scritto....

Indi mi porse, con gesto regale, alcuni giornali: la Gazette de Lausanne, le Journal de Genève e La Suisse.

Il primo narrava in forma serio-comica «L'Avventura di una Fidanzata». Il secondo, più faceto, intitolava il suo articolo: «Fortunato Capostazione!». Il terzo, oh! il terzo!...

In cima alla colonna spiccavano a grandi caratteri queste parole: «IDILLIO DI NATALE IN UN....» .... e qui le due iniziali che sai!

Non ho più veduto Lucien.

.... Basta! Sono molto felice. La zia Clotilde mi regalò per le nozze una collana di perle di ottantasei gemme scelte; una meraviglia! Quanto alla Peugeot, non saprei cosa farmene. Capirai, abbiamo tutti i viaggi gratuiti!...

— E infine, — soggiunse Bérangère, disfacendo il topo e facendosi vento al viso roseo col fazzoletto rosso; — aspetto tra poco l'arrivo di qualcuno.... di qualcuno.... che forse sarà anche lui «biondo come una lampada accesa!».

III.
Tenebroso amore