Ceppo in famiglia.

«Ricòrdati che Ceppo si fa in famiglia» mi scriveva mia madre. «E dove mai si è più in famiglia che dal nonno?»

Mia madre ha sempre ragione; ma quel giorno l’aveva due volte. Sicuro, si è più in famiglia nella casa del nonno, quando ci sono intorno a lui le due generazioni, raccolte alla sua mensa. Ceppo è una gran gioia domestica, in cui si associano e si compenetrano due religioni; quella dell’acqua che ci ha battezzati, e quella del fuoco intorno a cui siamo cresciuti. Aggiungete che sotto Natale fa freddo, e quando fa freddo ci si stringe volentieri gli uni di costa agli altri, e volentieri ci si scalda a quel ceppo, che è simbolico quanto si vuole, ma che arde davvero; e si mangia di buon appetito a quella tavolata, dove si è tutti congiunti di sangue, e per un’ora, se Dio vuole, anche d’idee. Quello è il giorno che niente rimane sullo stomaco, neanche il panforte di Siena, e niente dà al capo, neanche la malvasìa di Sardegna.

La mensa del mio nonno materno era celebre per un certo vino del Sinai, dorato come il Cipro, ma anche più asciutto. Gliene ho assaggiato tanto, di quel vino! e non ho date le tavole della Legge sulle corna di nessuno. È vero, per altro, che non mi era mai stato affidato l’incarico di far sentire a nessuno che la legge è dura.

Ma per quella volta, ricevuta la lettera della mamma, non pensai punto al vino del Sinai. Mi si offerse in quella vece agli occhi della mente la vecchia casa del nonno, là sulla marina di Finale, tra la mole giallognola del palazzo Buraggi, che cresceva da levante, e lo smisurato masso ferrigno della Caprazoppa che cresceva da ponente, con la distesa del mare davanti, e con la riva sonante, dove io bambino avevo edificati tanti castelli, contornati di fosso, protetti da sproni, cavalieri e palizzate di ciottoli. Perchè io, grazie al cielo, non ho mai fatto castelli in aria, e sempre ho fabbricato sul sodo. Ma, ohimè, veniva la sera; il mare cresceva, e un maroso più lungo incominciava a seppellirmi la palizzata; un altro, anche più lungo, mi spazzava lo sprone; un terzo mi colmava il fosso; un quarto, più lungo di tutti, mi entrava dai merli, e mi mandava a casa mogio mogio come un pulcin bagnato.

Ed anche il viaggio a Finale, che gioia! Si partiva ogni anno due volte da Savona, con la vettura di Belloro (così chiamato, perchè il suo vero nome era Podestà, e nei nostri paesi non c’era caso che uno fosse chiamato col suo vero nome); si vedeva Zinola, colla sua esposizione di pentole al sole; Vado, coi suoi fortini e la sua rada sicura («statio bene fida carinis», dicevo già io, peccatore precoce di citazioni latine); Spotorno con le sue fornaci di calci e col suo parroco, che pretendeva essere stato là per rifugio il re dei Rutuli vinto da Enea, tanto che rimase alla terra il suo nome: «ultima spes Turni;» e davanti a Spotorno la verde isoletta di Bergeggi, con le rovine del famoso convento di Sant’Eugenio e col suo misterioso tumulo preromano sulla vetta; poi Noli turrita, davanti a cui si suol recitare un verso di Dante, e sulla cui spiaggia io ricorderò sempre di aver salvata la vita ad un pesce. Passavo un giorno di là, nella solita carrozza, mentre alla spiaggia si tiravan le reti. Smontai, curioso, per andare a vedere la pesca miracolosa. Furono magri affari, poichè in fondo alla rete non era rimasto altro che un pesce. Lo comperai. Era una triglia adolescente. «Va» le dissi, gettandola in acqua «cresci e moltiplica». Non so se abbia principio da quella mia liberalità l’abbondanza di pesce sulla spiaggia di Noli.

E poi, dopo Noli e il suo rosso promontorio, la penisola grigia di Varigotti, della rupestre Varigotti, che piace tanto a me, quanto spiacque a Rotari, e alla amministrazione delle strade ferrate italiane. Il primo la distrusse; e questa per molti anni non volle considerarla come rifabbricata. Poi Final Pia, con la sua valle di mandorli, che la fanno parere un paesaggio giapponese alla stagione dei fiori, e col suo bel ponte su cui si faceva la fiera, il giorno dell’Assunzione. Insomma, che dirvi di più? Tutte le gioie di tanti viaggi, concentrate in uno, che io avrei fatto, dopo molti anni d’assenza dalle rive beate della beatissima età. E lo avrei fatto come per l’addietro, quel viaggio, cioè a dire in carrozza; perchè in quell’anno, che fu il 1870, la strada ferrata da Genova a Ventimiglia non era compiuta, e giungeva solamente a Savona. Avrei sentito l’odore dell’argilla fresca sulla riva di Zinola; quello dei rami di pino davanti alle fornaci di Spotorno; quello delle alghe rigettate dal mare alla spiaggia di Varigotti; a farla breve, tutte le fragranze del buon tempo antico. E avrei sorriso per giunta davanti a quell’«Ultima necat» di una certa meridiana di Spotorno, che m’aveva dato tanto da pensare nel mio primo anno di latinità, volendo io tradurre da me, senza chiedere aiuto a nessuno.

Con queste promesse di gioia, partii la mattina istessa del Natale, da Genova, dopo aver dato licenza alla cuoca di andarsene per i fatti suoi. La brava donna mi aveva ringraziato, lieta di far Natale col suo maritino. «Benissimo!» le dissi. «Anche voi farete Ceppo in famiglia. Statemi allegra.»

E m’avviavo alla stazione, con una splendida aurora. Il cielo era di cobalto; l’aria niente fredda; pareva un bel mattino d’autunno. E a nessuno veniva la voglia di viaggiare, quel giorno! Ma già, si capiva, era Natale; e ognuno stava più volentieri a casa sua. Quelli che dovevano andarla a cercare per quella occasione solenne, già l’avevano trovata, essendo partiti la vigilia. Così avvenne che quella mattina, al primo treno, io non avessi altri compagni che cinque o sei viaggiatori di terza classe, due o tre di seconda, e nessuno di prima. Tanto meglio, infine! regnavo da solo nel mio scompartimento «per fumatori».

E non si partiva mai! Chi aspettavano ancora? Io, prima che il treno si movesse, avevo già letto i pochissimi giornali usciti quella mattina, pieni zeppi di fatti varii con tanto di barba, scarsi di notizie politiche e senza ombra di telegrammi. Nei giorni di festa, si sa, e nelle vigilie dei giorni solenni, non accade mai nulla nel mondo, o l’Agenzia Stefani non permette che accada. Finalmente il treno si mosse. E usciti di sotto alla tettoia, povero cobalto dei cieli! s’era fatto grigio; mistura di bianco e nero fumo, per mezzo a cui tremolava cadendo qualche fiocco di neve.

— Ah bene! — esclamai. — È natalizia in sommo grado, la neve; ben venga!

E venne, a mano a mano più fitta. A Sampierdarena i fiocchi apparivano più grossi; a Sestri non eran più fiocchi, ma falde, a Voltri, dov’è tanta fuliggine di camini per la frequenza degli opifici, non si vedeva altro che bianco; ad Arenzano, non so come, la neve mi entrava nella carrozza. L’ebbi per un miracolo, poichè i finestrini erano tutti chiusi, con quel tanto d’impenetrabilità che l’amministrazione delle strade ferrate assicura al suo materiale viaggiante. Miracolo, adunque, e miracolo noioso. Ma infine, ero solo, e potevo sedermi su d’uno dei bracciuoli di mezzo, poichè già dai due lati mi si erano formati dentro lo scompartimento due bei poggi di neve. Ridevo, alla stranezza del caso, e fumavo; fumavo, come un altro Mongibello, con la neve da’ piedi.

Di fuori non si vedeva una spanna più in là, tanta era la furia del nembo. Come si giunse a Savona, calai prontamente, e fuggii dalla stazione, senza fermarmi neanche a domandare per qual ragione mi fosse nevicato in carrozza. Arrivai sulla piazza del Fosso, come si diceva anticamente, con la neve a mezza gamba; e là, senza perder tempo a salutare il mio illustre concittadino Chiabrera, scolpito sul timpano del teatro che porta il suo nome, entrai nell’ufficio dei signori Botta e Passeggi, per ordinare una vettura. Niente vetture. — O come! — Scusi, ma è Natale. — Ebbene, non è dunque possibile viaggiare, nel dì di Natale? Se ci fossero degli ammalati, e il bisogno urgente di un medico? — Verissimo; e si potrebbe anche attaccare per lei, che non è medico; ma con questo tempo? Sarebbe da matti. — Mettete che io sia matto, e fate attaccare; a qualunque prezzo. Venti, vi bastano? — No. — Trenta.... quaranta.... sessanta? — No, neanche per cento. — Ah, per tutti i settecento.... settantasette mila diavoli! come si fa? —

Mi rivolsi ad un crocchio di vetturini, che stavano chiusi nei loro mantelli, su d’un portone, fumando la pipa e meditando sulla tristizia dei tempi. C’era tra essi il vecchio Piuma (così detto perchè veramente di cognome si chiamava Cerisola), il vecchio Piuma, amico mio, che m’aveva conosciuto bambino, e tante volte mi aveva portato, studentello in vacanza, da Genova a Savona, e viceversa. — O Piuma, gli dissi, se dura in cuor vostro una favilla dell’amor primiero, portatemi voi a far Ceppo in famiglia. Anche la mamma, per cui avete tanta divozione, ve ne sarà molto grata.

— Impossibile, — mi rispose. — Non vede che tempo? I cavalli non ce lo farebbero. E poi, dove s’andrebbe? Giù da una balza, di sicuro, a far Natale coi pesci. Una cosa posso fare, e la faccio di cuore.... invitandola a venire a far Ceppo da me. —

Ringraziai, non intenerito, e andai a rifugio sotto i portici della via Paleòcapa. Non mi piaceva restare sul Fosso, dove ero già la favola di tutti i vetturini. Ma là, sotto i portici, diventai presto la favola di cento amici d’infanzia. — Come tu qui, oggi? che buon vento? Ah sì, cattivo, non è vero? Poveraccio! e volevi andare a far Ceppo in famiglia? Abbi pazienza. Un’altra volta partirai la vigilia. Vieni da me, a far Natale. Da me! da me! Si vuol ridere! —

Ah, sì? ridere? niente affatto; riderete da soli. E liberatomi da tutti gli inviti, da tutte le canzonature, andai alla stazione, dove aspettai il treno delle quattro, che doveva riportarmi a Genova. Al nonno e alla mamma avevo mandato un telegramma, raccontando la mia disgrazia. Quello partiva, almeno; quello andava a far Ceppo in famiglia.

Alle quattro, santa puntualità, il treno si mosse. Anche quella volta fui solo. Il ritorno fu peggiore dell’andata. La neve continuava a penetrare nello scompartimento, e faceva i suoi mucchi; ma io non fumavo più, perchè avevo oramai consumata la provvista dei sigari; e i tabaccai di Savona, come quelli di ogni altra terra italiana, facevano Ceppo in famiglia; donde la necessità di tener chiuso l’appalto, più ermeticamente d’una carrozza di prima classe. Ah, il mio ritorno! Se io son pure arrivato a Genova, n’ho debito alla cortesia del tempo, che fece strada con me.

Giunsi intorno alle sei. E là, sul lenzuolo bianco della piazza Acquaverde, non c’era altri che Cristoforo Colombo, occupato con una mano a scoprire l’America, e coll’altra a reggere un’áncora. Non poteva, per conseguenza, indicarmi una vettura di piazza. Non ce n’erano, del resto; ed io, per la strada più corta, in un’ora di stenti inauditi, mi trascinai fino a casa, con la neve fin sopra al ginocchio.

Abitavo nella via di San Luca, figuratevi! Pure, poichè volere è potere, ci giunsi, e indovinai anche il portone, ma senza toccare la bella soglia di rosso antico, che due palmi di neve sottraevano alla vista e alla cupidigia degli inglesi. Gli inglesi, si sa, voglion comperare tutto a peso d’oro; e sono i ciceroni che lo affermano. E a Genova, tra le cose che gli inglesi vogliono sempre comperare a peso d’oro, ci sono i leoni dell’Università, il portale del palazzo di Andrea Doria in piazza di San Matteo, e la soglia del mio portone in via San Luca. Dico mio, così per dire; ma qui l’aggettivo non è, a rigor di termine, possessivo; non indica o piuttosto non indicava altro che l’uso, il diritto di passaggio.

Quando fui alle scale non ne potevo più dalla fatica, e fu miracolo davvero se mi arrampicai fino al terzo piano, dov’era il mio quartierino. E là, niente cuoca; niente cucina; niente sotto la mano, da mettere sotto il dente. La cuoca io l’avevo mandata a far Ceppo in famiglia; nè mai avevo posto piede in cucina, e non sapevo dove la brava donna tenesse in serbo la roba. Mi sarei contentato di così poco! Una crosta di pane, a quell’ora, mi sarebbe parsa la man di Dio.

Potevo escire, e andare alla ventura, o in qualche osteria, o da qualche famiglia d’amici. Ma con quel metro di neve! conciato com’era! e come mi avrebbe conciato dell’altro quella bianca poltiglia, se pure avessi avuta la forza di mutar abiti! E poi, non avrei fatto ridere a Genova, come avevo fatto ridere a Savona? Ceppo in famiglia! Sì, ancora una volta, Ceppo in famiglia. Dovevo starci, e ci stetti. E digiunai, per conseguenza.

Solo il mio spirito si era nutrito, quel giorno; solo il mio intelletto si era arricchito di una cognizione utile, raccolta dai frenatori, alla stazione di Genova. Quando nevica così fitto, non basta tener chiusi i finestrini; bisogna chiudere ancora gli sfiatatoi.

Ma tutto ciò non fece tacere gli stimoli di una fame da lupi. Ed anche ora, quando ci penso, quella fame io la vedo; e riconosco facilmente di non avere nessuna disposizione per seguire l’esempio del Succi.