Il primo errore.
Giunto dalla sua natale Germania a Parigi, e prendendo da viaggiatore coscienzioso a visitarne i monumenti, Enrico Heine non tralasciò di dare una capatina nei dintorni, fino alla celebre abbazia di San Dionigi. Colà, osservando il luogo dove il santo era stato decapitato, e meravigliandosi forte al racconto dello scaccino, che il santo sullodato avesse fatto ancora una ventina di passi dopo aver perduta la testa, si sentì soggiungere, quasi a spiegazione del miracolo: «Vous savez bien, monsieur, il n’y a que le premier pas qui coûte». Quello scaccino aveva ragione, ed io lo so per prova, che senza testa, o senza cervello, che negli effetti è tutt’uno, ho fatto il mio primo passo; donde avvenne che facessi poi tutti gli altri, ahimè, sulla via del Parnaso.
Avevo io otto anni? nove? dieci? Non so più bene. Potrei forse orientarmi chiedendo ai miei concittadini in che anno monsignore Riccardi di Netro fosse stato nominato vescovo di Savona e avesse fatta la sua visita pastorale per tutti i borghi della sua diocesi. E forse il saperlo mi gioverebbe poco, essendo anche possibile che il degno uomo fosse andato parecchie volte in volta, e più d’una, a buon conto, fino al monastero della Pace, sopra Albisola, dov’io ragazzo ebbi l’onore di avvicinarlo; e fu quello il giorno fatale del primo errore, del primo peccato letterario, che portò poi tutti gli altri,
onde sovente
Di me medesmo meco mi vergogno.
Mi confesserò di quel primo, e voi mi darete la penitenza; se pure non crederete che io n’abbia già fatte abbastanza. Ma raccontiamo con ordine, e premettiamo quanto è da premettere.
Il mio babbo era un gran filarmonico nel cospetto di Dio e degli uomini; tanto che, non contento di suonare per suo conto e diletto parecchi istrumenti, aveva formato un concerto musicale, e diciamo pure una banda, provvedendo del suo gli arnesi sonori alla più parte dei soci dilettanti. Io, naturalmente, partecipavo a tutte le comparse della Banda Nuova (era questo infatti il suo nome, per contrapposto alla Musica Vecchia), andavo a tutte le feste cittadine, a tutte le funzioni di chiesa, a tutte le sagre dei dintorni, a Lavagnola, a Zinola, ad Albisola, sempre affidato al braccio amico (vedete come mi fiorivano fin d’allora le rime) di Ninetto Cerisola. Il Ninetto, come più comunemente lo chiamavano, tralasciando il cognome, era un ometto (e dàlli con le rime!) piccoletto, ma forzuto e barbuto, che appunto per quella sua barba folta e nera, aveva meritato il posto di zappatore nelle gloriose legioni della guardia civica. Di professione era staderaio, cioè a dire fabbricava, vendeva, aggiustava bilance; a tempo avanzato suonava il trombone, quel bel trombone antico, senza chiavette, che dava le note secondo l’allungarsi e il raccorciarsi delle sue canne di ottone. Ricordo che il giorno della festa solenne al convento della Pace, dovendo suonare sull’orchestra della chiesa, io avevo trovato il modo di ficcare nel tronco interno di quelle canne mobili un turaccioletto di sughero; onde l’amico Ninetto, per soffiar che facesse, non riusciva a mandar fuori una nota. E non protestava neanche, il poverino; che anzi faceva le viste di non avvertire l’impedimento. S’era fatta, prima della Messa cantata, una colazione desinatoria; ed egli forse dubitava di aver alzato un po’ il gomito, di esser brillo, insomma, e di averne impacciate le labbra; cose che càpitano ai suonatori, che sono uomini come tutti gli altri del seme d’Adamo, e sanno che il buon vino non rispetta nessuno. Fors’anche, un po’ alticcio davvero, non aveva badato più che tanto se il suo trombone suonasse o non suonasse? Certo è che quando gli amici, avvisati della burla, gli fecero complimenti per la sua cavata, che quel giorno era stata magnifica, egli subito, con bella modestia, rannicchiando le labbra tra i peli della barba, rispose:
— Si fa quel che si può. —
Solo più tardi, levando dalla ritorta le canne dello strumento, ne visitò le due bocche.
— Ah birichino! Siete stato voi? — mi gridò, mentre si disponeva a levare da una di quelle il turacciolo traditore.
Ma egli mi voleva tanto bene, che quella mia burla atroce gli parve la trovata più bella e più spiritosa del mondo.
Monsignore aveva pontificato, e dopo il vespro era sceso in refettorio coi frati. La banda, allineata nel corridoio, aveva rallegrati i principii, la zuppa e credo anche il fritto, col coro dei «Lombardi» e con l’altro del «Nabucco», non dimenticando la preghiera dei «Foscari» per assòlo di trombone. Non c’era più turacciolo, e il Cerisola aveva fatto prodigi. Inorgoglito del suo trionfo, si era levato a più superbi voli; aveva intravveduto un’idea, l’aveva inseguita, afferrata al varco, e la presentava calda calda ai compagni.
— Non si può mica suonar sempre! — diss’egli. — Se alle frutta tutto il corpo filarmonico si presentasse in refettorio per cantare un complimento al vescovo?...
— Un complimento! — si gridò, colti all’impensata. — E cantarlo! Che cosa sarà?
— Un coro, un coro d’opera conosciuta, con parole adattate; — riprese il Cerisola.
— Allora ci vogliono i versi. E chi li fa i versi?
— Eh, se il signor Luigi volesse....
Così dicendo, il Cerisola s’era rivolto al mio babbo. Ma il mio babbo accoglieva la proposta con un’alzata di spalle, che mandava il Cerisola a farsi benedire. E il Cerisola, scambio di andarci, si rivolse a me, che gli stavo vicino.
— Li farete voi, allora; — soggiunse.
Ninetto Cerisola mi sapeva studioso, e mi credeva capace di tutto. Infatti, dopo il turacciolo!....
— E perchè no? — risposi. — Se mi date la musica....
Era fresca la memoria della «Lucia di Lammermoor», cantata al teatro Sacco, allora il primo di Savona, essendo anche l’unico. Un coretto del second’atto di quell’opera parve la man di Dio. Lo sapevano tutti a mente; e non domandava altro al poeta che una strofetta di quattro settenarii. Anch’io, per bacco baccone, mi sentivo capace di tutto. Cavai la matita, e sul primo pezzetto di carta che mi venne alle mani scrissi i miei versi, senza pur dimandare la necessaria ispirazione ad Apollo. Ninetto Cerisola li lesse, li trovò sublimi, e li portò a leggere al mio babbo, che fece un gesto di orrore, e poi, rivolgendosi a me, accennò con la palma levata la voglia imperiosa d’un solennissimo scapaccione. Ma egli era abbastanza lontano, ed io stetti a grinta dura, mentre Ninetto Cerisola, il primo e credo anche l’ultimo predicatore della mia gloria, rileggeva ad alta voce i maravigliosi miei versi al corpo filarmonico, che in atto di curiosità, gli si stringeva d’attorno.
«Salve, pastor Sabazio,
Nostro sostegno e onore;
I palpiti del core
Noi consacriamo a Te.»
Di peggiori non si poteva farne, lo riconosco: ma allora pensavo come Ninetto Cerisola; li trovavo anch’io maravigliosi, sublimi, specie rivestendoli già nella mia mente con le note del Donizetti. Erano, dopo tutto, cantabili a quel dio; e il Ninetto li attaccò bravamente con la sua vocina di tenore bari.... stonato. Il Forzani, il Ghisolfi, il Lanza, il Casella, il Bibolini, tutti insomma quanti erano i nostri filarmonici, si affrettarono a ricopiarli. Ed aiutavo anch’io (vedete degnazione d’autore!); sicchè in pochi minuti ne tirammo giù una ventina di copie. E quando si videro uscire dal refettorio gli avanzi dell’arrosto cogli avanzi dell’insalata, segno evidente che là dentro si passava alle frutta e al formaggio, fatta giungere discretamente all’orecchio del padre guardiano la voce che i suonatori della banda volevano cantare un complimento a Monsignore, si spalancarono i battenti dell’uscio, e la banda penetrò, fortunatamente inerme, nella sala dei banchettanti; ma ognuno degl’irrompenti avea tra mani spiegato il suo pezzetto di carta, da farli parer tutti camerieri che portassero il conto. Al rumore di quella entrata improvvisa, Monsignore alzò la sua bella faccia petrarchesca, che m’è rimasta impressa nella memoria, tanto che mi pare di averla sempre negli occhi. Ci fu un momento di silenzio: i filarmonici si erano messi in fila. Poi, apriti cielo, venti bocche si schiusero ad un cenno, e fu un grido allora, un urlo solo:
«Salve, pastor Sabazio,
Nostro sostegno....»
e il resto, che per amore di brevità si omette, ma che laggiù, in quell’ora solenne, fu cantato a squarciagola, bissato, rinterzato, se ben ricordo, senza richiesta, ma non senza una benevola rassegnazione dei commensali assordati. Qualcuno, di certo, si sarà doluto in cuor suo; ma, da buon cristiano, n’avrà fatto, come si usa di tutti i dolori, un’offerta al Dio degli afflitti.
Monsignore di Netro non aveva da liberarsi in quel modo da nessuna afflizione. Appariva dolcemente commosso da quella dimostrazione, tanto più affettuosa quanto più rumorosa. Certamente per modestia s’era fatto rosso in volto come una fravola montanina, e tratto tratto dondolava il capo, così in atto di ringraziare, come di nascondere la sua confusione. Finito il canto, lodò con belle parole i cantori del cortese pensiero che li aveva mossi; ma voleva anche lodare il poeta, e per lodarlo, per ringraziarlo particolarmente, gli bisognava conoscerlo. Io, veramente, non avevo preveduto quel desiderio episcopale. Ero così lontano dal credere che in quella dimostrazione canora ci potessi entrar io per qualche verso, che non avevo dubitato di ficcarmi ancor io tra i cantori, prendendo sbadatamente il mio posto in fila, tra il Ninetto, ch’era un cosettino tant’alto, e il Casella, che era un mezzo gigante. Il Casella, per l’appunto, sentito il desiderio di Monsignore, mi afferrò amorevolmente pel colletto, e mi cacciò avanti, dicendo:
— Signor vescovo, eccolo qui il poeta.
Monsignore sorrise al «signor vescovo» e poi volle veder da vicino il poeta. Non c’era più modo di scapolarla: ci andai, come la biscia all’incanto: ci andai, confuso e tremante, girando dietro a dieci o dodici schiene. Alla sinistra del vescovo una sedia si trasse un pochettino da lato, tanto che v’ebbi un po’ di spazio per accostarmi al mio «pastor Sabazio» e per baciargli l’anello pastorale, che s’era benignamente sollevato all’altezza delle mie labbra. Beata età, che la bocca dell’uomo può ancora esser fatta per baciare anelli di vescovi e destre di nonni!
Ma il mio «pastor Sabazio» voleva anche discorrere, sapere dei miei studi, della classe, del collegio, dei maestri, dei libri prediletti, perfino della via che mi proponevo di scegliere quando fossi entrato nel mondo.
— Studia sempre, ragazzo; questo serve per ogni via; — mi disse, quando gli ebbi tra male e peggio barbugliate quattro o cinque risposte. — E dimmi, intanto, sai già bene il latino?
— Sì, Monsignore, un poco; — risposi a faccia fresca.
Infatti, perchè no? Ero già uscito dai latinucci, sfranchito dalle concordanze, e poteva parermi che non ci fosse più altro da spartire tra me e la difficoltà della lingua di Cesare.
— Bene; — ripigliò Monsignore; — conoscerai dunque il proverbio: «Carmina non dant panem....»
— «Sed aliquando famem;» — soggiunsi io inanimito, compiendo il pentametro.
— Lo sai tutto? Me ne compiaccio. Ma sappi ancora, che quel proverbio è falso; ed io mi sento di fartene la dimostrazione. —
Così dicendo, il mio bel Petrarca in mezzetta si levò da sedere, prese un coltello, stese la sua bella mano bianca e morbida verso una gran torta dolce che stava davanti a lui, ancora intatta, nel mezzo della tavola; e colla punta del coltello ne tagliò a fondo il cuore, che portava il suo nome in lettere di rilievo e di zucchero. Ciò fatto, ficcò sotto quel rocchio la punta del coltello, e d’un colpo lo fece balzare nel suo piatto, che con l’altra mano era stato pronto ad accostare.
— Vedi? — riprese allora, porgendomi il piatto. — I carmi dan pane; ed è pan di Spagna, salvo errore, o qualche cosa di simile. —
Poi, col rovescio della mano, anzi diciamo col sommo delle dita affusolate, mi diede un colpettino sulle guance. Era il commiato; ed io, fatto un mezzo inchino, mi affrettai a prendere il largo. Cioè, dico male; non potei affrettarmi, poichè ero allo stretto, fra la parete e quella fila di sedie, che s’erano tutte un po’ mosse, per dar modo ai sacri commensali di voltarsi sul fianco e di farmi anch’essi il loro complimento. Il padre guardiano, prima di tutto, m’aveva fatto un sorriso di vecchio conoscente; ed io lo sentii, mentre uscivo dalla stretta, che diceva a Monsignore com’io fossi stato a balia poco distante di là. Insomma, un primo trionfo, un trionfo inaudito; ed io non ne portai le spoglie opime a Giove Feretrio, perchè facevo conto di sgranocchiarmele, appena fossi giunto nel corridoio.
Il mio babbo era là, non troppo scontento, a dir vero, ma ancora un po’ buzzo, come fa il tempo quando non vuol mettersi d’un tratto al sereno.
— È dolce il primo pane che guadagni coi versi; — mi diss’egli, con accento canzonatorio. — Ma non t’ingannare; potrebbe anco esser l’ultimo. —
Io non volevo scapaccioni, cose che in verità non sarebbero state da trionfatori. Chinai il capo sotto la ràffica, e scappai all’aperto col mio buon rocchio di pan di Spagna. Laggiù, mentre lo sgretolavo allegramente, mi venivano certi pensieri di gloria, che me lo facevano parere anche più dolce. «Per una strofetta di quattro settenarii!» dicevo tra me. «Che sarà mai quando farò i quattordici endecasillabi d’un sonetto? o le sei stanze, le otto, le dieci d’una canzone?»
Sonetto e canzone mi ronzarono nel cervello un bel pezzo; ed anche mi provai quell’anno a farne su parecchi argomenti; ma mi riuscivano troppo difficili per la giusta collocazione delle rime. Quanto ai versi, niente paura; ne avevo le sillabe sulla punta delle dita, dove potevo contarle nei casi dubbi; e già avevo messa in endecasillabi sciolti l’Epitome della Storia Sacra. Ne ricordo un verso per l’appunto:
Qui venne a morte Giosìa il gran rege;
un verso cane, anzi un verso da cani, che meritava d’esser legato. Infatti lo sciolto era ancora un osso duro per me. Ma dal giorno del pan di Spagna in poi, quanto durarono i miei studi classici alle Scuole Pie di Savona, feci versi a tutto spiano, di tutte le misure, ogni giorno. Mi fortificavano nel proposito le cortesie episcopali, che non s’erano mica fermate a quella vistosa rotella di torta dolce. Figuratevi che una volta per settimana, e magari due volte, mentre io giuocavo alla palla, e mi era stadio la piazzetta del Vescovato, capitava il buon Tommaso, il vecchio servitore di Sua Eccellenza (mi par di vederlo ancora, con le sue brache corte, le calze nere, le fibbie d’argento alle scarpe e la sua smilza faccia incartapecorita sotto i ciuffetti della parrucca biondiccia), e passandomi rasente mi faceva scivolare tra le mani una palla, spesso nuova, fiammante, ora di cuoio d’una tinta, ora a spicchi di pelle variamente colorata. Monsignore non le faceva fare a bella posta per me, intendiamoci bene. Erano palle sperse, che da una parte o dall’altra, ma più frequentemente dalle spalle del Duomo, in certe volate di giuocatori mal destri, andavano a cascare entro i giardini dell’episcopio. Rimaste là senza padrone, era giusto che si regalassero a me, dopo la scena della Pace. Ma quei regali, che mi riempivano il cuore d’allegrezza, mi procacciarono invidie non poche; ed ebbi allora i miei primi Zoili, e Mevii e Bavii «sine fine dicentes». Nè voglio tacere un’altra cortesia di Monsignore, che quante volte, uscendo a passeggio, m’incontrava per via coi miei libri ad armacollo, mi fermava amabilmente per domandarmi notizia delle mie «dotte fatiche» e con un «da bravo, continua a studiare,» mi dava il piacevol commiato del suo colpettino sulla guancia; specie di cresima transitoria, che non aveva più da imprimer carattere, ma che valeva a confermarmi la sua benevolenza.
Povero mio «pastor Sabazio!» Egli era certamente animato da una buona intenzione, usando cortesia al suo piccolo poeta. Ma se io non mi fossi inuzzolito per quel troppo dolce premio al primo saggio della mia Musa in fasce, tutt’altri guai non sarebbero mica avvenuti; il babbo m’avrebbe avviato al commercio, e magari ci sarei diventato milionario. Dicono che sia così facile! E onestamente, badate, onestissimamente. Si comincia a trafficare; si tiara avanti un bel poco; poi si fallisce, offrendo ai creditori l’ottanta per cento. Abboccano tutti, e promettono a sè medesimi, tanta è la loro maraviglia, di farvi fido per un’altra volta. Voi ripetete il giuoco, s’intende; lo ripetete magari una diecina di volte, sempre col medesimo frutto, del venti per cento in tasca. «Poveraccio!» gridano a gara; «è disgraziato, ma galantuomo. Che si canzona? l’ottanta per cento! chi è che lo dà più, a questi lumi di luna?»
Il mio racconto ha un’altra morale; ed è questa. Ragazzi, studiate, se vi pare; lo studio ha qualche utilità nella vita, e non bisogna poi fidarsi tanto di certi esempi fortunati. L’essenziale è che studiando non vi pigli la manìa di far versi. Guardatevi bene dal primo errore; si sa come si comincia e non si sa.... Cioè, mi spiego, si sa pur troppo dove si vada a finire.