La mia presa di Peschiera.

La mattina del 5 giugno 1848 uscivo di casa coi miei libri e quaderni sotto il braccio, ma non per andare alla scuola. C’era tempo, per questo, ed io volevo dar prima una capatina sul Fosso. Si chiamava a Savona con questo nome una spianata fuor delle mura, non ancora intieramente abbattute, davanti alla porta di San Giovanni: più tardi, fabbricatovi il teatro Chiabrera, si chiamò piazza del Teatro: da ultimo, per essere smontato un giorno il generale Garibaldi ad alloggio nell’albergo Svizzero che la fiancheggia da tramontana, si chiamò piazza Garibaldi. Sul Fosso facevano capo le tre vie nazionali, di Torino, di Nizza e di Genova; sul Fosso venivano per conseguenza a fermarsi le diligenze, e tutte le vetture da nolo; veicolo d’ogni forma, cavalli d’ogni pelo, ed anche senza pelo, vetturini d’ogni risma, tafani, mosche d’ogni razza, concorrevano a dargli anima e vita. Con le vetture capitavano sempre forestieri, e notizie del mondo circostante: quell’anno, poi, fioccavano le novità, e il Fosso ne era diventato quasi una fiera. La politica primeggiava; anzi, diciamo pure che era tutta politica. E il fiore delle notizie ci veniva da Genova, a cui si era più vicini, con cui erano più frequenti gli scambi.

Tre, quattro volte al giorno, come mi permettevano le ore di scuola, io solevo capitare sul Fosso, in busca di novità; ed anche sul porto, alla calata della Marinella, quando era avvistato il «Giulio II», vaporino a ruote, che faceva ogni giorno il suo viaggio da Savona a Genova, e da Genova a Savona. Povero «Giulio II», piccolo pontefice messaggero, che teneva la nostra quieta città, sua terra natale, in comunione di pensieri col maggior centro dell’agitazione ligustica! Non si rideva ancora, a vedere quel guscio di noce, che giungeva ansando, sbuffando e sparnazzando l’acqua salsa con le sue pale rosse, in tre ore di tragitto, spesso perdendo la scommessa con certi diavoli di calessini, partiti da Genova, e dalla piazza dell’Annunziata, nella stessa ora ch’egli sferrava dal porto della città sullodata.

Quella mattina, giungevo in buon punto sul Fosso, mentre di sotto alla galleria sbucava un calesse, venuto a furia da Genova, col vetturino a cassetta, che seguitava a frustare senza misericordia i cavalli, e gridava come un ossesso, agitando certi foglietti spiegazzati con la stessa mano che teneva la frusta. Bollettini del campo! bollettini del campo! Io conoscevo il vetturino; egli conosceva me, per ragione del mio babbo, che spesso si serviva del suo trespolo; ebbi perciò facilmente uno di quei bollettini, e senza costo di spesa. Lo lessi, o per dir meglio lo divorai; e via di corsa alla mia volta, per il viale della Passeggiata, fino a piazza Castello, dove, in fondo ad una lunga piantata di acacie, sorgeva il collegio delle Scuole Pie. Volevo essere il primo a portare la grande notizia: non alla scuola, per altro; ai compagni, che in quell’ora si trovavano ancora di fuori, giuocando alle palline, alle piastrelle, ai puntoni, in attesa del sero. Il sero, chi nol sapesse, era lo spazio di tempo, mezz’ora all’incirca, tra le due scampanate che ci chiamavano a scuola. Suonava la prima, ed eravamo tutti nei pressi del collegio, a giuocare, a saltare, a rincorrerci: suonava la seconda, segnando l’estremo limite della tolleranza magistrale, e tutti, lasciati i giuochi in tronco, levati i nostri libri di sopra il parapetto, di sopra i piuoli e i sedili della passeggiata, correvamo allo studio.

Quell’anno io facevo grammatica. Per grammatica, intendete la latina. Le scuole d’allora non conoscevano la divisione odierna di ginnasio e liceo: dalle classi elementari si passava il primo anno in lingua italiana, e il secondo in prima grammatica latina, detta comunemente grammatichetta, dove c’insegnavano gli elementi del latino e ci facevano tradurre l’«Epitome Historiae Sacrae, auctore Lhomond». Seguiva l’anno della seconda grammatica, detta grammatica senz’altro, in forma antonomastica, dove, fortificandoci nelle regole, incominciavamo a battagliane col «De Viris illustribus» e finivamo misurandoci con Cornelio Nipote. Poi c’erano i due anni di umanità, minore e maggiore, dove si attaccava Ovidio e qualche poeta italiano; quegli e questi servivano per addestrarci al magistero del distico latino e della strofa italiana. Il doppio esercizio si faceva coi «versi rotti» che parevano prosa, e che noi dovevamo ricostruire, in latino secondo le leggi della prosodia, in italiano secondo quelle del ritmo. In umanità non erano d’obbligo i due anni; si poteva saltarne uno, mostrando di avere approfittato abbastanza nel primo, entrando a fin d’anno in gara cogli alunni del secondo e superando com’essi l’esame. Erano invece obbligatorii i due anni di rettorica, dove tra parecchi poeti e prosatori latini, Virgilio, Cicerone, Orazio, Giulio Cesare e Tacito, tra parecchi poeti e prosatori italiani, Dante e Dino Compagni, l’Ariosto e il Machiavelli, il Tasso, l’Alfieri, il Monti, il Leopardi, si diventava poeti e prosatori per nostro conto, più o meno terribili. L’uso delle lezioni libere, cioè dei passi recitati a memoria, ma scelti da noi, ci portava a conoscere assai più autori che non richiedesse l’insegnamento; e noi a questo modo ci prendevamo anche una satolla di scrittori moderni, anche viventi. L’altro uso dei lavori liberi, cioè di soggetto a scelta nostra, senza pregiudizio dei soliti temi di scuola, esercitava la vena dei più valenti. Lo spirito di emulazione era anche più esaltato dalle «provoche», sfide e giostre poetiche, italiane e latine. Di queste se ne facevano quante si voleva; bastando che uno si levasse a provocare in nome della sua banda la banda avversaria, perchè s’interrompesse la lezione, il maestro dettasse un tema, e tutti ci mettessimo all’opera per guadagnare il maggior numero di punti alla nostra banda e a noi stessi. Venivano ultimi due anni di filosofia; nei quali si imparava algebra, geometria piana, qualche po’ di fisica, logica, etica, e metafisica per giunta alla derrata.

Sento il bisogno di dire che storia e geografia, convenientemente graduate, accompagnavano tutte le classi. E sento anche quello di soggiungere che di aritmetica, fondamento e istradamento all’algebra, ci davano lezioni in rettorica. Se vi parrà che per l’aritmetica fosse un po’ tardi, pensate che eravamo almeno più maturi per la soluzione di tanti problemi complicati, che oggi ammazzano i cervellini neonati delle classi elementari; pensate inoltre che tutti i vecchi finanzieri d’Italia hanno studiata l’aritmetica come noi, non apparendo alla prova più ignoranti dei nuovi. Quanto allo studio della fisica, certamente era ristretto a quel modo; e questo per difetto di strumenti da ciò; ma si sarebbe potuto rimediare. A buon conto non avevamo la storia naturale, che imparare a fondo nei licei non si può, e imparare per iscarsi elementi non giova. Nè c’era la geometria solida a far girare la testa dei futuri medici, avvocati, procuratori e notai; non c’era il metodo euclidèo per funestare le anime adolescenti, rallegrando i traduttori del famoso maestro di Tolomeo Filadelfo e i rispettivi editori; a benefizio dei quali, oramai, sembrano fatte le scuole del «bello italo regno». Per contro, e in rettorica, tra una lezione e l’altra, il maestro c’insegnava il greco; studio libero, che non portava obbligo d’esame, ma a cui per emulazione attendevamo tutti, e non c’era caso che uno mancasse. Dio benedica quelle scuole classiche, di cui oggi si dice tanto male, ed anche quei programmi, che nessuno oggi ricorda. Erano scuole classiche, e la cultura classica ci aveva il sopravvento. Se ne usciva sapendo il greco quanto ora, cioè poco, ma quel poco non inutile ora nè allora; di latino e d’italiano s’imparava assai più che non si faccia adesso, e per usarne largamente, così in verso come in prosa. Dell’uno e dell’altro si saprà certamente un po’ meglio, e non sarà più il caso di annuali piagnistei sullo studio insufficiente della lingua patria, quando si sfolleranno davvero i nostri licei, non già del latino e del greco, o solamente di questo, ma di tutta la congerie di studi particolari, farraginosamente e perciò scarsamente scientifici, onde sono ingombrati gli orarii e aggravati i cervelli. Perchè le scabrosità della brattea e le finezze della stipula, gli arcani del pòlline e i misteri delle generazioni alternanti non si mandano al luogo loro, nei primi corsi di medicina e di scienze naturali? Perchè le bellezze delle figure piane, delle proporzioni e delle loro mirabili proprietà, non si rimandano, insieme con le quantità incommensurabili e col metodo di esaustione, ai primi corsi di matematiche, dove hanno a cavarne profitto i futuri ingegneri? Ci vuol coraggio, capisco, molto coraggio; e nessuno l’avrà. Ma allora, non ci lagniamo di quel che avviene; e sullo scadimento della cultura letteraria, in Italia, si lascino piangere i coccodrilli, in Egitto.

Dove mi ha condotto il tema delle scuole! Ma che farci? questo è un cavallo, che appena inforcato vi piglia la mano e vi porta dove vuol lui. Per fortuna, si è stancato, si rifà maneggevole, e mi riconduce al mio ’48. Ero in grammatica, vi ho detto; abbastanza avanti, per gli anni che avevo. E già facevo assai volentieri il chiasso per le strade, partecipando a tutte le dimostrazioni di piazza, che veramente erano all’ordine del giorno, e perfino a quel della notte. Si gridava abbasso i Gesuiti; si correva per la città «con l’azzurra coccarda sul petto, con italici palpiti in core» e con tutti gl’inni di quel tempo sulle labbra; a lume di fiaccole si andava attorno con musiche, portando in processione grand’uomini litografati, e principi riformatori di gesso. Giornali se ne avevano pochi; io, poi, a quell’età, non ne leggevo affatto. Non c’era il telegrafo elettrico, e le notizie venivano sempre con un po’ di ritardo, ordinariamente in certi bollettini, foglietti volanti stampati a Genova, ed oramai quotidiani, che per lo più sentivamo leggere ad alta voce in piazza Colombo, da qualche negoziante, armatore o spedizioniere infervorato, ritto in piedi su d’una seggiola, per dominare le turbe. Momenti solenni! rivedo i noti aspetti; sento ancora le voci.

Ma quella mattina.... quella mattina ero io il portatore della lieta novella; quella mattina lo avrei letto io il bollettino. I compagni, non sapendo nulla, non indovinando le grandi cose che m’infiammavano il viso, credettero che io venissi a loro con tanta furia per fare ai puntoni. Quello era il mio giuoco prediletto: anche oggi, quando vedo fare ai puntoni, dovunque io sia, qualunque cura mi frastorni, mi fermo a guardare. Sapete come si fa? Ci vuole anzitutto una coppia di ragazzi: uno sotto, per far da cavallo, l’altro sopra, per far da cavaliere, coi ginocchi nei fianchi al compagno. Quello di sotto stende le braccia avanti ed incrocicchia le dita; quello di sopra fa altrettanto, ma calzando delle sue braccia e delle sue mani incrocicchiate le braccia e le mani del compagno. Il puntone è fatto; il cavallo si muove, carico di quel peso, e con la forza che gli viene dal peso cresciuto si avventa sopra un’altra coppia, egualmente formata a puntone. Di queste coppie in battaglia ce ne possono esser molte, tutte libere di colpir dove vogliono, ed esposte ad esser colpite d’ogni banda. È battaglia sparsa, come di navi che vengano ai cozzi, ed una di loro riesca a mandarne sotto parecchie, magari tutte, se forza, destrezza e fortuna l’aiutano.

Bella cosa, i puntoni, non è vero? Ma che puntoni, quel giorno? C’era ben altro in aria. Bollettini del campo! bollettini del campo! I nostri.... i nostri soldati avevano.... avevano presa Peschiera.

E lì, col rantolo in gola, con la voce soffocata dalla commozione, leggevo il famoso bollettino che m’aveva fatto correr tanto, dalla piazza del Fosso a quella del Castello.

— «Milano, 2 giugno, mezzodì. Il giorno 30, alle ore 11 di notte Peschiera capitolò. Conchiusi i patti, entrarono nel forte per la porta di Verona parecchi ufficiali italiani, con una compagnia di artiglieri, una di bersaglieri, ed una del 13.º di Pinerolo. Sul far del giorno del 31, al suono dell’inno nazionale, ci entrarono, tutto il suddetto reggimento ed il corpo Parmense. Al mezzodì gli Austriaci, difilando innanzi ai nostri lungo la caserma, uscirono da porta di Brescia con le loro armi, le quali deposero poi e cessero in mano dei Piemontesi sul ciglio della ripa, alla presenza del Duca di Genova, di un eletto stato maggiore e del 14.º reggimento. I soli ufficiali ebbero licenza di conservare la spada. La guarnigione uscita, composta di 1600 Croati, continuò sotto buona scorta la via per Desenzano e giunse ieri a Brescia. I nostri rinvennero nel forte gran quantità di materiale da guerra, palle da cannone ammucchiate, bombe, mortai d’ogni calibro. Le cose nell’interno presentano uno spettacolo di rovina. Il nemico volle resistere fino all’estremo, ed aveva consunto quasi del tutto le provvigioni. Ogni cannoniere era costretto al servizio di due cannoni: guasti i mulini, s’adopravano macine a mano: si erano mangiati pressochè tutti i cavalli: non c’era più sale, e si faceva uso di salnitro: i soldati mettevano a ruba le case, che le bombe del nemico incendiavano.... La resa di Peschiera e la vittoria, o piuttosto le tre vittorie degli ultimi dì di maggio, sembrano far sicura la riuscita della guerra dell’indipendenza. —

Semplice il racconto, senza inutili vanti la chiusa. Il bollettino era del Governo provvisorio della Lombardia: estensore, per incarico del segretario generale, era Giulio Carcano, segretario, il cui nome si leggeva stampato in fondo alla pagina.

La mia lettura aveva sortito un effetto maraviglioso. Tutti s’affollavano intorno a me, pendendo dalle mie labbra, fremendo, giubilando, gridando evviva; tanto che per un momento credetti di aver preso io Peschiera, io in persona, non il Duca di Genova. Anch’io, del resto, avevo toccato l’apice della gloria, leggendo un bollettino alle turbe, come facevano ogni giorno i pezzi grossi di piazza Colombo. Ah, la gioia di un popolo, come è bella, come è dolce, quando è destata e nutrita dalle vostre parole! Ma la gioia d’un popolo si suol dimostrare con qualche novità. Che cosa avremmo fatto noi, popolo minuscolo delle classi di grammatichetta, di grammatica, di umanità e di rettorica?

Passavano i filosofi, così detti perchè erano gli alunni della classe di filosofia, perchè stavano da soli, oramai, non prendendo parte ai nostri giuochi, e ragionando sempre tra loro di Gioberti e di Rosmini. Quella volta, vedendo la calca dei compagni minori, anche i filosofi dovettero accostarsi, obbedendo ad un sentimento di curiosità naturale ed umana; accostatisi, dovettero anche sentire di che si trattava, e partecipare alla nostra allegrezza. Ma quando io ebbi finito di leggere, niente li trattenne più nel consorzio dei «piccoli». Si allontanarono, dunque; ma io potei sentire uno di loro, che diceva ai suoi compagni di Peripàto:

— Con una notizia simile, bisognerebbe far vacanza, quest’oggi. —

Non aveva detto a sordo. Fatto mio il pensiero del peripatetico, mi volsi conchiudendo ai compagni:

— Si fa vacanza? —

L’idea era nuova, e strana, come tutte le idee nuove.

— Perchè? — mi chiese uno di loro.

— Perchè? me lo domandate? Siamo entrati in Peschiera. È una gran vittoria degli Italiani. Chi siamo noi? non forse Italiani? «Res nostra agitur». Come staremmo noi in iscuola, quest’oggi, se già non possiamo più star nella pelle?

— Dici bene, dici bene. Ma come la vedrà il padre Escrìu?

— Oh bella, come noi. È spagnuolo; ma vive da tanti anni in Italia. Gli si dice la cosa, e non potrà far altro che approvarci.

— Ti senti di parlargliene tu?

— Sicuramente; — gridai, parendomi lì per lì la cosa più naturale del mondo.

La turba si mosse, acclamando; ed io alla sua testa, che parevo un colonnello in piazza d’armi. Si andava verso il collegio. Ma giunto all’ingresso, e nell’atto di montare i tre scalini di marmo del portone, incominciavo a non essere tanto sicuro del fatto mio. Posto il piede nel corridoio delle scuole, mi trovai anche solo, o quasi. I miei compagni si fermavano fuori, aspettando l’esito dei negoziati. Ma che paura avevano? Il padre Escrìu era un brav’uomo, finalmente. Sapeva bene il latino, e ce lo insegnava bene. Con un metodo severo, per altro! Quando si fallava la desinenza di un caso, o la concordanza di un adiettivo col suo sostantivo, faceva certi occhiacci! Nè sempre si contentava di far gli occhiacci; specie quando non si sapeva la lezione, o si faceva qualche grosso solecismo, lasciava correre anche scappellotti. Non ne abusava, no; bisognava avergli fatto scappar la pazienza. Ma qualche volta gli era scappata, e i ricordi ne duravano in classe.

Ci pensai ancor io, inoltrandomi nel corridoio. E rammentai che proprio allora avevo un grave torto agli occhi del maestro. Il padre Escrìu aveva portata nella sua scuola una gran novità, che prima di lui si usava soltanto nelle scuole dei Gesuiti. Da noi la classe si divideva in due bande: ogni alunno, guadagnando punti, o perdendoli, guadagnava o perdeva per sè e per la banda a cui era ascritto. Il padre Escrìu aveva aggiunta la novità di dare un nome alle bande: da una parte si era Romani, e Cartaginesi dall’altra. Mercè questa trovata, non so come, certo senza merito mio, avevo conseguita la dignità d’Imperatore Romano. Se poi alla mia effigie non si coniarono monete, incolpatene i tempi grossi, e la brevità del mio regno. Un giorno, di fatti, per una mia marachella (non la ricordo più bene; mi pare si trattasse di ciliege che io mangiavo sul mio trono, facendone tra il pollice e l’indice schizzare i noccioli su teste di amici e nemici) il padre Escrìu mi degradò issofatto da Imperator dei Romani, mandandomi per gran degnazione legato dei Cartaginesi. Immaginate il mio dolore, e l’ira dei Romani, che perdevano un campione per le battaglie dei punti, e l’odio dei Cartaginesi, che alle future vittorie non pensavano ancora, ma sentivano la presente vergogna dell’esser considerati come una compagnia di disciplina. E le ciliege erano ancor troppo fresche: non era ancor venuta per me l’occasione di riconquistare il mio seggio in Roma: alla presa di Peschiera io ero ancora Cartaginese; e non Suffèta, che era il primo grado; legato, semplicemente legato.

Come si fa? pensavo tra me, inoltrandomi nel gran corridoio. Come si fa, a persuadere il padre Escrìu di questa vacanza in lunedì? Pensando, mi veniva meno il coraggio; ma anche mi veniva incontro, col suo passo risoluto, il padre prefetto. Un lampo balenò allora alla mia mente; e quel lampo era un’idea.

— Padre, — gli dissi, avanzandomi, — padre prefetto....

— Ebbene? Che cosa vuoi tu?

— Peschiera.... — risposi, con la mia voce soffocata dalla commozione; — Peschiera è in mano dei nostri.

— Ah! — gridò egli fermandosi e facendosi rosso in volto come un rosolaccio dei campi. — Come lo sai?

— Qui.... qui.... il bollettino; legga. —

Il padre prefetto me lo aveva già strappato di mano. Leggeva, e gli sfavillavano gli occhi; leggeva a mezza voce, profondamente commosso, balbettando. Con lui mi venne il coraggio che temevo di non aver più col padre maestro.

— E noi, padre, per questa vittoria, vogliamo prender parte alla dimostrazione che si farà in piazza di Càneva.... —

Si chiamava solamente di Càneva, cioè della Canapa, la piazza Colombo, in vicinanza del porto, dove erano a quel tempo i banchi degli spedizionieri, degli armatori, dei cambiavalute, ma dove probabilmente in un tempo anteriore erano state botteghe di canapini, venditori di tela di canapa per le vele dei bastimenti.

— Sì, — proseguivo, pigliando la rincorsa, mentre egli continuava a leggere rottamente. — sarà una dimostrazione di tutta la città. Che entusiasmo vuol essere! Faremo vacanza, non le pare? La notizia è troppo bella.... importante.... strepitosa....

— Strepitosa davvero; — rispose il padre prefetto. — Mi lasci il tuo bollettino, che lo faccio leggere ai Padri?

— Sì, lo tenga, lo tenga; io lo so già tutto a memoria. —

Era dunque il permesso di far vacanza. Non lo dava il maestro di grammatica, veramente: lo dava il prefetto, «studiorum praefectus», che aveva per le scuole un’autorità superiore, e che a buon conto poteva conceder vacanza, non ad una sola classe, ma a tutte. Forte di questa argomentazione interiore, salutai il frate e corsi a gambe levate verso l’ingresso.

I compagni mi aspettavano là, parte sulla gradinata, parte in istrada, come in agguato.

— Vacanza! — gridai.

Vacanza! vacanza! risposero venti o trenta voci. Vacanza! vacanza! echeggiarono quaranta o cinquanta, di scolari e scolaretti accorrenti. E via tutti, allegra torma di pecchie quando prendono a sciamare; via tutti, verso la piazza, raccogliendo per cammino i più tardi, informando della vittoria dei nostri soldati, e della nostra ad un tempo. Peschiera vinta! Peschiera italiana, finalmente! Che bella cosa, che grande notizia, da far ribollire il sangue nelle vene! Così riscaldati, esaltati, pazzi dalla gioia, avevamo intuonata la canzone del tempo:

Sorgete Italiani

A vita novella;

D’Alberto la stella

Risplende nel ciel.

La prima idea era d’incominciarla noi, la dimostrazione, voltando a sinistra verso il Molo, e andando per le calate del porto fino a piazza di Càneva. Ma io ebbi il torto di lasciarmi tirare a destra, sulla passeggiata, per giuocare da capo ai puntoni. Prevalevano gl’istinti guerrieri, quel giorno. E poi, stanchi di fare ai puntoni, accettammo l’idea di andare nei fossi della Fortezza, per giuocare a rimpiattino, alla barra, al tabarro. Eravamo nel più bello delle nostre prodezze, quando fu dato il segno d’allarme. Lassù, dall’orlo dello spalto, si affacciava il cappello del padre prefetto; solita e molesta apparizione per tutti coloro che avevano salata la scuola.

— Che cosa vuole, il padre prefetto, quest’oggi? — domandarono a me i compagni di giuoco. — Non glielo avevi detto tu, che si faceva vacanza?

— Gliel ho detto, sì.

— E allora perchè vien qua, minacciando con la mano? Senti, ci chiama anche.

— Ma.... che ne so io?

— Avrà cambiato opinione; — disse un altro.

L’idea di ribellarci fuggendo, non venne a nessuno di noi. Eravamo diavoli scatenati, alle nostre ore; ma bastava un nulla per richiamarci al sentimento della disciplina. Mogi mogi, ci avviammo tutti verso una gradinata a scarpa, che metteva dal fosso allo spalto.

— Perchè avete salata la scuola? — tuonò il padre prefetto, quando fummo a portata di voce.

— Padre.... non lo sa?... Le è pur rimasto il bollettino!... I nostri hanno preso Peschiera.

— Ebbene? c’è forse bisogno di lasciare la scuola, perchè è stata presa Peschiera?

— Ma io.... se si rammenta.... Le avevo anche detto....

— Che cosa?

— Che era festa nazionale, oggi.... e si poteva far vacanza....

— Si poteva.... si poteva fare anche questo; — borbottò il padre prefetto. — Ma bisognava prima di tutto domandarne licenza ai maestri.

— Credevamo che dicendo a Lei....

— Non so cosa abbiate detto a me.... La notizia era tanto strepitosa!...

— Già, lo dicevo infatti, strepitosa. E noi allora Le abbiamo soggiunto che si sarebbe fatta una grande dimostrazione.

— Nel fosso della Fortezza, non è vero? Mariuoli! Pigliatemi il portante, e via. Per la scuola del mattino è tardi; andate a casa, a studiare. Chi mancherà alla lezione pomeridiana, faccia conto di venir domani accompagnato dai suoi parenti. —

La minaccia era grave. Dispiaceva a tutti d’esser mandati a casa con l’obbligo di farci riaccompagnare alla scuola dal babbo o dalla mamma. Al tempo nostro queste due autorità non ischerzavano. Bisognava avvertirle dell’incomodo che si cagionava loro, e confessar le ragioni del fatto; donde avveniva che ricevessimo una salutar correzione anche prima di esser condotti al collegio. Perciò, immaginate che tutti, «nemine excepto», si fosse nel pomeriggio alla scuola. Quando noi grammatici entrammo in classe, il padre Escrìu era là in piedi, davanti alla cattedra, duro, accigliato, con la sua riga tra mani, che pareva un bastone di comando.

— Perchè non siete venuti a scuola, stamane? — chiese egli, dopo un lungo silenzio, quando noi fummo tutti seduti nelle nostre panche. — Parlate; lo voglio! — incalzò, vedendo che nessuno di noi si alzava per rispondere.

E il bastone di comando, che da principio ballava, incominciò ad agitarsi convulsamente tra le sue dita.

— Mi avete capito? — riprese. — Vuol finir male, quest’oggi; molto male per qualcheduno.... e per tutti i suoi complici. —

Eravamo esterrefatti. Lo intendevamo benissimo, che qualcheduno, l’istigatore, sarebbe stato mandato via, «nec sine colaphis», cioè a dire non senza scappellotti, e che a tutta la classe sarebbe toccato un «pensum» da doverci perdere le ore di ricreazione per un mese.

— L’hai presa Peschiera! — mi mormorava intanto sottovoce un compagno.

La crudeltà del sarcasmo mi rivoltò il sangue, e fece quello che non aveva ancora potuto su di noi la sgridata del frate. Mi alzai in piedi e stesi la mano, quantunque non ce ne fosse bisogno, poichè egli stesso m’invitava a parlare.

— Padre, non castighi nessuno dei miei compagni; — gli dissi. — Sono io, il colpevole; io che ho letto questa mattina, uscendo da casa, il bollettino della presa di Peschiera. Mi pareva che con una notizia simile.... Capirà; siamo italiani.... L’avevo detto anche al padre prefetto.... che si era commosso anche lui. Forse, nella commozione, non ha sentito quando gli dicevo della vacanza.... Ora sa tutto, padre maestro.... punisca me, ma non altri.

— Non altri! non altri! — ripetè il maestro imbizzito. — Farò quello che mi parrà conveniente. E voi, frattanto, in ginocchio! —

In ginocchio! Era grossa, e tutti i miei sentimenti si rivoltarono. In ginocchio! Da tre anni che ero alunno delle Scuole Pie, non c’ero mai stato messo; nè dal padre Sanguineti, nè dal padre Conio, nè dal padre Cigliuti. Qualche volta in castigo nei corridoi, non lo nego; ma in piedi. E in ginocchio, allora! in ginocchio! era grossa, era orribile; non potevo mandarla giù; non mi ci sarei adattato, no davvero; piuttosto a casa, e ritornar magari coi miei parenti, dopo aver preso un paio di ceffoni a priori, o di calci a posteriori, dal babbo.

Quell’altro intanto ripeteva il comando; ed anche accennava di muoversi, certamente per cavarmi a forza dal posto. Precorsi l’offesa; mi mossi, scesi dalla panca (la seconda dei Cartaginesi, ahimè!) per calare in mezzo alla scuola; ma come fui giunto là, scambio d’inginocchiarmi, voltai verso l’uscio, colla ferma intenzione di andarmene. Ma quell’altro, che forse mi aveva letto negli occhi il proposito ribelle, mi fu addosso d’un salto, mi gravò la sua larga mano sulle spalle, facendomi andar giù, se non proprio come voleva lui, sulle ginocchia pur troppo.

— Hai dato cattivo consiglio; — soggiunse poscia, mentre ancor lavorava per farmi inginocchiare davvero; — lo confessi, e vuoi sfuggire la pena? In ginocchio, ti dico. Tanto meglio, se ti dispiace. E qui, — riprese, dopo un istante di pausa, sentendomi dare in uno scoppio di pianto, — ci hai la posizione più conveniente per pregare. Prega Dio, — conchiuse, — prega Dio fervidamente, per tutti quelli che han preso Peschiera; prega Dio che riescano a prender Verona!