La prima capannuccia.

Le mie tenerezze per il Natale non hanno preso argomento dai confetti, nè dal panettone, bensì dalla capannuccia e da Gesù bambino. Milano, vecchia ed illustre città, che fu bambina anche lei, custodisce in Sant’Eustorgio l’area sepolcrale dei tre Re; io, mezzo vecchio e niente illustre, conservo con egual religione un pecoraio della mia prima capannuccia. Avevo anche serbato Gesù bambino, quantunque un po’ sbreccato e con la raggiera di meno; ma ora non so più dove sia. Forse non mi ha creduto degno, ed è passato in mani migliori. Pure, io l’ho amato molto, quel Dio così dolce e così mite, nato povero, vissuto d’amore per gli uomini, morto in croce per compenso dell’amor suo, ma fatto solenne esempio a tanti animosi, che lieti morirono, confessando il suo nome. Sentite.... Ma no, basta così: vo’ darvi un racconto, non farvi una predica.

Avevo otto anni e dieci giorni, quando ebbi in casa mia la prima capannuccia. In casa mia, capite? e tutti i miei compagni sarebbero venuti a vederla, a recitarle il discorsetto in versi. Da due anni mio padre me la prometteva; ma un po’ per questa ragione, un po’ per quest’altra, non aveva mantenuta la promessa. Finalmente, al terzo anno, mi disse, ed io ripetei tosto ai compagni: — questa volta, si fa.

Venne il giorno di Santa Lucia, e mio padre non parlò punto di comperare i pastorelli, nè il resto. Debbo dirvi qui che il giorno di Santa Lucia, a Savona, c’è mercato di figurine da presepio, tutte di terra cotta, dipinte ad olio, d’ogni forma e misura. I miei compagni, coi quali avevo fatta la scappata sulla via di San Giacomo, per ammirare le mostre dei figurinai, mi dissero: — come? non comperi nulla?

— Ci pensa mio padre; — risposi con gran sicurezza.

Ma dentro di me non ne avevo poi tanta. Si andò al 23 di dicembre, cioè alla vigilia dell’Avvento, senza che ci fossero le figurine in casa. Che figuraccia, coi compagni! Ma proprio quel dì, ritornando da scuola, vidi nell’anticamera, presso la finestra, un gran fascio di verde. Lo aveva portato dal podere il vecchio Menico, un nostro fittaiuolo. Mi buttai su quel prezioso fastello, e contai quattro bei tronchi d’alloro, vestiti di lunghi e folti rami, due tronchi di corbezzolo, due di ginepro, da dieci a dodici cespi di pugnitopo, e musco e borraccina a tutto pasto. Ballai davanti a quel fascio di verde, come il re David davanti all’Arca del Signore.

— E i pastori? — chiesi a mio padre, quando fu l’ora del pranzo.

— I pastori.... sono in Betlemme. Aspetta che scendano. —

Non ne ero persuaso, ma dovetti aspettare egualmente. La mattina appresso, mio padre mi diede quaranta soldi e mi disse: — va dal Bianco a provvederti d’ogni cosa.

Quaranta soldi, era una gran somma, allora! Strinsi forte, per paura che mi fuggisse, e corsi dal Bianco: un uomo alto, tarchiato, barbuto e butterato, che formava le figurine da presepio in una botteguccia della salita di Monticello, sul canto dei Pico. Allora i pastori dei due sessi, con capretti, polli, canestri d’uova e simili sulle braccia, costavano un soldo l’uno. Un pecoraio, perchè seduto contro un ceppo d’albero, con un ramo sulla testa e la piva sulle ginocchia, costava due soldi, come l’asino e il bue. Giuseppe e Maria, perchè più alti, e perchè decorati, questa di raggiera indorata, e quello di bastone fiorito, costavano tre soldi ciascheduno. Il bambino, piccolissimo, ma con la raggiera dorata anche lui, scendeva solamente a due soldi.

Il conto fu presto fatto: dodici soldi per i personaggi principali e per i loro due complementi; due per un pecoraio, quattordici; uno per cinque pecore, quindici: mi avanzavano quattrini per venticinque pastori dei due sessi. Il Bianco mi diede l’angiolo soprammercato. Mancava la scritta; ma a questa avrei pensato io, calligrafo insigne. L’essenziale era che il babbo mi facesse la capannuccia.

— Questa sera, dopo cena; — mi disse egli, prendendo il cappello per andarsene.

Ah, quella sera, come fu lunga! E come noiosi quei parenti, quegli amici, venuti a far la vigilia con noi, e che non dicevano mai di andarsene! Cosa inaudita in una cena savonese di quei tempi, alle dieci erano ancora a tavola. Li avrei strozzati con le mie mani, se essi fossero stati serpenti, ed io Ercole.

Finalmente partirono. Alle undici mio padre si decise.

— Contentiamo questo impaziente! — esclamò. — Hai carta straccia?

Ne avevo, e molti fogli, già incollati insieme, poi spruzzati di rosso, di nero, di bianco, perchè simulassero il granito.

Mio padre aveva preso l’uno dopo l’altro i quattro bei tronchi di alloro; li aveva legati saldamente con certe funicelle ai quattro piedi di un tavolino; quindi ne aveva ripiegate ad arco le vette, e congiunte e legate, perchè facessero cornice. Sulla lastra del tavolino pose due scatole da cappelli, generosa offerta di mamma, che dovevano formare il nocciolo di due montagne; le congiunse con una lista di legno, che faceva ponte nel mezzo; vi stese sopra la carta straccia, un po’ stazzonata, acciaccata e ripiegata come veniva, affinchè simulasse meglio le anfrattuosità della roccia; poi musco e borraccina da per tutto: ginepri, corbezzoli e pugnitopi a incoronare i greppi, lungo la parete, per far da boscaglia; lì sotto al ponte, diventato un arco naturale della rupe, un pezzo di specchio per fare la lontananza; e così il paese in tre quarti d’ora era fatto.

— Mancherà Betlemme! — disse mio padre.

— Oh no, eccola qui; — gridai, tirando fuori un ceppo di case di cartone, che m’era costato una settimana di lavoro. L’opera era condotta secondo certe leggi statiche e norme prospettiche tutte mie; i colori stridevano, ma ridevano anche; le torri pendevano in istile bolognese; i merli non fischiavano, aspettando forse d’esser fischiati. Ma che importava ciò? C’era anche la capanna per il divino Infante, e così alta, che raggiungeva quasi il colmo della montagna. Ma mio padre non badò a queste inezie; collocò Betlemme sovra l’eminenza più lontana, mascherandola a mezzo tra i pugnitopi, che facevano da abeti; piantò la capanna dall’altro lato, celandola un pochettino nella frappa degli allori; poi seminò pastori e pastore da per tutto, sul piano e sul declivio dei monti. Il pecoraio ebbe alloggio in una cavità, naturalmente offerta da una piega della carta straccia; le cinque pecore gli si ammucchiarono da’ piedi, contendendosi la stessa zolla di borraccina; l’angiolo spenzolò da un fil di seta, davanti alla capanna fortunata, levando in alto la scritta: «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonæ voluntatis.» Ci avevo fatto capir tutto, io; per contro, era così fitto il carattere, che non ci avrebbero capito nulla i visitatori. Giuseppe e Maria furono posti ai due lati dell’ingresso; l’asino e il bue ai loro piedi; ma l’orologio del Duomo scoccò le dodici ore, e il bambino Gesù non era ancora deposto sul pannilino di raso bianco, guarnito di trine, che aveva preparato per quella occasione mia madre.

— Ahimè! — gridai. — Mezzanotte!

— Ebbene? — disse il babbo; — aspetta che suoni da capo; il punto giusto è nel mezzo. —

Infatti, non erano ancora ribattute le ore, e il bambino era messo a posto, tra i due animali accoccolati. Io mi accostai col lumino, che posi nel mezzo a rischiarare la scena, e recitai il complimento:

De’ puri affetti miei,

O pargoletto Iddio,

Darti un pegno vorrei....

Ma son fanciullo anch’io.

Non ho capretti, agnelli,

Nè fior’ nè pomi belli;

Ho un cor che tutto è mio,

Tutto tel dono, o pargoletto Iddio.

Il pargoletto Iddio mi sorrideva. Sicuramente egli accettò il dono del mio cuore, ma non lo prese; me lo lasciò in deposito, e quel suo sorrisetto aveva l’aria di dirmi: — Va, me lo riporterai più tardi, a quella tal ora. —

Ahimè, povero cuore, in che stato glielo riporterò io! O non era meglio che me lo accettasse subito? Era un cuoricino di otto anni, tenero, vermiglio, senza la più piccola tacca; mentre ora, tra lividi, incisioni e graffiature.... Io, già, sentite, da un pezzo non lo guardo più. Mi cascherebbero le braccia.