Don Alessandro.

Milano ha una gran bella cosa, in vista e per tutti, il suo Duomo. Ma questo, ce lo hanno tanto decantato, descritto tanto e servito perfino in litografia sulle scatole dei panettoni, che oramai lo accettiamo senza pensarci su, e c’inchiniamo al miracolo d’arte; ma non ci riscaldiamo più il sangue, ammirandolo; non riceviamo più la scossa, vedendolo. A Milano io sento più profondamente Brera, col suo cortile così pieno di storia, e col Napoleone del Canova che ci hanno nascosto. Bella trovata, sia pure effetto di necessità, aver messa là dentro quella gran statua di bronzo: vi giganteggia, più che non farebbe su d’una piazza; l’atteggiamento del colosso che va, con la sua Vittoria alata nel cavo della mano protesa, è più gagliardo, più vivo, più efficace; mi par meglio che sia in atto di trascorrere il mondo, se in due di quei passi che accenna di fare, può rompere il loggiato davanti a sè, invader le sale, sfondare ogni ostacolo, dal tetto all’androne. Bene, adunque, si trova egli là dentro. E bene, anzi meglio il nipote di lui, nel cortile dell’antico Senato. Io non so intendere come ci sia della gente a cui quella specie di relegazione dispiace. L’ira politica è veramente benedetta, se riesce a queste concentrazioni della gloria, per chi la riconosce, e della gratitudine, per chi la sente ancora. Così, mentre per essere umani con Napoleone III dovete perdonar molte cose; per ritrovarlo a Milano, per pagargli un tributo di riconoscenza in cambio del piccolo aiuto di duecentomila uomini ch’egli ci ha dato in un giorno di bisogno, vi è necessario andarlo a cercare col lumicino. Ma un gusto particolare, penetrante, soave nella novità, vi compensa della vostra ricerca. Trovate un signore che vi saluta, e per allora non saluta altri che voi; donde la cortesia par che acquisti un pregio maggiore. Più concentrati, ricordate anche meglio tutto ciò che per la patria nostra ha fatto quell’uomo, un po’ misterioso, un po’ incerto nelle orientazioni successive della sua politica, ma condotto a giuocare per noi la sua fortuna, le aquile, la porpora e la corona imperiale. Noi siamo severi col Due Dicembre, in cui, dopo tutto, come italiani, non abbiamo nulla a vedere; con più giustizia ce la prendiamo coi suoi chassepots. Ma anche qui non bisogna esagerare, e ad un soldato di Mentana sia lecito il dirlo. Assai più male degli chassepots ci ha fatto in quei giorni il difetto di energia nelle coscienze, di unità nei voleri della patria. Ma basta: se no volgiamo alla predica; e ritorniamo in Brera.

Quel cortile mi è caro per antichi ricordi: quel cortile è un po’ mio. Molti ci passano, per salire alla ricca biblioteca e alla preziosa pinacoteca; molti lo costeggiano, per andare di qua o di là nelle sale del pian terreno, a far lezioni o a sentirle; io ci sono stato di casa, ci ho dormito una notte a ciel sereno, e sognato, come nel letto più soffice. Spesso vado a visitarlo, per riconoscere il posto del mio giaciglio, là, sulla destra, a’ piedi della statua dell’architetto Luigi Cagnola, che mi richiama sempre agli occhi la visione di un bel giorno e alle nari una buona fragranza di paglia fresca. Non fate associazioni d’idee, ve ne prego; l’ho fatte già io tante volte! «Sursum corda», piuttosto, ed anche le gambe. Si passa ora da quel cortile per un’altra ragione nobilissima, che è quella di andare a vedere la sala Manzoniana. Anch’io, parecchi anni fa, quando seppi che l’avevano inaugurata, ci corsi divotamente, per pagare il mio tributo di ammirazione al Manzoni. Più che i molti libri ed opuscoli scritti su lui e sulle opere sue, volevo osservare i suoi manoscritti; tra tutti i suoi manoscritti desideravo di considerare quello dell’«Adelchi»; tra tutte le pagine dell’«Adelchi» mi premeva di sfogliare quella del coro «La morte di Ermengarda» per vedere se ci fossero stati pentimenti in quelle strofe maravigliose, segnatamente in quelle due che vorrei aver scritte, e, per averle scritte io, darei volentieri tutte le glorie che ho sperate; se pure, dopo averle sperate, fossero venute a rallegrarmi la vita.

Te, dalla rea progenie

Degli oppressor discesa,

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l’offesa,

E dritto il sangue, e gloria

Il non aver pietà;

Te collocò la provvida

Sventura in fra gli oppressi;

Muori compianta e placida,

Scendi a dormir con essi;

Alle incolpate ceneri

Nessuno insulterà.

Bellissime le due strofe, e tutto bello, quel coro, in cui sentimento e passione, tanto più viva quanto più contenuta; in cui forma e pensiero, virtù d’amor patrio ed alito di umana pietà, si fondono mirabilmente, nuovo metallo di Corinto, ma ancora e sempre caldo, come non ebbe a rimanere l’antico. Capisco, leggendo l’«Adelchi», come Vincenzo Monti esclamasse: «Vorrei averlo fatto io». Poteva parere degnazione in lui, glorioso da tanti anni, mentre il giovine autore, che egli chiamava, scrivendogli, il suo «smemorato amico» era tuttavia poco più d’un ignoto. Ma quella degnazione doveva presto apparire l’omaggio di un grande ingegno ad un genio. Perchè questa distinzione è necessaria, e se il vocabolario della Crusca non la consentisse, bisognerebbe rinunziare al vocabolario della Crusca. La poesia del Manzoni non è solamente di parole musicali e d’immagini alate: spesso le parole sono comuni, e dalla loro ripetizione frequente traspare qualche volta la povertà. Quanto alle immagini, son quelle di tutti i giorni, e se ne trovano nei suoi canti più celebrati (nel «Cinque Maggio», ad esempio), di quelle che erano usate a’ suoi tempi da scrittori di giornali italiani sulla falsariga francese. Ma che per ciò? la visione è chiara, piena, efficace, perfetta; il senso intimo delle cose vien fuori dalla stessa collocazione sapiente e pure spontanea di quelle parole comuni, di quelle immagini conosciute; vi fa pensare e fremere, cercando i più riposti penetrali dell’anima, scuotendo le più arcane fibre del cuore. Chi si occupa, dopo ciò, delle scorie del metallo, delle sbavature della statua? È tutto fior di poesia, nel complesso; frutto di fantasia largamente comprensiva, che lo studio e la meditazione hanno fortificata dei loro succhi vitali. Non dimentichiamo gl’intenti civili, spontaneamente manifestati, che distinguono questa poesia da tant’altra che l’ha preceduta e seguita. Come, ad esempio, in quel compianto non imbelle nè vuoto sulla morte d’una povera Longobarda, ripudiata da Carlomagno, si sentano, sto per dire, le Cinque Giornate, trent’anni prima che fossero date alla storia! e non tirate dentro con gli argani, se Dio vuole; venute naturalmente, sgorgate dal fatto osservato, insieme con la pietà pensosa e le lagrime. Così la poesia diventa anima e voce, non che d’un poeta, d’un popolo. La «Basvilliana» è la poesia del Monti in un suo momento psicologico, come la «Mascheroniana» in un altro, e in altri ancora la «Jerogamìa di Creta» e il «Ritorno di Astrea»; mentre quella del Manzoni, dagli «Inni Sacri» al «Carmagnola», dall’«Adelchi» al «Cinque Maggio», è la poesia della nazione.

Io non nacqui manzoniano; non fui tale per un pezzo, e mi piace confessarlo. Ai tempi beati della scuola di rettorica, non ero neanche foscoliano, figuratevi! Avevo Leopardi e Monti, Monti e Leopardi a tutto pasto; l’uno per la «Basvilliana», s’intende, per la «Mascheroniana», per il «Prometeo», per il «Bardo della Selva Nera» e per la versione dell’Iliade, insomma per quasi tutte le cose sue; l’altro per una minor parte, come a dire per le canzoni all’Italia, ad Angelo Mai, alla sorella Paolina, che erano le più lette e le più commentate in iscuola. Leggevamo anche per questo uffizio «La sera del dì di festa», «Il sabato del villaggio» ed altri componimenti di tal genere; ma più per nostro conto divoravamo «le Ricordanze», «Aspasia», e sopra tutto «Consalvo» a cagione del bacio di quella

Per divina beltà famosa Elvira.

La «Ginestra», i «Patriarchi», «Amore e morte», ed altri consimili, si leggevano ancora, ma s’intendevano poco; cioè, s’intendevano letteralmente, ma non si sentivano troppo, che tornava lo stesso come non capirli abbastanza. Eravamo una generazione piena di salute, di fede in Dio e nella libertà; il sangue ci scorreva rapido e franco nelle arterie, e tra una lezione e l’altra, come per addestrarci alle presentite battaglie, correvamo a picchiarci di buona voglia nei fossi della vicina Fortezza, e a sfrombolarci di sassate sulla duna di Sant’Elmo. La filosofia disperata non era il fatto nostro; delle «due cose belle» che la poesia leopardiana ha trovate nel mondo, sentivamo dentro di noi confusamente la prima, come una dolce promessa di giorni vicini; l’altra la vedevamo così lontana, che non credevamo ancor necessario di darcene pensiero. E la ferrea necessità del dolore non era certamente fatta per noi, diavoli scatenati, che andavamo nelle ore d’ozio a strappare i sèdani nell’orto dei Cappuccini.

Abbiamo noi trovato lassù un Fra Cristoforo? Sicuramente, e per farci perdonare da un Fra Galdino, che voleva prenderci poco cristianamente a legnate. Dei «Promessi Sposi», che a quel tempo non erano ancora un libro di testo scolastico, ci piacquero le macchiette assai più dei personaggi principali. A me poi non piaceva affatto nè «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti», nè il Resegone, coi «molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega», nè la descrizione della peste, così lunga che non voleva finire mai più, nè il cardinal Federigo, nè quei rimorsi dell’Innominato, che mi pareva un birbante di mezza vigogna, troppo presto pentito d’una troppo piccola, o non abbastanza descritta, sequela di bricconate. E mi lasciava freddo Lucia Mondella, e mi seccava quell’aggirarsi di brutali concupiscenze intorno ad una contadinotta neppur bella, che per cagione degli spilli d’argento doveva pettinarsi di rado, e che certamente non conosceva le virtù detersive dell’acqua di Felsina. Ognuno reca nell’arte i suoi gusti naturali. Questo è un diritto, mi pare, e il confessarlo è un debito di sincerità. Ma ciò, a breve andare, finì col rendermi cieco alle altre bellezze del libro, e per conseguenza solennemente ingiusto.

Amavo in quella vece il Guerrazzi. Sapevo a mente l’«Assedio di Firenze»; tranne, s’intende, gli amori fiacchi di Vico e d’Annalena, e la inutile storia afflittiva di messer Lucantonio. Michelangelo e la sua statua; il Ferruccio a Volterra e a Gavinana; i rimorsi del Baglioni; il doppio combattimento del Bandini e del Martelli, di Dante da Castiglione e dell’Aldobrandini; gli spasimi di Maria de’ Ricci; quelle erano le mie delizie profonde. E come mi ha mandato a cercare con ansietà febbrile la storia, quel diavolo d’un Livornese, per trovarci i personaggi da lui messi in iscena, così vivi, caldi, vibranti di passione! Studiai l’autore, lo conobbi intero in tutto ciò ch’egli aveva scritto fino allora; amai ciò ch’egli amava, odiai ciò ch’egli odiava, senza risparmio. Presto conobbi lui di persona, in Genova, dopo averlo tempestato di lettere nel suo confino di Corsica, e mi piacque sommamente quell’anima dolce e buona. Vi parrà strano, ciò ch’io ne dico. Generalmente, si ha del Guerrazzi un’idea molto diversa; la durezza di cuore, la ferocia degli spiriti, lo sdegno persistente, la parola iraconda, lo scetticismo beffardo, il cinismo, sì, perfino il cinismo di quell’uomo, sembrano esser passati in leggenda. Ebbene, disingannatevi; il Guerrazzi non fu così, nè intorno, nè presso. L’uomo ebbe amarezze molte, ed ire politiche acerbe; aveva l’ingegno potente, e lasciava il segno dove toccava: i suoi nemici già potenti da prima, vittoriosi poi, gli hanno reso in calunnie tutto ciò ch’egli dava in frustate. Nelle relazioni sociali nessuno fu più nobilmente cortese; nelle intimità nessuno fu più squisitamente amorevole del Guerrazzi. Arguto quanto il Voltaire, non la perdonava certamente a nessuno; dotto in molte materie, pontificava qualche volta, nel salotto e nello studio; ma non dimenticando mai d’esser garbato nei modi, affabile nel commercio con ogni sorta di gente, buono con gli amici, ameno coi suoi pari, affettuoso coi minori, soave coi giovani, e in molte parti del suo pensiero, della sua conversazione, del suo fare, insomma, a dirittura femmineo: la qual cosa, in un uomo del suo genere, con quell’alta statura, con quell’aspetto severo, con quegli occhiali d’oro, quella parrucca a ciocche audacemente rivoltate, con quella gran pelliccia da baritono in viaggio, poteva parere, e certamente era un gran fatto. Non so che cosa fosse in gioventù: forse ne’ suoi scritti, dove parla di sè, ha caricate un po’ troppo le tinte: ma per quello che io ne vidi ne’ suoi anni maturi, egli era con tutti mirabilmente buono. Quell’odiatore, a buon conto, finì la vita nel suo podere di Maremma, insegnando a leggere e scrivere ad una contadina di diciott’anni. Se poi anche a sessantanove anni sentisse le trafitture del bendato arciero, io non vorrei mica difenderlo, come da un’ultima calunnia. Gli odiatori, per solito, non finiscono così.

Ricorderò sempre di avere davanti a lui, nelle conversazioni pomeridiane della villa Giuseppina, parlato dell’arte Manzoniana con poca misura e con minor cognizione. Non lo facevo per entrargli nelle grazie; no davvero: dicevo quel che pensavo allora, esprimevo una opinione già manifestata qualche anno prima in un giornale di Genova, la prima volta che io, sfacciato diciottenne, mi ero fatto lecito di averne pubblicamente una.

Quella volta, altro che soavità! il sor Francesco Domenico mi uscì proprio dai gangheri. Dal pensiero Manzoniano si poteva dissentire, sicuramente; egli stesso ne aveva data una prova chiarissima, facendo in molte cose diversamente dal grande Lombardo. Ma per l’arte, non c’era che da inchinarsi e da lodare ogni cosa, o giù di lì. Del resto, anche intorno al pensiero, non era tutto dissenso tra loro. Se il Manzoni aveva scritto gl’«Inni Sacri», egli, il Guerrazzi, non aveva scritto molte preghiere in prosa? — E poi, — mi diss’egli, conchiudendo, — leggete l’«Adelchi», figliuolo, e vedete se predichi soltanto rassegnazione. Quanto all’arte, m’è accaduto ancora stamane di rileggere il coro del «Carmagnola». È una bellezza. Direte che incomincio ad invecchiare e che mi faccio eremita. Infatti, anch’io debbo averli, i «casti pensieri della tomba» che, ritrovati in quel coro, mi son parsi una cosa nuova, quest’oggi. —

Quella sera, tornato a casa, lessi il coro del «Carmagnola», per fare ancor io come il sor Francesco Domenico. E lessi anche tutta la tragedia, che non avevo mai guardata prima d’allora. Poi lessi l’«Adelchi», di cui solamente conoscevo qualche scena (anche questo a vergogna mia, debbo qui confessare), e da ultimo, lessi una seconda volta attentamente i «Promessi Sposi». Il Manzoni rivelato dal Guerrazzi! Non si crederebbe; eppure è andata così. I grandi, del resto, son buoni. Rilessi tutto, a breve andare, e parecchie volte sempre più persuadendomi del mio «giovanile errore». Amando più largamente intorno a me, imparai ad amare un po’ meglio. Ma ancora non potevo dirmi un Manzoniano sfegatato. Di certo, la poesia del grande Lombardo m’era entrata troppo tardi nel sangue.

Tre anni dopo, vedevo per la prima volta Milano. C’entravo con molti compagni, non so bene se tre o quattro giorni dopo Magenta. Sbarcati alla stazione di Porta Nuova, fummo accolti anche noi con feste maravigliose da una popolazione plaudente; avemmo fiori, corone, baci, abbracciamenti, ed altri furori di quell’anno benedetto. La nostra compagnia, condotta per certe strade che non ho più ricordate, andò a fare i fasci d’armi nella via del Monte di Pietà, in attesa d’ordini superiori. Gli ordini vennero mezz’ora dopo: ci mandarono ad alloggio, come tanti scienziati, in Brera; nel cui cortile, per uso nostro, si erano distese molte carrettate di paglia. Che orgia di allegrezze intellettuali, quel giorno! Io potrò andare mille volte a Milano; la vedrò sempre a quel modo, con gli occhi d’allora. Anche oggi, mi avviene di passeggiarci come uno spirito, colle mie idee d’altri tempi. Che fretta di deporre il fucile e lo zaino, di darci una spazzolata e di correr fuori da capo, per goderci tutte le ore che ci lasciavano di libertà! Per conto mio, mossi subito a cercare il Duomo; e lì, trovato un alberguccio (il Dazio grande, mi pare) v’entrai, per darmi anche una risciacquata; ma ne uscii prontamente, per andarmi a comperare un paio di guanti paglierini. Che si canzona? volevo esser bello. Del resto, quella dei guanti paglierini era la debolezza di tutti i volontarii, nell’esercito piemontese: quei guanti davano un po’ di tono al grigio cappotto per cui il fantaccino italiano meritò a Firenze il nome di sorcino. Al Caffè Martini, in piazza della Scala, dov’ero riuscito non so come, m’imbattei in un tenore, Pietrino Stecchi, da me conosciuto un anno prima, a Genova. M’aveva ravvisato sotto le nuove spoglie, e mi faceva gran festa, offrendosi mio cicerone attraverso le vie di Milano, e per tutte le belle cose che si potevano vedere in una scarrozzata di due ore. Accettai, prendendo ora: pel momento, avevo un’altra idea, e volevo che passasse per la prima.

— Se permette, — gli dissi, — vorrei far prima una visita.

— Tra un’ora, dunque; le basta?

— Sì, basterà certamente. Ma ella mi dica, — replicai con una certa solennità, — dove abita.... Alessandro Manzoni? Il mio primo passo, in Milano, dev’essere per lui. —

Pietrino Stecchi m’indicò, sullo stesso marciapiede dove eravamo a discorso, ma qualche centinaio di passi più in là, il vicolo del Morone.

— Entri di laggiù; — mi disse; — arriverà alla piazza Belgioioso. Proprio alla svolta, facendo angolo tra il vicolo e la piazza, è la casa di Don Alessandro.

— Bene, grazie; — risposi. E mi avviai verso il vicolo del Morene.

Com’era nata in me l’idea di andare dal Manzoni? Così, come tante cose nascono, di schianto, senza averci pensato prima. Ah, finalmente, l’avrei veduto, il grande Lombardo! Gliel’avrei fatta io, una bella improvvisata, mostrandogli in cappotto grigio e cinturino bianco, in giberna e cheppì, la sua nobile idea, segretamente e costantemente vagheggiata: quella idea che trapelava e traspariva da tante pagine, anzi da tutto il contesto dei suoi «Promessi Sposi»! Niente più obbedienza a padroni stranieri; tutti in armi, gli oppressi; tutti soldati, i giovani d’Italia, che la sua parola aveva educati, anche attraverso l’educazione dei padri loro; tanto che quella parola s’era fatta coscienza della nazione e vita della sua vita «O giornate del nostro riscatto! — Infelice per sempre colui....» Ma sì, infelice, anzi infelicissimo io! Li sapevo bene quei versi, per avere il coraggio di recitarglieli? E c’era poi bisogno di recitarglieli? Li sapeva a mente, lui, ed io non gli avrei detto nulla di nuovo, salvo gli spropositi. Che versi, dopo tutto? In prosa bisognava parlargli, ed anche in prosa corrente.

— Vediamo; — seguitavo tra me; infilando il vicolo; — che cosa gli dirò? Da qual parte incomincierò? Come mi troverò io, prima di tutto, alla sua presenza? Ecco qua: sono introdotto in un salottino. Annunziano un soldato piemontese, un soldato in guanti gialli... Ciò gli fa capire subito che si tratta d’un volontario. La visita lo secca un pochino: ma sono certe seccature, queste, che non dispiacciono troppo. Si solleva una portiera; eccolo, è lui.... Ah povero me! Ci starò bene, davanti a lui, come davanti al mio signor colonnello? Con questo, c’è poco da pensare: so prima di tutto che non si parla se non per rispondere. Testa ritta, piedi accostati, la mano sinistra giù, bene appiccicata alla gamba, la destra, alzata, aperta, tesa davanti alla visiera del cheppì; e parla lui, non c’è che da starlo a sentire; se poi non è Demostene, tanto peggio per lui; anzi tanto meglio, perchè lui è vivo, e Demostene è morto. Qui invece, cheppì in mano e parlare! «Signor conte....» No, non lo vuole, quel titolo; se l’ha a male quando glielo dànno; protesta subito che non gli spetta. Perchè, poi? Basta, diciamo! «Signor Manzoni....» Ma che? questo è comune. Ce ne son tanti, dei signori Manzoni, e Manzini, e Manzotti! «Don Alessandro....» Sì, Don Alessandro; c’è una timida familiarità che non può dispiacergli. «Don Alessandro, se è lecito chiamarla così, voglia perdonare ad un giovine italiano, il quale.... il quale....»

Il quale.... «il quale, a voler dir lo vero» incominciava a sentirsi ballar le gambe sotto. Ero giunto allora alla svolta; vedevo davanti a me la piazza Belgioioso, e con la coda dell’occhio destro notavo la sporgenza d’un portone. Con quella tremarella in corpo, non era il caso di voltare a destra, no davvero. Passeggiamo, dissi tra me, facciamo un giro su questa piazza, e vediamo intanto di raccogliere le idee. E feci il giro; andai a collocarmi più lontano che mi venisse fatto dalla casa di Don Alessandro, come per abbracciarla in una occhiata sola; ammirai anche certi fregi di cotto ond’era adornato il prospetto; ma le idee non si raccolsero, si sparpagliarono peggio che mai.

— Che è ciò? — ripresi. — Che paura è la tua? Infine, non vorrà mica mangiarti. Gli dirai che volevi.... che desideravi.... che sentivi il prepotente bisogno di vederlo.... Ah sì, va bene il pensarle, queste cose; ma venuti al caso di dirle.... qui ti voglio. Con che coraggio gli parleresti del tuo desiderio, del tuo prepotente bisogno? Coraggio! si ha un bel dire coraggio! Ah, vile fantaccino! non l’hai tu dunque, il tuo cappotto grigio? il cappotto «del nostro riscatto»? Si va, per Dio santo, si va come in piazza d’armi; uno, due; uno, due; alt! E qui, poi, «Don Alessandro, permetta ad un soldato volontario di venirle a rubare un quarto d’ora...» No, un quarto d’ora; sarebbe un pretender troppo. «.... Di venirle a rubare un minuto». E questo neanche; è troppo poco; pare uno scherzo, e di cattivo genere. In un minuto non si dice nulla; c’è appena il tempo di fare il saluto in due tempi, fronte indietro e via! Diciamo dunque «Di venirle a rubare pochi minuti, per dirle.... Sono un giovane che ha letto.... e meditato.... che nel suo «Adelchi».... Sa? anche il Guerrazzi mi diceva....» Ah sì, non ci mancherebbe altro che citargli il Guerrazzi! per impappinarmi, per mettermi in una via senza uscita. Ma se non gli parlo di questo, di che altro gli parlerò? E se non ho niente da dirgli, perchè ci vado? Per vederlo? per restar là come un villano alla fiera? Infatti, ora che ci penso.... Ma no, perdio, questa è viltà, ed io la travesto male. Gambe mie, facciamo ad intenderci. Volete andare, o ch’io vi piglio a piattonate? Senza sciabola, capisco; ma anche la baionetta può far servizio, perbacco! Animo, via! per fianco destro, e marche! sia poi quel che vuol essere. —

Mi ero mosso, come vedete; e andavo di buon passo incontro al portone. Ahi! proprio allora, nella penombra del corridoio, si affaccia qualcuno. È una donna. Le donne, grazia a Dio, non mi hanno mai fatto paura. Quella, per altro, non ha un aspetto da invitare all’abbordo. Dev’essere la portinaia, o una sua parente, di certo. Si ferma sulla soglia; mi guarda; non c’è più modo di far fronte indietro, nè conversione a destra; vado là come la biscia all’incanto.

— Don Alessandro?... — le dico.

Quell’altra mi sorride. Me l’aspettavo. Da qualche ora, a Milano, non vedevo far altro.

— Cerca Don Alessandro Manzoni? — mi chiede essa, dopo avermi sorriso.

— Sì, per l’appunto, se è in casa....

— Non c’è.

— Ah! — esclamai io, sospirando, o respirando; che negli effetti è tutt’uno. — Ripasserò.

— È inutile; — diss’ella. — Stavo per aggiungerle che non è a Milano; ma in villa, a Brusuglio.

— Ah, già, Brusuglio.... sicuro, Brusuglio.... Dovevo immaginarmelo; — risposi io, che sentivo quel nome per la prima volta. — Grazie, signora.

— Se prende una carrozza, non è mica lontano; — soggiunse ella, più graziosamente che mai.

— Capisco, sì, capisco. Ma ho fretta, pur troppo; fra poche ore si riparte.... per andar più lontano.

— Fino a Venezia! — diss’ella, commentando un mio gesto. — Dio l’assista, Lei e tutti i suoi bravi compagni. —

Così ebbe fine il mio dialogo, sull’uscio di casa Manzoni; e andò a vuoto la mia visita a Don Alessandro. Che peccato! pensavo, allontanandomi da piazza Belgioioso. Me n’andrò da Milano senza aver visto il Manzoni! Che idea di andare a Brusuglio! in questi giorni di festa per la sua città liberata! Se c’era, mi accoglieva bene, di sicuro, a braccia aperte. Ed io gli avrei detto.... Ah sì, lo sappiamo, quel che gli avresti detto, impostore. Confessa piuttosto che ti pare d’averla scampata bella. Se proprio hai tanta pena come dici, perchè non prendi una vettura di piazza, e non ti fai condurre a Brusuglio? Animo, via, coraggioso! —

Preferii di restare a Milano, quel giorno; e la mattina seguente ero in cammino con gli altri miei bravi compagni, per Gorgonzola, Treviglio, Coccaglio, Brescia, Lonato, correndo sulle orme di quel benedetto reggimento che andavamo ad ingrossare col nostro drappello, e non raggiungendolo che sotto il ponte di Desenzano. Io pensavo di tanto in tanto a Milano, e alla visita che avevo fatta ad Alessandro Manzoni. Ebbene, che c’è da ridere? Ciò che non si è fatto una volta, si farà un’altra. Non è colpa mia, se il grand’uomo era fuor di Milano. Andrò a cercarlo poi, quando ritornerò se gli stutzen mi avranno risparmiata la pelle. Me la risparmiarono infatti, e la visita a Don Alessandro tornò all’ordine del giorno, dopo quel frettoloso armistizio che seguì la vittoria di Solferino e l’investimento di Peschiera. Triste giornata, quell’otto di luglio, in cui vedemmo andare avanti e indietro tra i gelsi e il grano turco i fazzoletti bianchi dei parlamentarii, e dopo qualche ora fu annunziata la tregua! Ricordo che nella mattina era piovuto, e che verso il mezzogiorno un grande arcobaleno si era disegnato sulle nostre teste, proprio nel mezzo del Quadrilatero; il quale spettacolo meteorologico, in tanta analogia col fatto politico, ispirò ad un mio intimo amico questi versi, scritti lì per lì su quel medesimo tamburo che gli serviva di scrittoio per mandare le espansioni dei commilitoni illetterati alle Dulcinèe di Fossano, di Saluzzo e di Cuneo:

Su questi campi, che toccò di breve

Argenteo spruzzo un nembo mattutino,

Già del seguace arcobalen risplende

La settemplice zona. Iddio la stese

Simbol di pace sulla via de’ cieli;

Onde, al suo comparir, l’orrida torma

Delle nubi si frange, e per la china

Del lontano orizzonte in fuga è volta,

Siccome oste cui l’urto onnipossente

Di non previso assalitor percosse.

Ma non ride il colono, innanzi a questa

Pace degli elementi. Ei le contrite

Sotto la vampa dell’assiduo sole

Aride glebe doloroso guata,

Poi, volgendosi al cielo, ove il dipinge

De’ suoi sette color di luce un raggio,

Con un lungo sospir, «troppo» gli dice,

«Troppo ratto venisti, arcobaleno!...»

Scorati, avviliti dalla pace di Villafranca, ripassammo il Mincio. Io, dopo una fermata di qualche settimana a Brescia, ebbi modo di ritornarmene a casa in licenza. E ripassai da Milano. Ahimè! la città era piena di vita; ma niente fiori, per noi, niente corone, niente applausi, niente sorrisi. Sempre ben veduti e festeggiati i nostri compagni dai pantaloni rossi; lo meritavano del resto, e pel valore e per la grazia ond’erano esemplari; ma noi, poveracci, neanche ci guardavano; ci sembrava d’esser tollerati, come i cani in chiesa. Certo, non eravamo belli a vedere; ma più ancora che cani, dovevamo parere un po’ orsi. Ah, bene! pensai. Andrò a rifarmi la bocca con una visita a Don Alessandro. M’avevano detto che era a Milano; quattro salti, adunque, e capitavo in piazza Belgioioso. L’autore dell’«Adelchi», seguitavo a pensare, mi accoglierà con affetto paterno, egli che mostrò di non amare nè i Longobardi nè i Franchi. Andiamo, sarà una festa dell’animo. Di che temere? Non valgo oggi più di due mesi fa, quando non avevo ancora ricevuto il battesimo del fuoco?

Il ragionamento filava dritto, come le mie gambe fino alla piazza Belgioioso. Ma laggiù mi fermai; un altro intoppo mi trattenne. Un mese prima, di là dal Mincio, il furiere mi aveva mandato a comperare una misura d’olio a Lazise. L’orciuolo era guasto; ne trapelava il liquido da un piccolo buco, e m’ero fatto, senza avvedermene, una bella macchia d’olio sulla falda del cappotto. Me ne avvidi dopo l’armistizio, alla prima rivista; o, per dire più esattamente la cosa, me ne aveva fatto avvedere con una ramanzina il tenente Parodi. Avevo lavata la falda contaminata, nell’acqua del Mincio, ma invano; quantunque ci logorassi un pezzo di sapone, la macchia traditora era comparsa da capo. Non ci avevo fatto attenzione in campagna: me n’ero dato pensiero a Milano; in piazza Belgioioso me n’ero spaventato senz’altro. Potevo io presentarmi così infrittellato ad Alessandro Manzoni? No, niente visita, e fronte indietro da capo.

Cinque anni dopo tornai a Milano; e mi additarono il Manzoni per via. Mi balzò il cuore; seguitai un tratto quel vecchio un po’ curvo, che andava a passettini svelti lungo la corsìa del Giardino; ma non osai passargli avanti e dargli noia con una impertinente guardata in faccia. Così restai, senza averlo veduto altrimenti che per le spalle. Quella volta avevo anche un grave negozio per le mani, e le ore contate: non era tempo da visite.

Più tardi ancora, intorno al ’70, trovandomi ancora a Milano, un amico che bazzicava in casa di Don Alessandro, mi disse:

— È un grand’uomo cortese; vi riceverà benissimo; andateci.

— A che fare? — risposi. — Allora che ne sentivo il desiderio così vivo, ero un soldatino; gli avrei portato, se non altro, un po’ di quella poesia che era in tutti noi, accorsi sotto «la santa vittrice bandiera» da ogni regione d’Italia. Che cosa gli porterei ora? Il diavolo porti me, s’io so «hic et nunc» che cosa potrei portargli, e che gli facesse piacere. No, no, niente visita, e lasciamolo tranquillo nella sua gloria. È una cosa fredda, la gloria; ma non l’ho fatta io. So, dopo tutto, che ce n’è un’altra, più fredda ancora e più uggiosa, la noia: e questa, che sarebbe in poter mio di cagionare alla gente, è sempre in poter mio di risparmiarla a un grand’uomo. —

Così mi trattenni; così restai, poichè voglio dir tutto, a crogiolarmi lì tra i fondacci d’una strana viltà.