Musicista e poeta.
Erano amici, amicissimi; l’uno musicista, e l’altro poeta. L’uno e l’altro lasciarono poco di scritto, sebbene avessero ingegno da far molto, e vena e dottrina più di tanti che so io. Li vinse, li trattenne fra i dolci amplessi e le molli lusinghe la beata pigrizia? o non ebbero i tempi propizi alle meditazioni feconde, ai nobili ardimenti, alle belle volate? Non so, e non voglio cercare. Il primo ebbe discreto nome in gioventù per alcuni pezzi di musica sacra, rimasti sepolti a Genova nella cantorìa di Sant’Ambrogio, e maggior grido in tutta Italia per un valzer cantabile, ristampato più volte. Del secondo si citano tre drammi lirici, ed io rammento una coppia di versi senarii, dodici sillabe in tutto.
Metto insieme i due personaggi, poichè, oltre il fatto dell’essere amici, nella cronaca genovese di venti e trent’anni fa andavano sempre appaiati in qualche grazioso aneddoto, e amavano di farsi a vicenda delle piacevolissime burlette; per esempio il chiapparello dell’invito a pranzo, in cui or l’uno or l’altro cascava, dando materia di riso alle brigate.
Il poeta faceva i suoi pasti all’«Ussero», una vecchia trattoria, oggi sparita, nel vicoletto che dalla piazza delle Vigne mette in via degli Orefici. Sentendone decantar la cucina, il musicista si era lasciato invitare dal poeta; il quale, col pretesto delle porzioni abbondanti, ordinò il suo solito pranzo, per giunta abolendo la minestra, come una inutile risciacquatura di stomaco; e tre pietanze, il dolce e il formaggio spartì fraternamente coll’amico. Questi, che aveva sperato di pranzare «in Apolline», la fece per quel giorno magrissima.
— Che ti pare? — gli disse il poeta, com’ebbero finito. — Non abbiamo assaggiato di più cose, con questo metodo, e non siamo stati benissimo?
— A quel dio! — rispose il musicista, inarcando le ciglia ed allungando le labbra. — Ma se tu fai conto di pigliarmici un’altra volta!... —
Un giorno il musicista invitò a pranzo il poeta. L’appuntamento era per le cinque, sotto l’orologio del teatro Carlo Felice; di quel teatro dove l’uno era professore nella famosa orchestra diretta dal Mariani, dal divino Mariani, e l’altro aveva ufficio di poeta; un ufficio nel quale non faceva niente, e per il quale gli davano altrettanto, coll’aggiunta dell’ingresso in palcoscenico e il diritto di offrir le pasticche al corpo di ballo. Giunto al ritrovo, il poeta trovò il musicista, più che puntuale, che lo stava aspettando. Si fecero quattro passi su e giù; se ne fecero quaranta; se ne fecero quattrocento, davanti al teatro, discorrendo di cento cose; e in questi discorsi, e in questi andirivieni, passò una mezz’ora.
— Capisco; — disse il poeta tra sè. — Per andare a tavola è forse troppo presto, e un po’ d’aria con un po’ di moto aguzzerà l’appetito. —
E passeggiavano sempre; passeggiarono tanto, che l’orologio del teatro suonò le sei. Ma il musicista non se ne diè per inteso: seguitava a passeggiare, a discorrere.
— Aspetti qualcheduno? — gli chiese il poeta.
— Sì, per l’appunto; — rispose quell’altro.
Aspetta, aspetta, suonarono le sei e mezzo. Il poeta non ne poteva più dall’inedia.
— Ma si può sapere chi aspetti? — domandò.
— Vuoi saperlo?
— Se ti piace di dirmelo.... poichè tanto abbiamo da ritrovarci insieme....
— Certo; — rispose il musicista. — È un personaggio senza del quale non si andrà a tavola. Aspetto uno che, com’io ho invitato te, c’inviti a pranzo tutt’e due. —
Ma è tempo che si facciano i nomi. L’accenno al suo valzer, che si canta ancora come aria di bravura dalle prime donne d’antica scuola, vi avrà lasciato indovinare quello del musicista: il maestro Luigi Venzano. Era un omino tutto pelle e ossa, gentile d’aspetto, con un profilo che ricordava quello di Dante, dipinto a fresco da Giotto, in Firenze, nella cappella del Podestà. S’intende che bisognava tener conto degli anni, e dei danni che essi arrecano alle facce dei miseri mortali. I capelli erano pochi, neri, lucidi, ravviati in due cernecchi che venivano innanzi a carezzare i rosei pomelli delle guance: due baffettini neri neri, ma radi radi, gli ombreggiavano appena il labbro superiore. Luigi Venzano odiava i peli bianchi, e siccome odiava parimente le tinture, usava alla sua eterna giovinezza il cortese artifizio di strappare i peli bianchi via via che apparivano. Per tal modo i baffettini si andavano facendo più scarsi. Non era alto di statura, e aveva leggermente voltate ad arco le gambe, su cui camminava alquanto piegato nella vita. Abuso di violoncello, diceva lui. Infatti, era professore di violoncello al civico Istituto di Musica, e suonava magistralmente il suo patetico istrumento, così nell’orchestra del Carlo Felice come nella cantorìa di Sant’Ambrogio, avendo fama per la sua bella cavata, quanta ne aveva per il suo valzer cantabile.
Ben voluto da tutti, era ricercato nella miglior società, dove portava la sua personcina eternamente giovane. Ma nella sua vera gioventù era stato sul punto di prender moglie, essendosi innamorato a buono. La ragazza era bella; il padre, senza, esser ricco, aveva abbastanza del suo per non far nulla e per assegnarle una dote, in attesa del resto che non le sarebbe mancato, essendo figlia unica. Quel babbo non volle saperne di Luigi Venzano, maestrino di musica, già noto per qualche graziosa composizione, ma ancora e più per certe sue scappatelle.
Direttore d’orchestra del Carlo Felice era allora il maestro Serra, che morì ottuagenario poco dopo il 1860. Il maestro Serra, per fortuna, era amico del babbo tiranno.
— Gli parlo io, non dubitare; — disse il vecchio maestro al suo giovane violoncello. — È un brav’uomo, mi vuol bene, mi sentirà; te lo cambio da così a così. —
E faceva l’atto, con la mano, di rivoltare una cosa, come fosse una frittata. Luigi Venzano credette d’impazzir dalla gioia.
Il maestro Serra andò dall’amico quel medesimo giorno, e parlò, fu eloquente nel tesser le lodi del giovane. Sì, buon Dio, qualche ragazzata; ma chi non ne ha fatte, a vent’anni? Del resto, un buon figliuolo, onesto nell’anima, di cuore eccellente; d’ingegno, poi, d’ingegno ne aveva a bizzeffe. Non era ancora abbastanza conosciuto; ma, infine, era un artista nato, aveva buona volontà, si sarebbe fatto un nome e uno stato.
Il vecchio ascoltava; si sentiva scosso; ma voleva arrendersi a modo suo, con l’onore delle armi.
— Sì, tutto bene; — rispose. — Ciò vuol dire che se voi aveste una figliuola, gliela dareste?
— Io! — gridò sconcertato il maestro Serra. — neanche per sogno. —
Così avvenne che Luigi Venzano rimanesse scapolo fino al 21 gennaio 1878, il giorno e l’anno della sua morte.
Gaio, gentile e sempre giovane Venzano, ho già ricordato il tuo valzer cantabile, dedicato «in pectore» ad una gentile artista, Elisa Gassier, che ne fu la prima e valentissima interpetre sulla scena del Carlo Felice. Questo valzer ha avuto una coda, e questa coda non dev’essere perduta per le nuove generazioni. Ma innanzi di parlarne, bisognerà mettere in scena il poeta.
Domenico Bancalari, di Chiavari, dove era nato nel 1808 e dove aveva fatto ottimi studi letterarii, era venuto assai giovane a metter dimora a Genova, seguendo così il vecchio costume di tanti suoi conterranei. Lontani diciotto miglia a levante dalla metropoli, i Chiavaresi si sentono assai più genovesi degli abitanti di Cogoleto, che ne sono distanti assai meno, a ponente. Il fatto morale ha la sua ragione storica evidentissima nella stessa fondazione di Chiavari per opera della Repubblica Genovese; laonde la vita di Chiavari, dal 1167 in poi, s’intreccia talmente con quella di Genova che noi vediamo nel corso di sette secoli intere famiglie tramutarsi dall’una all’altra città, andando e venendo, a guisa di spole: in mano al tessitore divino, bisognerebbe soggiungere, per far la metafora compiuta.
Ma i Chiavaresi, ordinariamente, portano a Genova un tributo di operosità marinara e commerciale, Domenico Bancalari non portava altro con sè che un tributo di attitudini poetiche: magra scorta davvero, per venirci a fare fortuna. Ci fosse stata almeno la speranza della gloria! Ci sono anime ingenue che sanno contentarsene. Ma i tempi di Domenico Bancalari non erano da felici ardimenti, neanche in poesia; ed egli giungeva col suo bagaglio poetico a Genova, quando ne scappava Felice Romani col suo. Al nostro vecchio amico fu già grande fortuna poter dimostrare il proprio ingegno in un dramma lirico, «Virginia», musicato, se ben ricordo, dal Nini. La «Virginia» non gli fruttò quattrini; ebbe per effetto di accostarlo al teatro Carlo Felice, ov’ebbe titolo di «poeta». Era il caso più che mai, di scrivere per la scena lirica italiana. Infatti, seguì con un «Hernani», che, posto in musica dal Mazzuccato, non ebbe fortuna, e un «Malek Adel», vestito di note da un musicista dilettante, il principe Poniatowski. Il Bancalari meditò poscia un «Cromwell»; ma il suo melodramma, trattato con una larghezza di colorito onde aveva l’esempio nel dramma omonimo di Vittor Hugo, restò in mente del poeta, se pure non è più esatto il dire che restò in mente Dei. Il poeta si era dato in quel mezzo all’insegnamento, e al più penoso degli insegnamenti, che è l’insegnamento privato. Penoso per la materialità della cosa, s’intende, e per averne egli soverchiamente occupato l’orario quotidiano: nel fatto egli aveva conforto dalla scolaresca più graziosa che si potesse immaginare. Le belle Genovesi, che furono giovinette tra il ’40 e il ’78, e che non andarono in conservatorio a farsi inghebbiare la dolce arte del dire dalle monache, sono state quasi tutte scolare di Domenico Bancalari, per la storia, la lingua, e la letteratura italiana.
Ed egli meritò la fiducia delle famiglie, candido dell’animo e dei costumi, garbato nel discorrere, misurato nei modi, serenamente amorevole, pieno di dottrina non pedantesca, dotato di finissimo gusto in ogni cosa. Era curioso il suo modo di esercitare le alunne alla composizione italiana. Tutte le mattine, uscendo dal suo quartierino di piazza delle Erbe, pagava il suo tributo alla politica, comperando un giornale. Leggiucchiava camminando: giunto alla prima stazione del suo quotidiano viaggio didattico, metteva il giornale sotto gli occhi alla gentile alunna, facendole leggere ad alta voce un articolo di fondo, una corrispondenza politica, una notizia cittadina, una cronaca d’arte, quel che gli capitava, o che per certe ragioni gli aveva fatto più senso. L’alunna doveva leggere a garbo, magari correggendo gli errori di stampa, ed anche quelli di interpunzione, che non erano tutti da imputarsi ai tipografi: doveva pronunziare italianamente, levandosi via via i difetti della pronunzia dialettale, dar con le pause, con le spinte di voce, con l’accento vibrato o dimesso, i giusti coloriti al discorso. Inoltre, e sopra tutto, doveva trovare in che punti lo scrittore avesse errato nelle proprietà della lingua, nella purità dei vocaboli e nella sincerità delle locuzioni, nel gusto delle frasi, nella proporzione dei periodi, nell’equilibrio delle parti; dove avesse detto troppo, dove troppo poco, e dove, anche in molte parole, un bel niente. Il professore, come potete immaginare, guidava lui questa diligente ricerca del pel nell’uovo, uscendo qua e là in certe sue volate di storia antica e moderna, d’arte, di scienza, d’usi e costumi, e di tutto ciò che gli paresse opportuno. E qualche cosa di tante lezioni svariate restava naturalmente nella memoria dell’alunna, a cui spesso pareva di aver trovato lei stessa ogni cosa; e questo era certamente il maggior frutto di un simile insegnamento. Ma il giornalista, poveraccio, era fatto il più delle volte a pezzetti. La cosa dev’essere capitata anche a me; tante volte mi son sentito fischiare gli orecchi!
— Ti ho pagato il tributo! — mi gridava egli qualche mattina, da un marciapiede all’altro della strada, agitando comicamente in aria il giornale scritto da me.
Povero amico! lo vedo ancora, amante del grigio nei calzoni, del bianco nella sottoveste, del lionato chiaro nel soprabito, colori che si confacevano alla tinta dei capelli tra il biondo antico e il bianco moderno, irremissibilmente tagliati fino alla cotenna. Era di bella statura, non regolare di lineamenti, ma piacente di aspetto, con quella sua faccia socratica, vivacissimi gli occhietti grigi sotto le sopracciglia foltissime, bianco rosata la carnagione, alta la fronte e nocchiuta, prominenti gli zigomi, un po’ ristrette le guance ai lati della bocca, che appariva assai bella per la candidezza dei denti e il vermiglio tenero delle labbra carnose, tra due baffettini ancora timidamente biondeggianti e una barbettina corta, ristretta alla curva del mento. Gaio compagnone, ma senza follìe, come si conveniva alla età matura, pronto alla celia, facile al garbato epigramma e disposto a gradirlo anche quando fosse rivolto contro di lui, era di tutte le feste, di tutte le scampagnate; amava la compagnia dei giovani, e per la freschezza dei sentimenti, per la giocondità delle idee, per l’amabilità del discorso, pareva sempre tra questi il più giovane.
La mia amicizia con lui aveva avuto uno strano principio. Ci conoscevamo da un pezzo, per la frequentazione costante al teatro di musica, per la comune amicizia con Angelo Mariani; e ci salutavamo, barattavamo all’occorrenza qualche frase, ma senza intimità, e ci davamo del lei. Avvenne che io perpetrassi un delitto letterario, un sonetto, per la serata di una prima donna; l’unico, se la memoria non mi tradisce, certamente l’ultimo della mia vita. La prima donna era giovane, brava e promettente; ma credo che non abbia fatto carriera, perchè dopo uno o due anni non ne ho più sentito parlare. Bellissima com’era, mutò certamente la cara libertà del palcoscenico con una più cara servitù matrimoniale; viva la faccia sua, e siano stati figli maschi, com’è da augurare a tutte le donne belle, per il miglioramento della razza italiana. La diva era venuta a Genova con parecchie commendatizie, una fra l’altre per me. Avevo fatta la mia visita, e conosciuta in lei una rispettabilissima persona; l’avevo presto ammirata in due spartiti vecchi e in uno spartito nuovo, opera di un amico mio, che ebbe il torto di addormentarsi poi sugli allori. Tutti questi erano stati per me motivi sufficienti a delinquere. Il sonetto, debitamente stampato e distribuito in teatro col solito volo dei foglietti dalla piccionaia, aveva questa chiusa:
«o ben nomata
Angelica nel canto e nel sorriso».
Non rammento altro, dei miei quattordici versi; ma rammento benissimo che non avevo firmato, stampando, e che non avevo creduto necessario di vantarmi dell’opera mia presso la gentile artista. Il Bancalari, poeta del teatro, fu creduto a bella prima l’autore, e ricevette quella medesima sera i ringraziamenti della diva. Lì per lì, non avendo ancor visto il sonetto, non aveva capito, nè saputo che rispondere; poi, letto il foglio, era rimasto più impacciato che mai, non osando correr da lei per dirle: badate che io non ci ho colpa. Lo disse, veramente, qualche giorno più tardi; ma per allora, fortemente turbato, sospettando che fossi stato io l’autore dei versi, era venuto da me per raccontarmi ogni cosa e scusarsi di non aver saputo chiarir subito la faccenda, di non aver dato a Cesare....
— Quel che è di Giulio! — diss’io, interrompendolo. — Senta, anzi, senti; poichè questo segreto ci fa complici, potremo darci del tu. Ho riletto il mio sonetto a mente fredda. È una birbonata, e tu certamente non puoi esser contento che si attribuisca a te. Quanto a me, son ben felice che non si sappia chi ha scritto quei versi. Così potessi esser io l’autore dei tuoi!
— Quali? — esclamò, rizzando la testa e spalancando gli occhietti grigi.
— «Elisa....» — incominciai. — «Elisa, ricorda....» —
Fece l’atto di dar nelle furie; ma si trattenne tosto; finì anzi con ridere.
— Anche tu! — diss’egli. — Anche tu li sai?
— E chi non li sa, quei due versi maravigliosi? «Cui non dictus Hylas puer et Latonia Delos?» —
Ecco la storia dei due versi di Domenico Bancalari. Questa si collega all’altra del valzer cantabile di Luigi Venzano; ne è veramente la coda, come ho già avuto l’onore di dirvi; e tralascio per lei di finirvi un dialogo che può avere la sua importanza per me, ma non ne avrebbe nessuna per voi.
La stagione invernale del 1849-50 volgeva al suo termine: ancora un paio di settimane, ed Elisa Gassier, la vezzosa cantatrice, sarebbe partita da Genova. Luigi Venzano, il cui valzer ella aveva così deliziosamente cantato, voleva dimostrarle la sua gratitudine scrivendo qualche cosa sull’albo di lei: una romanza, una barcarola, un madrigale, od altro di somigliante, in cui potesse svolgere un pensierino musicale, che avrebbe certamente trovato nella sua giovane fantasia. Egli apparteneva ad una scuola artistica, per la quale
«Musica e poesia son due sorelle
Consolatrici delle afflitte genti»
e credeva che quelle due sorelle non dovessero andar mai scompagnate, obbedendo in ciò al loro antico destino, che le aveva fatte nascere ad un parto. Così, appena gli fu venuta l’idea di scrivere il suo madrigale, od altro che fosse per riuscirgli, il maestro Venzano non ebbe più pace: voleva i versi: gli occorreva il poeta.
Il poeta, per fortuna, lo aveva sotto la mano. Quella medesima sera lo avrebbe trovato in teatro, andando alla prova dell’opera con cui si chiudeva la stagione. Quando giunse in orchestra, vide infatti il Bancalari, che si aggirava tra i crocchi del palcoscenico, distribuendo le sue eterne pasticche. Anch’egli, il Venzano, lasciato il violoncello ancor nella cassa, scavalcò lesto la ribalta e salì sul proscenio; prese l’amico per un braccio, lo trasse in disparte, e con la sua aria più misteriosa gli disse:
— Menico mio, tu dovresti farmi un piacere....
— Anche due, — rispose il poeta, — purchè si tratti di cosa che io possa fare. Capirai che se fossero quattrini....
— Potrai certamente; — ripigliò il musicista, lasciando cadere un discorso che sarebbe stato inutile proseguire. — Chiedo il piacere alla tua fantasia di poeta.
— Ahi! si mette male; — disse l’altro, che a quell’uffizio era pigro. — Sai che ci ho fatta la ruggine?
— Ti prego, non mi dir di no. Due versi per metterli in musica. —
E qui il musicista narrò partitamente all’amico qual fosse il suo bisogno, a chi fosse destinato il componimento, e come fosse necessario far presto.
Quell’altro non voleva saperne. Versi a lui, al poeta del teatro? Era come domandargli mille lire in imprestito. Nicchiò, si provò a ricusare, gridando di non voler essere seccato; e frattanto con gli occhi smarriti andava guardandosi intorno, quasi cercando qualcheduno che potesse e volesse liberarlo da quel passo difficile.
Ma il musicista incalzava. Si era messo tra lui ed ogni via di salvezza; lo stringeva tra l’uscio e il muro, o per dire più esattamente, tra la prima quinta di sinistra e il gran pilastro della bocca d’opera. Il Venzano, finalmente, era un amico, il migliore degli amici, e chiedeva per la prima volta un servizio al poeta. Ma il bisogno dei versi era poi così urgente? Se almeno si fosse potuto rimandar la faccenda al giorno seguente! No, no, quella sera, per l’appunto quella sera. Il musicista era in vena; quella sera, appena finita la prova, contava di andarsene difilato a casa, di mettersi al piano, di trovare la melodia. Domenico Bancalari fece tutte le smorfie di Proteo, il dio dei pesci, costretto a dare il suo responso al disgraziato marito di Elena. Voleva guizzar di mano all’avversario; ma non c’era verso; quell’altro lo teneva più stretto che mai.
— Ebbene, sia; — diss’egli, facendo di necessità virtù. — Infine, capisco, l’amicizia ha i suoi diritti. Sarai contentato, barbaro uomo.
— Oh bravo! — gridò il musicista, levando le palme. — Credi che mi fai proprio una grazia, e mi togli da un grande impiccio. A te, del resto, che cosa costano due versi? Il tempo di scriverli.
— E di pensarli; — replicò il poeta, rabbruscandosi. — Credi proprio che sia come aprire la bocca e lasciar correre il fiato? Ma sia, ho promesso; ed eccomi a servirti, qui sui due piedi. —
Il musicista si allontanò, avendo ottenuta la promessa formale. Seduto sul suo sgabello in orchestra, e voltandosi di tratto in tratto a sbirciare con la coda dell’occhio di sopra la sua spalla sinistra, poteva vedere il poeta a lavoro. Domenico Bancalari aveva cavato di tasca il taccuino con la sua brava matita, e un po’ a capo basso, un po’ con gli occhi in aria, come è dei poeti, quando alternano i sorrisi dell’estro con le invocazioni alla Musa, cogliendo quelli al varco in quattro segni di scritto e rinnovando queste ad ogni triste pausa del soffio divino, faceva il debito suo, là, tra la prima quinta di sinistra e il gran pilastro della bocca d’opera, sui due piedi, come aveva promesso, anzi sopra un piede solo, poichè aveva posato l’altro sul piano impagliato di una seggiola, per farsi scrivanìa del ginocchio.
La prova era incominciata; andò avanti, ora alla svelta, ora a riprese, come tutte le prove. Ad ogni pezzo, voltando la testa alla sua manca, il maestro Venzano vedeva il poeta, sempre al medesimo posto, col taccuino sul ginocchio, con la matita in pugno, alternare i suoi gesti, veramente di significato un po’ dubbio, tra l’ispirazione e la stizza. Si sa, non è sempre benigna la Musa, e non offre sempre facilmente la rima ai poeti. La prova finì, come finiscono tutte le cose di questo mondo; ed anche il poeta aveva finito, poichè, quando il musicista ritornò sul palcoscenico, egli stava per appunto levando il taccuino dal ginocchio e il piede dal piano impagliato della seggiola.
— Eccoti i due versi; — diss’egli, con accento burbero, quasi ringhioso, porgendogli il foglietto, strappato allora allora dalle carte del suo taccuino.
— Ah, bene! grazie! — rispose Luigi Venzano, dando una rifiatata di contentezza.
E corse subito con gli occhi al foglietto che aveva preso tra mani; e l’aria di giubilo che gli si era dipinta sul viso andò subito dispersa in un gesto d’ingrata maraviglia.
— Soltanto due! — esclamò.
— Due, certamente; — disse il poeta. — Non me ne hai chiesti che due.
— Dicevo due; ma potevano esser quattro, sei, anche otto; — replicò timidamente il musicista. — Un pensiero musicale ha bisogno di tutti i suoi svolgimenti.
— E tu svolgilo, ripetendo i due versi. Quante volte non si è fatto ciò, in musica!
— Capisco, sì, capisco. Si può andar molto lontano, con due versi. Ma io mi aspettavo tutt’altro. Sei stato qui tre ore ritto impalato a scriverli.
— «In tenui labor;» — replicò sentenzioso il poeta.
Il maestro Venzano, frattanto, accostatosi ai lumi della quinta che l’impresario non aveva ancora pensato a far spengere, mise gli occhi curiosi sul fresco parto dell’amico poeta. Ecco i versi, i due versi maravigliosi che lesse:
«Elisa, ricorda
L’amico Venzano».
E nient’altro, Dei immortali, nient’altro.
— Bella roba! — gridò il musicista, stizzito. — A far questo ero buono ancor io. —
Il poeta era di ottima pasta; ma, come tutti gli uomini di ottima pasta, aveva i suoi momenti cattivi. Andò in collera, si rivoltò, come voi, come me, se fossimo poeti, o serpenti, e qualcheduno ci pestasse la coda.
— Vedi? — proruppe egli, con voce sibilante di sdegno. — Vedi che non capisci niente? e quando te lo dice qualcheduno, non te ne vuoi persuadere. Andate a far servizio alla gente!... alla gente che non capisce! Già, sempre così; «A cui Natura non lo volle dire — Noi dirian mille Rome e mille Ateni». —
L’altro seguitava a guardare il foglietto, e ripeteva a mezza voce, torcendo anche un tantino la bocca:
«Elisa, ricorda
L’amico Venzano».
— Ignorante! — gridò il poeta inviperito. — Non sai neanche leggerli.
— Io? e come van letti, di grazia, perchè sembrino un’altra cosa?
— Tu l’hai detto: perchè sembrino un’altra cosa. E ci vuol poco, quel poco che manca al tuo raziocinio. Dammi qua; — proseguì il poeta, strappandogli il foglietto di mano. — Ecco in che modo van letti. Un po’ d’anima, per bacco; una scintilla del fuoco sacro, che non alligna nella tua testa di rapa. Elisa!... Questa, per tua norma è un’apostrofe. Non sai che cosa sia, l’apostrofe? È una figura rettorica, nobilissima figura, con la quale si rivolge il discorso a cosa animata, o inanimata, che abbia lì per lì colpita la mente. Qui è una cosa animata, è Elisa, Elisa a cui ti rivolgi, perchè essa ti ha colpito, perchè vuoi essere inteso da lei, e le domandi ascolto. L’apostrofe domanda, nella lettura, un accento gagliardo, d’invocazione sopra tutto, ed anche, come ne è qui il caso, di passione rattenuta; mettendoci tutta l’anima tua, Eee.... lisa! E poi viene il ricorda; dopo l’invocazione la domanda, ciò che tu speri, ciò che tu implori da lei. Anche qui, dunque, un pochino di sentimento; rii.... corda! Ma chi deve ella ricordare? l’amico. E qui, fàtti modesto, per indicare questo titolo che invecchi, per essere ricordato da lei. Questa parola «amico» tu devi proferirla con un accento più tenue, che vada smorzandosi, morendo nell’altra parola, nella parola finale: «Venzano». —
Luigi Venzano stava ascoltando, ma niente persuaso da tutta quella cicalata.
— Mi par sempre la medesima scioccheria; — osò dir egli, come l’altro ebbe finito. — Dov’è il pensiero poetico che io ti domandavo? Questa è prosa, finalmente.
— Prosa! lo dici tu, ignorantissimo uomo. Se fosse prosa, potresti tu parlare alla signora in questa forma audacissima, dandole così liberamente del tu? Diresti, m’immagino, press’a poco così: «Signora Elisa, la prego, quando sarà lontana, di ricordarsi degli amici, tra i quali io non sono certamente il meno devoto». Oppure: «Signora Elisa, io spero che Lei, quando avrà lasciato la nostra città, voglia ricordarsi qualche volta della mia modesta persona: non merito tanto, lo so; ma infine, la sua squisita bontà....» E qui una dozzina delle solite stupidaggini, di cui è fatta la prosa corrente. In poesia vai più svelto, come vedi.
— E non le dico niente; — ribattè Luigi Venzano.
— Niente! e da capo! Quest’uomo è veramente diverso d’ogni costume. C’è tutto, per tua norma, qui dentro; c’è tutto il necessario, non una parola di meno, non una parola di più: il sommo dell’arte! Non dovrei vantarmi da me; ma sei tu che mi tiri pei capelli. Infine, ragioniamo. A chi ti volgi, col tuo pensiero musicale? A lei. Chi è lei? Elisa. Inutile che tu soggiunga il casato della signora, poichè scrivi nel suo albo, che non è quello di un’altra; ne convieni?
— Ne convengo.
— Dunque, dicevamo, Elisa. E non puoi dirle altro che Elisa; non puoi metterle di costa il più magro degli epiteti, che sarebbe sempre una libertà troppo grande, e ti farebbe passare per un fatuo, agli occhi suoi e dell’universo mondo; me convieni?
— Ne convengo.
— Oh, santa pace! e allora ci siamo. Che cosa le domandi tu, ad Elisa? Non già che ella ti ami. Queste cose si chiedono a voce, se mai, perchè ti rida lei sul muso; non si mettono in carta, perchè ti ridano gli altri alle spalle. Del resto, un cavaliere di garbo non domanda che un pensiero. È già molto, sai? Ora, poichè ella parte, questo pensiero è facilmente, naturalmente, un ricordo. Eccoti dunque giustificato il «ricorda». Ma chi deve ella ricordare? L’innamorato?
— Eh via! chi ti ha detto che io ci abbia di queste intenzioni?
— Ho piacere che tu stesso lo intenda. Del resto, non si potrebbe metter la parola in un albo, che può andare per tante mani. L’amico, dunque, l’amico. Ed eccoti per l’appunto questa parola necessaria: «l’amico». Ma chi è questo amico? Ce ne son tanti, di amici! Bisogna dunque specificare. Specifichiamo l’amico. Luigi, lo capisco benissimo; tu avresti voluto metter Luigi, ed anche con la sua brava dieresi: Lüigi. Ma sai che sarebbe stata un’audacia singolare, un’audacia strana, inaudita! In quella vece, il cognome, nient’altro che il cognome. È usuale; è di buon genere; Venzano!
«Elisa, ricorda
L’amico Venzano».
C’è tutto; — conchiuse Domenico Bancalari con aria di trionfo; — non una parola di più, non una di meno; il sommo dell’arte, come ho l’onore di ripeterti, è sommo dell’arte. E tu dicevi che non c’è niente! Dillo ancora se l’osi.
— Non l’oserò; — rispose rassegnato Luigi Venzano. — Ma ti giuro che andrò a farmi fare due versi da un altro. —
Il poeta non ci vide più lume.
— E vacci, in tua malora, — gridò, — e trovalo, che ti faccia un centone di frasi, in cui annegare il tuo pensierino musicale, povero pulcino tisico, sgusciato per carità! Io potrò sempre dire col profeta: «Curavimus Babylonem et non est sanata, derelinquamus eam». —
In quel punto si accostò un inserviente.
— Signori, se hanno finito, si spenge.
— Sì, spegni pure, abbiamo finito; — brontolò Luigi Venzano.
I due amici si avviarono all’uscio del palcoscenico, per infilare il corridoio dei palchi di prima fila. Ma quella sera, usciti dal teatro, non cenarono insieme. Domenico Bancalari svoltò da un canto, e Luigi Venzano dall’altro.
Ritrovò questi il poeta che gli facesse il centone? Non ne ho raccolto memoria. Per saperlo, bisognerebbe vedere nell’albo di Elisa. Comunque sia, la eminente cantatrice partì da Genova, e uscì più tardi dall’arte, ignorando quell’episodio della sua gloriosa carriera, e come per lei, innocentissima causa, due vecchi amici restassero una settimana imbronciati.
Poveri vecchi amici, andati via via dove andiamo tutti, a dormire il gran sonno! Quante volte non lo abbiamo perduto insieme, il sonno, facendo l’alba in un quartiere o nell’altro della città, per accompagnare a casa or l’uno or l’altro di noi! E quante volte, o Domenico Bancalari, o Luigi Venzano, non vi ho io tormentati con la storia dei versi ad Elisa! Ma niente di male, in fin dei conti; ridevate, e per un’ora almeno ridiventavate giovani anche voi.
C’è nei lieti ricordi evocati una gioia che trabocca dall’anima dei ricordatori, per trasfondersi nell’anima di un’intiera brigata. Io, quando mi trovo in compagnia di vecchi che amino ricordarsi e raccontare, provo un gaudio estetico singolarissimo ad entrare nella memoria loro, a stuzzicarla, come si fa col fuoco in un camino, per vedere la gioconda fiammata di gioventù, che traluce dagli occhi, colora le guance, anima il gesto e l’accento. Perfino le carni riprendono il loro vigor giovanile, in questa specie di valle di Giosafat, dove le rimembranze avvizzite son pronte a risorgere, senza suono troppo fragoroso di trombe.
E ne stuzzicavamo, dei fuochi illanguiditi, nelle notti dopo lo spettacolo, al secondo piano di quella trattoria del teatro Carlo Felice, intorno ad una gran tavola che aveva la fortuna di parer sempre troppo ristretta! Ci passarono tutti, là dentro, italiani e stranieri, artisti, poeti, scrittori, uomini politici ed amministrativi, soldati, mercanti e fannulloni emeriti, che sentivano il bisogno di un’ora di espansione amichevole. Ce n’era uno, per verità, che non voleva espandersi, ma concentrarsi: il povero Giuseppe Rota, il famoso autore dei «Bianchi e Neri», del «Giocatore» e di tante altre azioni coreografiche, rimaste nella memoria del mondo come vere opere d’arte. «Amici, concentriamoci» era il suo grido. Angelo Mariani, il musicista insigne, il celebrato direttore d’orchestra, ammetteva la concentrazione, ma non voleva si dicesse «amici», parola secondo lui abusata tra i popoli; pretendeva che si dicesse «amichi» perchè c’era l’idea, ma rinnovata, rinfrescata, rinvigorita da qualche cosa di più. Un’acca, sicuramente. E gli «amichi» in quelle ore ne trovavano delle carine. Luigi Venzano, ad esempio, inventò il trionfo di Luigi Saccomanno, dopo la serata di questo egregio cantante, che aveva creata in Genova la parte di Mefistofele nel «Faust» del Gounod.
— Senti, — era andato a dirgli in camerino tra un atto e l’altro il Venzano, — gli «amichi» non hanno voluto darti fiori, che son riserbati alle prime donne; non allori, che stanno bene dai salumai; non bottoni di brillanti, che stanno meglio nelle vetrine dei gioiellieri.
— Che! che! — gridò il Saccomanno. — La vostra «amichizia» mi basta.
— No, questo no, è troppo poco; — riprese il Venzano. — Ma che ne diresti di una cena, preceduta dagli onori del trionfo?
— Vada per la cena; — disse il baritono. — Tanto la faccio ad ogni modo, e sarà tanto di risparmiato: ma il trionfo.... Credi proprio che io l’abbia meritato? Basta, fate voi altri.
— Vedrai, e ne sarai contento; — replicò il Venzano. — Finito lo spettacolo, spògliati con tutto il tuo comodo; ti aspetteremo sotto il pronao del teatro. —
Ecco ora in che consisteva il trionfo. Un trionfo presuppone un carro. Luigi Venzano ne aveva adocchiato uno, nell’angolo della piazza, tra il colonnato del Carlo Felice e i portici dell’Accademia. Quando il Saccomanno, che era d’ultima scena, ebbe finito di spogliare le maglie rosse e di levarsi dal viso l’impiastricciatura diabolica, il teatro era sgombro da un pezzo, e sotto il pronào, partita l’ultima carrozza, non c’erano che gli «amichi» adunati in attesa, col loro carro, o, per dire più esattamente, con una certa carretta, che aveva la cassa protetta da un coperchio a due imposte, come un uscio a due battenti. Comparve il Saccomanno, vide lo strano arnese, riconobbe una carretta da spazzaturai, rise e ci saltò dentro, fra gli evviva di una trentina di «amichi». I quali, parte alla testa, parte ai fianchi, parte alla coda della carretta, si diedero a tirare, ad accompagnare, a spingere, gridando come ossessi, per via Carlo Felice e piazza Fontane Amorose. C’erano degli uomini gravi, nella compagnia trionfale; farei inorridire, se dicessi tutti i nomi; vi basti di sapere che erano del numero certuni, i quali dovevano poi tirare, magari portandolo un pochino sull’orlo dei fossi, il classico carro dello Stato.
— Viva il grande, il sommo, l’eccelso baritono, il divo Luigi Saccomanno! — si andava gridando a squarciagola. — Onore all’impareggiabile merito del maraviglioso artista che sotto le spoglie di Mefistofele ha mandato in visibilio il rispettabile pubblico e l’inclita guarnigione! —
E via di corsa, con gran fragore di ruote sul lastrico della strada; ma tosto con un lungo codazzo di guardie della questura, che volevano fermare il carro, e intanto, riconoscendo nella brigata alcuni personaggi che il nastro verde od altra ragione rendeva sacri ai loro occhi, si contentavano di seguire il cortèo trionfale, gridando: — signor cavaliere, per carità! signor marchese, di grazia! la smettano; lascino dormire in pace tanti buoni cittadini!
— Che pace! che dormire! — si rispondeva. — Quando c’è il merito, bisogna riconoscerlo... ed onorarlo. Seguite anche voi, e gridate: «Io triumphe»! —
E risate, frattanto, ed arringhe del trionfatore, che andava traballando ad ogni scossa del veicolo. Come Dio volle, si finì la gazzarra; il trionfo della carretta fu fermato sulla piazzetta della Meridiana, davanti ai Telamoni del palazzo Verde.
Queste erano follìe. Ma quante belle conversazioni di musica, di letteratura, d’arti figurative, di economia politica, di commercio, d’industria, di nautica, perfino di astronomia! Ricordo una sera, in cui Camillo Flamarion, allora in peregrinazione scientifica per l’Italia, ci svolse la sua teorica della pluralità dei mondi abitati. Domenico Bancalari mancava di rado a quelle feste dell’ore «all’amicizia sacre» come le chiamava Tommaso Marchesani, il mio indimenticabile compagno di passeggiate notturne. Domenico Bancalari partecipava con l’anima a tutto, non riscaldandosi in nulla, sempre sereno, garbato, ilare e fine. Ed anche aveva finito a compiacersi di sentir ricordato l’albo di Elisa.
— Ma sì, — mi diceva, — non ti pare? Avevo detto tutto quel che c’era da dine: Non una parola di più, non una di meno, è il sommo dell’arte. —
Anch’io, senza sperar di raggiungere in ciò il sommo dell’arte, vorrei non dir più del bisogno. Ma direi certamente di meno, se non ricordassi che il mio povero amico mi ha ricordato nel suo testamento; l’unico testamento, ahimè, in cui sarà stato scritto il mio nome.
Da qualche tempo non ci si ritrovava più che di rado. Con la morte del Mariani, avvenuta nel 1873, la società degli «amichi» si era quasi dispersa. Vedevo il mio Bancalari ad intervalli, ordinariamente di mattina, andando egli a qualche lezione, ed io all’ufficio del giornale. — Ti ho pagato il tributo! — mi gridava egli dall’opposto marciapiede di via Sellai, o di via Carlo Felice, agitando il foglio che aveva tra mani. — Grazie! tu sei la perla dei contribuenti; — rispondevo. E ognuno di noi tirava dritto per la sua strada.
A mezzo il giugno del 1879 ammalò, ed io non seppi nulla. La malattia fu breve. Il 21 giugno venne da me il commendatore Paolo Papa, farmacista in piazza del Palazzo Ducale, egregio cittadino e mio compagno d’armi.
— Il povero Bancalari, — mi diss’egli, con le lagrime agli occhi, — è morto.
— Che? come?... — gridai.
Ed anche a me si velarono gli occhi. Domenico Bancalari era uno di quegli amici che si possono materialmente trascurare per giorni e settimane, senza che essi siano perciò meno presenti al nostro spirito, o meno cari al nostro cuore.
— Sì, questa mattina; — mi rispose Paolo Papa. — Ed ecco il suo testamento. —
Il testamento era breve; Domenico Bancalari lo aveva scritto di suo pugno, in un foglietto di carta, a matita, come i due versi ad Elisa. Lasciava poco, l’amico mio, perchè poco aveva messo da parte. Tra i paragrafi del malinconico documento c’era questo, che risguardava la mia povera persona:
«All’amico Anton Giulio Barrili lascio la Storia della Letteratura Italiana di P. L. Ginguené, in dodici volumi. Credo che egli non possieda quest’opera, perchè un giorno me ne ha chiesto un volume in imprestito. La tenga, ad ogni modo, per ricordanza del suo vecchio amico».
Quel medesimo giorno la Storia del Ginguené (versione Italiana del Perotti, edizione milanese del 1825) venne ad arricchire la mia libreria. Non erano dodici, i volumi, ma undici. C’era il terzo, quello imprestato a me e da me restituito a suo tempo; mancava il quinto, sicuramente imprestato ad altri e non ritornato al suo padrone legittimo: onde l’opera mi rimane scompleta. Anche così, mi è cara; nè, comunque parecchi volumi siano rotti, sbrendolati dall’uso, osai farla rilegare, parendomi in quella veste primitiva di sentir meglio la presenza di lui.
Bancalari, Venzano, inseparabili amici, siate uniti anche qui, nelle mie rimembranze giovanili. Viveste buoni, modesti ed utili. Se i fatti avessero consentito, avreste conseguita la fama. Le mie pagine non potranno darvene punto. I pochi che mi leggeranno, sappiano che meritavate di conseguirne moltissima; sappiano ancora che nessuno ebbe a sentirsi offeso dal vostro orgoglio, oppresso dalla vostra superiorità, schiacciato dalla vostra fortuna; sappiano infine che foste anime nobili, che siete vissuti amando, lasciando intorno a voi, nella generazione che vi conobbe, un dolce ricordo d’intelligente bontà, un «incognito indistinto» di gentilezza, di virtù, di sorrisi.
Ciò forse val meglio che lasciare un nome nella storia.