L’amico Bastiano.
Ero a tavolino, scrivendo; con poca voglia, veramente, poichè dalla finestra si vedeva un bel cielo sereno, e tutto invitava ad uscire. Ma la necessità comandava; e la necessità, che fa l’uomo ladro, lo fa qualche volta anche scrittore. Scrivevo, adunque; e già incominciavo a rassegnarmi, a prenderci gusto, quando entrò la fantesca per dirmi:
— Signor padrone, c’è un signore che domanda di Lei.
— Oh Dio! — mormorai. — Gli hai dunque detto che c’ero?
— Scusi, mi ha detto che era un amico, un vecchio amico, e che l’avrebbe incomodata soltanto per pochi minuti. —
Sospirai, rassegnandomi alla visita, come già m’ero rassegnato al lavoro.
— Dov’è? — ripigliai.
— Nel salottino.
— Bene, ora vengo. Ma no, — soggiunsi, pentendomi subito. — Se è un amico, puoi farlo entrar qua. —
E dentro di me soggiungevo:
— Non troverà una sedia libera, e capirà, vedendomi a tavolino, che non posso esser seccato con lunghi discorsi. Perchè io li conosco, questi messeri che hanno da incomodare soltanto per pochi minuti. Date loro un dito e vi pigliano la mano; una mano, e vi pigliano il braccio. —
L’amico entrò. Non lo conoscevo neanche per prossimo. Era un signore alto e grosso, dalle spalle quadre, con una gran faccia larga e carnosa, senza peli alle labbra ed al mento, ma con due ventole lunghe e nere come l’ebano, in mezzo alle quali si dilatava un bel naso, la cui punta appariva filettata di vasi sanguigni. La fronte era bassa, ma prendeva una certa dignità dal cranio nitido e lustro come una palla di biliardo. Gli occhi erano piccini, ma lucenti di malizia, sotto due sopracciglia folte, ispide e pronte alla difesa. Il personaggio vestiva signorilmente, con eleganza forestiera, e portava bottoni di brillanti al petto della camicia. Probabilmente ne aveva anche ai polsini; a buon conto, ne osservai uno, senza volerlo, che luccicava al quarto dito della mano destra; un solitario che così ad occhio e croce poteva essere stimato a diecimila lire. S’intende che non ebbi modo di far subito il conto; dovevo guardare in faccia il personaggio, e guardandolo non venivo a capo d’indovinare chi fosse.
Mi alzai, facendo di necessità virtù, e levai tre grossi volumi di sopra una seggiola, con intenzione di offrirgliela. Capirete, non si può far tutto ciò che si pensa.
— Prego.... — dicevo frattanto. — In che posso servirla?
Quell’altro mi guardava sorridendo, e ad ogni tratto ammiccando, socchiudendo gli occhi, spalancandoli, come se volesse vedermi bene, contemplarmi in più modi. Ma quella mimica non poteva durare eternamente; ed egli, come Dio volle, la smise.
— Sei tu, non è vero? — incominciò. — Ma sì, ma sì, sei mutato di poco. Ingrassato, per altro!
— E tu, caro, non canzoni; — gli risposi io, abbastanza, seccato. — Sei ingrassato tanto, che non ti riconosco affatto, e ti prego di dirmi il tuo riverito nome.
— Non mi riconosci? — esclamò. — Egli non mi riconosce più! — proseguì, come parlando ad un suo spirito interiore. — Vedete che cosa fa la gloria. Ci ha i fumi alla testa, il nostro compagno di scuola. Ma davvero, non ti ricordi più dell’amico Bastiano? —
Ci sono degli uomini che hanno di queste malinconie. Non li avete più visti da quarant’anni; erano piccini allora, mingherlini, senza un pelo sul viso; vi vengono davanti uomini fatti, strafatti, con tanto di basette, senza capelli in testa, e pretendono in quell’ultimo figurino li riconosciate «hic et nunc» per quelli di prima. Io, neanche al suo nome, riconobbi il mio Bastiano: mi fu necessario un esame interiore, una rassegna veloce, a ritroso, di tutte le fasi della mia adolescenza, della mia puerizia. Ah, finalmente, c’ero; ritrovavo, quantunque sbiadita, l’immagine dell’amico Bastiano. Ma erano passati mill’anni, a dir poco, dal giorno che l’avevo perduto di vista. Un cosino alto così, due soldini di cacio! Nondimeno, feci tutti i gesti di circostanza, e con quella buona grazia che salva tutto, mi precipitai nelle braccia che egli mi offriva spalancate.
Dato quel piccolo sfogo ai sensi dell’amicizia, feci sedere accanto a me l’amico Bastiano.
— Qua, qua, vecchio compagno; — gli dissi, battendogli anche la mano sulle ginocchia. — Ma chi poteva riconoscerti subito, dopo tanti anni, nella spoglia dell’uomo maturo? E da dove, se è lecito?
— Da Parigi, da Berlino, da Vienna.
— Un bel giro! — Ma prima di Parigi?...
— Montevideo, Buenos-Aires, Rio de Janeiro.
— Bravo! vai sempre per triple?
— Aggiungi tre dozzine d’anni che manco dalla patria.
— Appena? — mi sfuggì detto. — Mi pareva che ci fossimo perduti di vista da molto più tempo.
— Già, ti ricordi? Eravamo stati compagni ancora in grammatica, e poi per due mesi di umanità. Io ho lasciato allora gli studi a mezz’anno. I versi mi allegavano i denti. Quelle regole della.... come diavolo si chiama quella storia.... per fare i versi in latino?
— La prosodìa, caro. Rammenti il primo precetto? «Vocalem breviant, alia subeunte, Latini».
— Neanche quello. Non me n’è entrato in testa neppur uno. Che follìa, del resto, voler dare una educazione eguale per tutti!
— Colpa dei tempi, amico Bastiano. A quei tempi non facevano scuola che i frati; e gran mercè che una scuola ci fosse. Ora ci avresti da scegliere. Ce n’è per tutti i gusti, in Italia; la scuola tecnica, per esempio, dove il latino è proibito come le pistole corte.
— E mi sarei anche adattato al latino; — riprese l’amico Bastiano. — Ma quando la testa non regge.... quando certe difficoltà non t’entrano, che ci vuoi fare? Tu, invece.... Lo dicevo sempre, io, che saresti diventato un pezzo grosso. Sempre il primo in iscuola.... Ma come ne eri orgoglioso! confessalo, via.
— Se è per farti piacere, lo confesserò.
— Quanto a me, poveraccio, piantata lì la Regìa.... la Regìa....
— «Regia Parnassi, seu Palatium Musarum».
— Capisci che roba! — ripigliò con accento di comico terrore l’amico Bastiano. — Così, lasciato lo studio, non avevo da scegliere che tra le mezzine di mia madre e le doghe di mio padre. Ricorderai che mio padre faceva il bottaio, nella Quarda inferiore, e mia madre teneva osteria a dieci passi da lui. Non me ne vergogno, sai? E non mi sarei vergognato allora, nè di fare il bottaio, nè di fare il tavoleggiante. In America, dove sano andato, ne ho passate delle peggio. La vita è dura, pur troppo; e più dura a chi deve cominciarla da sè.
— A chi lo dici? — esclamai.
— E tu, perbacco, anche tu ci avrai avuti i tuoi momenti difficili, non è vero? La prima notizia che mi venne di te, a Montevideo, mi fece anzi un po’ di pena.
— Che notizia?
— Che ti eri messo a scrivere nei giornali. Brutto mestiere, ho subito detto tra me.
— Brutto no, ma da cani; — replicai. — Figùrati che ho incominciato guadagnando cinquanta lire al mese.
— Se lo dicevo io! se lo dicevo! Ma fortunatamente ti sei liberato; sei andato su su; sei volato; ti sei messo a scriver libri. E che libri, in edizioni di lusso, da innamorare. Ne ho comprato uno a Parigi, dal libraio della stazione dell’Est. Ah, vediamo un poco che cosa scrive l’amico, ho detto tra me. Voltata la prima pagina, ho veduto benissimo. «Opere dello stesso Autore». Mamma mia, quanta roba! ho contato fino a quarantaquattro volumi.
— Aggiungine otto per il buon peso. Ne ho già pubblicati cinquantadue.
— Diavolo!
— Sì, meravigliati pure; cinquantadue. E fo conto di andare a cento.
— Niente di meno! Ma come fai, domando io, come fai a scriver tanto?
— Scrivendo, caro amico, scrivendo. È una infermità: i medici la chiamano grafomanìa; ed io la porterò fino alla fossa. Non mi pesa, del resto; anzi ti dirò che mi fa buon giuoco. Quando sono qui dentro a lavorare, non vedo quello che gli altri fanno, ed è già tanto di guadagnato. Ti capacita?
— Capisco che vuoi scherzare. Ma sai che è una bella costanza, la tua? Già, quando si è tanto studiato da ragazzo!... Io, pur troppo, son rimasto un asino.
— Eh via!
— Sì, ti dico, un asino calzato e vestito. Lo scrivere mi ha sempre scorticate le dita. Con te, che alle scuole mi hai fatto tante volte il «lavoro» non devo e non voglio aver segreti. Figùrati che per la mia corrispondenza d’affari ancor oggi ho bisogno d’un segretario. Quanto alle lettere di complimento, c’è mia moglie che se ne incarica. Disgraziatamente non sa altro che spagnuolo e francese. Per questa ragione, caro mio, non ho mai scritto in patria agli amici.
— Non scriverai; — gli dissi. — Ma leggi, se non altro.
— Che! vorrei potere. Ma anche qui, non c’è verso: prendo un libro in mano colla migliore intenzione del mondo; uno dei tuoi, per esempio; leggo una pagina, e sbadiglio....
— Grazie della sincerità; non ne hanno neppur tanta i miei critici.
— Oh, non dico per te: mi accade lo stesso per tutti. Alla prima pagina sbadiglio, alla seconda m’addormento. E me ne dispero, sai? ma è più forte di me. Credo che sia una malattia, come la tua che mi dicevi poc’anzi. Ma non sarà così di mio figlio. Ne ho da fare uno scienziato, ne ho da fare; specie se tu vorrai darmi un consiglio. Anche per questo son venuto da te. Ma a proposito, e tu, quanti ne hai?
— Niente figliuoli, mio caro.
— Ammogliato, almeno?
— Niente moglie, e ne ringrazio il cielo; perchè se l’avessi presa, ci sarebbero su questo pianeta due infelici di più. Il matrimonio, amico Bastiano, è fatto pei ricchi, o pei poveri in canna. Hai capito, ora? Ma lasciamo questi discorsi. Come l’hai fatta tu, in America?
— Ti ho detto che ne ho vedute di tutti i colori. Da principio sguattero d’osteria, poi soldato, disertore, saladero, minatore, almacinero, di tutto un po’, salvo il briccone. In capo a cinque anni la mia sorte cangiò; riuscii a mettere insieme un migliaio di patagoni. Era il difficile. Con quelli, entrai compagno d’un accorto connazionale; s’impiantò una pulperìa, che rimase poi a me tutta intiera. Vendevo di tutto, vino, olio, formaggio, salumi, cerini, refe, bottoni, calze, camicie, abiti fatti, stoviglie, tabacco, lucido da scarpe, penne, inchiostro, carta da scrivere, e via discorrendo. Così ho lavorato dieci anni; prosperando il commercio, ho messo di costa una somma discreta, con la quale mi sono buttato negli affari, comprando terreni, vendendone, e da ultimo facendo il banchiere. Così in venticinque anni di lavoro mentale (ridi, eh?) son venuto in capo di mettere insieme.... indovina un po’ quello che ho guadagnato?
— Cinquecento mila lire?
— Avanti!
— Ottocento mila?
— Avanti ancora!
— Caro, nei grandi numeri mi ci trovo male. Dimmi tu quello che porti in Europa.
— Eh, non porto mica tutto; — rispose l’amico Bastiano, traendo un sospiro. — Ci ho i terreni di Buenos-Aires, che ora non si vendono; e ne ho per due milioni al sole. Un milione l’ho poi alla Banca Argentina; ma per ora non mi conviene di ritirarlo.
— Sicchè?
— Sicchè, devo contentarmi dei cinque che ho portati a salvamento; tre alla Banca di Francia; due qui in Genova, tra la Banca Nazionale e la Cassa di sconto.
— I miei complimenti. E tutto ciò senza scrivere!
— Oh, per questo, che necessità? Gli affari non domandano mica di sapere il latino, e di conoscere la prosodìa.
— Dici benissimo, amico Bastiano: e Dio benedica tutti coloro che non l’hanno studiata.
— Ma sì! ma sì! — conchiuse l’amico Bastiano, ridendo a crepapelle. — Ora veniamo a noi. Con tutto quello che possiedo non ho ragione di chiamarmi contento. Ti parrà strano, ma è così; non sono contento, e non è contenta neanche la mia signora. C’è quel nostro figliuolo! unico, bada, unico! Figùrati che s’è messo in testa di rimanere un asino come suo padre. In America, passi; non c’era un collegio adatto. Laggiù, quando si è ricchi e si hanno figliuoli, si mandano a studiare in Europa. Andiamo in Europa, diss’io; lo metteremo a studiare in un buon collegio, e ne faranno un dottore, come vuole sua madre. Siamo venuti in Europa: mia moglie voleva passare una stagione a Parigi, e fu quella una buona occasione per collocarlo in una pensione laggiù, restandogli vicini, per invigilarlo un poco. Ma s’è dovuto levarlo di là, dove non imparava nulla, e dove, dopo tutto, lui, figlio di padre italiano, non era neanche conveniente che facesse gli studi classici. Dico bene? Si venne in Italia: si collocò il ragazzo a Torino, in quel Collegio Internazionale, che ha buona fama anche laggiù in America. Orbene? Non passa un mese, e a Berlino, dov’ero andato con la mia signora, ricevo una lettera che mi dice: «Caro signor Bastiano, il vostro signor figliuolo non vuol saperne di studio; è un refrattario; potete venire a riprenderlo». Immagina il dispiacere di mia moglie. Si scende a Torino, si ripiglia il ragazzo, e si porta a Vienna, per vedere di ammansarlo, di persuaderlo durante il viaggio. Pare pentito; dice che studierà; ma dice ancora che di collegio non vuol saperne a nessun patto. Bisognerebbe che qualche persona dotta lo prendesse con sè, per fargli da maestro e da padre. Non si baderà a spese, mi capisci? Ci vada quel che deve andarci; purchè se ne ottenga qualche cosa, purchè non rimanga un ignorante, e non faccia arrossire sua madre. Quanto a me, ci avrei fatto il callo; — soggiunse modestamente l’amico Bastiano. — Or dunque, eccoti qua il caso nostro. Siamo venuti a Genova, ed alloggiamo all’«Hôtel du Parc». Vieni a colazione da noi, «es regular». Ti presenterò a mia moglie. Le ho parlato tante volte di te! È una donna superiore. È anzi lei stessa che mi ha detto: va da quel tuo compagno d’infanzia; egli potrà darti un consiglio. Capirai; vorremmo che studiasse bene, poichè finalmente si decide ad entrare in una pensione. Non oso dire a te.... Nella tua alta posizione, certamente.... —
Io lasciai passare le due sospensioni senza fiatare, come in una giornata di vento il pellegrino lascia passare due raffiche, continuando a capo chino la sua strada.
— Ma tu, almeno, conoscerai, saprai quel che occorre al nostro bisogno. Vedrai, del resto, il ragazzo: non è cattivo, dopo tutto; è solamente un po’ sventato. Con la tua eloquenza, col tuo esempio, son certo che si persuaderà. Una buona paternale che tu gli faccia....
— Vuoi un parere? — interruppi.
— Ero venuto per questo.
— Ebbene, fa una cosa. Lascia stare la mia eloquenza, che non c’è; metti da banda il mio esempio, che non serve; prendi il tuo rampollo a quattr’occhi, e parlagli fuori dei denti, così: «Ah, non vuoi studiare, assassino? Ebbene, ti metterò nel commercio; là non ne avrai bisogno; guadagnerai, cane, guadagnerai quattrini a palate. Andrai magari in America, come c’è andato tuo padre; farai tutti i mestieri, combatterai onestamente ma virilmente le battaglie della vita; giungerai alla fortuna, prenderai moglie, avrai figliuoli anche tu; e se non vorranno studiare, se il latino allegherà loro i denti, se lo scrivere scorticherà loro le dita, andrai per consiglio da un amico, anche tu. Intanto si passa il tempo, ed una occupazione val l’altra». Perchè, vedi, amico Bastiano. Tu hai tre milioni in America e cinque in Europa. Io ne ho più di te, ma tutti in testa. Faresti a barattare? Io credo di no. Se tu avessi studiato come me, amico Bastiano, saresti l’autore di cinquantadue volumi, da far dormire cinquantadue generazioni di altri Bastiani; saresti un dottore, e tutto quell’altro che ti parrà di vedere in me; ma saresti anche un bello scampolo di disperato. Non hai voluto studiare, per tua fortuna; e torni da Parigi, da Berlino, da Vienna, potendo anche rimetterti in cammino, e andare a Pietroburgo, a Mosca, a Stoccolma. Io, frattanto, non posso neanche venire a colazione da te.
— O come? perchè?
— Perchè fra mezz’ora debbo prendere il tramvai, e andare a far lezione, ad insegnare a trenta o quaranta giovanotti il poco che so; e mi daranno in fin di mese novantasette lire e ventiquattro centesimi.
— Diablo mundo! ma io non starei mezz’ora al mio banco, per quella miseria.
— Vedi? tu l’hai detto: al mio banco. Ma il mio non è un banco, è una cattedra! che ci vuoi fare? Amico Bastiano, questa è la vita, coi suoi bravi contrasti. Diglielo, a tuo figlio, che non studii. Non c’è bisogno di dottori in Italia; c’è bisogno di milionarii; e se amate il vostro paese....
— Ma sì; tanto è vero che ci si torna.
— Orbene, se amate il vostro paese, arricchite. E al tuo figliuolo raccomandagli di non logorarsi il cervello con gli studi classici. Bella roba! avremmo in patria un disperato di più. Quando penso che tanti babbi si accorano e tanto mamme si disperano, perchè i loro figliuoli non vogliono studiare! Che pazzìa! che sciocchezza! Vedete l’amico Bastiano, vorrei dire a tutti quanti; non voleva studiare, neppur lui; piantò la «Regia Parnassi», il Porretti e il Mandosio; andò a far le vitacce in America; n’è uscito sano, fresco come una rosa, lucente come uno specchio, brillantato come lo Scià di Persia, onest’uomo sempre, e milionario per giunta. Che cosa domandereste di più, per i vostri rampolli? —
Rideva, l’amico Bastiano; non so poi se verde o pavonazzo, ma certamente con gran rumore di fauci.
— Se tu almeno volessi far intendere queste cose a mia moglie! È lei, che non si vuol persuadere. Ma tu non puoi neanche onorarci.... Hai da montare in cattedra....
— Sì, caro; ma prima di tutto in tramvai. —
L’amico Bastiano si alzò finalmente. La visita era durata assai più dei cinque minuti promessi. Ma era anche colpa mia, che avevo chiacchierato tanto. Si alzò, dico, e mi offerse un sigaro, lungo, grosso, odoroso, con la fascia argentata. Sorrisi, accettando, e misi il prezioso dono sul mio tavolino.
— Non fumi? — domandò.
— Come un Mongibello; — risposi. — Ma questo lo terrò per memoria della tua bella visita. Caro mio, — soggiunsi, — per solito, io li fumo toscani, ed anche mezzi, come Dante.
— Davvero? Li fumava toscani, Dante?
— Sicuro, essendo toscano egli stesso. È vero, per altro, che il Ferruccio, quantunque toscano, non lo imitava. Ma quello era un soldato, che aveva fatta la pratica nelle Bande Nere: perciò fumava con la pipa di gesso.
— Quante belle case sai tu!
— Sì, che te ne pare? E tutte utili egualmente. Se avrai tempo da perdere, vieni da me, e te ne dirò delle altre. —
Sono passati due anni oramai, e non ho più visto l’amico Bastiano. Dopo quella visita non si fece più vivo con me. Così non ho conosciuta neanche, e non ho avuto da persuadere quella «donna superiore» di sua moglie. Ma spero di persuaderne delle altre, anche più superiori di lei. Stimatevi felici, o mamme, quando i vostri rampolli non vogliono studiare. Sono sulla buona strada; non li sforzate a cambiarla.