Ai fùnduk.
Questa sera tornando dalla visita alle moschee (alla Moschea del Barbiere nè le ova di struzzo, nè la terra della Mecca, nè le venerabili bagattelle adunate in onore dei tre santi peli mi hanno commosso, bensì due occhi ingenui, chiari, azzurri che mi seguivano ovunque sorridendo, gli occhi della piccola figlia del guardiano che veniva dietro di noi, scalza, su le spesse stuoie) tornando sono passato dal quartiere dei fùnduk. Una folla multicolore, urlante vi era adunata; una folla cenciosa che aveva sul volto le stigmate della fame.
Certi fellàh che giungevano dall’interno, e fra piccoli e grandi deserti avevano percorso centinaia e centinaia di chilometri, erano talmente sparuti da far pietà; si reggevano a stento, inebetiti nello stupore della fame.
Bisogna convenire che, fra gli arabi, il sentimento caritatevole non è troppo diffuso.
Un simile spettacolo di miseria muta; un simile orrore di uomini e donne e fanciulli assolutamente disfatti dai patimenti, accoccolati in tutti gli angoli, fra i loro cenci luridissimi non destava l’attenzione di alcuno, non spegneva nè un sorriso, nè una canzone. La carestia è terribile quest’anno, nell’interno sono centinaia di creature che muoiono di fame ma la cosa non commuove i ricchi arabi, non li commuove neppure per lo spettacolo diretto che hanno sotto gli occhi, per la fame che si trascina ai loro piedi languendo. Ci sono abituati; poi: era scritto!...
Se tu muori nell’inedia ed io mi impinguo beatamente di ogni ben di Dio: era scritto.
Nè tu nè io possiamo aver colpa di ciò: Allah vuole così.
Da tale comodissimo sistema deriva l’indifferenza bruta di coloro che muoiono e di coloro che godono.
Il Governo della Reggenza distribuisce grano ai più poveri. La folla si accalca dove si fanno tali distribuzioni. Ognuno reca un suo sacchetto meschino. In prevalenza sono donne e fanciulli e attendono senza impazienza, per ore ed ore, che la porta si apra, poi entrano, poi ritornano con una manciata di grano senza essere nè più contenti, nè più tristi. Può darsi che la disperazione della fame li tragga alla rivolta? Non credo. Potranno sollevarsi domani se qualcuno approfitti del loro fanatismo religioso per trarli al tumulto, alla guerra e allora si faranno uccidere dal primo all’ultimo tranquillamente. Ma la fame in sè, o un concetto astratto non può nè convincerli nè unirli.
Allah ha mandato la carestia perchè l’acqua non è discesa dal cielo per mesi e mesi; essi debbono morire perchè Allah ha deciso così.
E li vedete aggruppati lungo le cancellate o i muri dei fùnduk, accosciati su la terra, il capo raccolto in una piega del burnus, muti, tranquilli, morenti. Il loro volto è tragico, sottile, sparuto come il volto di un asceta, ombreggiato dalla barba incolta, sinistramente vivo per gli occhi profondi.
Hanno venduto i cammelli, i montoni, gli arnesi di lavoro, tutto ciò che avevano, li hanno ceduti per pochi soldi agli strozzini; non resta loro che aspettare la volontà di Dio.
Qualcuno possiede ancora il cammello più vecchio, una bestia pietosamente viva, un alto scheletro dalle immense piote e dalla pelle scialba e l’ha trascinato al fùnduk con l’estrema speranza di trovare un compratore.
Non chiedono l’elemosina, non sanno mendicare, attendono raccolti e stremati che qualcosa giunga: un po’ di pane o la morte.
Sul tramonto si levano e ripartono; ritornano ai loro attendamenti nella campagna.
Li vedo allontanarsi sotto il cielo color sangue. Vanno lentamente senza rivolgersi, ammantati nei loro cenci, solenni; è in realtà una miseria dignitosa, sdegnosa, e vi desta tanta maggior pena quanto più la sentite tale.
Pare che la campagna li inghiottisca nella sua luce di fuoco. Si vedono per la strada polverosa le loro grandi orme uguali. Per le vie di Kairuan o qui, nel quartiere dei fùnduk, vedrete molto difficilmente un uomo mendicare. Se offrite accettano; ma non chiedono. Parlo dei fellàh, dei contadini, non già degli altri che sono petulanti e incontentabili. Vedete mendicare bensì le donne e i fanciulli e quelle e questi non vi daranno tregua e se ne accontentate uno vi troverete circondati da venti da trenta chè si moltiplicano come le mosche e come le formiche.
Petulanti lo sono, ma con gli europei non già coi loro simili dai quali sanno che poco o niente debbono aspettarsi. Se non vedono europei siedono all’angolo di una via e cominciano una loro cantilena monotona la quale non è quasi mai esaudita. Di tale gente seduta agli angoli delle vie Kairuan è piena.
Ho veduto oggi una vecchia; era in realtà uno spettro. Sapendo inutile ogni sua questua aveva adottato un metodo originale: innanzi alle botteghe da fornaio che incontrava su la sua via si lasciava cadere come stremata e, una volta caduta, se la gente non si occupava di lei, si distendeva tutta quanta attraverso la via. Allora qualcuno si soffermava, e con un motto e una risata la rimetteva in piedi e la mandava per il suo destino.
Nessuno le ha dato un pane.
Nel mondo islamitico la pietà ha pochi seguaci.
La folla indifferente non si accorge dei morituri che le stanno intorno; ascolta un novellatore il quale, battendo in cadenza sopra un tamburo, racconta la storia degli Aglabiti; si sofferma sorridente innanzi a un incantatore di serpenti. Due negri battono su certi loro tamburelli cantando, un terzo suona una piccola cennamella, in terra son le borse di cuoio nelle quali dormono i serpenti cobra. Un giovine urlante e strepitante, danza intorno a tali borse e si accosta e fugge invocando il nome di Maometto. Il suo volto è congestionato quantunque riesca troppo evidente la commedia. Alla fine si protende, cauto, afferra i cordoni di una borsa, li allenta, introduce una mano e estrae un serpentello arroncigliato che depone in mezzo al circolo formato dagli spettatori.
Da principio la bestia striscia lingueggiando, inebetita, e l’incantatore le salta intorno urlando sempre più per impedirle di prendere una qualsiasi direzione. Il fracasso musicale cresce di tono, diventa frenetico. Come ne sono storditi gli astanti ne sarà stordito il serpente e tale può essere il segreto dell’incantesimo. Ma ad un tratto la brutta creatura nera pare cambi opinione, si ferma, si leva su la coda, gonfia enormemente le borse disposte alla base del piccolo cranio e assume un aspetto grottesco e mostruoso. Certo il ribrezzo che desta anche senza tale apparato di guerra, si raddoppia. È come una grande pistagna, una improvvisa deformità minacciosa. In tale assetto il serpente si volge intorno, segue con gli occhi il suo incantatore, lingueggia disperatamente, si avventa a mordere ma si ferma a mezza strada.
La musica e folle è convulsionaria. Si inizia un dialogo rapidissimo fra l’incantatore e i suonatori. Si invocano Maometto e i Santoni perchè la cosa abbia ancor più del sopranaturale. Ad ogni nome di santo la folla si tocca la fronte e si inchina mormorando.
È un miracolo. Iddio ha dato al giovane furibondo una potenza sovrumana la quale ora non toglie che il suddetto giovine, scorto fra la folla un europeo, non interrompa ogni cinque minuti il suo incantesimo per chiedergli un altro soldo.
Ad un certo punto il congestionato si getta a terra carponi, urlando sempre, si avvicina lentamente alla serpe che lo adocchia minacciosa, gli arriva di fronte, fissandola negli occhi a un palmo di distanza e la bestia si inarca, prende lo scatto al morso ma ancora una volta si ferma a mezza strada vinta dall’immobile fermezza dell’avversario. Le movenze di lei si addolciscono, cede il lingueggiare, come un irrigidimento la prende; ristà diritta, immobile, impietrita. Gli occhi negli occhi, la serpe e l’incantatore sostano così per qualche secondo. La musica tace; solo dalla folla si leva un “oooh!...„ modulato e prolungato.
Poi l’incantatore afferra la serpe dietro la testa, con un ago la costringe ad aprir la bocca e la porta in giro per mostrare agli increduli i lunghi denti del veleno.
Lo spettacolo è finito e ricomincia con due, con tre, con quattro serpenti finchè un po’ di luce sia ancora nei cieli, finchè qualcuno resti a gettar qualche cosa.
Mi allontano. Nelle immense campagne appaiono minareti neri. Il cielo è di fiamma.
Passa un bahlul, un uomo coperto da una sola camicia e sporco come non lo sanno essere che gli uomini. Il bahlul è quella specie di serio imbecille il quale serba la castità, non lavora, non si occupa di nulla, non si lava, non si veste, non si pettina, non parla, non sa niente, non si occupa di niente: dorme e cammina. Mangia se gli danno da mangiare, ma glie ne danno sempre perchè è un bahlul. Un sorriso ebete gli piega le labbra. È pieno di pidocchi ma tollera in santa pace tale delizia. Il popolo lo ama, lo crede divino per la sua lercia imbecillità e così sia! Entro in città, entro nella discreta penombra delle vie. La folla dilegua, son quasi solo. Ogni tanto colgo un dialogo sommesso o mi incrocio con un bimbo che rasenta il muro. In un vicoletto, una donna velata parla piano con un giovine. Trascorrono bianche ombre silenziose. Un abbaiare di cani dietro le porte, un gatto che guizza via improvviso e silenzioso, un uscio che si chiude, un busso di zoccoli che si allontana, ecco la vita di queste vie strette e buie. A grandi distanze qualche fanale rompe l’oscurità.
Seguo il noto cammino fino alla porta saracena, alla rossa porta dalla quale due grandi occhi mi spiano ansiosi, gli occhi di Chadliia, la tutta amorosa.
Una sera avevo lasciato l’uscio dischiuso ed ella entrò e si tolse il velo dalla faccia. Aveva sette piccoli cuori dipinti sul volto e sul seno, sopra la pelle bruna.
Mi guardò con un sorriso triste. Rimase con me come una rondine sperduta.