Alla fonte.
Sono in un villaggio remoto, nell’interno dell’isola, fra le montagne. Per giungervi abbiamo cavalcato due giornate fra alte pareti di granito e precipizi, nel silenzio.
Il villaggio e come tutti gli altri semisventrato, miserevole. Sediamo sotto ad un platano presso a una fonte.
Vicino a noi, attorno a un tavolo, sono raccolti gli anziani del paese: il sindaco e cinque o sei uomini dai cinquanta ai settanta anni. Vestono il loro costume tradizionale.
Hanno l’aria tranquilla e beata; parlano pacatamente; mi paiono vecchie conoscenze.
Ecco mastro Mikali. È un bel vecchio dal viso rubizzo, dalle spalle quadre. Sorride volentieri sorseggiando la mastika.
Racconta di una gran festa che fecero nel 1872. Ammazzarono sette montoni e non so più quanti polli e quante pernici, di cui l’isola abbonda. Sgombrarono due botti di vino. Sedettero a tavola a mezzogiorno per levarsi a mezzanotte.
— Erano bei tempi quelli! — soggiunge mastro Mikali. — Ci saremmo mangiati un bue e lo avremmo digerito come un boccon di pane.
Si ode lo stormire del platano.
Nella fonte, fra le canne e i ligustri della riva, navigano diguazzando alcuni anatroccoli.
Il vento porta un profumo inebbriante di gelsomini. Sui monti più lontani si leva una gloria di bianchissime nubi.
Il sindaco fuma il narghilè, pensosamente, le braccia incrociate. Parla di rado, sorride e consente. Siccome, data la sua carica, ci terrebbe a parlare il greco puro, e non sa parlarlo, si limita ai monosillabi.
Barba Sifi (lo zio Giuseppe) rievoca il ricordo di un altro festino molto più grande, perchè furono uccisi quindici montoni e si consumarono quattro botti di vino.
— Dovemmo restar seduti più di cinque ore — dice ridendo — tanto eravamo ingozzati; ma si smaltì tutto. Ce ne fosse stato del ben di Dio per quanta fame avevamo.
— Però Mikali ne ammalò — soggiunge un vecchietto pallido seduto in disparte.
— Mi ammalai di testa e non di stomaco! — risponde Mikali. — Tu piuttosto dovresti pensare a ber del buon vino; non vedi che ti tremano le guance?
I compagni ridono, il vecchietto scuote il capo.
Il dialogo continua tranquillo su lo stesso argomento.
Un giovinetto mi si accosta e mi offre una corba di frutta. Faccio per pagarlo ed egli rifiuta sdegnosamente e mi dice:
— Prendi, non voglio niente. Può darsi che anch’io, un giorno, venga nell’isola tua: allora mi renderai ciò che ti ho dato.
Una bimba selvaggia, dai capelli disciolti, seminuda, è ferma vicino ad una cascatella lucente. Intorno le pascola un gregge di pecore bianche.
Su le porte, su quasi tutte le porte, sopra all’architrave è appesa una ghirlandella ben contesta. Ora è disseccata.
È un ricordo della prima alba di maggio. Allora i giovani giunsero cantando ad appendere l’augurio su le porte del loro amore.