Compagni di viaggio.

Appare Santi Quaranta con le sue antiche fortezze veneziane, sui monti. La costa è bianca e la montagna è color d’oro.

Scendo a terra col tenente Speranza del Bosnia per prender la pratica.

Le autorità turche ci attendono sul piccolo molo. C’è il dottore col suo fez a tronco di cono e un grande ombrello nero e ci sono altri due individui che non so che cosa rappresentino. Volti tranquilli e beati. Il tenente fa firmare il foglio di via poi si discende.

Seguiamo il dottore fino alla casa di lui. Si oltrepassa un piccolo pergolato, un cancelletto e si entra.

Ci vengono offerte sigarette passabili e una tazza di caffè infame.

L’autorità medica siede alla scrivania e scrive.

Non conosce nè il francese nè l’italiano, e vorrebbe rivolgerci molte domande.

Ogni tanto alza il capo, dice:

Grechi!... Grechi!... — e continua in turco.

Ci guardiamo negli occhi e sorridiamo senza rispondere. Anche il dottore sorride e continua a parlare.

Nella pergola cantano i passeri.

Che bel sole!...

Si esce senza aver capito una sola parola, e il nostro gentiluomo ci accompagna fino alla soglia parlando sempre in turco.

— Addio.

— Addio.

Si esce dal pergolato, si scavalcano macerie, si entra in una via fiancheggiata da case diroccate. Ovunque ci si volga non si vedono che ruderi.

Il capitano Blum.

Candia.

Smirne. — Una via.

Smirne. — Una via.

Eccoci dall’Agente della Navigazione Italiana il quale agente tiene il suo ufficio in un han o albergo se così vuol dirsi, ma più stallatico che albergo.

Entriamo in un corridoio nel quale le rondini hanno nidificato sotto alle travi, poi in una stanza che può dirsi linda se si pensi al resto. In ogni luogo c’è l’odore caratteristico dello stallatico.

Anche il nostro agente, che è un greco, ci offre il caffè. Aspettiamo la posta di Janina. Frattanto il piccolo uomo rotondo che ci rappresenta se la piglia con le Potenze perchè non agiscono.

— Dovrebbero distruggere la Turchia. Si mandano due corazzate e buona notte!

Abbiamo sorbito il caffè, la posta è giunta; si riparte.

Passiamo dall’ufficio telegrafico che ha sua sede entro una tana sudicia.

L’agente che ci accompagna ci dice che se volessimo spedire un telegramma in Italia arriveremmo prima in piroscafo.

Sul molo vediamo fra la folla una magnifica figura d’uomo su la quarantina. È armato di fucile, di pistola e di pugnale ed ha sul ventre una enorme cartucciera. Veste alla foggia albanese. Pare dubbioso se imbarcarsi o no. Guarda il sole. Qualcuno gli si avvicina e gli parla; resta esitante qualche secondo poi ci volge le spalle e parte.

Sappiamo che l’uomo singolare è un famigerato brigante, il quale non più di un mese fa ha svaligiato l’Ufficio della Navigazione Generale. Avrebbe voluto imbarcarsi, ma qualcuno lo ha sconsigliato facendogli intravvedere la possibilità di essere messo ai ceppi. L’Italia non avrebbe fatto nulla, questo è vero, ma il ribelle ha ripreso le vie dei monti.