Falèro.

Lo stridere delle cicale acuto e lacerante, un suono di campane, la tosse insistente di un tisico che dormiva nella stanza vicina alla mia mi hanno ridestato di buon’ora e sono sorto dalle pigre coltri.

Falèro era deserta, deserta la spiaggia e le piattaforme sul mare. Ho ripreso la via di Pireo per imbarcarmi alla volta di Creta.

Lungo la strada ho incontrato un breve corteo. Due preti andavano innanzi cantando, seguiva un becchino col coperchio della bara, poi quattro uomini portavano a spalla un feretro nel quale era distesa, scoperta, alla piena luce del sole una vecchia morta.

Hierapolis (Asia Minore). — Un fiume disseccato.

Bengasi.

Bengasi. — Nel villaggio dei neri.

Bengasi. — Nel villaggio dei neri.

Non mi attendevo una visione simile e ne ho avuto un invincibile brivido di orrore, proveniente non già dalla visione di un morto, che troppe volte nella mia vita randagia mi sono trovato di fronte alla morte, ma dal rito macabro, ma da quella esposizione indifferente e inesplicabile!

Vedendo l’assoluta noncuranza dei passanti, che neppure si toccavano il cappello di fronte alla maschera tragica della morte, mi sono accusato di soverchia impressionabilità. Un giorno o l’altro tutti dobbiamo essere così, — mi sono detto —; conviene abituarsi a ciò.

So che la costumanza fu imposta ai greci dai turchi quando i primi fingevano un funerale e riempivano il feretro di armi e di munizioni; ora però, nella libera Grecia, nel paese solare per eccellenza, non dovrebbe sussistere tale uso, che non ha più ragione.

Qualunque cosa si possa opporre, resta sempre il fatto che è un inutile e ripugnante spettacolo di cinismo.