Gabès.
Sostiamo nell’antico mercato degli schiavi cristiani. Non è gran cosa. Un cortiletto cinto da un basso porticato, tanto basso che un uomo di statura superiore alla media non potrebbe starvi diritto. Su le colonne tozze, adattate alla meglio, osservo qualche iscrizione malamente graffita, appena decifrabile.
Una dice: Io Angelo Dajello di Torre del Greco fui preso schiavo il 20 agosto 1759 dai mori barbareschi. E un’altra: Michele Piumolillo nato il 31 marzo 1724 morto il 9 gennaio 1762. — Forse un compagno di prigionia ne volle fissare così il ricordo. E una terza: Io Michele Gerace, schiavo, ho servito nel Serraglio. — Nella quale si vede come Michele Gerace non fosse affatto schivo di servire nei serragli, anzi come traesse da tale insolita occupazione un certo suo vanto non assolutamente privo di dignità. Tanto l’uomo si adatta alle proprie occupazioni e se ne accontenta.
Attorno attorno, dove era esposta un tempo la preda umana degli antichi corsari, sotto il loggiato umido, sono distese lunghe stuoie su le quali una fila di beduini medita su la fatalità del sonno. Tutto è fatalità per questa gente, così l’erba che cresce fra i grani e che nessuno strappa giacchè il buon Dio l’ha mandata, come la mosca che li importuna. Tutto ciò che accade era scritto nel gran libro di Allah. Se una carestia minaccia il paese, nessuno vorrà perdere la propria serenità o correre ai ripari: era scritto. Se una pestilenza li macera e li decima e li tormenta non se ne daranno maggior cura: era scritto. Tutto è scritto, tutto è codificato, preveduto, catalogato nel libro dei cieli, nel libro del destino. Ogni azione umana è inutile di fronte a ciò. La morte giunge quando il suo tempo è segnato, nè un minuto prima, nè un giorno dopo. Tu ti affanni e muori; ti agiti, gridi, ti arrovelli in mille opere, in mille studi, consumi miseramente la tua vita senza gioia e muori; muori come colui che non si è data alcuna pena, gli sei uguale nella morte, gli sei uguale nel destino che può attenderti oltre il trapasso: dunque? Perchè agitarsi tanto? Meglio è sostare nel sonno e conquistare la suprema indifferenza. Data la quale illazione la maggior parte degli arabi dorme o sonnecchia in nome del suo Profeta. E fedeli al Profeta lo sono sempre, sì nel fanatismo religioso come nell’implacabile disdegno per le cose della vita. A volte per tale loro virtù negativa riescono ad uno stoicismo ammirevole.
Ricordo un vecchio, un vecchio uomo che aveva più di cent’anni. Lo scopersi un giorno aggirandomi per le vie più remote di Tunisi. Il luogo era solitario, silenzioso. Non discendeva nell’ora crepuscolare, per la via stretta ed oscura, se non una bambina, una nera. Aveva gli occhi lucenti e un gran sorriso bianco su la sua faccia tonda. I capelli corti e cresputi. Mi chiese un soldo e se ne andò come una reginetta contenta. Rimasi solo fra le case ermeticamente chiuse, dalle quali non mi giungeva suono, che pareva albergassero un singolar mondo da fiabe, un mondo di ombre taciturne immobilizzato nello stupore del silenzio. Il crepuscolo era grigio. Da qualche ora era spiovuto e il cielo era tuttavia nuvoloso. Grigio in cielo e fango in terra. Un oriente inverosimile, da far nascere la nostalgia dell’estremo nord. Ad un tratto vidi una porta socchiusa. Ristetti ad ascoltare, e come non mi giunse alcun suono sospinsi i vecchi battenti color della cenere e guardai nell’interno. La porta si apriva in una specie di cortiletto angustissimo, reso più angusto da una catasta di legna che vi era ammassata da un lato e da un gran mucchio di cenere. Sul muro, a destra, si apriva la nera bocca di un forno. Tutto intorno, ammassate alla rinfusa, erano pietre, tegoli, calcinacci; cumuli di rottami e di immondizie. La reggia dei topi. Ed oltre il fetido ritrovo non poteva esservi altro. Tutto doveva cominciare e finire in quella specie di antichissima concimaia. Non era ammissibile che qualcuno abitando oltre il cortile, avesse potuto tollerare simile entrata. L’ispezione e la deduzione furono rapidissime e già stavo per andarmene quando mi sentii chiamare. Ristetti sorpreso, guardandomi intorno, levando gli occhi agli alti muri per scoprire da quale misteriosa soffitta potesse essermi giunta la fioca e tremante chiamata, allorchè la riudii di nuovo ma più vicina. Pareva uscisse di sotto la cenere, da una tomba fra la cenere nerastra. Era una voce stanca, di timbro indefinibile; una di quelle voci in cui il tempo pare abbia lasciata la sua gromma sì che giungono velate come da una lontananza. Voci che muoiono prima che il cuore muoia. Diceva:
— Che cosa cerchi? Che cosa vuoi?
Inoltrandomi un poco vidi chi mi parlava.
In fondo al cortile, nell’angolo più buio era scavata nel muro una piccola nicchia bislunga tanto da poter ospitare appena un uomo sdraiato o seduto. Un tempo doveva servire da giaciglio al fornaio, ora era l’unica e continua dimora di un vecchio centenne.
Non distinsi, a tutta prima, se non un cumulo di luridi cenci; un avviluppo singolare di bende e di brandelli tra il grigio e il nero, ma esiguo, un piccolo rifiuto abbandonato là fra gli altri rifiuti. Poi dall’incomposto arruffio di stracci vidi levarsi una mano scarna, sottile, ridotta allo scheletro, tremante; un intrico di ossa e di vene nel quale era tuttavia un soffio di vita; e, più in fondo, appena emergente dalle spesse bende, un volto sparuto ma, più che un volto, un teschio del quale non erano visibili se non i denti, gli zigomi e le occhiaie. Tutto il resto era d’ombra, era l’ombra.
E la voce affiochita ripeteva:
— Che cosa cerchi? Chi vuoi?
— Non cerco nessuno. Ma tu perchè stai in questa tana?
— È la mia casa.
— Stai sempre qui?
— Sempre.
— Non ti muovi mai?
— Mai! Non posso muovermi.
— Ma non hai figli, non hai nipoti al mondo?
— Nessuno.
— E come vivi?
— Aspetto.
— Chi ti aiuta?
— Robbi! (Iddio!)
Poi tacque. Il grave viso di asceta, indurito alla singolar prova della terribile vita non ebbe alcun segno di commozione. S’io me ne fossi andato senza domandar più, mi avrebbe lasciato partire indifferentemente. Non chiedeva, aspettava. Ed era nascosto in fondo a un cortile, fuori dalla vista dei passanti. Aveva a portata di mano una latta di petrolio piena d’acqua; poi, sparse intorno per la nicchia, alcune scatole di latta, una scodella e un cucchiaio. Tutto ciò era sudicio, immondo ed era l’unico suo bene. La grande vecchiezza gli aveva tolto le forze ma non l’intelletto. Egli non poteva muovere un passo fuor dalla nicchia ma poteva avere l’esatta nozione di tutta la sua miseria. E non si lamentava. Abbandonato da tutti, esposto all’acqua ed al sole, tormentato dal freddo e dalla canicola, non essendo sicuro di poter saziare la fame tutti i giorni, condannato ad una solitudine taciturna di fronte allo spettro della morte imminente aspettava tranquillo e sereno l’ultimo suo giorno. L’islamismo è una negazione ed una forza. Distrugge e supera. Distrugge ogni energia di azione ma supera il dolore.