Trattorie arabe.

Abbiamo mangiato alla buona, in una trattoria araba, dal comico Shiahlela. Un pasto tanto più indimenticabile quanto maggior bruciore mi ha lasciato per tutto il corpo. Poche cose minuscole ma tanto pepate da assumere proporzioni da incendio. Conveniva correggere ogni boccone con un bicchier d’acqua, chè anche la bukha (un liquore fatto di fichi fermentati, non potendosi servire vino ad una tavola araba) aggiungeva anzichè togliere ardore. Carni di montone, uova sode tritate (una pastura da pulcini), fave lessate e salse di tutte le qualità e di tutti i colori, miscugli incendiarî a base di peperoni rossi e di pepe di Caienna. Non so come gli arabi possano adattarsi a tali pasti infiammatorî. Tanto varrebbe trangugiare una carta senapata. Chi ha più goduto della mia sofferenza è stato Shiahlela il quale, frattanto, si è bevuto tutta la bukha che avevo ordinata e se ne è ordinata dell’altra per conto mio e l’ha bevuta tranquillamente. Alla fine il buon trattore, lungo come una pertica, con due occhietti rotondi sotto due accenti circonflessi era tanto espansivo e piangevole che mi avrebbe abbracciato se avessi ritenuta opportuna la cosa. E, con voce rotta, m’ha raccontato che, purtroppo, beve molto, beve più del bisogno, e che la bukha gli si converte in pianto. Quando ha bevuto è travolto dal torrente della sentimentalità e corre a rifugiarsi nel suo harem. Allora le sue donne gli si fanno intorno ed egli impreca alla vita e rammenta le cose più lacrimevoli e piange a corona, a scroscio, a ritrecine e tutte le donne sue giù con lui a singhiozzare disperatamente. Una faccenda da non si dire, da muovere a pietà il cuore più indurito. E frattanto ribeve. Oggi sarà, senz’alcun dubbio, una giornata di grande commozione.

Vicino alla tavola mia, un ricco arabo (me l’hanno indicato come il più ricco di Gabès e come il più colto; ha studiato in Europa) ascolta sorridendo. Ha un grande turbante giallo; pare un fiorrancio di tra le biade. Parla correttamente il francese e intavola con me una conversazione piacevole. Mi racconta molte cose interessanti. È tutto imbevuto della nostra civiltà. Ha vissuto molto tempo a Parigi ma siede alla turca. Ha abbandonate le babbucce ai piedi del sedile ed è scalzo. Parla con entusiasmo dei nostri costumi, ma, frattanto, osservo che, a mo’ di distrazione, seguendo un uso della sua terra, si passa l’indice della mano destra fra le dita dei piedi. E ciò fa con perfetta correttezza e con garbo indifferente.