Verso il Deserto.
Troviamo alle porte della città le cavalcature che ci aspettano. La giornata è radiosa, calda, estiva più che primaverile. Verso il mare si elevano nella somma chiarità i pennacchi dei palmizi che coprono l’oasi di Gabès. Ben presto si disperdono come in una opacità perlacea su lo sfondo delle acque chiare. Questi cieli magnificamente limpidi hanno anche opacità inesplicabili. Non appena una cosa si innalza o si allontana, si avvolge di una nebbia atomica estremamente luminosa nella quale a poco a poco si disforma e si disperde. Nelle ore di grande luce, l’orizzonte si raccoglie entro un circolo breve; non è limitato da nitidi contorni ma da tenui profili e da ombre nell’estremo bagliore. È come un dissolvimento. Pare che tutto si debba dissolvere in luce.
Cavalchiamo per una strada bianca e diritta, tra sabbie, paludi e rari campi seminati. Dovremmo essere domani, verso sera, alle grotte dei Matmata.
I Matmata sono trogloditi che vivono ai confini orientali della Tunisia. Meta del mio viaggio è il loro paese fantastico, irto di rocce nelle quali si aprono a varie altezze, come tanti nidi di rondine, le loro caverne.
Il paesaggio non varia, prosegue uguale e monotono sotto il sole ardente. A quando a quando incontriamo qualche dromedario che porta su l’alta gobba un’intera famiglia di beduini, qualche asinello striminzito, qualche biroccio carico di mori che sonnecchiano al sole.
Verso sera cominciamo a vedere le prime tende di beduini finchè ci appare, vicino ad un gruppo di palmizi, l’intero accampamento di una tribù. Dirigiamo a quella volta le nostre cavalcature e vi giungiamo in breve tempo fra un furioso abbaiare di cani i quali ci si avventano contro con intenzioni tutt’altro che ospitali. Tale accoglienza richiama, poco alla volta, l’attenzione di tutta la tribù presente. Corrono prima i monelli i quali sbucano di tra le siepi che circondano ogni singola tenda, poi le giovinette, le donne, gli anziani. In breve siamo circondati da un nuvolo di gente che ci guarda con curiosità, sorridendo. Si fanno tacere i cani e si intavola una vivissima discussione fra gli anziani e il capo della tribù. Si tratta di sapere chi dovrà offrirci ospitalità. Il capo tenta risolvere l’interminabile questione decidendo che saremo ospiti dei proprietari delle tende verso le quali si sono diretti i nostri cavalli giungendo all’accampamento, ma anche tale decisione non tronca la disputa perchè è difficile precisare l’esatto punto dell’arrivo.
Accampamento di Beduini.
Finalmente la cortesissima controversia viene risolta e discendiamo dalle nostre cavalcature. Entro nel recinto che mi è stato riserbato e mi dirigo verso la tenda nera a larghe striscie grige, molto bassa e di forma conica. Nell’interno non trovo che un po’ di fieno disteso a mo’ di giaciglio, qualche masserizia primitiva e la nuda terra. Tutto ciò è poco ma basta a raccogliere nel sonno la famiglia nomade.
Intorno intorno è un fitto assieparsi di piccoli coni neri molto larghi alla base; formano, nell’insieme, uno strambo villaggio intersecato da siepi, percorso da vicoletti e stradicciuole. Ne sono abitanti i beduini, i dromedari, gli asini e i cani. Ogni tenda ha il suo recinto, come ho detto, e in tale recinto si raccolgono, a notte, le bestie. I cani sorvegliano mentre il sonno ristora i pastori. Girando gli occhi intorno vedo gobbe e musi di dromedari e bianchi turbanti e frotte di monelli seminudi in una promiscuità grande, in una fratellanza universale. Si elevano esili colonne di fumo azzurrastro qua e là, fra una siepe e l’altra, fra una via e l’altra, tenui veli che hanno i toni dell’acciaio brunito e si dissolvono sfioccandosi; qualche lingua di fuoco fiammeggia breve, qualche fresca risata ne accompagna il guizzo. Lunghe file di dromedari tornano dai lontani pascoli. Ne giungono da tutti i punti dell’orizzonte lentamente, gravemente, accompagnando il ritorno con un urlo che sta fra la grazia del grugnito e la sonorità del raglio. Il sole muore. Una donna raccoglie da una siepe alcuni panni che vi aveva disposti ad asciugare; un gruppo di giovinette ritorna dal pozzo con le anfore alte su la spalla. Mi pare di essere risalito nei secoli alle età remotissime di cui favoleggia la Bibbia. Ricordo i tratti salienti che mi avevano fissato nella mente la vita patriarcale dei primi figli di Israele:
“E questi uomini sono pastori di greggi.... ed hanno menate le lor greggi e i loro armenti e tutto ciò che hanno.„ E ancora: “Ecco Rebecca usciva fuori avendo la sua secchia in su la spalla. E la fanciulla era di molto bello aspetto, vergine, ed uomo alcuno non l’aveva conosciuta. Ed ella scese alla fonte ed empiè la sua secchia e se ne ritornava....„ Il pozzo è fra i palmizi. Un’ombra ed un lucore di acque nella grande distesa dispoglia, arsa dal sole. Le donne vi giungono a gruppi di sei, di dieci, parlando piano, sorridendo appena. Vestono un lungo manto azzurro, l’hamla che giunge loro fino alle caviglie e lascia nude le braccia e nudo il collo. Il pozzo è il ritrovo delle fanciulle quando cade il sole e il sole si affonda fra le sabbie del deserto e pare sollevi nell’aria e le cosparga intorno, a ventaglio, le arene infocate. Giungono in fila, le belle creature, i piedi scalzi, il braccio nudo sollevato a tener obliqua su la spalla l’anfora leggera. Al collo dei piedi e ai polsi e all’avambraccio rilucono e tintinnano le grandi armille di argento di cui vanno adorne. Hanno alle orecchie, larghe anella di argento, e i capelli quasi disciolti, nerissimi, scendono a raccogliere nella loro ombra la grazia del viso, composto in un segno di fiera bellezza. Sono diritte come palme; esili e forti perchè temprate agli ardori del deserto. Le loro carni sono brune e gli occhi si accendono di fosforescenze solari. I pastori ritornano di lontano; qualcuno canta più remotamente. E passano le greggi, gli armenti; giungono all’adunata guidati dall’ombra che cade. È un trepestio lento, un correre e un incrociarsi di voci, di mugghi e di belati. Qualche giovane armentario trascorre sul suo cavallo; guizza via con un urlo roteando per l’aria la lunga asta.
Vedo il burnus sollevarsi nell’impeto della corsa e l’odo battere l’aria stioccando. E l’acqua risuona ricadendo in fondo all’arca e le anfore si riempiono e stillano; stillano oro e coralli in quest’aria di vespero acceso. Ecco Zubeida (la graziosa); Sasiia (la gentile), Kadija (la pura). Vengono e vanno senza rivolgersi; diritte e composte in una loro grazia ieratica. Si inchinano sorridendo, si toccano la fronte e il cuore, mi rivolgono un augurio.
— Bislemma!
— Bislemma!
E ritornano alla loro tenda dalla quale sale per l’aria un tenue nastro di fumo. Vita aspra e magnifica; intensa, piena, impetuosa, gagliarda. Tutta la gioia della giovinezza vi si libera a volo, disfrenata; ogni forza ed ogni desiderio vi hanno la loro piena espansione. Senza posa e senza sonno. Tale è la legge che guida da millennii il popolo pastore. Esso emigra di pascolo in pascolo, di terra in terra abbandonando i suoi morti per via. Senza posa e senza sonno. La sua patria è lo spazio; il suo desiderio, il cammino; la sua ricchezza, la tradizione. Così come Giuseppe presentò i fratelli suoi a Faraone potrebbero presentarsi oggi i beduini. Nulla è mutato nei millennii: “E questi uomini sono pastori di greggi.... ed hanno menate le lor greggi e i loro armenti e tutto ciò che hanno.„