Kiruna.
Kiruna, l’unica vera città della Lapponia, appare fra un giro di grandi montagne. Sorge sopra un rialzo del terreno avendo ai piedi il lago di Luossajärvi e numerose paludi. Tre grandi cime sovrastano intorno, segnano il limite del triangolo nel quale la città è racchiusa: il Luossavaara, l’Hauvikaara e il Kirunavaara, quest’ultima significa la vita e la ricchezza della città, perchè è la montagna dalla quale si estraggono ogni anno 1 500 000 tonnellate di ferro.
Kiruna conta 9000 abitanti, in maggior parte operai delle miniere, numero che varia di anno in anno perchè la sua popolazione non è stabile. In generale, dopo una permanenza di due anni, gli immigrati ripartono non potendo resistere alle crudezze degli interminabili inverni polari. Nonostante tutto il comfort immaginabile e le infinite cure stabilite per iscongiurare il male, la percentuale dei tubercolotici è laggiù addirittura spaventosa. Nè ciò può meravigliare quando si pensi che gli operai sono costretti a lavorare all’aperto con una temperatura che varia dai 40 ai 50 gradi sotto zero.
A Kiruna hanno una notte continua di tre mesi, e cioè: dicembre, gennaio e febbraio, alla qual notte corrisponde un giorno di uguale durata nell’estate.
La vegetazione intorno alla città si riduce alle rade boscaglie della betulla nana; un arbusto contorto e risecchito che rinverdisce stentatamente ai primi di giugno per perdere le foglie alla fine di agosto. È l’ultimo simulacro arboreo, l’ultimo tentativo della natura che cede il campo alla morte. Ancora qualche centinaio di chilometri e il suolo non sarà coperto che dal tappeto dei licheni bianchi e gialli, i tardigradi dell’estrema vegetazione, perchè, a crescere, impiegano dieci anni.
Kiruna è tuttavia in via di formazione. Il piano della città è vastissimo, ma solo per metà compiuto. Le scuole vi sono numerose e singolarmente eleganti. Costrutte in legno, secondo i disegni del grande architetto svedese Ferdinando Boberg, traggono dalle tinte vivacissime di cui sono adorne una gaiezza inattesa. L’interno pare voglia far dimenticare l’esterno. Laggiù l’uomo cerca correggere la natura e si circonda a volte di una vera orgia di colori per sognare, per dimenticare.
I villini degli operai sono forniti di tutto il comfort moderno. Non di rado ho veduto le belle stanze di quei rudi minatori adorne di oggetti d’arte. In quella latitudine la casa è l’unico rifugio; è un tempio ed un cuore, onde si cerca rinchiudervi la maggior gaiezza possibile. Vi abbondano i fiori che le donne coltivano con soavissima cura e che crescono esili e pallidi per un vero miracolo d’amore. È il desiderio che li trae dal loro germe, la volontà umana che li costringe a sbocciare; ma le loro corolle non ardono e ricordano come in sogno l’ampia gioia di vivere per la quale si moltiplicano sotto al sole nelle terre felici.
Le vie della città sono tuttavia disselciate; in alcuni punti il terreno serba il suo carattere primitivo: scabro, inuguale, corroso dal gelo. La fretta ha presieduto alla edificazione di Kiruna, città transitoria di lotta e di affanno, nella quale nessuno pensa di restare giungendovi, ma che s’ebbe già una vera ecatombe umana nei nove anni della sua vita oscura.
La ricordo nella notte del 10 agosto, notte crepuscolare immersa in un silenzio altissimo. Partivamo per Kautokeino, si era formata una comitiva di svedesi e di americani, alla quale mi ero aggregato. Non era possibile intraprendere da solo un tale viaggio, venendo a mancare quasi compiutamente ogni mezzo di comunicazione. Era passata da poco la mezzanotte e la sollecita guida ci aveva chiamato a raccolta. Partimmo attraverso le vie della città addormentata. Il sole era dietro ai monti, la luce cresceva di minuto in minuto, ma tutte le case, erano mute, immerse nel sonno più profondo. Si udiva qualche pispiglio a volte, dalle finestre più basse, una voce incerta di bimbo che chiamava i fantasmi del suo sognare e nulla più. Ebbi la profonda sensazione di attraversare una città abbandonata. Quella luce non si associava ancora nella mia mente a l’idea del sonno, del riposo comune. Il piccolo nido umano fra lo squallore pareva convertito in una fantastica città di fiaba, in una delle inobbliabili città dei nostri sogni bambini, prese per incantesimo nei cerchi del silenzio. Un lago grigio, il Luossajärvi, si stendeva immobile sotto le montagne, pieno d’ombra a somiglianza d’una voragine. Non una voce intorno, non un canto, nè un grido. Eravamo assorti allorchè d’improvviso risuonò per l’immensa volta taciturna un rombo ed un muggito. Levando gli occhi al Kirunavaara vedemmo una grande nube di fumo salire pei cieli chiari. Era la montagna che si squarciava urlando per le sue immani ferite. Non tutti dormivano adunque, qualcuno vegliava lassù nelle aspre miniere, qualcuno che non sapeva nè il riposo, nè la sosta, qualcuno che trionfando sull’inimicizia della natura, aveva portato per primo, nell’ombra del deserto polare, il grido, l’affanno, il tumulto della vita moderna: il lavoro.
In quel suo ultimo posto avanzato su la terra, rodendo il cuore della montagna, esso lanciava una sfida al mistero dei cieli profondi. E non mai come allora io vidi l’uomo erigersi di fronte allo spettro del proprio destino e fissarlo negli occhi obliqui e contendergli il suo bene su questa terra, libero alfine, dopo una prigionia secolare, dai vincoli che lo facevano imbelle per l’eterno enigma.