Verso l’interno.

Viaggiando verso l’interno della Lapponia conviene fare due supreme rinunzie: la prima è quella dell’usual cura della propria persona; la seconda è quella del palato. Ciò che si mangia laggiù, toltone rarissime eccezioni, è semplicemente spaventoso. Eppure, quando la fame lo vuole, conviene fare buon viso anche ai famosi manicaretti lapponi, a ciò che quei popoli considerano come una leccornia.

Non dimenticherò mai due cose: il primo caffè che mi fu offerto da una bella pige,[11] ed un budino semplicemente infernale. Il caffè, che fui costretto ad ingoiare, era un miscuglio di caffè, di latte di renna, di burro di renna e di un formaggio in corso di putrefazione, il quale raccoglieva in sè, concentrati in uno, gli odori più innominabili. E il budino infernale era composto dagli elementi che seguono: cervello di renna triturato, sangue di renna, acqua, sego e farina. Una delizia gastronomica da avvelenare lo stomaco di Gargantua.

Accettate queste due rinunzie, vi sono poi le delizie del viaggio che si deve compire parte a piedi e parte in barca, essendo questi gli unici mezzi di comunicazione vigenti in Lapponia durante l’estate.

Tali delizie sono numerose; mi accontenterò di nominarne qualcuna. In primo luogo la pioggia che, almeno durante la nostra permanenza, ci visitò quasi giornalmente; in secondo luogo, nei rari intervalli di sole, le zanzare, vere nuvole di piccole zanzare, molto più piccole delle nostre, che vi attorniano ronzando, avide del vostro sangue, insaziabili, indicibilmente tormentose; in terzo luogo, gli squilibri di temperatura fra il giorno e la notte, o meglio fra il crepuscolo e il giorno, squilibri di 10 e a volte di 15 gradi, tantochè, quando ci si raccoglieva sotto alla tenda, si batteva i denti dal freddo. Dalla prima e dalla terza delizia era difficile ripararci; dalla seconda, e cioè dalle zanzare cercammo difenderci adottando il sistema lappone.

Una bella mattina l’uno fece all’altro una toilette singolare, ci si dipinse il volto con catrame sciolto nell’olio di pesce. Una miscela che ci convertì nella più ridevole comitiva che io mi abbia mai veduto. Nonostante il nostro aspetto orrendo le zanzare non si spaventarono; solo si raggiunse uno scopo: quello di tenerci in olocausto le importune nemiche le quali, dopo averci punto, non potevano riprendere il volo, impacciate com’erano nella miscela della quale ci eravamo cosparsi.

Si proseguì lentamente per una landa deserta ed uniforme, coperta dai licheni bianchi e gialli, fra i quali crescevano rari ciuffi di betula nana. La prima tappa era stata fissata a Sevuvuoma, dove era un accampamento di lapponi. Si doveva percorrere una distanza di 75 chilometri.

Traversammo il lago Jakkasjarvi, livido e nero fra le sue rive piatte, poi riprendemmo il cammino l’un dietro l’altro, seguendo la guida. A lungo andare l’uniformità silenziosa del paese ci accasciava. Ognuno di noi si era taciuto, vinto più da una stanchezza d’anima, da un’intima tristezza, anzichè dal cammino.

L’uniformità ininterrotta mette ad una ben dura prova ogni nostra facoltà di attenzione e di osservazione, finisce per fiaccare, per annebbiare la mente e ci lascia in uno stato torbido dal quale emergono poche idee, che sono sempre le stesse e segnano come gli ultimi guizzi di un’attività che si addormenta.

Ho parlato più volte del silenzio di quelle terre. Noi non possiamo averne che un’idea molto relativa, perchè non conosciamo l’assoluto silenzio. Viaggiando in Lapponia ne conobbi il tragico impero. Tutta quanta la natura era immersa in un silenzio infinito. A volte non si udiva neppure il rumore dei nostri passi. Nè un grido, nè un suono remoto, nè uno squillo, nè una eco, nè un fremito, nulla, assolutamente nulla se non l’immobilità taciturna. Ne eravamo disorientati, sperduti. Ci si guardava, a volte, come in uno stato di sonnambulismo.

Il sole segnava la mezzanotte, e cioè rasentava l’orizzonte, quando udimmo da una piccola altura un forte abbaiar di cani. Aguzzammo gli occhi e una leggera nube di fumo ci rivelò la presenza dei lapponi. Eravamo giunti a Sevuvuoma.

Dopo un breve consiglio tenuto circa l’ora inadatta ad una visita di curiosità e le convincenti ragioni della guida, la quale ci dimostrò che, durante l’estate, i lapponi dormono e non dormono, che non hanno ora fissa di sonno e lo interrompono e lo riprendono a loro piacere, decidemmo di proseguire il cammino e chiedere un’udienza alla piccola tribù.

Salita l’altura, vedemmo su l’altro versante otto o dieci capanne di miserrimo aspetto. Erano capanne coniche, formate da un impasto di torba e di zolle, sorrette da alcuni pali. Un’apertura praticata in alto dava la via al fumo; in basso un’altra apertura triangolare, chiusa da una tela, fungeva da porta. Quest’ultima era talmente stretta da doversi passare a stento e con una duplice operazione di curvatura. Conveniva chinare il capo e doppiare il dorso e poi mettersi di traverso; in altro modo non s’entrava. Qualche lappone era all’aperto, richiamato dall’abbaiare dei cani. Distinsi a tutta prima un vecchio ed un fanciullo. Indossavano il loro costume tradizionale. Una casacca di pelliccia di renna stretta alla cintola, un paio di brache di pelle di renna, una specie di cioce dell’identica sostanza ed un berretto simile ad una tiara, tutto azzurro e terminato da un gran fiocco rosso. Stavano vicini, senza movimento, il capo inclinato sopra una spalla e il viso contratto in una smorfia indefinibile. Ci lasciarono avvicinare fino a pochi passi senza muoversi, senza batter le ciglia, senza modificare quella loro smorfia. Solo ad una parola della guida si scossero e sorrisero. Poco dopo varcai la soglia di una capanna. Appena entrato fui costretto a sedermi in causa al fumo che empiva quella specie di imbuto rovesciato; ma quando potei aprire gli occhi, vidi intorno a me non so quante persone distese promiscuamente su pelli di renna in un arruffio tale di braccia, di gambe, di teste da non poter distinguere ogni singolo individuo. Solo in alto, da una singolar cuna appesa al fusto della capanna, un viso rotondo di poppante mi guardava fra il fumo come una paffuta luna fra le nebbie autunnali. Aspettavo che gli ospiti miei si togliessero dal sonno, nè molto rimasi nell’attesa che, dall’incomposto cumulo umano, vidi sorgere prima una testa, poi un torso, poi una figura completa di donna, la quale mi guardò sorridendo e cominciò a parlare.

Poco dopo la guida mi disse:

— Questa è la madre. Si chiama Anda e ti dà il buon giorno.

Un dopo l’altro sorsero dal comune giaciglio vecchi, giovinette e fanciulli. I giovani erano lontani, avevano condotto le renne a bere il mare, come dicono i lapponi, e cioè ai pascoli estivi. Furono pronti in un battibaleno. La toletta dei lapponi si riduce a poco: quando vanno a letto sfibbiano la cintura della casacca, quando si alzano l’affibbiano, e tutto è fatto. Non si spogliano mai, non si lavano mai, tutt’al più si ungono col grasso di renna, e ciò dà al loro viso rotondo, dai grandi zigomi e dagli occhi obliqui, quella tinta olivastra che non è naturale, ma è semplicemente un risultato del sudiciume. Il loro abbigliamento non varia. D’estate portano la casacca col pelo verso l’interno, nella stagione invernale non fanno che rovesciarla. Sotto la casacca non c’è altro; c’è la creatura come la fece Iddio; solo le scarpe sono imbottite da una specie di fieno che supplisce le calze. Altra particolarità notevole è la pipa. Tutti fumano, vecchi e fanciulli, il bel sesso compreso.

Offrii una sigaretta alla signora Anda, la quale l’offrì a sua volta al poppante, che la masticò senza disgusto.

I lapponi sono fra gli uomini più piccoli del mondo e sono anche fra i più fetidi in causa dell’olio del quale si imbevono. Quella loro tremenda vita nei deserti polari li rende forti e resistentissimi. Pare soffrano rarissime volte di tisi. Curano molti mali interni bevendo sangue caldo di renna e curano il mal di denti fregandoli con un legno tolto da un albero colpito dal fulmine.

Tutta la loro fortuna consiste nelle mandre di renne che posseggono. Dalle renne traggono le vesti e l’unico alimento. Qualche volta mangiano pesce. Il pane è quasi sconosciuto. Tutta la loro vita si riassume in tre parole: la capanna, la slitta e la renna. La slitta principalmente su la quale viaggiano di continuo in cerca di nuovi pascoli.

Tanto a Sevuvuoma come ad Enontekis e a Kautokeino ho avuto occasione di vivere in continuo contatto con tale popolo povero e randagio, e l’ho trovato d’indole mite ed eccezionalmente ospitale. Certo non ebbi a gloriarmi della sua vicinanza dal lato, dirò così, della mia immunità personale. Durante il breve soggiorno a Sevuvuoma, all’ora del riposo, quando mamma Anda mi offriva il posto accanto al fuoco, per riposare (la nostra tenda non era sufficiente a ripararci dal freddo) era con vero terrore che abbassavo il capo su le pelli di renna.

Il rifugio era adattatissimo per dormire, ma il mio terrore era causato dalle bestie che non dormivano. Mi spiegherò meglio citando due indovinelli lapponi. Ecco il primo: — Qual’è il morto che tira fuori i vivi dal bosco? — Il pettine. — Ed il secondo: — Qual’è la creatura che sta più vicina all’uomo? — Il pidocchio.

Comunque sia, questi scarsi popoli delle lande polari, questi ultimi rappresentanti dell’umanità in una terra estremamente nemica, non vanno considerati solo dal lato umoristico; essi combattono la lotta più aspra e conducono la vita più misera che si possa immaginare su la faccia del globo. Giunti in quelle lande estreme, forse per un destino di miseria, non certo per elezione; scacciati di regione in regione da popoli più forti, cercarono e si ebbero nella profonda notte del polo, l’ultimo rifugio. Secondo le più recenti ricerche etnologiche sembra probabile ch’essi provengano da un grande centro altaico. Emigrarono dall’Asia verso il nord-ovest seguendo il fiume Irtisch o l’Obi e varcando gli Urali. Dire a quale epoca siano giunti in Europa è cosa impossibile. Certo essi hanno perduto, nel corso dei secoli, anche il ricordo di regioni più miti. Nella loro lingua vi sono 20 parole per esprimere il ghiaccio, 11 per il freddo. 41 per la neve e le sue varietà, ma non un vocabolo che significhi cose o fenomeni dei climi temperati.

Anche l’ultimo ricordo, l’ultima tradizione è scomparsa. La loro mente si è oscurata; altro non sanno se non la miseria che li combatte.

Io affaticato lappone ed uomo errante

su le faticose vie di questa terra,

devo pellegrinare per tutto il mondo

e così passare il mio tempo.

Tale è il lamentoso canto del cammino allorchè seguono le renne attraverso alle gelate steppe o lungo le rive del mar Glaciale per centinaia e centinaia di chilometri. Il loro sonno non è mai tranquillo, la loro pace non è mai compiuta, essi non possono riposare nell’assoluto abbandono fidente, dovendo salvare l’unica ricchezza che si abbiano dagli agguati dei lupi. E quanto più infuriano le bufere durante l’inverno, tanto maggiore deve essere la vigilanza loro. Il grido: — Gumpe lae botsuìn! — Il lupo ha aggredito il gregge! — li trova pronti all’inseguimento, fra la turbinosa furia che si scaglia nelle tenebre. Armati di bastone balzano in un attimo dalla loro capanna e si disperdono urlando fra la tormenta. Il freddo, la fatica, il pericolo al quale si espongono non li abbatte; la tragica lotta secolare li ha fatti ferrigni come le ultime montagne della loro terra. Ciò che fiaccherebbe un gigante della Svezia, non turba quella loro piccola persona gagliarda. Essi portano fra gli orrori delle terre iperboree l’ultima voce dell’umanità di fronte al mistero polare.

FINE.

[ INDICE DEL VOLUME.]

Il viandante [Pag. 1]
Alle soglie dell’Oriente [19]
Tunes el bida [21]
Il Mercato del Dolore [29]
Il Santone [30]
Un Funerale [31]
Le Case della Gioia [32]
La favola di un cieco [40]
La piccola Jasmina [41]
L’Hara (il Ghetto) [42]
Le Tombe dei Santoni [50]
Ciò che vide Kadir [51]
I Notai [52]
L’Anima del Viandante [53]
L’Eternità [54]
La Casa abbandonata [54]
In via [56]
Susa [58]
L’ombra del Mandorlo [59]
El Djem [60]
Monastir [61]
Djeziret-el-K’mam — Ustania [62]
Verso Tapsus [63]
Enfida [64]
Kairuan [65]
Ai fùnduk [67]
Il mulino [72]
Facili misteri [73]
Chadliia [80]
L’arabo e il dromedario [81]
Dal Corano alla Moschea [83]
Giorno di preghiere [86]
Il rito degli Aissauas [88]
Gabès [90]
Trattorie arabe [94]
Verso il Deserto [95]
La Giustizia [99]
Selima [100]
Nei paesi del Sole [105]
In mare [107]
Compagni di viaggio [108]
Il Pascià di Janina — Corfù [110]
Verso la Grecia [111]
Il figlio del Pascià [113]
Il golfo di Corinto [116]
Amare verità [116]
Pireo — Falèro [120]
L’isola Minoica [123]
I “politofilakes„ [133]
Kanna [135]
Il canto dei muezzin [136]
Canea [137]
L’esodo degli alberi [138]
Verso l’interno [141]
Il rapsodo [142]
O kapetanios Blum [149]
Peleka Pina — Superstizioni [155]
Alla fonte [156]
Collane azzurre [158]
Mehemed bey [159]
Prodoti — Nuriè [161]
In viaggio [163]
Nell’Asia Minore [165]
Ismirn (Smirne) [167]
Il miracolo della colomba [170]
Un cimitero israelita [172]
La vita a Smirne [173]
Tre briganti [174]
Buggià [176]
In cammino [180]
Le nostre umiltà [181]
Sopra la tolda [187]
Verso la Gran Sirte [196]
Derna [197]
Bengasi [206]
La storia di un pellegrino [208]
Sempre cortesie — In mare [209]
Il “Ramadan„ in viaggio [211]
Un tramonto sul mare [212]
Sul Mare degli Ulissidi [215]
Il viaggio del sogno [217]
L’isola di Venere [218]
Da Cythera a Mitilene [221]
Una croce in uno scoglio [225]
Verso i mari di ghiaccio [227]
Una ferrovia in Lapponia [229]
Tristezze nordiche [231]
Kiruna [237]
Verso l’interno [240]

INDICE DELLE TAVOLE A COLORI:

INDICE DELLE TAVOLE IN NERO:


DELLO STESSO AUTORE:

Anna Perenna, novelle L. 3 50
I Primogeniti, novelle 3 50
Il Cantico, romanzo 3 50
L’alterna vicenda, novelle 3 50
Gli uomini rossi, romanzo 1 —
Il cavalier Mostardo, romanzo (in preparazione).