Le nostre umiltà.

In massima noi siamo ancora un popolo che non ama viaggiare, che si infiacchisce nella consuetudine di una vita pigramente uguale e sta alle cose fatte, ai giudizi tradizionali ed ha troppe volte un’idea incertissima intorno a paesi e a questioni che dovrebbero tener ridesta l’attenzione più viva.

Noi temiamo il viaggio oggi come l’avremmo potuto temere cinquant’anni fa, quando si andava per le poste; ne abbiamo lo stesso concetto; lo consideriamo come una cosa appena appena possibile per i ricchissimi, come un diporto dispendioso ed inutile, o come un seguito di noie e di privazioni, alle quali non val la pena sottostare. Nel concetto comune è già superare una distanza enorme andare da Roma a Milano; data la qual cosa, le città più lontane come Cagliari, Palermo, Siracusa rientrano addirittura nella zona grigia, entro la quale, per la diffusa ignoranza geografica, sono compresi i vaghi confini del mondo abitato. Da ciò proviene, per restare entro i limiti delle nostre terre, il perpetuarsi di pregiudizi e di prevenzioni non mai abbastanza biasimevoli in una terra come la nostra, la quale ha il dovere di rinsaldare giorno per giorno sempre più, i vincoli di fratellanza fra regione e regione.

Vedere non è forse sapere? — dice Balzac nella sua Peau de chagrin —; e se questo è, se vedere vuol dire allargare sempre più i confini della propria conoscenza; coltivare la mente e lo spirito; paragonare, giudicare, apprezzare, unire e scindere, assimilare e distanziarsi, se è tutto ciò e anche un divago, un proficuo riposo, perchè non vincere la tradizionale paura? perchè non superare uno fra i tanti preconcetti che perpetuano una nostra schiavitù che nessuna ragione sostiene? Nè si ponga in campo il tema delle spese e della comune esiguità dei mezzi. Così non è in realtà almeno per chi vuole e sa volere.

In Isvezia, ad esempio, non v’è professore di ginnasio o di liceo, non v’è impiegato il quale non si proponga al principio dell’anno, come finalità delle economie che verrà facendo, un viaggio verso i paesi del sud. Egli conosce le tariffe ferroviarie delle singole nazioni, le varie facilitazioni delle quali potrà usufruire; sa quanto spenderà per il vitto e l’alloggio durante il soggiorno in una determinata città; ciò che potrà costargli la vita nei piccoli paesi e nei grandi centri; viene preparandosi di lunga mano ciò che dovrà essere la sua gioia migliore. E tutti gli anni noi vediamo in Italia, perchè è appunto la nostra terra solare la preferita dai popoli nordici, vediamo queste lunghe teorie di viaggiatori che scambiamo ancora, benchè con minor frequenza, per tanti Cresi, per miliardari a spasso e che invidiamo senza aver neppure la remotissima idea di poter fare altrettanto.

Io non consiglierò mai abbastanza, ai giovani, l’amore al viaggio. Conoscere in primo luogo casa nostra e in seguito i popoli finitimi e quelli più lontani; imparare facilmente per la più semplice facoltà d’osservazione; vedere in quale valutazione siamo tenuti all’estero; dissipare per quanto si può le innumerevoli prevenzioni nemiche a nostro carico; diffondere la nostra lingua; imparare ad essere coscienti ed orgogliosi della nostra nazionalità; contrapporre a tempo e a luogo orgoglio ad orgoglio, disdegno a disdegno, fierezza a fierezza; valutare le nostre superiorità e le manchevolezze nostre; vivere intensamente la vita in tutte le sue forze, ecco ciò che dovremmo proporci, ciò che ci permette il viaggio, il quale è, senza forse, uno fra i maggiori ammaestramenti.

Una razza tanto più si rinsalda nelle sue tradizioni quanto più si muove ed ha occasione di conoscere gli antagonismi che la dividono, le qualità etniche che la differenziano, gli interessi che l’allontanano dalle altre razze. Avere esatta coscienza della propria entità significa raddoppiare il proprio valore, e tale coscienza non si acquista intera e compiuta se non quando si possono stabilire raffronti e rapporti non già cervellotici, ma derivati da una diretta e costante osservazione dal vero.

Ecco perchè ciascuno di noi dovrebbe proporsi di ridestare e di alimentare l’amore al viaggio, ritornando su tale proposito ogniqualvolta se ne presenti l’occasione; chè solo con l’insistere si vincono le secolari pigrizie, si scuotono gl’incerti torpori, si ridestano le energie latenti.


Noi dobbiamo combattere le nostre umiltà; dobbiamo renderci esatto conto del cammino percorso. Fino ad ora, come gente pazza che non sa bene su quale salda base appoggi i propri ragionamenti, siamo passati da elevazioni a demolizioni, perdendo e nell’un campo e nell’altro il senso della misura, ci siamo fidati troppo o abbiamo spinto l’amara gioia dell’autocritica fino all’aberrazione. Abbiamo esagerato nel primo caso falsando l’importanza dei fatti, dando loro una valutazione che non era esatta; abbiamo esagerato nel secondo allorchè, senza essere soccorsi da dati positivi, da una chiara conoscenza, si è giunti a conclusioni prive di qualsiasi serietà. Questo stato di fatto, codesta corsa alle antitesi non è certamente la più opportuna a rinfrancare la coscienza nostra, a dare quell’unità di intendimento che fa di tutto un popolo una magnifica compagine. Così è nata fra noi ed è cresciuta a gran rigoglio la mala pianta dello scetticismo; così si è alimentata la generale sfiducia, sfiducia che ha superato i nostri confini e viene serpeggiando, benchè con minore intensità, fra i nostri connazionali residenti all’estero. Più di una volta ho avuto amare confessioni; più di una volta mi son sentito chiedere: — Perchè non si fa? Perchè non si agisce? Non vedono, non sanno in Italia le nostre condizioni? Non osservano ciò che fanno gli altri? — E a tali interrogazioni mi conveniva rispondere citando la buona volontà dei pochi; ciò è a dire: una coscienza limitata; una forza ancora inadatta.

Sappiamo forse noi quali siano le condizioni dei numerosi italiani sparsi per le regioni del Levante?

Sappiamo forse quale grande importanza abbia tuttavia la nostra lingua in questi paesi, benchè debba sostenere una lotta assidua con la lingua francese, e molte e troppe volte, venga soprafatta? Sappiamo con esattezza in quale concetto siamo tenuti dagli indigeni, e ci preoccupiamo forse di vincere, con azioni dirette allo scopo, le male prevenzioni, i disprezzi radicati, i tronfii sdegni alimentati da chi ne ha interesse? Conosciamo le lotte aspre sostenute dalle nostre scuole a Tunisi e a Smirne, a Bengasi e a Salonicco? Lotte quotidiane, a volte, affrontate con una costanza, una fede e un entusiasmo dei quali non sarebbero capaci certamente i nostri scettici dalla volontà flaccida e dal cuore vuoto.

Tutto ciò è pressochè ignoto alla maggioranza del pubblico e non so se il pubblico sia per appassionarsene, disabituato com’è a partecipare ai vivi problemi della vita nostra; a quei problemi che escono dalle meschine controversie della politica interna o dalle dimostrazioni di piazza. Eppure tali cose dovrebbero richiamare la nostra attenzione assidua, dovrebbero tenerci desti ed alerti. Io non so quale effetto esercitino alla Consulta le relazioni dei consoli e dei tenenti di vascello, incaricati di studiare questioni particolari in Oriente, so però che non sarebbe male se tali relazioni, detratte le notizie di carattere delicato, fossero rese di pubblica ragione. Troppe volte apprendiamo dai resoconti dei consoli esteri, riportati dai nostri giornali, lo sviluppo economico e le condizioni generali di qualcuna fra le nostre colonie, e mi pare, o mi inganno, che ciò sia ridevole. La stessa cosa non avviene in Inghilterra, non avviene in Francia, paesi nei quali la coscienza nazionale non è mai sonnecchiante, ma veglia e si impone.

Rättvick. — Giovinetta nel costume della Dalecarlia.

Un lago in Lapponia. Il grande arco nella montagna è chiamato: La porta dei Lapponi.

Un cimitero nell’estremo Nord.

Su la miniera di Kiruna. Operai al lavoro.

Troppe volte mi sono sentito chiedere, al ritorno da qualche viaggio in Oriente: — “Quale lingua parlava laggiù?„ — E quando rispondevo: — “L’Italiano!„ — vedevo i miei interlocutori, che non erano precisamente dei semplicioni o dei mercanti di castagne, allargar tanto d’occhi, fare un viso di meraviglia e stupire e stralunare. Non pareva loro possibile che la lingua italiana potesse essere intesa un palmo più in là dei confini del Regno. Essi si erano abituati ormai a considerarla come una povera, inutile cosa, rifiutata e scacciata; sì come una bellissima veste ma fuori d’uso, della quale ci si poteva tutt’al più compiacere in casa propria, innanzi all’ammirazione degli intimi; si erano abituati all’umiltà della rassegnazione, di una supina rassegnazione derivante da cecità di spirito e di conoscenza. Eppure quanto il francese e più del francese la lingua nostra ha potere di espansione per poco che la si aiuti; per poco che ciò si voglia. Conviene viaggiare per convincersi di tale verità. Ma la coscienza nostra non è ancora tanto libera da servilismi, da imporsi con ragione per la via più diritta. Quanti sono ancora fra noi che preferiscono il francese; che, viaggiando, non pronunzierebbero una sola parola italiana per timore di essere svalutati nella considerazione dei compagni di viaggio? Dico questo con coscienza di causa, perchè ho assistito a troppe scenette tipiche e ne ho arrossito di vergogna. Vinceremo il malanno, non ne dubito; ma frattanto sussiste tuttavia ed è l’indice di una miseria di spirito che conviene combattere con ogni nostra forza migliore.

L’espansione di una lingua segna il progredire economico, l’influenza morale, il prevalere della civiltà di un popolo. Nei centri più civili dell’Oriente, la Francia è scimiottata fin nella letteratura. I pochi turchi che scrivono sono imbevuti fino alle midolle di letteratura francese, e non è certo la migliore che arriva quaggiù. Basta dare un’occhiata alle vetrine dei libri. I titoli, le copertine, gli autori vi dicono subito di che cosa si tratta; pornografia e pornografia in tutte le salse, attraverso mille sfumature. Ed ogni vetrina è inondata da pubblicazioni di simil genere, ne è aggravata, costipata. Avete un bel cercare qualcosa di diverso: non vi riuscirà. Sempre la stessa merce, sempre gli stessi autori. All’infuori dei giornali, non un libro italiano, nè inglese, nè tedesco. Se ne chiedete qualcuno, vi guardano in faccia quasi pretendeste l’araba fenice o il cinamulgo. Non sono abituati a simili domande; nessuno se ne occupa. E di giorno in giorno si perde campo, perchè la Francia non dorme e le preme mantenere la propria incontestabile supremazia. Che facciamo noi? Poca cosa invero per il molto che ci sarebbe da fare.

Toltone nelle classi colte, è incontrastato che la lingua italiana è molto più diffusa della francese in tutto l’Oriente mediterraneo. Da Corfù a Pireo, da Pireo a Canea, da Canea a Smirne, da Smirne a Salonicco, fin dal vostro giungere, trovate i facchini del porto che parlano italiano correttamente, senza intoppi; simil cosa avviene nei porti della Siria e dell’Egitto, della Tripolitania e della Cirenaica.

Tale diffusione della nostra lingua in seno ai popoli del Levante si è mantenuta spontaneamente senza l’intromissione di alcuna volontà estranea o di azioni premeditate. Ragioni etniche e storiche ne favoriscono l’espandersi nei secoli; ora, se pure tali ragioni permangono, sono appoggiate da noi con mezzi fiacchi.

Tutti coloro che in Oriente agiscono per il mantenimento del nostro buon nome o per lo stabilirsi di una nostra supremazia non si sentono appoggiati, spalleggiati, in patria, da un comune acconsentimento, da quella viva simpatia che fa ringagliardire ogni entusiasmo; sono, in realtà, un poco soli, hanno il senso di un isolamento tanto più amaro quanto è meno ragionevole. Così coloro che spendono di propria iniziativa (e sono molti) danaro ed energie per la causa nostra e non cercano alcun compenso; così i direttori di scuole, i professori, i maestri, i missionari e tutti i religiosi, i quali compiono un’opera vera e continua di italianità.

Per tali vie, che la Francia ben conosce, si espande la lingua e l’anima di una gente. Ma a volte noi abbiamo inesplicabili ignoranze e più inesplicabili umiltà.

Alcune nostre merci, ad esempio, si sono imposte ormai in tutto l’Oriente; non siamo più noi che andiamo a cercare il mercato, ma è il mercato che viene a noi. Ora, perchè le nostre Case di esportazione, seguendo l’esempio delle Case tedesche, inglesi e francesi le quali impongono la loro lingua, non mantengono la corrispondenza in italiano? perchè preferiscono il francese che non è necessario nè imprescindibile?

Adottando la lingua italiana, come ne avrebbero diritto, non potrebbero trovare impiego presso le Case estere di importazione tanti giovanotti che ora escono dalle nostre scuole all’estero e non trovano collocamento?

E inoltre, diffondendosi tale giusta misura, non scomparirebbe poco alla volta la sfiducia, non cesserebbe l’amara domanda che si rivolgono i nostri giovani: — “A che ci serve l’italiano? perchè studiarlo?„

Se abbiamo ormai una incontestabile forza economica, conquistiamoci altresì una supremazia morale. La prima non avrebbe valore duraturo senza la seconda.

Conviene scuotersi dal sonno e camminare.