Sopra la tolda.

Per farci un’idea pressochè esatta del pubblico viaggiante sui nostri piroscafi che fanno servizio fra la Tripolitania e Costantinopoli, scorriamo il registro di bordo, quel libro cioè sul quale dovrebbe essere scritto il nome e il cognome di ogni viaggiatore. Apriamo a caso e leggiamo: — Una donna araba; Mustafà e due donne; Cinque ufficiali ottomani; Uno; Donna turca; Alì sa femme e un minore; Indigente; Una compagnia di teatro; Bernarda da Malta e due poppanti, e così di seguito. Pare di leggere la didascalia dei personaggi che non parlano di qualche dramma spettacoloso, e abbiamo a che fare in realtà con personaggi che non parlano.

L’impiegato di bordo il quale, dovendo registrare il sopraggiungere di un nuovo viaggiatore, ha scritto con estrema semplicità: Uno, ha fatto, senza saperlo, il più bell’esame psicologico di questa gente in rapporto a noi. Uno, e cioè un’unità oscura, una quantità imponderabile, senza nome; una specie di monade solitaria o di oasi inaccessibile fra gli ardori di un deserto incommensurato.

Per noi tutta questa gente non è più di un’ombra che trascorre. Ci passa vicina, vive al nostro fianco una diecina di giorni nella più stretta intimità di vita che possa immaginarsi, ma non si appalesa, non si accomuna; appare e scompare silenziosa, chiusa, quasi nemica; veglia anche nel sonno; si apparta quanto più può, si nasconde, china la faccia, volta le spalle, cerca gli angoli più remoti, si raccoglie: è l’ombra che trascorre.

Che potremmo dirne che non sia esteriorità, lato di colore o costume più o meno edificante? La nostra migliore volontà si infrange contro la muta barriera, contro l’impassibile indifferenza ostile. Ogni indagine è vana, ogni tentativo ha l’identico risultato pressochè nullo. Non valgono cortesie. Una mano che passa dalla fronte al cuore, o dal cuore alla fronte è la dimostrazione della loro riconoscenza e niente più. Li interrogate e vi rispondono appena, o non vi rispondono affatto; se non vi guardano con diffidenza, sorridono e non si levano dalle loro positure oltremodo comode. Io credo veramente che essi vivano in uno stato torpido; fra l’essere e il non essere così come stanno di continuo fra la veglia e il sonno; credo non abbiano nulla da dire di loro stessi, nulla che sia in chiara evidenza innanzi agli occhi della loro mente. Non conoscono che Allah; vivono in Allah; si moltiplicano per Allah. Una idea, una tradizione cieca, un fanatismo feroce. Ci appaiono come coscienze primitive e tenebrose appena emergenti dalla penombra; nulli come individui, meravigliosamente saldi come compagine. La loro miseria individuale, l’incapacità di essere qualcosa particolarmente, li rinsalda. Maometto è il capitano che li conduce tuttavia e li ha ubbidienti fino alla morte. Ogni gerarchia comincia e finisce in Maometto; è l’ombra del Profeta che li governa e li disciplina oggi come tredici secoli fa. La massa amorfa ch’egli trasse furiosamente alla conquista di un vecchio mondo in isfacelo serba tuttavia l’impronta della sua volontà straordinaria. Il formidabile impeto che li risvegliò in un grido di guerra cova tuttavia nel loro cuore, pronto a divampare con la stessa furia. Ciò che Maometto foggiò secondo una legge gelosamente ferrea è rimasto immutato nei secoli, nè credo sia per mutare. La stessa inerzia di questi popoli forma un ostacolo quasi insuperabile; inerzia morale superiore a qualsiasi tentativo che voglia o tenda superare l’antico confine. La loro religione è il loro mondo, il loro Io, la ragione della vita o della morte; all’infuori di ciò essi non vedono che una zona grigia e minacciosa. La nostra civiltà è una parola, una fiaba della quale hanno sentito dire troppe volte e che li lascia perfettamente indifferenti se non ostili. Imitarla o seguirla non sarebbe possibile se non rinunziando alla loro vecchia anima statica; potranno assimilarne, forse, quella parte che riesca più direttamente a nostro danno. Frattanto noi siamo e restiamo, per la grande massa, gli antichi giaurri, i cani infedeli che conviene rispettare perchè possono far danno, perchè non è possibile sbarazzarsene. Non è un freddo pessimismo calcolato che mi conduca a tale conclusione, ma una osservazione diretta e continua; una serie di fatti concomitanti, allo svolgersi dei quali ho potuto assistere, e il convincimento sereno della maggiore e della migliore parte dei nostri connazionali che vivono da lungo tempo nell’Oriente mediterraneo.

Ora il registro di bordo, nella sua semplice e schietta spontaneità, è l’indice migliore della grande distanza che ci separa tuttavia dal vecchio mondo mussulmano. Ne ho dato un breve saggio, ma potrei continuare. Non si tratta unicamente di Alì e compagni, di Un arabo o di Un soldato, ma di ufficiali e di kaimakan ed anche di qualche governatore delle provincie più remote dell’impero turco. Ci sfilano dinanzi tutti senza nome o quasi, appena emergenti dalla loro ombra; compaiono come scompaiono. Muti e sdegnosi, estranei e lontani. Non parlano, ed anche quando vi accostano e vi interrogano e voglion sapere dell’Europa e dei nostri costumi; quando vi esaltano Parigi, non già per le sue forze migliori, ma per ciò che vi hanno trovato di più corrotto, sentite sempre una barriera che li divide da voi. Vi fanno l’effetto di creature le quali si sporgano per un attimo oltre un grande recinto, entro il quale si affrettano a ritornare.

In massima, presi a parte a parte, non sono, per noi, niente più di Uno, di un ignoto il quale, uscito dalla folla, compia un lungo giro, vi scivoli innanzi senza guardarvi e rientri rapido nell’ombra uniforme dalla quale era emerso. Ho detto in massima perchè le belle eccezioni vi sono, ma non certo benvise dalla maggioranza.

Tale è, per oggi, la semplice verità. Può darsi che in un domani più o meno remoto le cose cambino aspetto; che la millenaria anima nemica, ridesta da un entusiasmo improvviso, voglia rinnovarsi più apertamente al sole; che, per la tenace volontà dei pochissimi, la montagna vada al nuovo Maometto; tutto può darsi. Dopo tanto entusiasmo non conviene far l’amara professione degli scettici impenitenti.


Il mare è tranquillamente sereno; facciamo un giro per il piroscafo; sarà altrettanto divertente quanto percorrere i bazar di Smirne e di Costantinopoli, o penetrare nel più riposto cuore di una casa turca.

Siamo in viaggio da vari giorni, abbiamo perennemente in vista le squallide coste dell’Africa: piccoli pallidi colli appena emergenti dalla foschìa, piani immensi dai quali giunge l’impeto soffocante del khamsin, il vento del deserto. A quando a quando qualche fila solitaria di palmizi sorge su l’afosa diafanità dell’orizzonte entro la quale la terra color d’oro dilegua e trascolora. Il mare è bianchiccio, senza luminosità, torpido, oleoso. Le piccole increspature che il vento vi produce appaiono e dispaiono, si rinnovano in un giuoco infinito, guizzano via, senza lucori, fra il bianco e il grigio nell’immensità lattiginosa. Tutto si appesantisce e si attarda nell’imperare immutato del caldo e della caligine.

Abbiamo toccato gli scali di Tripoli, di Misrata, di Bengasi. Il piroscafo è rigurgitante chè, ad ogni scalo, vi si è riversata una vera fiumana di viaggiatori. Sono giunti urlando e strepitando, stipati fra bauli e fardelli, hanno invaso il ponte coprendolo e trasformandolo in pochi secondi. Abbiamo a bordo una rappresentanza di tutte le razze dell’Impero turco: greci, albanesi, arabi, circassi, sudanesi. La varietà dei costumi è altrettanto grande quanto la varietà dei dialetti e delle lingue. Abbondano i beduini coi loro marmocchi, che se ne stanno perfettamente ignudi al sole.

Sono a bordo cinque ufficiali turchi, ma viaggiano in terza classe attendati col resto della tribù; un solo ufficiale superiore, che ha il passaggio in seconda, ha confinato la moglie in terza classe in compagnia delle serve nere. È ben vero che il Corano proibisce ai mussulmani di accostarsi ad una donna, sia pur questa la madre o la moglie, in qualsiasi luogo che non sia nell’haremlik; ma non sarebbe stato difficile invertir l’ordine delle classi. Bisogna convenire che tali sfumature non rientrano ancora nel sentimento cavalleresco mussulmano. L’esempio di persone che viaggiano in seconda e lasciano la moglie in terza non è infrequente, è quasi la regola, come pure è regola generale la estrema libertà di movimento, l’assoluta noncuranza delle più elementari convenienze che la nostra civiltà ritiene indispensabili alla serenità dei rapporti reciproci, e l’indifferenza olimpica con la quale tutta questa gente fa il proprio comodo senza restrizioni di sorta. Sono in casa loro, non c’è che dire; nessuna cosa li disturba; fanno ciò che fanno e Allah li sorveglia. Il torto è nostro, che guardiamo con occhi diversi; bisogna inambientarsi. A dire il vero i cinque ufficiali, non appena sono saliti a bordo, avevano una divisa sgargiante, ma, dopo qualche ora, chi li avrebbe riconosciuti? In pantofole, senza calze o con le calze rotte; un lungo camicione a fiorami ed ecco fatta la toeletta da viaggio. Si sono accosciati su le stuoie e si guardano senza parlare, accarezzandosi i piedi. Uno ha un grande binoccolo a tracolla, un altro ha un narghilè; un terzo il tespikh, del quale fa scorrere i grani fra le dita metodicamente. Poco più lontano è un gruppo di soldati che vanno in congedo. Descrivere la loro divisa è quasi impossibile, tanto è dissimile da individuo a individuo. In una cosa si rassomigliano perfettamente, nelle rattoppature, nella sporcizia come nella tonsura, che varia dalla corona alla mezza luna; dalla grande chierica alla piccola coda eretta sul bel mezzo del cocuzzolo.

Passiamo fra cumuli di bauli policromi, rossi, verdi, gialli, a fiorami, a figurazioni simboliche; rivestiti di carta, di lamiera, di chiodi e di bullette migliarine; scartiamo i materassi, i tappeti, le coperte e le stuoie; scavalchiamo gli individui, distesi ovunque sia un piccolo spazio, per abbracciare con un’occhiata questo novissimo bazar. Sui quattro boccaporti di poppa e di prua sono state distese quattro tende; ogni boccaporto accoglie una o due famiglie: le donne da un canto, gli uomini dall’altro. Per mezzo di tende supplementari hanno fatto divisioni e suddivisioni tanto da non vedersi reciprocamente e da celare agli occhi scrutatori il volto delle loro hanum, e ci sarebbero riusciti se il vento non scompigliasse tali baracche. Li cogliamo così nella loro intimità. D’altra parte è sempre la stessa cosa: materassi, coperte, stuoie, tappeti, e persone sdraiate e persone accosciate. Le donne fanno il caffè. Tale è la loro occupazione continua, quando non dormono e non si bisticciano.

Vedute così, libere dal ciarciaf, appaiono piccole e goffe; troppo grasse; troppo impacciate nelle movenze.

Le ricche, e conseguentemente le più indipendenti, spingono il loro ardimento fino a salire fra noi, sul ponte riservato alla prima classe; però, superata la barriera, si aggruppano in un angolo e guardano il mare per lunghe ore, o siedono alla turca sui sedili europei voltando la faccia alla spalliera e le spalle a noi. Le povere sono compiutamente abbrutite. Cinque donne del popolo per quattro giorni e quattro notti sono state rannicchiate dietro una barriera di bauli, per non farsi vedere, e non sono uscite mai dalla prigione angustissima. Il comandante del piroscafo, per non violare il prezioso gineceo e non far nascere una rivolta a bordo, si è dovuto accontentare della pulizia sommaria che le donne stesse compivano nel loro angolo sacro. A Smirne era salita a bordo un’altra disgraziata: una turca compiacente; non appena lo seppero i babau, fu presa e rinchiusa nella stiva, e dalla stiva non uscì se non quando fu giunta a destinazione; ciò vuol dire che vi rimase per sei giorni consecutivi.

I poveri mordono il freno per le novissime libertà dei ricchi, e non so se vorranno sempre pazientare. Certo, ciò che può tollerarsi in viaggio, sarebbe assolutamente intollerabile a terra. Approfittiamo adunque di tale condizione di grazia per osservare meglio.

Ogni famiglia ha portato con sè tutti gli oggetti di casa, io credo: dalle stoviglie ai materassi. Hanno fornelli a spirito, cesti, bottiglie, terraglie, panieri, vassoi, tazze, bicchieri ed altri arnesi, dei quali è difficile conversare. Un maggiore turco ha spinto la sua tenerezza fino a portare seco, oltre la famiglia, un pappagallo, un montone, un gatto d’Angora e due gazzelle. L’osservo da tre giorni, e da tre giorni lo vedo sempre più lacero e sporco. Trascina seco un marmocchio che non ha alcuna soggezione di adempiere a’ suoi doveri più urgenti ovunque si trovi. Da tre giorni si cibano di un enorme cocomero che hanno imbarcato a Tripoli. Non conoscono l’uso del fazzoletto, non guardano in faccia a nessuno. Il padre è sempre taciturno, il figlio strilla come un’aquila dalla mattina alla sera, e quando il padre si abbandona a’ suoi acrobatismi religiosi, la qual cosa avviene varie volte al giorno, dopo un opportuno orientamento verso la Mecca, il figlio, che è rimasto senza guardia, si spoglia urlando e se ne fugge ignudo. La qual cosa esilara i vecchi turchi dalle mani incrociate sull’ombelico.

Gentilmente invitato dal comandante Salvatore Viola, salgo sul ponte di comando; si domina meglio la scena.

Ovunque si volga l’occhio non si vedono che cumuli di fardelli fra i quali si stipano uomini e bestie. L’odore che sale da tale massa di creature è, a volte, insopportabile. È l’odore della cipolla e del muschio, della fogna e dello zibetto, un miscuglio senza nome, non mai avvertito; nè il vento vale a disperderlo, chè sempre si rinnova. Sotto di noi una giovane beduina è intenta a cercare fra i lunghi capelli di una sua congiunta qualcosa che di quassù non si può vedere. Un’altra, che ha il volto velato, ha il seno interamente ignudo e allatta il suo figliuolo, che non può avere meno di due anni; un brutto sgorbio nero dai capelli tagliati a ghirlanda e dall’enorme ventre. Poi piedi e gambe che sporgono da inviluppi di lacere coperte e di stuoie e di tappeti; uomini sdraiati, raccolti, rannicchiati, composti negli atteggiamenti più inattesi, accatastati e costretti entro spazi inverosimili, e bauli e valige e teste rase e teste incappucciate. Cento costumi, cento colori. È tutto un luridume pittoresco, un’immondizia variopinta, un austero pidocchiume che non perde mai l’innata gravità.

Il sole muore in un tramonto tranquillo sul mare senza moto. Lo vediamo discendere fra l’estrema caligine; lo si può guardare: è pallido ed enorme. Contro il suo disco metallico un vapore ignoto si allontana, sempre più impicciolendosi finchè non resta, sotto il crepuscolo roseo, che un tenue alito di fumo fra cielo e mare. La terra è scomparsa; navighiamo pei campi del silenzio. Anche la gente tace. Ma ad un tratto, verso la prua, compare un vecchio cieco guidato da una bambina: è alto, rigido, quasi spettrale nella penombra; siede sopra un fascio di corde, posa su le ginocchia un suo istrumento, poi, in questa immensità senza confine apparente, si leva una monodia dolcemente monotona, di una tristezza profonda. Chi canta? È un vecchio greco, un povero ramingo che va per il mondo con una bimba pallida, amore senza carezze. Canta le arie della sua Tessaglia, rievoca una grande anima tragica, un immenso dolore senza mutamento.

Nessuno parla all’intorno; il raccoglimento si propaga simile a un incubo e la voce si rafforza, preme nell’impeto rievocatore.

È l’ombra di un popolo millenario che sorge fra cielo e mare e si ammanta nel suo paludamento nero.