L’Hara (il Ghetto).
La sudiceria del quartiere ebreo a Tunisi è cosa che non ha paragone. Non v’è luogo sulla terra che non abbia gente sudicia, ciò resta inteso; all’estremo nord i contadini della Scania, ad esempio, potrebbero gareggiare senza timore di perder la partita, coi contadini delle nostre Calabrie i quali, nonpertanto, in tema di sporcizia godono di una immeritata fama mondiale. Gente sporca, ce n’è per tutta la terra e chi arriccia il naso nominando l’Italia meridionale segno è che ben non conosce casa propria.
Ammetto come verità dimostrata quanto ho esposto sopra, ma conviene aggiungere che nessun paese e nessuna razza può sperare di portar la palma su gli ebrei di Tunisi. La loro sudiceria è una cosa iperbolica, colossale.
Volevo percorrere il loro quartiere da vari giorni; oggi solo mi vi sono azzardato perchè è sabato, è festa, e le donne fanno pulizia.
Avanziamo turandoci il naso; sarà prudente far ciò.
Le strade sono strette, oscure, tormentate in avvolgimenti continui. Per soprappiù piove a dirotto. Si cammina fra una melma spessa, formata da chi sa quali elementi. Meglio è non guardare; tirar diritto con cuore risoluto.
Sporche le vie, sporche le case, i cortili, le scale, le finestre. Il lerciume non ha avuto riguardi, nè pudori, nè titubanze: si è esteso con bella franchezza dalle strade alle stanze; è salito dai marciapiedi ai comignoli; ha accolto tutte le cose sotto il suo velo pareggiatore. Una veste bianca pone una nota stridente fra tutto questo grigio: stona, non è a posto, dispiace, direi quasi disgusta. Due mani candide farebbero ribrezzo. È questione di far l’occhio, di abituarsi ad uno stato di fatto, a una predilezione. Si vede tutto uguale, tutto concorde in una mirabile armonia e si pensa: — Questo è un mondo a parte: ha i suoi gusti, le sue tradizioni, le proprie preferenze e conviene accettarlo tal quale esso è. Discuterlo significherebbe diminuirlo.
E per diminuire il lerciume del quartiere israelita tunisino occorrerebbero tutte le pompe a vapore di cui può disporre Londra e forse non basterebbe. No, perchè si tratta di una veste secolare di una qualità che non si ferma alla superfice ma che ha raggiunto l’anima delle cose.
Oggi le donne fanno pulizia. Convien dire così perchè non si può disporre di una parola diversa; converrebbe crearla per significare esattamente ciò che fanno le donne ebree (tunisine) nel giorno consacrato al riposo. Rinnovano la superfice, mescolano le varie sostanze di rifiuto, le tramutano o le adunano su la soglia. Ogni soglia è una concimaia; ciò è esatto. Può darsi che tale uso leggiadro abbia una ragione; ad esempio quella di non invitare il passante ad entrare; sarebbe la ragione opposta al salve patriarcale. Una soglia fetida non vi lusinga anzi è un invito a proseguire. Comunque sia, la via è di tutti, ragione per la quale nessuno si sente in obbligo di curarla, di rispettarla. Le cose di tutti sono sempre le più disgraziate. All’infuori del mio e del tuo l’uomo non ci vede chiaro e doventa un animale maligno. Parlategli del bene sociale ed egli vi capirà solo allora quando potrà pensare di chiamarsi società. In ogni uomo c’è un Io-società e basta; più oltre c’è la tenebra. Le astrazioni non hanno fortuna e, sotto un certo punto di vista, una strada non potendo essere nè mia nè tua è una specie di astrazione. Ecco perchè su la strada, nella strada e per la strada ogni cosa è lecita. In questo quartiere, ad esempio, è diventata per comune accordo uno sterquilinio.
A quando a quando certe zaffate come d’aglio stantio giungono non si sa da dove; sono per l’aria; caratterizzano l’ambiente.
Tutte le porte sono aperte: sogguardo: ecco una fila di anditi angustissimi, scivolosi, nerastri; un’umidità tenebrosa e puzzolente. Sono lastricati? E chi lo sa? Le pareti furono un giorno imbiancate a calce? Chi potrebbe dirlo? In fondo riluce qualche patio, qualche cortiletto in cui la grigia giornata affoga malinconicamente in un lungo sbadiglio.
Le donne si muovono, gridano, cantano, urlano. Assisto a frequenti bisticci. È una razza irrequieta, nervosa e litigiosa; si accapiglia con facilità, strilla che pare abbia di continuo le doglie del parto. È affannata: un niente la fa montare in furore. Oh santa pace! Come potrà prosperare il classico istituto della famiglia dati simili temperamenti? È come una antropofagia intenzionale; se non si mangiano in realtà, si consumano nell’ira, le quali cose hanno punti di contatto. Vivono in tempesta; sono come legni che si cozzano in un porto malsicuro.
Dalle finestre aperte, basse, difese malamente da griglie in isfacelo mi giungono, quasi da ogni casa, simili concerti vocali: sono donne e bambini, ragazzetti e fanciulle; ne deduco che il giorno festivo sia dedicato di proposito a tale novissima esercitazione.
Un uomo mi sorride. È fermo sopra una soglia immonda come tutte le sue sorelle. Lo guardo in viso, lo riconosco. Piccolo, grassoccio, sorridente; affogato nelle ampie brache farebbe la fortuna di un circo equestre. Si chiama Jacob. Da dieci giorni lo trovo alla Porte de France e da dieci giorni mi chiede imperturbato se sono disposto a vendergli un paio di calzoni. La mia impazienza non lo ha scoraggito nè punto nè poco. Una volta la sua petulanza è giunta a tanto, che mi si è fatto incontro con le mani unite a giumella facendo risuonare le monete che vi teneva rinchiuse per trarmi al mercato proposto.
— Buongiorno, signore.
— Buongiorno.
Con un gesto ripete l’offerta; ormai sa che non occorrono parole a spiegare il desiderio che lo anima.
Gli dico:
— Accompagnami per il quartiere ebreo; fammi entrare in qualche casa; avrai una buona mancia.
Jacob sorride e annuisce.
— Vieni con me.
Lo seguo. Si passa di vicolo in vicolo, ci si addentra per un laberinto pantanoso e oscuro. Le case sono alte; il buio aumenta sempre più.
— Dove mi conduci?
— Non vuoi vedere una casa ebrea?
— Sì.
— Vieni. Vedrai delle ragazze da marito.
— E che me ne importa?
— Vedrai!...
Lo seguo docilmente; vedremo. Jacob è l’uomo dalle sorprese.
Si entra in un andito. Ci si fa incontro una donna immonda, dal volto gialliccio, dalle mani giallicce. Quando ha parlato con Jacob tenta un sorriso e si volge a precederci. Ha le calze rotte, un paio di brache ampissime che le giungono alla caviglia, un giubboncello poverino, ma tanto poverino che non copre nulla e, sui capelli grigi, una specie di cono sul quale è appuntato un velo. Batte gli zoccoli sul selciato, si sofferma ad una porta e, mentre la dischiude, parla in una lingua che non intendo.
Dove si andrà? quale sorpresa ci attende?
Entriamo. Una stanza quadrata; alcune stuoie luridissime; due divani lungo le pareti, un tavolo nerastro, qualche sedia zoppa; tale è l’ammobigliamento.
Siamo immersi in una penombra spessa. La donna che ci ha accompagnato scompare da un’altra porta.
— Ed ora? — chiedo a Jacob.
— Ora si aspetta.
— Che cosa?
— Le figlie di Debora.
— Per che farne?
— Per vederle.
— Sono tanto belle?
— No, sono grasse!
— Grasse?
— Sì, ingrassano perchè debbono sposare presto.
Non riesco ad orientarmi. O che si ingrassa per sposare? Quale concetto hanno del matrimonio queste genti? Non risolvo il dubbio ed attendo; quand’ecco che la porticina si riapre per lasciar passare Debora la quale reca un lume a petrolio. La stanza ne è rischiarata. Trascorrono altri dieci minuti; siamo seduti vicino alla tavola attendendo; si ode l’acqua sgrondare.
La signora Debora dopo averci illuminato l’ambiente è scomparsa di bel nuovo.
— Ma che fanno? — chiedo a Jacob.
— Si vestono. Vogliono farsi vedere nei loro costumi più belli. Ti piaceranno.
— Ah!
Frattanto guardo le travi che sono nere come il pavimento; tutta una architettura di tele di ragno ne riempie gli angoli.
La porta si riapre: un sussulto, un bagliore, un biancore inusitato: ecco Debora ed ecco le belle figlie: l’una appresso all’altra, in fila indiana.
Fanno due passi e si soffermano presso la soglia guardandomi; credo mi abbiano sorriso, qualcosa è passato infatti sul loro volto enorme.
Resto stupito, inchiodato al mio posto, incapace di far parola.
Odo Jacob che mi chiede:
— Ti piacciono? L’una ha sedici anni e l’altra diciotto. Andranno spose fra qualche settimana. Debora ha lavorato per bene, vedi? Sono fra le più grasse del quartiere.
È vero è vero! Una pinguedine gialla, molle, traballante, gelatinosa; qualcosa di informe, una specie di elefantiasi artificiale mi sta innanzi. Quali campioni della specie! Tutto è cresciuto a sproporzione deformandosi in una mostruosità bofficiona che desta ilarità e compassione. Ogni linea ha superato le misure della verosimiglianza. Le guance non si posson più chiamar tali, non sono guance anzi gotoni, due sfericità sovrabbondanti che sopravanzano dando al volto un che di badiale e di allegroccio che fa pensare a cose ridanciane. La grazia della gola e la linea del mento scompaiono sotto una enorme pappagorgia. Il naso è ridotto ad una coserellina minuscola, umilmente inutile; la bocca si è arrotondita, costretta com’è a rimaner dischiusa; assomiglia al becco del pesce palla. Il resto del corpo non ha linea, è una deformità impacciata che stenta a muoversi e il costume ne compie la grazia. Le solite brache fino alla caviglia e il corsaletto e l’ampio velo che dipartendosi dal cono fermato sui capelli si stende lungo tutta la persona a pareggiarla in una linea ancor più goffa. Vedute di dietro in tal costume codeste giovinette da marito non sembrano già creature ma otri fantastici, semoventi faticosamente fra il brusìo delle vie popolose.
Nessuno dice parola.
Debora guarda con vivo compiacimento la sua pingue prole poi, a un cenno di Jacob, le due grazie fanno una specie di inchino, si rivolgono ed escono senza dir parola. Non ho udita la loro voce, non so, ma mi pare debba essere sottile, eunuca, tremante. I grandi involucri hanno talvolta sorprese simili.
Ho ancora negli occhi l’ondular lento e impacciato delle due sorelle e i pochi passi faticati e le rotondità mostruose.
Una via di Susa.
Quando siamo per la strada, Jacob mi dice che da quattro o cinque mesi non escono di casa ma stanno rinchiuse di continuo in una stanza buia, tutte intente a rimpinzarsi, a trangugiare, fin che resistono, certi cibi speciali preparati ad arte dalla madre loro. Più ingrassano e più sono certe di raggiungere il termine estetico verso il quale si appunta il desiderio maschile. Per un ebreo tunisino una donna magra è ripugnante; esso porta nell’apprezzamento della bellezza femminile gli stessi criteri seguiti dai mercanti di certi quadrupedi commestibili. Dio mi guardi dal voler adombrare con ciò la gentilezza di cotali vergini ebree; dopo tutto esse non fanno che piegarsi alle esigenze maschili, si deformano perchè ciò è necessario; debbono piacere, e si sottopongono alla cura dell’impinguamento. Le ottentotte, allo stesso scopo, si allungano le labbra per mezzo di dischetti, tanto da sembrare mostruosi anatroccoli; le negre di Bengasi si infilano un corallo rosso nel naso; le sudanesi cercano di avere i piedi enormi e via dicendo. Non v’è cosa più insensata del desiderio umano, soggetto, com’è, a deformazioni stravaganti.
— Vuoi vederne ancora? — mi chiede Jacob.
— No; mi basta ciò che ho veduto.
E si prosegue per viottoli sempre più neri, sempre più fetidi.
Incontriamo ancora donne goffe nei loro goffi costumi a colori vivacissimi. Quanto più vivo e stridente è un colore tanto più sembra bello. Non conoscono o non sanno apprezzare le sfumature.
Ma non sono tutte brutte codeste donne; qualcuna si salva e più precisamente le ridestate, quelle che non seguono la macabra tradizione.
Ecco Rebecca. L’ho veduta su lo sfondo di un piccolo patio nel quale mormorava una fontanella. Era appoggiata ad una colonnetta bianca. Vestiva di scarlatto. Era bella come le donne di Moab, come le vergini d’Israel sotto i padiglioni lucenti. Bella d’occhi e di capelli e di persona; il suo colore era quello dell’oliva quando il sole la feconda.
Per il silenzio di lei fioriva il Cantico d’amore, dato al Capo de’ Musici dei figlioli di Core, sopra Sosannim:
.... Ascolta, fanciulla, e riguarda, e porgi l’orecchio: e dimentica il tuo popolo, e la casa di tuo padre:
Ed il Re porrà amore alla tua bellezza....
E la figliuola di Tiro, ed i ricchi fra i popoli, ti supplicheranno con presenti....
Era pura come un mattino sul mare.