Monastir.

Si arriva fra gli ulivi. Monastir sorge sul mare. Abbiamo costeggiato la sebkra, il lago salato; siamo passati sopra un vecchio ponte romano, poi fra i gioiosi giardini di Skanes contro il mare.

Ancora una volta l’anima delle terre calde sorgeva in tutto il suo fulgore.

Monastir è preceduta da una vasta necropoli e cinta da un giro di bianche mura che la inghirlanda. Gruppi di palmizi le sovrastano.

Guerin dice che questa città racchiudeva, al tempo dell’invasione araba, un monastero cristiano (El Menstir che avrebbe dato il nome alla città attuale) trasformato poi nella moderna Casbah o fortezza.

La Casbah è dominata da un’alta torre che si chiama El-Nador. Vi saliamo per godervi il magnifico panorama.

Al nord si abbraccia tutta la costa e il Sahel: Hammamet, Hergla, Hammam-Susa, Akuda, Susa; al sud la veduta si distende fino a Lemta.

Una delizia di sole e di verde, di azzurro e di bianco e d’oro. Città candide e densi oliveti e colli perlacei e distese piatte dalle quali il sole trae riflessi dorati. Non saprei paragonare tutto ciò se non al sorriso di una giovinezza esuberante.

Sono luoghi e ore che lasciano per sempre in fondo all’anima la nostalgia dell’oriente.

Più tardi visitiamo il palazzo della Karaia che appartenne al generale tunisino Si Osmar.

Dal lato architettonico non presenta alcun interesse ma è magnifico il luogo nel quale sorge.

Si eleva sopra una roccia che si avanza nel mare e sopra lunghe gallerie nelle quali le onde si precipitano ululando.

Pare il nido di una procellaria. L’immensa distesa turchina gli sta d’intorno.

Entrando nelle gallerie scavate dalle acque, ai piedi della roccia, si ha l’illusione di visitare un antico stabilimento di bagni.

Vi sono sale e piscine d’acqua chiara. Uno, fra i suddetti trafori naturali, è lungo sessanta metri.