El Djem.
El Djem ora non è che un villaggio arabo, un miserrimo villaggio, un aggruppamento di sudicie tane. Fu già grande città e si chiamava Thysdrus.
Ci siamo soffermati a guardare il grande anfiteatro che è il terzo nel mondo per bellezza.
Tale monumento, che pare una copia del Colosseo, contava sessantaquattro arcate. Fu costruito nel III secolo dall’imperatore Gordiano.
Nel 689, dopo aver riportato numerosi successi sugli Arabi, la regina dei Berberi, Damiah-el-Kahena, fu costretta a rinchiudersi nel detto anfiteatro del quale fece distruggere le scalinate per otturare le arcate inferiori.
La tradizione racconta che, obbligata dalla carestia, ella fece scavare un sotterraneo che trovava sbocco a dodici chilometri da El Djem.
Tale sotterraneo, oggi in parte interrato, sembra essere l’avanzo di un condotto d’acqua che permetteva di innondare l’arena per i combattimenti navali.
Nel 1695 una banda di Arabi rivoltosi si rifugiò a El Djem.
Mohamed Bey assediò l’anfiteatro, lo tolse loro a viva forza e per impedire che le larghe breccie fossero riparate fece distruggere tre arcate.
Tale mutilazione forma un’entrata gigantesca all’immenso anfiteatro.
Tutto il suolo intorno ricopre le rovine di una grande città.
Scavando si sono trovati tesori. Quando vi siamo giunti fervevano le opere di sterro.
Operai arabi e mori erano intenti a scavar larghe fosse, a trasportare lontana la terra di rifiuto.
Passavano nel sole, fra gli archi, donne avvolte in un grande manto vermiglio. Singolari fantasmi contro l’enorme rovina.
Intorno, la campagna è quasi brulla, sabbiosa e l’anfiteatro vi appare come lo scheletro di una città sepolta.
La miseria che gli si intristisce ai piedi non lo adombra. Il suo dominio è nell’immensità.