Verso l’interno.

Abbandonata Canea alle nostre spalle, dopo breve cammino, perdiamo ogni traccia di strada propriamente detta. Le strade carrozzabili in tutta l’isola si riducono a ben poca cosa; a qualche decina di chilometri e non più. Bisogna viaggiare a cavallo per vie mulattiere, che sono a volte assolutamente impraticabili.

Procediamo fra ulivi centenari dal tronco bipartito e tripartito; ritorti, sconvolti, mostruosamente vivi. Larghi cespi di mirto fiancheggiano il sentiero. Ogni rudero, ogni piccola casa è ricoperta da gelsomini in fiore. Cominciano le tracce delle antiche lotte senza tregua. Enormi ulivi segati alla base, chiese sventrate, case delle quali non restano in piedi se non le quattro mura. Attraversiamo cumuli di mattoni e di calcinacci che nessuno si cura di rimuovere: erano case turche; passiamo vicino ad abitacoli malamente restaurati: sono case cristiane. Nei piccoli villaggi le tracce della lotta si fanno ancora più vive. Intiere strade non sono ridotte che ad una maceria; pare sia passata una furia distruggitrice a scuotere tutta questa miseria fin dalle sue fondamenta. Già parecchi anni sono trascorsi dalle ultime convulsioni rivoluzionarie, e sembra che le rovine datino dal giorno innanzi. La gente si è assuefatta a tale spettacolo: non lo osserva, oppure, se lo osserva, se ne compiace. Sarebbe pronta a ricominciare: nulla è mutato nell’animo suo, nè l’ardimento selvaggio, nè l’odio senza riposo. Di ciò ci si convince abbandonando la città nella quale e interessi e influenze e scetticismi hanno mutato molte cose. Ciò che è possibile nell’isola di Creta non è possibile che per il popolo delle campagne, saldo ne’ suoi vizi e nelle sue virtù.