Il rapsodo.

Siamo in una piccola stanza disadorna, ma tutta bianca di calce e odorata di fiori. Dalle finestrelle senza parapetto si intravede, nella luce crepuscolare, una fila di cortilucci nei quali scivolano ombre di donne dalle lunghe trecce. Non un canto; qualche voce sommessa, qualche uggiolare di cani randagi e lo stridore delle cicale. In fondo è il mare. Si ode lo scarpicciare delle gente che passa. Una soave tranquillità di sonno si distende sul bianco nido degli uomini. Le donne si affaccendano al pianterreno per prepararci l’immancabile pasto destinato agli ospiti; frattanto, per la ventesima volta forse, ci offrono la mastika, che è una specie di acquavite dal gusto assai discutibile. Durante il viaggio, che continua da dodici ore, ci avranno costretti a mangiare non meno di dodici volte, e dico costretti perchè la cortesia dei cretesi è permalosa e guai a rifiutarsi. Conviene assaggiare mille cose e prendersi un’allegra indigestione per onorare l’ospitalità. Ad ogni sosta era capretto bollito e capretto arrostito che veniva in tavola, poi ulive secche, formaggi, uova, latte, cocomeri, cetrioli e mille altre diavolerie da rimpinzare un eroe omerico. Trascorso mezzogiorno abbiamo cercato di evitare i villaggi, ma la sorte non ci ha favorito. Ci spiavano da lontano; ci attendevano all’agguato e quando, dopo averci offerta una bibita al caffè del paese, si assentavano pregandoci di attendere, ci si guardava negli occhi allibendo: il supplizio ricominciava, conveniva mangiare di nuovo.

Ora preferiremmo rimanercene quieti nel nostro riposo un po’ torpido, ma non lo possiamo. Le donne, che non siedono mai alla tavola comune, sogguardano in disparte: le mani intrecciate e il volto sorridente. La notte è discesa, giungono gli amici dell’ospite a stringerci la mano, la stanza si riempie di giganti dalle lunghe barbe. Li osservo; paiono tanti corsari saraceni, e dei corsari indossano tuttavia il caratteristico costume: le larghe brache, gli stivali, un panciotto e un corsaletto ricamati. Sui capelli foltissimi portano qualche volta una specie di berretto frigio, ma più sovente un fazzoletto nero annodato intorno alla fronte. Innestate nella larga fascia che stringono alla cintola fanno capolino pistole e pugnali. Tanto i giovani quanto i vecchi hanno un segno di vigoria indomita nel profondo arco cigliare e nel lampo delle pupille accese. Parlano rado, senza gridare, senza gestire, gravi come tanti sacerdoti.

L’ospite nostro ce li presenta ad uno ad uno. Quasi tutti, meno i giovanissimi, hanno partecipato a qualche rivolta, hanno capitanato qualche banda di insorti. Il più vecchio: barba Sifi, dalla fronte attraversata da una larga cicatrice, compì gesta eroiche ed è circondato da una muta venerazione. Quando parla barba Sifi tutti ascoltano riverenti e nessuno osa interloquire. Ma barba Sifi beve e beve a lunghi sorsi, levando il capo beatissimamente. Ha una faccia grande e rosseggiante, animata dagli occhi nerissimi. Per dieci volte grida: evviva! e vuota forse dieci bicchieri se non più, poi mentre gli altri parlucchiano, appoggia un gomito su la tavola, la fronte su la mano aperta e si concentra. I più lontani ammican fra di loro; alcune giovinette sono apparse su la terrazza; le voci si fanno sempre più sommesse, finchè, quando Sifi leva la faccia trasfigurata, tutti tacciono raccolti. Ad un tratto il gran vecchio si volge e grida:

— Diamarta!

Una giovinetta agile, sottile, diritta come una canna di Vrises, la bella fonte, esce dall’ombra della terrazza e si avvicina. Il volto severo, di un pallido bruno, è animato da due grand’occhi dolcemente austeri. La fronte, fra l’onda dei capelli rosso rame e le esilissime ciglia, ha l’antica soavità delle iddie prassiteliche.

Senza nulla chiedere Diamarta toglie da un angolo la lira (un istrumento a corde che serba il nome dell’antica lira se non la forma), la porge al padre, poi si rivolge, rientra nell’ombra senza aver levato gli occhi su gli astanti. Su le sue spalle ondeggiano i capelli raccolti in una lunga treccia. Trascorre un breve silenzio. Tutti si protendono verso il vecchio settantenne. Qualcuno mi sussurra:

— Ora canterà i giorni della rivoluzione!

Un accordo grave rompe il silenzio, poi un secondo, un terzo in una continuità dolcemente monotona. Sifi ha levata la fronte, guarda in alto, verso un punto incerto, segue il volo delle memorie attendendo il gioioso prorompere della sua esaltazione; poi comincia adagio e la voce trema e gli astanti impallidiscono sogguardando. Ma il tono si fa sempre più forte, la voce sempre più alta e secura, e i distici succedono ai distici in una improvvisazione che non si stanca, in una gioia impetuosamente grande, in un respiro largo e possente di sole, di cieli, di forza battagliera, di vita e di morte. Tutto si trasfigura per la voce del rapsodo, tutto si amplifica nobilitandosi. Il tumulto di un’anima si comunica a cento a mille anime; non si ascolta, si vive di una stessa vita; non si approva, ci si leva, ebbri di una sola ebbrezza.

La chiesa di Mora.

Quando Sifi tace è un urlo che conchiude il suo canto, poi nessuno più dice parola. Diamarta si accosta ancora e gli occhi di lei scintillano di pianto.

E non è un solo rapsodo in quest’isola dall’anima antichissima, ma cento. Sono vecchi che hanno sfidata la morte, che hanno condotti manipoli ardimentosi all’assalto; vanno di villaggio in villaggio e si fermano alle capanne disperse, ascoltati da tutti. Cantano le antiche rivolte e le nuove; esaltano la libertà e la fierezza nel nome del loro Iddio. E nel nome del loro Iddio e della libertà sono poeti. Il popolo li ascolta e li inchina. Una grande ombra li segue: la morte; un’ombra più grande ancora li illumina e li irradia: l’epopea.


Tutto è finito fra l’indifferenza comune. All’imboccatura del porto non sventola più alcuna bandiera, le corazzate sono partite per Suda, il Governo locale ha promesso la calma e la calma, per adesso, esiste. E quale calma! È un vero torpore quotidiano; una monotonia senza fine uguale. Si sa benissimo che si tratta di cosa effimera, che il problema è tuttavia insoluto, ma durante la tregua si sonnecchia nella più compiuta indifferenza.

Alla chetichella le grandi navi sono scomparse ad una a due per volta; la gendarmeria cretese ha sostituito i marinai su le vecchie fortificazioni veneziane, ma ciò non ha destato nè entusiasmo nè curiosità. Si attende il domani.

Ieri a Retimo, un greco ha ucciso un turco, ma anche tale notizia, che si è sparsa rapidamente in città, non ha commosso troppo gli animi. Ciò mi ricorda i tempi classici di Cesena allorquando un socialista uccideva un repubblicano o viceversa, e ci si era assuefatti ormai a tale triste vicenda. I turchi continuano la loro vita tranquilla ed appartata, avendo scarsissimo contatto coi greci; i greci non sono meno tranquilli (almeno a Canea) e sdegnano la compagnia dei turchi. Tale, in massima, è la verità. Ciò non preconizza certamente un’armonia stabile e duratura. Ma le cose si trascinano così da anni ed anni e possono continuare immutate fino a che non si ritorni da capo. Ritornare da capo è la meta del domani. D’altra parte, data l’assoluta impossibilità di una vita autonoma, non rimane ai cretesi altra via d’uscita. Frattanto il torpore dell’estate concilia il riposo ed il sonno.


Ho già conosciuto perfettamente tutti i frequentatori delle banchine del porto e della piazza Montenegro; sono sempre gli stessi, sempre negli identici atteggiamenti e con la stessa aria di gente che si annoia a morirne. Se non fanno gorgogliare gli enormi narghilè, fanno passare fra le dita i grani del komboloi, che è una coroncina, molto spesso di ambre, la quale non serve ad altro che a contare il tempo per convincersi che non è moneta.

Sorbiscono enormi bicchieri d’acqua, guardano il cielo, guardano il mare, osservano, parlucchiano. Ed ogni caffè ha una montagna di sedie a loro disposizione.

Ci si può sedere quando si voglia, e se il cameriere si avvicina gli si grida:

Tìpota! (Niente).

Ed egli se ne torna come è venuto. Che se poi si voglia consumare qualcosa si può ordinare signorilmente:

Mikrè, ena krio nerò! (Cameriere, un bicchier d’acqua fresca!)

E, sopra un bel vassoio, vi è servito un bicchiere che conterrà mezzo litro d’acqua; voi lo sorbite facendo la vostra siesta, che può continuare fino a sera, poi ve ne andate senza avere sborsato un soldo e il mikrè si guarderà bene dal serbarvi rancore, perchè tale è la consuetudine comune....

Del resto, nelle mie continue peregrinazioni per il mondo, non ho trovato mai i caffè tanto a buon mercato quanto a Creta. In primo luogo non esiste qui la consuetudine delle mance, e non per questo i camerieri sono meno premurosi; in secondo luogo le bibite più care non costano che quattro soldi, ma i prezzi normali variano da uno a due soldi. Per un soldo potete avere un buon caffè oppure un bicchierino di mastika accompagnato da una manciata di olive secche, da un piattellino di ceci abbrustoliti, da un po’ di formaggio, da un pezzetto di pane e da un pomodoro. Poi la sedia, il cielo, il mare e la vista dei passanti. Che più? In questo soldo è compendiata tutta una vita. Ci si accontenta, ed io ammiro chi apprezza il proprio destino e lo accetta tal quale e aspetta che giunga l’ora sua buona, tranquillamente, facendo girare fra le dita i grani del komboloi.

Lungo la banchina c’è un caffè turco e quattro o cinque caffè greci; sono gremiti dalla mattina alla sera. Le sedie per i poveri sono disposte in fila lungo il mare, e i poveri vi siedono e dormono o si guardano i piedi per ore ed ore. È una contemplazione pensosa che non so precisamente a che cosa riesca; ma forse non riesce più in là del sonno.

Si odono le grida del mikrè:

Ena pagotò! (Un gelato!)

Ena mastika! (Una mastika!)

Le barche deserte dondolano lentamente al sole su l’acqua torbida del porto. Passano vere torme di cani randagi che vanno annusando ogni immondizia famelicamente o vi guardano dal sotto in su quasi vi chiedessero se avete altrettanta fame quanto ne hanno loro. I gatti innamorati urlano su le finestre e dentro le botteghe chiuse.

Seduta su lo scalino di una porta c’è una vecchia nera tutta avvolta nella milàia (così si chiama la veste particolare alle mussulmane di Creta). Ha un viso scimmiescamente inespressivo. Attizza un suo braciere sul quale viene cuocendo del formentone immaturo. Poco più lontano un uomo scalzo, dagli enormi baffi rossi, grida infaticabilmente le lodi delle sue frutta:

Sicàia, staffilàia, carpusàia! Èmata, èmata, èmata! (Fichi, uva, cocomeri! Color sangue!)

Un venditore di halluf, un dolce turco seminato di mandorle, passa senza offrire la propria mercanzia. Si ferma a parlare con un tipo strano che porta sul capo un berretto cilindrico lungo non meno di mezzo metro. È un monaco del convento dei dervisci urlanti.

Alcune galline contendono ai cani le ricchezze dei selciati. Fa caldo, fa afa.

Ab-Eddìn, l’unico cameriere sospinto da una eterna fretta, nonostante le sue larghe brache, grida verso l’interno del caffè:

Glìgora, glìgora! (Presto, presto!)

Ma la sua fretta nasce e muore in lui; non si comunica alla sonnolenta indifferenza dell’ambiente. Ab-Eddìn non si scoraggisce per questo: in maniche di camicia, un cencio sotto al braccio, un pezzetto di gesso infilato dietro a un orecchio, trotta da un tavolo all’altro e scaccia le mosche e pulisce e ripulisce e si affanna e, quando altro non può fare, serve acqua fresca a tutti, a chi ne vuole e a chi non ne vuole, così, per vezzo, perchè è innamorato del proprio mestiere Ab-Eddìn dai piccoli occhi gaiamente infantili.

Una barca dalle vele bianche si allontana sul magnifico mare. Dal minareto della moschea giunge il canto gargarizzante del muezzìn:

Allah Acbar....