O kapetanios Blum.
Ballonzolando in vettura per una strada inverosimile, data la sonnolenza di Canea, mi faccio condurre a Suda; ma anche Suda dorme. Nella magnifica baia circondata dai monti sono ancorate le navi da guerra. La solita gente ai numerosi caffè. Alì, il vetturino nero, mi chiede, veduta la mia perplessità:
— Andiamo a Kalyves?
— Andiamo — rispondo.
E si parte. Kalyves è un villaggio situato all’entrata della baia di Suda, e a Kalyves vive, quasi a guardia della baia stessa o kapetanios Blum, il capitano Blum! Il nome è già una divisa.
Giungiamo al piccolo villaggio mezzo ruinato. Non abbiamo veduto che monti aridi e capre fameliche, ma lo splendore del mare ha vinto la povertà del monte. Poi hanno fatto capolino, ai lati della strada, le piccole case a terrazza, tutte bianche, con appese agli architravi delle porte le ghirlandette, appassite ormai, che vi furon lasciate dai giovani al nascer di maggio, per amore e per augurio, e Kalyves è apparso.
Ne uscivano, quando entravamo noi, alcuni villani recanti in città il miele contenuto in certi loro otri ampissimi. Ne avevano caricato quattro asinelli. Si sono allontanati sotto il sole fra le mosche e la polvere.
Ed eccoci giunti alla piazza del paese. Un immenso platano ne occupa il centro, al quale platano sono appesi gli avvisi del Comune. Stanno, intorno, alcune casette, un mulino e un fiumicello attraversato da un antico ponte. Le finestre sono adorne di fiori e le terrazze scompaiono sotto i grandi pergolati.
Mi siedo al caffè e attendo pazientemente qualcosa di insolito che mi scuota e ravvivi lo spirito mio.
Qualcuno mi parla di lui:
— Venite. È bene conoscerlo. È un uomo straordinario.
Non cerco di meglio. Si attraversa il ponticello e ci si presenta su la soglia di una bottega.
— C’è? — chiede chi mi accompagna ad un giovinetto fermo dietro il banco.
— Sì — risponde l’interloquito.
— Chiamalo. Presto!
Qualche minuto di attesa, poi si ode un passo cadenzato e, di repente, una lunga ombra si disegna nel vano di un’altra porta che immette in un giardino.
Eccolo. È lui!
Due alti stivali, un paio di calzoni da soldato, una fascia rossa alla cintura, dalla quale fascia occhieggia un pugnale; poi una maglia grigia: ecco il capitano Blum. Quando si presenta ha fra le mani una maschera di fil di ferro simile a quelle che usiamo noi nelle sale di scherma. Suppongo stesse esercitandosi in giardino contro qualche avversario che non si presenta, ma il capitano Blum si affretta a dissipare il mio dubbio. Con un sorriso ne’ suoi grandi occhi chiari mi dice:
— Cercavo un’ape!
— Un’ape?
— Sì. Con loro permesso.... torno subito. Siedano, siedano!
E scompare di bel nuovo senza ch’io riesca a spiegarmi la ragione di tale sua nuovissima ricerca! Dopo pochi minuti si ripresenta. L’osservo meglio. È lungo due buoni metri e magrissimo; le braccia e le gambe non finiscono mai. Sul collo nudo e sottile le grosse vene si inturgidiscono ad ogni piccolo moto. Da sotto la maglia, le scapole, le clavicole, le costole, ogni squisita particolarità dello scheletro, si addimostra in perfetto rilievo. Il lungo collo è terminato da una piccola testa rotondeggiante, compiutamente rasa e adorna da un pizzo mefistofelico e da due lunghi baffi orizzontali. È di pelo bianco. Le guancie incavate dànno maggior rilievo e solennità al pizzo triangolare. Ha gli occhi grandi e chiari or sorridenti, or fieri, ora ammiccanti nei frequenti sottintesi erotici ed eroici. Siede alla tavola con noi.
— Il signore è italiano? — chiede sorridendo.
— Sì.
— Io ho un certificato di Canevaro.
— Un certificato? E di che si tratta?
— Si tratta della mia opera di combattente.
Si rivolge, dà un ordine ad un ragazzo e il ragazzo si allontana, ma non ritorna più.
Vogliamo farlo parlare, ma non è necessaria troppa insistenza per deciderlo a ciò.
Portano il vino, portano la mastika, ci preparano una piccola refezione, poichè la bottega del capitano Blum è anche trattoria. Molte volte l’ospite nostro deve interrompere il racconto per dare ordini in cucina, dove la sua grossa moglie sbraita; ma tali piccole miserie non tolgono serenità allo spirito suo eroico.
A poco a poco la parlantina gli si snoda. Si spiega in un suo italiano semibarbaro commisto di greco e di francese. Ci racconta come nel ’66 fosse con Garibaldi ch’egli chiama molto semplicemente “il vecchio Giuseppe„. Fu a Pisa e non so perchè; fu a Roma e a Torino, e ancora il perchè di tale spedizione mi riesce oscuro. Ad un tratto s’interrompe per soggiungere:
— Gli volevo tanto bene! È stato il mio maestro!
E guarda il mare e si passa la mano anchilosata su la piccola testa glabra.
— E i turchi? — gli chiedo all’improvviso.
Egli si volge di scatto. Vedo sul suo viso succedersi varie smorfie.
— I turchi?... Pff!... — E traccia un gran gesto nell’aria.
— Nel 1867 — riprende — ho dato loro una buona lezione. La ricorderanno per un pezzo. Avevo il mio manipolo: eravamo duecento cinquanta contro duemila. Ci eravamo accampati a Vrises, alle fontane. Combattemmo da cani. Il giorno dopo, dei duemila turchi non ne erano vivi che trecento. Li avevamo bloccati. Chiesero di venire a patti. Bè, veniamo a patti. Ci lasciarono ottanta uomini come ostaggio e partirono disarmati. Viene la notte. Io dico ai miei uomini: — Che cosa ne facciamo di questa gente? — Che cosa ne facciamo? — Non si poteva dormire insieme, è vero? Erano disperati; potevano farmi uno scherzo. Bè! — pensai — Accorciamo la loro pelle!
— E li uccideste?
— Tutti! — risponde trinciando l’aria. E gli occhi gli si allargano. Ad ogni parola grande, gli occhi doventavan più larghi.
— Bè! — conchiude e per la seconda volta guarda il mare oltre le sue case. Possiede due case fra un monte di rovine che rappresentano gli avanzi di una piccola moschea. C’era la rivoluzione, tutto andava a soqquadro. Un uomo come lui non poteva rimanere inattivo. Si scagliò su la moschea e la distrusse. Non restò pietra su pietra. Poi, che fare? Il terreno non era più dei turchi, era una res nullius ed egli vi riconobbe il proprio diritto tanto più forte quanta maggior fatica gli era costata la demolizione. Nessuno lo disturbò, nè egli lo avrebbe permesso.
— Ho combattuto, ho vinto, sono in casa mia!
Cirenaica. — Sul limite del deserto.
Svezia. — Il lago Siljan (Dalarna).
Allora, oltre i due coltellacci, portava uno jatagan, che ora è appeso in cucina, sopra il banco della vendita. Così si era stabilito su la terra di Maometto.
I turchi lo conoscevano bene e lo avrebbero fatto ricco s’egli avesse voluto sposare la loro causa; ma Blum non tradiva, Blum si vendicava terribilmente.
Una volta era possessore di due barchette, due barchette belle che gli servivano per andarsene pescando lungo le coste. Una mattina si leva, scende sulla spiaggia, guarda intorno, guarda più lontano, guarda sul mare, ma nulla vede; le barchette non c’erano più. I turchi le avevano rubate.
Scuote il capo, non fa parola, si arma di un fucile e di una grande scure e parte. Parte in guerra contro gli ulivi. In pochi giorni ben quattordici mila ulivi fra i più saldi cadono rasi al suolo per mano sua. Erano ulivi turchi. Non contento di ciò rende nota ai proprietari la sua impresa e impone loro di rendergli nel termine di ventiquattro ore le barche se vogliono aver salve le case e le vite. E le due barche gli furono rese. Per la magnificenza della persona e per le singolari imprese piene di impetuoso ardimento non vi era donna che non morisse d’amore per lui, e di ciò grandemente si compiace l’eroe ammiccando, mentre la sua casta moglie, la buona Zacarenia dalle larghe spalle, lo guarda melanconicamente da dietro il banco sul quale troneggiano, infilate in una bottiglia, due lunghe penne di pavone.
E parla e parla offrendoci le vivande, affettando il pane co’ suoi coltellacci anneriti dal lungo uso domestico. Si fa sera, la trattoria si anima, giungono gli avventori e il buon capitano deve interrompersi cento volte per correre da un tavolo all’altro.
Ci racconta le sue tristezze. Non è contento della patria. Poi che Creta ebbe ottenuta l’autonomia egli non si ebbe altro incarico se non quello di guardia carceraria. E come se ciò non bastasse, una volta dovette sorbirsi ventisette giorni di prigione, perchè ricercando un prigioniero evaso, aveva telegrafato di sua iniziativa al questore di Cefalonia firmandosi: Capitano Blum, comandante della gendarmeria cretese.
Un bel giorno piantò in asso ogni incarico e ritornò alla sua cara libertà attendendo gli eventi. Ora affila le armi in silenzio, le affila per i suoi usi domestici, ma anche perchè ai turchi non venga la disgraziata voglia di ritornare. E grida e corre in cucina e ne ritorna con grandi vassoi ricolmi che deposita ai singoli tavoli.
— Kalispera! (Buona sera).
— Kalispera!
Non si sofferma, disdegna i suoi umili avventori, corre da noi ad ogni intervallo e ricomincia il racconto.
— Una volta c’erano cinquemila turchi, erano accampati ad Armenus, io non avevo che il mio jatagan....
Dai tavoli lo chiamano, dalla cucina lo chiamano. Egli si volge urlando, poi si arresta, lungo, sparuto, affilato come una lama di rasoio. Guarda l’immenso orizzonte marino; tace.
— Che vedete, capitano?
Non risponde. Tutto a punte come il suo bel pizzo spavaldo, affissa i grandi occhi lontano.
— Ha scoperto la flotta turca! — grida un avventore. Blum tace tuttavia. Nulla ha scoperto: attende. Attende dalla penisola iberica il suo grande fratello. Ecco già lo vede fiero e solenne, la lancia in resta, chino sul collo di Ronzinante; già lo sente lanciato nell’impeto irresistibile, alto cavalcando sul mare.