III.
E la notte scese improvvisa mentre l’acqua cresceva ancora di minuto in minuto, d’attimo in attimo.
Già da quando corse nelle basse campagne il grido: — La piena! La piena!
Si vide in quel piano un’animazione improvvisa.
Le case basse avevan palpitato, molti visi eran comparsi sulle porte, alle finestre, scrutando il cielo; visi di vecchi che avevan molto passato nella mente.
I ragazzi andaron come a festa verso l’argine delineantesi lontano. E da allora cominciò un andare e venire, uno scambiarsi opinioni, avvisi, avvertimenti.
Un vecchio ritornò dall’argine scuotendo la testa canuta, molti lo avvicinarono, lo richiesero, egli continuò il lento andare.
— Ho ottantacinque anni. Fu nel trentaquattro una piena simile, ma a quest’ora non piovve più. Ora, vedete? acqua ne promette il monte, ancora. Malo augurio, figliuoli; malo augurio!
Tornò una donna, nè giovane, nè vecchia, indefinibilmente triste. Ella reggeva un piccolo bimbo col braccio sinistro, un bimbo pallido più della sua guancia. Un altro più grandicello la seguiva correndo a brevi tratti, sotto un grande ombrello di tela verde e la tela metteva sul volto suo riflessi lividi.
Fino a che rimase un po’ di luce, si vide il peregrinare continuo, poi la notte scese improvvisa e la tenebra imperò. Sull’argine ondularono le lanterne dei guardiani vigilanti il pericolo; in ogni casa fu una finestra illuminata.
I corni d’avviso vibraron nello spazio, intrecciandosi, richiamandosi; lontani, vicini, come ombre che riempissero lo spazio.
Poi corse una voce in tutte le case, un avviso sinistro si comunicò più rapido del fulmine: — L’argine pericola, l’acqua dilagherà fra poco; annegheremo! annegheremo!
I corni moltiplicarono le grida, le fiaccole si mossero rapide in lontananza e il rombo continuo della fiumana giunse come dal cielo, come dal cielo di ferro.
Ma la disperazione, il terrore, miser nei piccoli uomini, nelle miserabili ombre, nulle di fronte agli elementi in ruina, grida che vinser natura. Si udiron voci maschie imprecare, rudi, stridenti, come andare di seghe su metallo.
— Aggioga i buoi al carro. Il grano, il grano, salva il grano per la vita.
I buoi emisero alto il loro muggito. Poi furon pianti di donne ed urli di bambino, bestemmie e preghiere e il pellegrinaggio cominciò.
Andaron verso l’argine unico luogo di salvamento, gli uomini recando o sui carri o sulle spalle, le poche cose della vita; le donne coi bimbi fra le braccia cercando di soffocarne il pianto e la paura sul loro seno; e i vecchi si assisero sui carri fra le masserizie. Anche essi eran vecchie cose, come pendole esauste che desser gli ultimi tocchi, segnando un’ora di martirio e di rovina.
Nel piano le case tornaron nel buio. E l’acqua scese lenta e continua, non fu nel cielo la minima traccia di luce. Alcuna volta parve squarciarsi lo spazio in un biancore improvviso e violento, le nubi vi presero figurazioni strane.
Le donne vider la croce, videro un Cristo, un grande Cristo silenzioso e terribile sulla croce di ferro; esse gridarono, esse teser le braccia.
— Perdono perdono. — Cercando la maggiore umiliazione le donne esauste chieser la vita pei figli. Esse videro, videro: una mano enorme si protese su loro dall’abisso in atto di condanna. Passò un grido: — È il castigo di Dio! e scorse un fremito di orrore più doloroso della morte.
E il castigo di Dio scendeva dalle nubi, in una notte di tempesta, per le turbe incoscienti. Molti uomini induriti dal lavoro, chinaron il capo paurosamente sotto l’ombra, pensando una fine universale.
***
Ma Bosso non vide nel cielo figurazioni spettrali, non pensò malefizi, nè ire, nè punizioni e non si sgomentò, come altri, dei peccati di tutte le genti. In una sua sintesi selvaggia, credette egli solo compendiare tutti gli uomini, egli avere in sè l’anima di tutte le cose; se quella rovina avveniva, non il caso l’aveva condotta, nè la volontà di qualche essere incrudelito dalla malvagità degli uomini, ma il suo Dio. E come questi era sì gran parte dell’anima sua quasi da confondersi con un secondo sè stesso idealizzato, pensò procedere l’avvenimento da un suo volere assiduo.
Aveva sentito formarsi nel cuore, come una veste di marmo, impenetrabile, inflessibile.
Ma quando passò vicino a bambini, chiamò sommessamente:
— Viola? Viola?
L’orecchio si tese invano ad ascoltare; l’accenno della voce infantile ben nota non giunse. Vide capelli arruffati, udì singhiozzi di bimbi, ma l’invocazione della piccola voce d’oro non udì, ella forse era lontana tanto che tutto lo spazio la soffocava.
La povera piccola voce aveva qualcosa de’ suoi capelli, qualcosa de’ suoi occhi, due dolcezze in una, se tremava come una frasca nell’alito dell’alba, se si addolciva assottigliandosi nell’affanno di una preghiera.
Solo per lei Bosso sentì il dolore. Scorse più volte il tratto d’argine che gli era dato in guardia, la lanterna pendula da una mano gli ondeggiava ai piedi proiettando un’ombra che sempre più si allargava, quasi a comprendere il cielo.
Non vide Viola, ma volle pensarla in salvo. Pure la tempesta ebbe la tempesta; sentì la rudezza della rupe.
Chi voleva quel diluvio? Chi aveva detto alle nubi, come non mai: — Date acqua finchè il fume ne trabocchi; finchè gli argini più non la rattengano; finchè dilaghi nel piano?
Chi aveva gridato dalle nubi una parola di vendetta?
Ricordò una radura nella pineta. Per molti anni si era prostrato là, al sole morituro per invocare, e aveva visto il sole macchiarsi di sangue; ora, essendo la tenebra, l’acqua avrebbe lavato ogni macchia.
Andava fra due abissi: la terra ed il cielo e pareva sconfinare in quest’ultimo.
Ascoltò tutte le voci, prestò orecchio a tutti i suoni, nel suo cammino lento.
Per chi cercò interrogarlo non ebbe risposta, lo vider passare, ombra silente e grave, molti credettero ch’egli avesse il potere del salvamento.
Una donna gli si gettò ai piedi alzando le braccia.
— Bosso, Bosso, salvate il mio bambino.
Egli la schivò senza curvarsi e seguì la sua strada. Passò presso gruppi di persone illuminate dalla lanterna, ma il suo volto non si vide, il suo volto non ebbe lume.
Quando fu vicino al fine del suo tratto d’argine, l’acqua gli arrivava ai piedi. Alcuni squilli di corno gli detter l’avviso di un pericolo imminente; vide un’ombra correre verso di lui agitando le braccia:
— Bosso, aspettate.... — la voce s’interrompeva nell’affanno della corsa.
— ... conviene arare l’argine.... è l’ultima speranza!
Egli incrociò le braccia e non rispose. Stette così nella tenebra, immobilmente. Se improvvisa si fosse aperta una voragine vi sarebbe precipitato come una torre, come un granito.
Poi vide rifulgere un po’ di bianco, i buoi venivano ondulando il capo, in un moto forte e ritmico, l’aratro dietro loro rialzava la terra, ponendo un ultimo riparo.
Udì il respiro della fatica, vide alla luce della lanterna un largo alitare, nell’aria fredda, dalle narici nerastre. Poi che furon più presso, l’uomo che guidava i buoi gettò un grido prolungato ed eguale per la sosta.
Bosso li vide immobili, muggirono tendendo il capo verso l’alto e si dettero dopo una larga aspirazione, a ruminare in atto d’attesa paziente.
L’uomo gridò:
— Bosso sta a voi.
Egli sentiva nell’animo un turbinare violento di passioni.
— Non sarà questa l’ora, troppo hai sperato!
Il dubbio tendeva le sue dita di scheletro, il dubbio gli dilaniava le viscere: — Non potrai! Non potrai! Sentiva rimpicciolirsi, gli pareva diminuire, quasi che trovandosi su di un terreno melmoso affondasse senza grida, gli occhi sbarrati dal terrore invincibile.
Adunque tutto era vano? Anche Iddio, anche l’anima erano vani?
— Bosso spicciatevi.
Egli lo guardò fissamente.
— Non udite? L’acqua non aspetta voi.
Intese e avanzò. Prima di curvarsi sull’aratro, si tolse il fucile dalla spalla:
— Maso prendete, voi verrete con me a guida de’ buoi.
L’altro tendendo la mano ubbidì.
Quando Bosso fu per curvarsi, un baleno di tutto il cielo illuminò la scena. Si videro allora le acque giallastre precipitare verso un abisso turbinosamente e si vider passare ombre di pagliai e fasci di legna. Forse qualche vittima umana gettò un grido uscendo da un vortice, un attimo, lo spazio di un grido.
L’argine si scolpì linea nera e diritta; su di esso, come intagliati in un metallo ardente, furono i buoi, l’aratro, l’ombra di Bosso.
Poi Bosso gridò:
— Avanti.
Maso punzecchiò i buoi. Questi scossero la coda come in atto d’intesa e ripreser l’andare. Curvo sul timone dell’aratro, Bosso camminò nel solco profondo. La terra si alzava invano.
— Maso è fatica inutile.
L’altro per tutta risposta incitò i buoi che presero un andare più sollecito. Ma poi una scossa violenta fece tremare l’argine, il fragore delle acque moltiplicò. I buoi si arrestarono ad un tratto rizzando le orecchie e di lontano un corno vibrò, disperato avviso, lungamente nell’aria.
Maso si volse, stette come perplesso un istante, poi, ripetendo il corno l’avviso tetro, posò il fucile e si lanciò di corsa nella tenebra.
— È la rovina! È la rovina!
Bosso intese un rumore sordo e lontano e vide l’acqua diminuire come a maraviglia. Il dubbio ricomparve in lui, tendendo le scarne mani. Sentì una improvvisa volontà di precipitarsi nella voragine. Se aveva sperato per lunghi anni, se aveva atteso con rassegnazione e convincimento e protratta la sua vita, era stato per l’unico scopo che ora si dileguava. Adunque quella sua giustizia ferrea, meditata, era sogno? Anch’egli era giuoco di un destino sconosciuto?
Fu un attimo intenso di dissolvimento.
Sentì l’umiliazione di tutto, l’essere suo parve disperdersi in un’ironia; egli si sentì vittima, si vide distruggere dalla stessa forza che aveva adorato. Uno strano stupore l’assalì e una tristezza paurosa.
Colpito nella sua fede, il gigante sentiva il fulcro del suo pensiero dissolversi. Era un atomo in una valanga, una pagliuzza in un turbine; se una mano si levava a colpire, egli, atomo impotente, doveva averne tutta la sofferenza, tutto il martirio, e nessuna volontà era possibile.
Per una via da compire il dolore a compagno, questa era una legge.
Una voce derisoria gli parlò, mille tentacoli lo presero, lo avvolsero dilaniando.
Ma la parola di un morto egli udì, una parola lontana come da un mattino perduto.
— Babbo? Babbo?
La fiumana precipitava vorticosamente, gli parve che seguendo quella via avrebbe raggiunto Daniele. Fece un passo verso le acque e nel frattempo udì un grido, una voce nota si elevò dal piano, poi un affannoso ritmo di parole e il capo di un uomo curvo sotto un peso, apparve.
Sentì uno schianto, i suoi muscoli tremarono improvvisamente di un gran tremito, tanto che per un attimo credette di piombare disteso in una morte terribile. Ma poi da ignote scaturigini sorsero una forza e un volere portentosi.
Riprese il fucile e corse al limite dell’argine. A quell’apparizione che ebbe del maraviglioso, l’uomo che saliva si arrestò.
La voce di Bosso vinse ogni voce:
— Indietro, assassini! Daniele grida vendetta.
E puntò il fucile.
L’acqua poco lungi rumoreggiava dai campi, l’acqua precipitava avvolgendo, schiantando i pochi alberi. Si udiron urla, poi in un silenzio improvviso parve meditarsi una ribellione. Una voce chioccia si levò dalla terra, una voce gridò:
— Viola? Viola?
Bosso sentì come tutta la volta del cielo precipitare. Chi aveva gridato amore? Chi aveva strappato da remoti mattini la più dolce memoria?
Vide apparire un capo in una luce nuova, vide due riccioli biondi agitati dal vento; poi due piccole braccia si aprirono tremando verso lui in una invocazione soavissima. Si sentì rinnovare come se un’aurora lo avvolgesse tutto.
Ma ancora dalla terra la voce chioccia gridò:
— Bosso, è tuo sangue, salvala!
Ella era apparsa completamente e ora andava verso lui col capo chino. Un singhiozzo tenue le agitava il petto. Era più pallida dei gigli e i grand’occhi di smalto piangevano.
Bosso udì quel singhiozzo, gli parve che la terra tremasse; per un piccolo singhiozzo, tutta la terra.
Una voce benedì dallo spazio, una voce bianca di morto disse il perdono. Nella gola egli ebbe un impeto.
— Viola! Viola! Viola!
Gridò quel nome per benedire e una blandezza di sorriso scese all’anima fino ad esaurirla.
Curvandosi prese fra le braccia la bambina, la sollevò fino al suo volto; ella gli si avviticchiò al collo baciandolo.
Poi si rivolse, prese le guide de’ buoi e a passo lento si avviò, essi lo seguirono ruminando.
E come il cammino fu lungo assai, il capo della bambina si abbandonò sulla spalla larga di Bosso, in un sonno di pace.
Egli sorrise andando verso gli ultimi cieli, verso un paese di salvazione e parve quell’atto grande dell’anima rude, commovere natura.
Chi lo vide andare, fantasticò un Dio bianco e solenne da una luce improvvisa; poi che l’alba saliva nei cieli.
Il limite
Da poco si erano adunati nella stalla; fuori sibilò il vento di tramontana, passò il freddo ed il brivido delle rame. Fu notte di convegni fra lampade, notte di veglie fra buoi.
Aspettavano. Mea, un poco curvata, le palme strette fra i ginocchi, fissò continuamente e senza attenzione una festuca; ella era sotto la lampada appesa con una cordicella al soffitto; pispigliaron le fanciulle accoccolate sul fieno e la nonna torse con lento lavoro il lino, pazientemente; pareva ch’ella filasse i capelli di una rigida fata o di un idoletto sacro. Il nipote del core le stette accanto sogguardandola.
— Nonna, vi asciugherete la bocca prima di aver filato tutto il lino.
Ella si rivolse ridendo, ma rideva sempre nelle sue rughe, rispose:
— Si asciugheran prima le paludi, anzichè la bocca di chi fila per farvi vesti.
Il piccino allargò gli occhi.
— Sì! Le paludi! C’è dell’acqua per annegare me e voi!
La nonna lo accarezzò sul capo e lo baciò sulle guancie. E dove era ammucchiato il fieno saliron risa soffocate, singulti di riso, quasi di gioia repressa. Le tre fanciulle eran col capo vicino, fra i capelli avevan qualche stelo d’erba secca. Si narravano le avventure dei balli e dei campi, gioendo nella memoria, i loro corpi erano come corde tese.
Un piccino si divertì a far treccie nella coda di un bue, questo lo guardava accovacciato, col capo reclino e gli occhi luminosi come di un sorriso. E le sorelle di Mea, erano ancora vergini acerbe, fecer gabbiuzze di steli per i grilli, dissero, per i grilli che cantavano al tempo delle primavere. Poi si udirono voci vicine, l’uscio si aprì per una spinta e la stalla fu piena di rumori e di risa.
Disse la nonna:
— Presto, presto, entrate, che il freddo entra prima di voi.
I giovani entrarono con padronanza, quasi trionfatori, apersero le ampie mantelle, e le tolsero dalle spalle, ripiegandole sui gioghi in un angolo.
Mea aveva rialzato il capo e sogguardava senza sorridere: le disse Mirello degli Amadori passandole accanto:
— Questa sera vi debbo parlare.
Mea non rispose nè alterò la fisonomia che si mantenne nel suo stato d’indifferente stanchezza. Le fanciulle si alzarono dal mucchio di fieno, erano come coronate da molti steli fra i capelli, e sotto la lampada si disposero le sedie in semicerchio, un circolo di voci. Il capoccia sonnecchiò appoggiato ad una greppia.
Dissero, dissero, dissero, come fiumi, come torrentelli balzanti; chi più volle più trovò. Tutta la piccola corte si unì nel piacere della parola.
Giuseppe de’ Piani parlò con Mea, ella rise e lo guardò, si compiacque del suo parlare, rise come un tinnire di moneta su marmi.
Poi tre colpi si susseguirono sulla porta. Gridarono i giovani:
— Eccolo, eccolo... e una acclamazione accolse una lunga figura d’uomo, saldo nella virilità come acciaio della più forte tempra. Era questi colui che meglio conosceva le istorie e le sapeva narrare.
Per questa sua facile vena e per l’interesse che destava negli ascoltatori, o modificando il racconto o aggiungendovi del suo, lo dicevano: il narratore.
Si chiamava Giovanni dei Bissi.
In sua vita aveva letto due unici libri: — Il Guerrin Meschino — ed i — Reali di Francia — per quest’ultimo era la sua passione marcata.
Le avventure di Fiorello, di Fioravante, di Buovo d’Antona, avevan per la sua mente qualcosa di straordinario, di superiore, ed egli le narrava con religione, come traesse l’intimo senso da un mito.
E forse parte di quella sua strana serietà cavalleresca, l’aveva tratta dalla lettura continua delle avventure romantiche del ciclo di Carlomagno, giacchè egli aveva un carattere ferrigno ma dolce. Se diceva di madonna Drusiana era con un senso di reverenza e di grandiosità. Aveva spogliato la storia dalle avventure troppo prosaiche che avrebbero tolto fascino a’ suoi eroi, egli li transumanava nel suo intelletto, con semplicità ma con vigore, portando varie volte l’inverosimile all’esagerazione, ma anche, per un suo senso pratico acquistato dalla sua speciale vita, arricchendoli di sentimenti umani, vivaci e semplici nella loro effusione.
Nel contado lo ritenevano come un saggio, i giovani in ispecial modo. Per i fanciulli era un uomo che si guarda con reverenza e timore.
Egli entrò e si assise contraccambiando il saluto concorde. E poichè molte voci lo invitavano a dire (stavano i fanciulli presso alle sue ginocchia, accoccolati sulla terra aspettando quasi con istupore) egli si passò una mano sulla fronte come per ridestare vivo il suo eterno sogno di maraviglie e aggrottando le ciglia nel compiacimento della limpida visione che ancora una volta nella sua mente si apriva, accennò a cominciare.
Il pispiglio si tacque; intorno a lui la corona de’ giovani si tacque, prima vi fu qualche sussulto, alcune mani si sfiorarono ancora, poi le menti vergini d’artifizi narrativi si compiacquero nel silenzio dell’ascoltazione.
Un istante solo si udì il lento ruminare de’ buoi, il fruscio del fuso che addipanava per le scarne mani della nonna il lino ritorto, poi la voce di Giovanni si alzò chiara e sicura senza dubitanze. Disse egli dell’amore di Buovo per Drusiana, ma non narrò il vivo desiderio della vergine, nè le timide paure di Buovo. Quest’ultimo, come si era manifestato forte e gagliardo nell’aver domato Rondello, rimase egualmente nell’amore. Giovanni non si attardò in minuzie, in sottigliezze di particolari inutili; delineato il sentimento con poche frasi incisive, fattane manifesta la forza che avrebbe superato i culmini più arditi, passò alle circostanze, agli avvenimenti contrari i quali facevan risultare chiara una verità e cioè: che l’uomo quando ama, può ciò che vuole.
E la piccola corte d’amore stette ad ascoltare ad occhi aperti e fissi, immaginando più in là del narratore; forse in molti cuori di vergini palpitaron tremando gli stessi sentimenti di Drusiana.
E così rivivevano nell’umile luogo, che gli antichi reali avrebber sdegnato guardare dal pinnacolo di una torre, le gioie e i dolori della loro vita, intesi come forse non mai, compenetrati e vissuti con entusiasmo ed amore. Così nelle cose ritenute maggiormente vili si cela la gemma più rilucente.
Giovanni continuava la narrazione, ma il capoccia, che era giunto al termine del suo sonno, si levò dall’ombra, venne verso la compagnia e siccome era bonaccione e poco si curava di ciò ch’egli chiamava storiella, l’interruppe:
— Date retta Giovanni cosa raccontate?
— I Reali di Francia, state ad udire.
— Odo più volontieri muggire i miei manzi; cosa volete m’importi di Reali? Io son contadino e non ho corona, se non quella per dire il rosario, anzi non è neppur mia che l’ha la moglie appesa alla colonna del letto.
Dissero i giovani:
— State zitto, noi vogliamo udire.
— Eh! nemmeno fosse la sacra dottrina!
Poi il capoccia si rivolse a Mea:
— Guarda, che il bambino dorme, portalo a letto.
Mea ubbidì. Quando fu per ritornare, sulla porta della stalla era Mirello ad aspettarla. Ella lo guardò in viso, fiera, con isfida.
— Cosa volete? Lasciatemi passare.
— Tu devi udirmi prima.
— Cosa volete?
— Voglio, voglio, tu lo sai cosa voglio. Come te lo debbo dire? Vuoi ch’io mi spezzi la testa sui muri? Vuoi ch’io mi uccida? Ch’io sfidi la galera? Dimmelo. Sono come un morto, non vedi? Non posso quasi respirare. Mea, per l’amore del tuo Dio, per la gloria di tutte le anime che ami, dimmi di sì.
Ella rispose tagliente come un ferro:
— Perchè mi seccate?
— Ah! ti secco! Anche quando mi umilio, quando sono più timido delle tue pecore? Vuoi spingermi all’ultima disperazione?
— Chi vi teme?
— Bada, io ti ucciderò piuttosto che vederti sua!
Ella gli piantò gli occhi negli occhi e si accostò col viso, che una fiamma di sangue aveva acceso.
— Mirello, io sono forte abbastanza per difendermi. Ricordati.
— Adunque tu vuoi...
Ella lo scostò con una mano.
— Fammi passare.
— Mea... Mea.
Ma già era entrata nella stalla e si era seduta al posto vacante, al suo posto, fra le voci di gioia intorno al narratore che continuava tranquillo la fantastica storia, di madonna Drusiana presa d’amore per Buovo d’Antona.
Mirello degli Amadori in silenzio scomparve.
E Giovanni, fra la sua corte, continuava con lenta voce, come fosse bandito dal re Erminione un torneamento per maritare Drusiana e come Buovo, coronato da una ghirlanda d’erba, vi prendesse parte e vincesse e come ancora Drusiana si ponesse sui capelli la ghirlanda che Buovo aveva portato sull’elmo durante il torneamento.
***
Sì, disse Mirello degli Amadori: — S’io posseggo ed ho di mio dei beni, e non sono un mostro, perchè non vuole?
Mea era un po’ come la siepe:
— S’io non voglio, tu non verrai nel mio podere. Io darò la mia persona a chi più amo.
E Mirello quando pensò di averla, ritenne la cosa come un fatto compiuto. La sua volontà era come il vento che domina. Si disse: io saprò far piegare la rupe alla volontà mia, nessuna cosa potrà impedire ch’io infranga ciò che resiste.
L’interesse gli aveva suggerito di unire il suo bene a quello di Mea, calcolo fatto, risoluzione presa. Egli non sentì amore ma s’infinse, pregò, implorò, tenne umile aspetto, volle mostrare d’essere vinto, volle ch’ella lo amasse per la sua debolezza, per la pietà, per la tema ch’egli ne morisse. La celebrò in tutti gli stornelli per la sua bocca, in tutte le canzoni ed anche prese cantori che dicessero le lodi della bella persona.
E chi non fu persuaso di quella passione, non manifestò il dubbio, forse furon pochi, forse nessuno; chiunque fra gli amici e fra le fanciulle fece gran calcolo delle apparenze. Taluna per un suo sospiro sarebbe stata come il fuoco; Mea era la rupe che non s’incendia.
Aveva pensato: — Altra volta egli non fece calcolo di me più di un ciottolo, quando viveva ancora l’Emma e nutriva speranze su lei. Ora io sono il podere e la vigna; il fertile orto ed il ricco granaio, egli viene per possedere i miei beni e non me; canta le lodi delle mie ricchezze e non della bellezza mia. Ebbene, egli si vanta di tutto potere quando la sua volontà voglia, ora sarà una sfida per la sua forza.
Mea non aveva lavorato mai nei campi e si era serbata bianca ed era bella come messi novelle. Ne’ chiusi silenzi della sua casa, si formò l’anima sua forte e flessibile come fusto di canna. I suoi occhi avrebbero fatto piegare un torello in furore.
A tutte le cose ch’egli le disse, rispose:
— Lo sapete ho già l’amante!
E non l’aveva, ma se lo scelse e fu Giuseppe de’ Piani. Un giovane che non avrebbe pensato mai di averla, un povero ed un onesto, ella stessa lo indusse. Innamorato lo era, stava a guardarla come in incantamento; ella una volta gli sorrise e lo invitò a parlare.
Giuseppe nulla disse d’amore, anzi stette come l’uomo che ha sopra il sentimento una retta coscienza ed ella si meravigliò, n’ebbe grande stupore e per quella sua onestà fu piena d’ammirazione. Fu aperta una via così; ciò ch’ella aveva fatto per dispetto le riuscì piacevole, poi fu necessario; lo amò.
E quando ella lo elesse nel suo pensiero, fu come se avesse elevato un altare; lo avrebbe difeso col fanatismo dell’idolatria.
Lo disse a suo padre e questi si mostrò incerto, ma una sua preghiera valse più di un calcolo. Ed ora il maggior turbine o la più fiera minaccia avrebbero incontrato uno spirito forte e cosciente.
Se anche Mirello fosse venuto a lacerarsi le carni con le unghie, con coltelli, con punte d’acciaio, ella lo avrebbe guardato come l’impassibile luce bianca della luna, come l’erma dei boschi. Diritta e fiera ella era nell’amore la torre che vede il primo mattino.
Non fu vinto perciò l’ardore della volontà nell’animo di Mirello.
Chi più diritto ha ad una preda se non quegli che è più forte? E come poteva il coniglio ribellarsi quando già gli artigli erano nelle sue carni e l’obbligavano alla morte?
Egli trovò ancora in sè stesso la certezza dell’opera sua; vide bensì che doveva temprare fortemente la sua arme per la lotta; trovò il nemico vicino ed ardito a fronte alta aspettando. Non minacciò, conveniva ch’egli andasse come il serpe fra ombra ed ombra, quando poi fosse atto il momento, egli sarebbe scattato coll’elasticità della tigre, al pieno sole.
La donna era fra le sue mani come un vetro, egli lo avrebbe infranto con un piede a sua volontà.
La stima era per lui, le genti avevano ritenuto il rifiuto di Mea una inconcepibile bizzarria e per il rifiuto, la simpatia si accrebbe per Mirello.
Ormai, dall’ultimo colloquio avuto con Mea, aveva deciso, e ciò che era nel suo pensiero doveva fatalmente avvenire.
***
L’ebrietà della festa fra grida, era in ciascuna anima, come il roteare d’un razzo in folle corsa; le giovanette accese, risero per la via fra nuvoli di polvere, strette fra loro o al braccio dell’amante, trasfigurate. Ognuna fu come il campo riarso che, ombreggiato da una nube, si anima di un poderoso desiderio. Era il trionfo della materia più vibrante del sole, chè il gruppo umano dimenticò nell’orgia l’anima sua; ciascuno arse negli occhi e nel viso; ciascuno ebbe sulle labbra l’invito del fiore carnoso e le parole furon, fra singulti di riso, come nervi strappati, come canne curvate da fuochi.
Gli spari, la musica vertiginosa delle fisarmoniche, le grida, il vino, la polvere, il sole caldo e avviluppante, vinsero ogni senso che non fosse d’ebbrezza; furon tutti costretti in un’unica via, anzi vi si gettarono assetati di gioia, sospingendosi uniti più che mai e fratelli fra il vino ed il sudore.
— Bevete!
Ogni labbro di femmina, ogni bocca di vergine fu costretta al bicchiere, al bicchiere della fratellanza; e, poichè era vuoto, ancora si empiva ancora finchè le guancie non si fossero accese dello stesso colore del vino, finchè non fosse negli occhi, nelle labbra, in tutta la persona l’ebbrezza del vino.
E tutte le bocche vi si posarono, chè non vi fu labbro ammalato che ne desistesse. Passavano poi al ballo sotto al sole, ma che importava ai lavoratori dei campi nei pieni meriggi d’agosto? Ogni voce fu d’incitamento al suonatore: — Presto presto presto! — Il mantice della fisarmonica si gonfiò sbuffando e lanciò nell’aria una ridda di note inseguentisi, intrecciantesi, costrette nel ciclo della folle armonia. Odoravan di basilico i seni, ed i capelli di sudore, un odore acre e penetrante costringeva come a curvarsi e a lambire, con l’incosciente brutalità della bestia.
Su tutto, dal campanile, ondulò il suono della preghiera, il suono che ricordava Gesù, la mite figura del mistico, alle turbe disfatte dagli eccitamenti voluttuosi. Allora verso la chiesa si vide soletta andare una fanciulla, vestita di scarlatto. Mea così iva ad invocare per l’anima sua la grazia del Divino. Anche Beppe, l’amante ch’ella aveva eletto al cuore, era andato per la sua strada: avea amiche e l’avean lasciata, conoscenti ed avevan sussurrato di lei; l’amante... ed era onesto, aveva creduto alle parole dei falsi. I vecchi ancora, i vecchi che le avevan dato la vita, erano ignari e guardavan con istupore perchè intorno a lei si era fatto il silenzio e la solitudine.
Ella era allegra un tempo in crocchi ed in comitive di giovani; ed ora andava sola e non rideva più, come se si fosse impietrata, come se avesse sognato uno spaventoso sogno della sua morte.
Mirello aveva ottenuto il trionfo, ma ella non si piegava a lui, ed egli seppe che ella sarebbe morta anzichè darglisi.
Disse ridendo: — È mia, è stata mia, ora vuole far la superba ed era prima come la colomba che fa il nido!
Tutti risero, nessuno dubitò, chè il male trova aperti mille cuori ad accoglierlo. Egli le fece il supremo oltraggio, le sparse la soglia di capelli, come alla donna che merca la sua persona; lo scrisse sui muri, lo sussurrò in mille orecchi, ne fece sapiente il contado. Mea si trovò sola, abbandonata ma egualmente non cadde.
Con Beppe solo, implorò, giurò e pianse a’ suoi piedi; ma siccome questi non desisteva dal sospetto, lo spinse fuori di casa con furia senza più lacrimare.
Ed ormai aveva deciso, rovina per rovina, ella sarebbe stata trionfatrice nella morte. Colpirlo nella persona, no; ma bene altrimenti, fino al cuore, senza farlo morire.
Egli aveva ottenuto lo scopo, l’anima di rettile vile! Aveva colpito là, ove ella era più salda nella coscienza delle genti! Egli, ricco e stimato, contro una donna sola che non poteva stroncarlo come un vimine. Ebbene, Mea avrebbe vendicato l’onor suo, come la vipera che si attorce al leone e lo avvelena.
Lontana no, volle andare ove tutti erano, lo scherno sarebbe stato la forza della decisione, l’ultimo colpo che configge il chiodo nel legno siffattamente ch’egli si troncherà per levarnelo.
Ma volle pregare, l’anima misericorde di Cristo sapea che ella non aveva peccato.
Si vestì di scarlatto, non volle il lutto: giacchè la dicevano la meretrice, sarebbe stata così sfacciatamente di fronte a tutti, salda nella sua coscienza.
E si inginocchiò e piegò gli occhi; nella preghiera e nel ricordo pianse.
— Cristo, Cristo Signore, vi raccomando i miei vecchi, date a loro la gioia, e i piccoli fratelli miei sian la loro consolazione, il sorriso ch’io non ho potuto dare. Perdonate le lacrime di quegli occhi e accogliete l’anima mia che vi benedirà prona al vostro trono di gloria.
E quando uscì erano sul piazzale i giovani ebbri, in largo gruppo ad attenderla.
Mirello per primo, folle nell’ebbrezza del licore, le si fece incontro.
Ella impallidì e rimase ritta guardandolo con terrore.
— Bambina mia, io son venuto per stare con te, bambina mia, per dormire con te.
E tese le braccia, le venne vicino e volle stringerla, Mea lo spinse con tanta furia, ch’egli, già ebbro, barcollò e cadde.
Dietro, la turba degli avvinazzati, rideva compiacendosi.
Mea riprese la via, ma Mirello aiutato si rialzò e sconciamente ingiuriandola, con gli altri che gli tenner voce, la seguì per tutta la festa, sicchè ognuno si rivolse a guardarla con disprezzo. La ragazza ebbe la forza di non volgersi, passò come una regina, pallida nell’estremo dolore, sotto le ali della morte.
***
Poi che la notte discese, era in ottobre e una notte di nebbia, Mea uscì dal nascondiglio che l’aveva fino allora celata e si dette a correre verso la pineta. Era come una tenebra universa, quasi che la terra avesse smarrito il sole.
Mea già vide nella pupilla i bagliori della sua vendetta e corse senza affanno, leggera e sicura del cammino. Traversò i fossi, forzò le siepi, senza un grido se qualche acuta spina le strappò le carni. Sorgeva nel suo petto un impeto violento che l’avrebbe fatta correr così fino alla morte, senza una contrazione, rigida e insensibile. Certo la debole femmina aveva trovato allora tutte le forze selvaggie dell’istinto, moltiplicate dalla ragione e dal desiderio, dalla convulsa necessità della vendetta.
Era un martirio, un’ossessione, una fiamma nel cervello, in tutte le vene; tutte le forze attive del suo essere si erano concentrate acquistando una straordinaria veemenza; ell’era un pensiero che voleva l’azione, una forza lanciata ad una meta che avrebbe raggiunto con la cieca furia del toro che si schianta il cranio contro le palizzate.
La donna umile e mite si scatenava improvvisa, come sotto uno specchio di limpide acque si apre ad un tratto una bocca di fuoco. Ella trovò in sè stessa tanta forza e tanta volontà da abbattere montagne; ora precipitava verso il suo punto di trazione, come un granito da una roccia.
E giunse alla pineta d’Isola. Guatò intorno la tenebra, strinse le pupille ad avvivare lo sguardo, ma vide le ombre alte dei pini. Accese la torcia, questa, composta di sostanze resinose, crepitò d’improvviso fumigando rossastra. Mea la tenne all’altezza del volto e la guardò fissa con le larghe pupille del terrore.
Tutta la luce battè diritta su lei e la irradiò, il suo capo parve un fuoco nell’ombra, una viva fiamma scarlatta che avesse assunto forme terrificanti.
I capelli rossi le si dilatarono intorno al viso, si contorsero, si aggrupparono, ella aveva assiepata negli occhi tutta la sua vitalità vendicatrice. Poi ebbe un grido breve, le labbra piccole tremarono, scosse il capo violentemente e piegandosi serpentina, si lanciò nel folto.
La face, per le sue piccole mani che si agitarono in tutti i lati comunicando il fuoco, tracciò grandi archi che racchiusero in attimi la sua persona. L’immane frutto della sua vendetta cominciò. Piccole fiammelle crepitarono basse, saltellarono di cespuglio in cespuglio, chiare e limpide; poi che le piccole rame che crescevano al piede de’ fusti non potevano aver sole bastante per vegetare.
Ella vide attivarsi ogni fiammella con una gioia aspra, come se tutte quelle forze convergessero nel suo essere ad aumentarlo, come se ad ogni resina ardente ella sentisse più ampia la sua anima trionfatrice. E più che la face scorse scintillando, suddividendosi in molteplici fiamme attorcigliantesi, quasi chiome scarmigliate, al nero fusto, crebbe l’animazione del fuoco, sì che i silenzi furon rotti da crepitii e da strida. Accresciuta la forza, la fiamma rapidamente involse i tronchi, chè la corteccia secca e disunita dei pini, imbevuta di resine, rendea come torcie.
La pineta d’Isola, data alla vertigine del fuoco, si contorse sempre più in ispasimi e grida, orribilmente.
Stormi di corvi e falchi, alla gran luce accorsero e vi trovaron la morte. Mea, non ancora esausta per la sua opra straordinaria, sfidava il fuoco, la morte, le forze di distruzione; ella anzi le spargeva con le sue mani come una furia, con furore e con grida. Arsero i rami e le cime, la fiamma salì oltre i domi e si spiegò guizzando a grandi altezze; poi per un impeto di vento che giunse di tramontana, le fiamme corsero a raggiungersi ed a congiungersi spinte ad un punto, sottilmente, con brontolii rochi. Scorsero rettili sibilando, di foco in foco snodandosi come vimini in fornaci; nulla fu illeso, nè i piccoli sterpi, nè le grandi rame; i tronchi bensì rimasero rigidi e oscuri nel turbine. In poco la pineta d’Isola fu come un’improvviso cratere. Una pioggia di tizzoni cominciò, caddero rame arse; le braccia de’ vecchi pini tese ad eterno invito, ad una ad una precipitarono con fragore, e per le resine, fu nell’aria un profumo di tempio.
Parve che fra il fuoco in corona ampia di martirio avanzasse una turba accesa e scomposta. Mille e più, innumerevoli, uscivan gli esseri dalle forze del fuoco onnipotenti ed avanzavan forti come l’amianto, vittoriosi dell’elemento purificatore.
Tutti i solitari della pineta, tutte le anime fortificate dal silenzio, i puri, i semplici, i dimenticati dagli uomini e dal tempo, ma non dalla natura, venivano come in processione per vedere la morte di ciò che fu la loro esistenza. Rudi come corteccie di pini, puri per sentimento d’amore e semplici per considerate grandezze, passarono e scomparvero, poi che ad uno ad uno riarsi caddero i più vecchi tronchi di pino.
Fu un volteggiare sempre più vasto nell’aria, da tutti gli orizzonti giunsero i migratori alla morte, non vi fu in quella notte ombra che attraversasse il cielo, che non si offrisse quasi ad olocausto. Le rame più forti che si allacciavano salde, nella crescente combustione, poi che il calore salì alla più alta potenza, si inarcarono d’improvviso a trionfale passaggio e parve infatti che in una fiamma sibilante, passasse l’anima viva della pineta esulando.
E nel fitto assieparsi dei tronchi, scompigliata da vari venti, viva, moltiplicantesi per eterne energie, la furia delle fiamme si scatenava più terribile di un uragano, ovunque fosse una vita era una scaturigine di fuoco, tutto si snaturò e si scompose nel rogo. La morte delle cose regnò ritta nell’ombra, sorridendo, grande quanto i cieli, e l’arco della sua falce superò gli orizzonti.
E Mea corse, corse, ella sentiva ardere le sue vesti, ella sentiva che sarebbe scomparsa con la sua vendetta. I capelli ebbe mezzo riarsi e sul viso bianco, e sulle spalle, e sul seno, piaghe nerastre.
Ella si sentiva sformata, su di sè era il fuoco, nelle sue piccole mani, nella bocca, nei capelli, ovunque ella aveva un nido di bellezza, ovunque ella aveva una perfezione, il fuoco sformò e quasi disfece. Non sentì dolore, non gridò per dolore; era tutta la sua attività vitale condensata nel fulcro eccelso del suo pensiero che correva ad un termine. Ottenuto lo scopo, sarebbe caduta esausta e moribonda, ma vincitrice.
Ell’era l’assillo e il tormento, l’energia e la vittoria, un’estrema forza spinta ad un’estrema rovina, fatalmente. E corse verso la casa di Mirello.
Poi che la vide rossastra, illuminarsi nell’incendio e vide sull’aia ritto, immobile nell’orribile visione, Mirello, e attorno a lui i piccoli fratelli tenersi allacciati in ispavento, gridò e fu l’asprezza di un fulmine:
— Ah! vieni! sposami, sposami, sposami! E poi che l’altro convulsivamente, quasi atterrito dalla visione si precipitava, corse nel fuoco e dal fuoco l’ultima volta, con risa aspre, tese le piccole mani piagate in invito d’amore.
Poi un impeto improvviso di fiamme l’avvolse ed ella scomparve in una luce viva ed altissima, dall’odio alla morte, senza un grido di spasimo.
Miseria
Ogni anima nasce sotto un destino che l’accompagnerà nel percorso della vita.
È comune fra la sapienza del popolo questo detto: Riluce una stella per ogni anima, ma nelle tenebre.
Volendo significare la speranza, l’insapienza completa e la fatalità. Ciò disse il volgo semplicemente, ignaro di qualsiasi dogma religioso, per una sua forte ragione, onde dall’osservazione dei fatti, scaturì il vero innegabile, superiore all’agitarsi dell’umane forme, imponendosi alle coscienze semplici atte a riceverlo e ad esagerarlo, per povertà di spirito, fino alla superstizione. Fra le turbe non sarà essere credente ad una libertà del suo agire; non già che per completo sistema l’opposta credenza sia chiara nel suo pensiero, ma per alcuni principï inculcati sì fortemente nella mente sua, da farne parte necessaria, come il sangue per le vene.
E da questa oscurità che lega la sua esistenza ad un destino, passa facilmente, aiutandosi con la fede, a spiegare i fenomeni naturali che più lo colpiscono. Avvengono e si succedono questi per sola volontà di un Dio; onde, se una tempesta distrugge le nuove messi, sarà il suo castigo; mentre sarà la sua grazia una pioggia all’epoca delle arsure.
Adunque ciascuno nasce con la sua croce, ciascuno con la sua gioia.
Miseria questo sapeva ed aveva considerato.
Si disse: S’io debbo aver la mia croce ne riderò; se verrà la gioia l’accoglierò con festa. Si prefisse così una norma di vita.
Era nato non sapeva da chi, nè dove.
Pensò: — Ecco, la natura mi è stata benigna risparmiandomi il pianto di due perdite. Chi mi ha creato? Nessuno. Io son nato dalla terra come i grani.
Non si era addolorato mai di non aver conosciuta la madre: Mi avrebbe fatto più tenero, mi avrebbe guastato con le sue lacrime. Così io ho visto piangere solo i cieli e mi hanno dato allegrezza, chè quando piove la terra non apre crepacci.
Da piccolo mendicò. Ricordava appena un vecchio che lo tenne con sè fino a dieci anni; a quell’età gli aprì la porta e lo mandò per la sua strada. Egli non si volse a guardarlo, anzi, poichè era un mattino primaverile, corse ridendo sotto il sole senza sapere ove andasse. E gli parve di essere ricco, chè il vecchio gli toglieva tutto.
La notte dormì in un fienile con un cane; la mattina tornò a correre, a correre e mangiò le bacche delle siepi. Non si era mai sentito felice così.
Se qualcuno gli chiese:
— Chi sei?
Rispose:
— Miseria.
Quel nome se l’era sentito dire dal vecchio, gli piacque e l’adottò:
— Cosa fai?
— Nulla.
— Come vivi?
— Non lo so.
Poi stanco fuggiva, ridendo sempre. Aveva dei denti come latte ed era bello.
La pineta fu tutta sua, la conosceva a meraviglia; non vi era cima che non avesse esplorata. Leggero e snello saliva fino alle rame più sottili e più alte e di lassù vedeva la palude e talvolta i monti lontanissimi. C’era sempre il sole lassù, gli parea d’aver volato, e cantava, cantava con una grande ebbrezza mattutina. Chiaro come acque sorgive, giocondo come aurore.
Fece commercio di nidi. Visse tutta la primavera e parte dell’estate così; quando non ci furon più nidi era l’epoca delle frutta.
A volte morse anche un pane che gli venne regalato, ma preferiva le frutta e l’acqua. Non ebbe amici, amò se stesso, la natura e la libertà.
Dove avrebbe dormito la notte? Non sapeva, ma la terra era grande e vi era spazio anche per lui.
Preferì i fienili, vi saliva silenzioso quando i contadini dormivano e partiva all’alba, prima ch’essi scendessero a munger le vacche.
Lo conoscevan tutti e nessuno se ne curava. Miseria era come un passero che abbia il nido vicino ai pagliai.
Passava attraverso i solchi e i contadini aravano:
— Addio Miseria.
— Addio.
E via come un serpentello, guizzando.
Non rubò una volta; questa la ragione per cui fu invitato talora a dividere un pasto sotto ad un olmo. Egli mangiò appena, rise e fuggì.
Era bello e qualche occhio sorridente lo accarezzò, ma egli non se ne accorse. La tenerezza per lui l’avevano i pini l’avevan le siepi che gli porgevan le bacche rosse e saporose.
L’autunno e l’inverno furono le epoche più stentate, veniva il freddo e le frutta non c’erano, le pine sì, ma quelle non erano sufficienti.
Imparò a intrecciare i giunchi, così ebbe il vitto e la veste. Risolto il problema, gioì della vita. E crebbe e divenne uomo; l’anima sua si completò di un senso più maturo.
Una sera vide passare una coppia d’amanti e ne sentì invidia; il perchè non seppe, era così per un desiderio di carezze.
Cominciò a pensare, a pensare, a pensare e qualche volta s’accorse di non poter ridere come prima. Sentì a volte un non so chè, come se fosse stato stregato; egli non ci credeva alle streghe, però una sera incise una croce sulla scorza di un pino. E sempre più, sempre più cresceva l’incantesimo di quell’ignoto desiderio. Sul tramonto, sospiravan canzoni, passavan fanciulle ridendo, fiorenti ne’ primi inviti d’amore, ma egli le schivò per un senso di selvatichezza.
Un giorno nella pineta incontrò Francesca. Veniva ella fra sole e sole, illuminandosi come di carezze fra i chiari tronchi, era scalza ed aveva nel grembo un fascio d’erbe aromatiche. Un’esile figura silvestre pura e serena come l’arco dell’alba, con due occhi chiari, azzurri e buoni di una bontà di sogno.
Miseria sentì tutte le vene pulsare veementi. Erano soli, le chiese:
— Dove vai?
Ella lo guardò nel viso e sorrise.
— A vendere quest’erbe.
Vi fu un silenzio breve.
— Vai lontano di qui?
— No.
— Come ti chiami?
— Francesca.
Ancora si tacque, sentiva la sua voce tremare. Poi disse semplicemente, come una preghiera:
— Sei bella!
E non seppe proseguire. Ella arrossì, quando fu per andarsene le sussurrò:
— Tornerai?
Francesca lo guardò negli occhi e rispose:
— Sì.
Quel giorno Miseria empì la pineta della sua gioia.
E Francesca ritornò e nei silenzi della pineta si amarono.
Poi la fece sua.
Vissero spensieratamente fino al giorno in cui ella gli disse piangendo un segreto. Da allora egli si animò di tutta la sua forza, di tutto l’ingegno suo; unendosi ad altri cominciò un assiduo lavoro.
E siccome aveva salda intelligenza e forte volere, i frutti non tardarono. Potè comprare una piccola casa ai limiti della pineta e vi trovò la pace.
Gli nacque una bimba che chiamò Mariella ed era come i sereni occhi della madre, quasi nata da quelli.
················
Ma un turbine piombò e divelse con veemenza sinistra.
A breve distanza Francesca e Mariella morirono; le vide morire una dopo l’altra, quietamente, senza sapere.
La trama del suo destino gli riapparve allora alta ed oscura.
***
Tornò la sera, dopo di averla sepolta: Mariella, la creatura del suo sangue. Era rimasta sola nella casa, da quando Francesca stanca di soffrire, aveva detto addio, ed era morta, non pensando che metteva così un gran turbamento nelle cose.
E Mariella aveva fatto come i gigli del freddo che nascon dalla terra senza stelo e scompaiono in questa non si sa come. Si era chiusa in sè stessa, aveva impallidito, dicendo della mamma quasi la vedesse ancora intorno a sè.
Miseria la condusse seco; ella aveva i piedi troppo delicati per camminare sugli sterpi, così ch’egli la portò sulle braccia ed ogni giorno gli parve che divenisse più leggera.
Poi nella pineta la posò sull’erba ed ella rimaneva silenziosa, intrecciando fra le esili dita qualche stelo.
Una sera gli disse di aver freddo, sicchè la copri e quando fu al contatto del suo corpo la sentì tremare e più oltre sentì che abbandonava completamente il capo sulla spalla sua. A casa, quando la posò sul letticciuolo e fu per chiamarla perchè assistesse alla sua cena, ella tacque e per sempre.
Ora tornava dall’averla ridata alla terra; e mentre alcun pensiero fisso nella mente sua fu, con una persistenza quasi di follia imperante, sentì rinchiudersi su di sè la vita, come uno sterminato velario che tolga il sole ovunque.
Finita una gioia che l’avea condotto su di una facile via ad operare, rimase al limite di una voragine, mutamente fisso, fra lo spavento e la tentazione.
E vide un arboscello stendersi sull’abisso in un raggio di sole placido e fremere nel tremito delle foglie e piegarsi a seconda che il vento voleva. Esile ed incosciente, proteso alla morte come la mano di un bimbo malato. Poi un macigno si smosse, ondulò dapprima, precipitando di poi venne di balzo in balzo e lo travolse; e sebbene il ramoscello non più ondulasse nell’aria il sole rise egualmente negli aperti crepacci, ma di un ghigno, nella indifferenza delle forze procreatrici che sanno di poter dare oltre ed oltre.
Trascorse vibrando il sibilo di una vipera, venne dai cespugli, passò, rapido come un guizzare di fiamma e si perse. Nei domi oscuri un corvo gracchiò lento evocando nel suo linguaggio, fatto di singulti voraci, la tenebra; poi un picchio dette le sue tre note e martellò sui tronchi come vi si configgesse, sicchè parve che un pino fra gli altri favellasse di leggende floreali.
E Miseria udì i pini parlare sommessi:
— Va! Nella tua casa si è accesa la lampada, brilla dalla socchiusa finestra come un occhio vigile. Francesca ti prepara la cena e Mariella prega.
Era la strada ch’egli faceva tutte le sere e tutte le sere i pini parlavan così.
E gli parve in vero ch’egli tornasse verso la gioia serale, chè tutto era simile ed egli andava ugualmente ed ugualmente intorno stavan le cose a sogguardare.
Poichè la pineta ebbe fascini tali da penetrare nell’anima sua e sconvolgerla egli non seppe se avesse sognato e se andasse ora veramente verso la pace.
Passò il canale che scorreva senza sussurri a mare. Era sotto le ombre dei rami protesi e pareva una vena tacita ed oscura ove il sangue della pineta fluisse da immemorabili ore. L’acqua era macchiata, come il dorso di una salamandra, da oscuri dischi. Poi s’internò di nuovo e vide dopo non lungo cammino, sorgere la casa nerastra per le acque.
Ma la finestra era chiusa, ma la porta non si aprì con dolce cigolio alla sua venuta. Dormiva come un sepolcro.
Tutta la verità lo avvolse allora come una piovra dalle innumerevoli braccia; egli sentì in sè stesso risorgere la gagliarda ribellione della sua prima vita; l’anima sua, che il dolore voleva soggiogare, sentì la rude volontà di divincolarsi e fuggire, di essere libera e piena e padrona di sè nella vita finchè ciò dovesse continuare.
Fu il ribelle de’ primi anni che sorse come improvvisa polla sorgiva, zampillando verso i cieli.
Chi poteva essere fra le sue mani perchè egli materialmente lo colpisse? A chi doveva far subire lo schianto dell’asprezza sua? Chi stava oltre le nubi era come il verbo che non si afferra e per qual male egli faceva cadere tanto dolore sull’anima sua?
Come nei giorni di tempesta giunse l’ululato del mare.
La piccola casa era siccome una medusa, chè sopra a lei si stendevano avviticchiandosi, ritorte ed aspre rame, irrigidite quasi nel terrore di una prossima rovina, e stava per accoglierlo, per racchiuderlo e lo invitava con ricordi perchè vi soffrisse.
Vi entrò, ma vide un’ombra nella stanza, ma l’oppresse il silenzio e il focolare non aveva fiamma.
Esse eran molto lontane, ivi non rimaneva se non la tristezza della loro dipartita.
Ogni oggetto ebbe una voce: Tu non le rivedrai, elle son morte! E la parola prese un significato ampio di tenebra e le cose stavan protese su lui come a farlo morire in una soffocazione lenta di memorie.
Una voce del suo istinto salì dai precordi e lo tentò:
— Nel sole, nei liberi campi, potrai amarle, qui le piangeresti per la loro vita!...
Miseria guardò intorno. La casa gli parve un sepolcro e n’ebbe una repulsione, sicchè ritornò all’aperto e fuggì, traversando la pineta, verso la palude. Là col sorgere del sole avrebbe visto il novo essere di due anime nella serenità immensa.
E la norma di vita che si era prefissa avanti che l’anima sua si compiacesse d’amare, riprese.
Visse giorno per giorno del suo lavoro vagabondo e fece rider gli uomini, ridendo di loro.
Fu ben veduto nelle compagnie dei giovani, chè la sua gran satira non fu intesa da alcuno. Si divertirono essi superficialmente delle sue parole e più degli atti.
E così senza mendicare, superbo nella sua povertà burlandosi di tutto l’essere delle cose, Miseria aspettò la morte.
***
Miseria si fermò nel gruppo: ballavano. Seduto su di una panca, in alto, un cieco traeva l’arco in cadenza e dal suo violino uscivan suoni che parevano invero le voci della palude.
Teneva la faccia contro il cielo e rideva; per ogni guizzo della pelle era un suono, un suono, null’altro, chè lo spento lume delle pupille non era ad avvivare il volto del sorriso sapiente delle cose. Egli era in alto, ed il crepuscolo che dal padule saliva, lo irraggiò di un rosso vivo, come la testa di un fauno dagli occhi spenti. Aveva intorno al mento una barba nera o aggrovigliata e i capelli intorno al viso eran così.
Sorrise continuando il suono lento e malinconico; per ogni arcata ebbe un tremito: certo egli narrava così le voci udite e non intese, come il fremito delle acque dei paduli, lo zampillio di un fonte, il canto di una giovane bocca. Egli narrava, vecchio rapsodo delle solitudini, un suo mondo interiore, fatto come di ombre crepuscolari, e l’incerta visione nel rude suono rendeva a maraviglia.
I giovani ebbri di vita, accoppiati a due a due, seguivan quel suono danzando.
Miseria sogguardò nel gruppo. Dapprima nessuno pose mente a lui, poi qualcuno si rivolse e lo guardò ed ebbe un riso di allegrezza.
— Oh! Miseria, d’onde vieni?
— Dalla reggia.
Disse ciò inarcando le soppraciglia e gettando il capo all’indietro. Rise, risero; molti intorno gli fecer corona.
Riprese Miseria:
— Guardate.
Tolse il sacco che aveva sulle spalle e lo vuotò. Ne uscirono alcuni ciottoli rossi e verdi, egli li raccolse:
— Questi sono rubini e zaffiri, ne’ miei possedimenti ve ne sono a moggia. Li porto in dono a Don Marco.
— Don Marco ti farà dare venti legnate dal suo servo.
— Cosa dite mai, poveri di mente. Il re del gran regno della fame: Miseria; ha il passo ovunque e nessuno si attenta di toccarlo, che se morde è come la vipera: avvelena.
— Ci andrai per davvero da don Marco?
— Vedrete.
— Non ti darà neppure un rosicchiolo secco.
— Mi darà pane caldo e carne, poichè gli porto le gemme.
Uno gli si avvicinò:
— Suona Miseria.
— Cosa mi darai tu s’io suono?
— Altre gemme come quelle che hai.
— Resta inteso.
Prese il violino e poi che tutti lo attorniarono giocondamente, era su molti visi la stessa aspettazione gioconda, cominciò a cantare fra una serie di lazzi accompagnandosi sul violino, una canzoncina popolare:
«Finestra chiusa fra due gelsomini
palme d’argento per il suo bel viso.»
Cantò d’amore.
Dapprima nelle inflessioni della voce e negli atti del corpo, fu l’intento di divertire l’uditorio, ma disse il ritornello chinando il viso e addolcendo la voce.
«Miseria ha fame e non ti chiede amore
gettagli un soldo per la carità...»
Subitamente una antica amarezza l’avvolse sì ch’egli abbandonate le braccia si tacque.
Ma ciò che non era finzione, l’uditorio la ritenne tale, anzi la novità di quell’abbandono piacque in tal modo che un alto riso l’accolse.
Miseria torse le labbra e guardò gli astanti, disse:
— Il lupo scannerà quante pecore saran sulla sua via.
Rispose un giovane:
— Il lupo mangierà anche te, benchè tu sia una pecora magra.
Gli altri si compiacquero di questa uscita, tanto che la commentarono seguendo il riso.
— L’ingrasserà prima.
E un altro:
— Certo con le gemme ch’egli ha raccolto.
— No, lo serberà come l’uccello de’ fiumi e l’attaccherà al soffitto perchè indichi il tempo.
— Cosa ne dici Nanni?
Nanni era ritenuto il giovane che avesse più spirito fra tutti. Disse: — Un giorno pioveva e Miseria volle fare dell’acqua montagne per serbarla per quando fosse tempo secco. Lo vidi io ammassare, ammassare ma l’acqua gli bagnava i piedi.
Un’altra volta andò a pescar ranocchi nel padule; non avendo l’esca, mise un dito nell’acqua e pescò una mignatta che gli succhiò mezzo il sangue, ora per riacquistare ciò che aveva perduto, la mangiò tale e quale.
E ancora: Avendo udito una volta che a San Mattia era festa grande, pensò di andarvi vestito a nuovo. Era il tempo in cui le cicale cambiano pelle, andò nei campi e raccolse centinaia di vestiti smessi dalle cicale, poi li riunì con fili d’erba e spini di marruche e si fece la veste più bella che si fosse vista mai. Dunque prendendo in calcolo i suoi meriti, il lupo lo farà maggiordomo.
Miseria inarcò le spalle a disprezzo, ma non volle che una sua debolezza fosse di riso per gli altri; riprese l’apparente indole sua e canterellando segnò il passo di un trescone.
Molti batterono insieme le palme a tempo, curvando il capo, seguendo a volte con le contrazioni del viso l’andare dei piedi in ritmo. Alcuni lo eccitarono:
— Via, via, più forte....
Egli tentò d’animarsi, ma impallidì, girò su se stesso, cadde.
E gli ignari non intesero, ma ebbero più grande gioia dal nuovo avvenimento.
— Non hai più le gambe d’acciaio.
— Davvero ha imparato dalle lumache a ballare così agilmente. Miseria non alzò gli occhi, nè rise.
La sua finzione si esaurì. Giunto a quel limite in cui la ragione non ha campo sulla natura, fu per maledire.
Nel suo essere presero forma tutte le malvagità per le quali aveva sofferto e che altri inconsciamente, a solo scopo di gioia, gli aveva procurato; si vide solo, oggetto di riso fra mille indifferenti.
La sua esistenza, in vista tremula e balzante come un riso, doveva per conseguenza spegnersi in un cachinno.
Egli in un giorno in cui sentì molte energie incomposte fremere nel suo essere, pensò di burlarsi della vita e si fece una ragione: — Se avrò fame, mi riderò della fame; se verrà la morte, riderò della morte. Miseria sarà come il prato che ha sempre erba, come il fiume che non gela mai.
E così cominciò ad intessere la gran satira al destino. Ma giunto al termine dell’esaurimento, la forza del cerebro non resistette a quella di sensazioni più miti che irruppe dal cuore come una improvvisa volontà di pianto.
Si sentì sfinire; il cachinno non era sulle sue labbra, ma dentro sè stesso, come fiamma che tutto avvolga distruggendo.
Pertanto si sollevò lentamente, mentre gli altri, compiacendosi ancora de’ suoi atti stanchi, ne ridevano.
Con improvvisa irruenza, si volse e li guardò in viso:
— Ci sarebbe alcuno fra voi, che avesse il core di darmi un pane, s’io fossi per morire affamato?
Nanni si sporse tenendo fra le mani un ciottolo e glielo tese.
— Ecco, tu hai denti buoni e un appetito insaziabile.
Miseria lo accettò:
— Guarda, lo metto con gli altri, sarà la cena di questa sera.
Alcuni vider gli occhi di Miseria bagnarsi come di pianto e supposero che un’irruenza di riso li avesse fatti lagrimare così. Poi come egli accennava a partire, la corona si aprì per fargli spazio.
— Addio, buon viaggio; buona cena.
— Quando ritorni porta un vezzo di coralli per la mia donna.
Disse Nanni:
— Vedrete domattina come tornerà grasso e contento; Don Marco gli darà da mangiare tanto da gonfiarlo come una vescica.
Miseria non si rivolse, andò lentamente con fatica, vicino al margine della via.
Sentiva sul suo capo un cachinno. La morte.
***
La palude era nel silenzio sinistra e rossa; il sole prima di discendervi, sull’acque morte come in un singolar specchio di tristezza, fulgeva.
Man mano che Miseria avanzò, non ebbe percezioni di suono, sentì di non dover percorrere tutta la via lunga e diretta verso gli orizzonti, ma pertanto andò curvo come una canna dispoglia delle sonanti lame, andò come un fil d’erba in un ruscello, soffermandosi a seconda che la forza voleva.
La palude azzurra in certi mattini e piena di gridi e di frulli e odorante di strani fiori molli e viscidi come la sua melma, gli ebbe talvolta regalati i suoi frutti, libera ed ampia seppe dirgli la forza del suo essere, la verità della vita, la grandezza della libertà.
Uno spirito nomade, che avvolge e determina l’agire di una esistenza, era in lei come nei cieli, aveva insegnamenti biblici:
— Io t’ho creato perchè tu mi ami sii come me incolta e malefica a chi voglia togliermi l’aspetto mio.
Specchio dei cieli, povera di frutti, ma ampia e padrona come i venti del nord, come il più alto dei soli.
E però ell’era in quello spegnersi crepuscolare, silente e rossastra, quasi dolente per la morte di una sua creatura. Non gracidò una rana, non gridi d’anatre emigranti, dall’alto, nè cenni di vita da lontananze: non fu un tinnire che piangesse il crepuscolo; ell’era chiusa come da insuperabili barriere, sicchè sola nel mondo pareva e tutto il mondo in lei.
Sull’acque aperte a tratti i bagliori non si stendevan diritti e dilaganti, ma erano a interruzioni di ombre violacee; gruppi di steli o qualche stelo solitario si levava diritto aprendo una corolla.
Eran mollezze verginali, della stanca verginità delle acque e negli spazi liberi ove più viva si effondeva la luce, sicchè come per fosforescenze proprie la palude abbagliava, il tuffarsi di una rana, il cadere di un chicco di sementa, apriva sulle immote superfici, un allargarsi di cerchi oscuri succedentisi in ritmo fino alle ultime vibrazioni, appena violette nel rosso acceso.
Qualche argine sottile si allungò sotto il crepuscolo perdendosi; la melmosa superfice celata da esili canne, stava insidiosa agli inesperti. E veramente rifulse sotto l’ombra delle canne, fra i giunchi, fra le alghe ove l’acque eran verdastre per l’ombra, come antichi bronzi dissepolti, qualche livido profilo di donna, dalle larghe pupille aperte, chiare e verdi, di un singolare stupore. Le alghe attorcigliandosi, come rettili lenti, alle carni, ai capelli; le alghe dei fondi oscuri nate dalla putredine, per loro lento vibrare, davano all’irreale figura apparenza di cosa viva, sicchè essa si animò nel silenzioso stupore e dai larghi occhi immobili, sinistramente, come dolorando vibrò insidie, tetra medusa delle solitudini.
Più discosto un fauno rise di un ampio riso acceso di libidine, nel dissolversi delle cose, sotto le acque immobili.
E sorgevan corolle e steli esili, e foglie acute come lame, ma non v’era alito che le smovesse; lo spengersi del sole dava al solitario paese come un senso di tristezza e di paura.
Miseria andò curvo nella strada interminata. Un uomo che riedeva dal lavoro (passò con la giacca sulla spalla ed alta la falce sul capo) gli augurò:
— Buona sera e buona pesca.
Miseria tacque, l’altro si rivolse a guardarlo stupito, ma poi proseguì silenzioso e forte, sdegnando.
Miseria molto andò, finchè l’ombre furon vicine. Il silenzio era nel suo essere e nelle cose.
Poi una vena gli tremò presso il core. Sollevò il capo, gli parve d’esser chiamato.
Un piviere trascorse nell’aria ridendo, era un riso lo stridulo grido, un riso inumano. Si attenuò, si perse e ancora il silenzio.
Si guardò attorno: solo! Vicino a lui era una pietra miliare e vi si assise.
Una ninfea presso ai suoi piedi fermò il suo sguardo, il bianco de’ petali condusse il suo pensiero ad altre cose. Vide una piccola bocca di bambina morta: Mariella! Una bocca bianca, ove a bacio a bacio s’era esaurito il sangue fino alla morte. E le labbra stavano ancora socchiuse, ancora inesauste come la corolla di ninfea: Mariella! Il sorriso di un mattino: la sua bocca trovò quel nome quasi cantasse.
Udì salmodiare, luccicaron molteplici fiaccole, caddero fiori: una vena presso il core, batteva, batteva, batteva.
Scivolò lentamente dalla pietra sulla terra, le gambe si stesero tanto che i piedi sfiorarono l’acqua.
Ancora un grido, ancora un riso lungo interminato scivolò negli azzurri. E le voci furono nel suo orecchio:
— Miseria canta, balla. Il trescone! Il trescone!
Lo tiravano, lo spingevano, lo punzecchiavano.
— Miseria, Miseria, Miseria...
Balbettò:
— Lasciatemi morire.
Poi chiuse gli occhi, ebbe una voluttà di sonno, una voluttà di pace.
Passavan tutte le cose buone: la sua donna, la sua bambina. Erano vestite di bianco, Francesca conduceva Mariella per mano. In qual paese? Non sapeva: — Dove andate? — Gli accennavano: Vieni vieni vieni. Gli pareva che ci fossero dei gigli, che ci fosser de’ pioppi alti e del sole. E si allontanavano ed egli non poteva seguirle.
Rivolgendosi ad ogni passo lo chiamavan ancora, sempre, con la mano; ma egli non poteva andare, non poteva.
Presso il core la vena accellerò sempre più il pulsare come martellasse.
Esse erano partite ambedue per lo stesso destino. Tornavano ora, tornavano più vive che mai.
Ma poi sentì che soffocava, tentò di rizzarsi. Da lontano giungevano altre grida, altri cachinni, ma ora innumerevoli e selvaggi. La mente sua immaginava l’ultimo tormento. Una turba l’attorniò (tutti giovani accesi, avvinazzati) e danzò attorno a lui gettandogli ciottoli.
— Prendine, prendine.
— Lasciatemi, sono vecchio, stanco.
Ma la turba cresceva, sempre, vivace e gagliarda. Lo insultava calpestandolo perchè voleva il riso, il riso ancora, la gioia fino ad esaurirsi.
— Via, su, il trescone, il trescone!
Eran mille suoni, una ridda ed uno schianto. Lo prendevano, lo colpivano atroci e veementi per la crudeltà del riso.
— Miseria ancora il trescone, ancora.
Gli si appesantiva il capo.
— Troppo forte, ah! troppo forte.
Poi d’improvviso un giovane gli si accostò, lo prese alla vita e lo strinse forte tanto da soffocarlo, finchè egli stese le braccia e gridò:
— Mi schianti il core.
E dagli abissi furon sopra il suo capo le urla.
Ricadde.
Repentinamente la vena vicino al core cessò di pulsare, vide egli in un attimo ancora la bianca visione di pace; Francesca e Mariella con la mano accennarono:
— Vieni! Vieni!
Posò il capo vicino alle acque e sorrise nell’alito della morte.
Uno storno d’uccelli migratori si allontanava gridando acutamente nei larghi spazi, in turbinio veloce.
Un pellegrinaggio (Impressioni)
Forse qualche frate misericorde avea eretto la croce sul culmine del monte.
Dicevan gli avi dai bianchi capelli ch’essa era stata sempre lassù, diritta sul monte, sicchè la sua origine ignota per memoria di popolo si perdeva nelle tenebre. Nessuno pensava di dirne alcuna cosa, essa era come il monte di granito; l’uomo vi passa e si umilia, chè il pensiero dei semplici si chiude come il corso del sole fra due limiti insuperabili: ciò che è, è per forza di Dio, ed è stato in eterno.
E sulle albe, sui tramonti, quando le campane annunziavano dai culmini o dalle valli, l’evolversi della vita fra due confini, chiunque fosse sul monte al lavoro, chè molti prima della luce aravan già la terra sotto il propiziare di qualche stella; chiunque fosse nelle valli, nell’ombre umide del profondo e vedesse nel cielo erigersi la croce, curvava il capo scoperto, benedicendo.
Così i giovani, forti del loro sangue novo, forti della prima vita tutta di vincoli d’amore, sì per la donna, come per l’ultimo stelo dei campi; così i vecchi curvi e tremanti, più lontani dai cieli del pensiero, e più prossimi alla pace che la terra, aprendosi benevolmente, avrebbe data loro.
Era quello il monte più prossimo al cielo, brullo, grigio per mille macigni ammonticchiati; una strada che saliva serpeggiando rompeva sola con una nota bianca e stridente l’uniformità grigia del granito. Ma tutt’intorno eran altri monti verdi per ricche vegetazioni, coperti di selve di castagni e di quercioli sulle cime, più bassi erano ulivi e vigneti.
La valle che si apriva al sol di levante, accoglieva la maggior parte delle case, le altre eran sparse sulle chine, o nascoste da macchie d’alberi, o bianche serenamente fra il verde.
Viveva là una tribù, una specie di tribù primitiva, semplice e rude.
Lontanamente nei secoli, qualche orda raminga, sedotta dalla fertilità del luogo, sostò ivi e presavi di poi dimora con largo intendimento gettò il primo seme.
E siccome la terra dette grande messe e dai solchi appena smossi, verzicando rigoglioso il grano empì la valle, con l’amore della terra, crebbe l’amore fra gli uomini e il numero esiguo lentamente si moltiplicò nel trascorrere del tempo.
E la valle e i monti intorno sorrisero per nuovi abituri, per nuovi figli laboriosi, sicchè i campi si accrebbero e dove attorcigliata a fusti cresceva selvatica la vite e gli uomini appena notavano i suoi frutti, ora per cura paziente si stendeva in un molle abbandono e dava al sole le bacche o dorate o sanguigne.
Così nelle menti ignare dal principio de’ secoli non altra cura o pensiero visse, se non quello della terra. E la gran madre seppe ammaestrarli. Essi vider gl’inverni, vider le cose addormentarsi e tacere, udirono il gran silenzio de’ campi, il raccoglimento straordinario dei terreni bianchi per nevi recenti e pensarono: — La terra dorme è tempo di riposo — e si raccolsero nelle case. Mandaron così i primi camini il loro fumo d’argento in alto, verso i bianchi cieli.
Così sulle albe qualcuno che guardò di lontano le molteplici trame di fumo unirsi in alto in una sola nube leggerissima, come di metallo inconsistente, vide (forse era in lui il primo germe del poeta) vide una bianca figura benedire in atto d’incomparabile amore.
E mentre gl’inverni tacquero, nelle solitarie case sorrisero i primi raccoglimenti famigliari.
Quando fischiò la bufera imperversando l’uomo sentì inconsciamente la dolcezza del raccoglimento, la fortezza che ne proveniva nell’essere uniti, nel vivere l’uno per l’altro in vincoli di fratellanza.
E ancora: i vecchi sapienti per lunga vita, insegnarono ai fanciulli, tremava qualche fiamma nel rude focolare, come il seme si sparga, come si prepari il terreno, ed anche impartiron loro i primi elementi di una semplice morale.
Essi vider le primavere, vider dai rami protesi piare soavemente le gemme, la valle non apparve più una distesa di terreno triste, ma si raccolse per una sequela di frondi, per una fiorita di messi, ed anche sul monte furon macchie di color vivo, i melograni: i mandorli narravan così l’annuncio del risorgere. La terra sorrise ed essi si dissero: — È tempo di vita. — E come l’anima si univa per inconsapevoli legami a tutto l’operare dell’ignote forze di natura, sicchè un desiderio di espandersi premeva forte all’intelletto, qualcuno, forse nel ricordare la donna, nel guardare un’alba sui monti o il trascorrere d’acque fra steli, parlò alto e la sua voce tremando si modulò nei primi rudimenti di un canto.
Era tempo di vita e il lavoro non era pena. I campi s’impressero delle loro orme, ma ove sorgesse uno stelo, non vi fu zolla calpesta.
Impararono l’amore, l’amore pei cieli e per il chicco di sementa; la donna anche che nella pace del riposo s’ingentiliva, ebbe dal compagno un pensiero che non fu di desiderio.
I monti furon salda barriera, il vento non lasciò cadere nei solchi aperti un seme di zizzania.
E così la terra nell’evolversi delle altre stagioni, per ogni periodo ebbe ammaestramenti savi e gli uomini rudi impararono ed ebbero sempre più maggior reverenza per la gran madre.
Trascorsero secoli e secoli. Furon dimenticati gli antenati, ogni generazione ebbe il ricordo della precedente nè altra memoria; d’altra parte non visse intelletto di potenza superiore alla comune.
La vita loro si chiuse, si delineò e trascorse uguale e soddisfatta; passaron gli uomini sulla terra come il succedersi delle stagioni, sempre ugualmente nei secoli.
Solo un avvenimento lasciò traccia di sè ed assunse la grandiosità del mito. Fu un raggio d’improvvisa luce che trasse le anime concordi alla fede dei cieli. Si narrò di un’apparizione. Improvvisamente, in un’alba, dal monte squillò una campana e una voce più sonora del turbo chiamò a raccolta il popolo, e tutti, tutti come per forza nova andarono.
Anche i vecchi cadenti saliron la ripida china, anche i malati e i fanciulli, e chi lavorava ne’ campi gettò la marra e si avviò al monte.
E il popolo udì l’avvento di un Dio disceso in terra e morto per l’intera umanità sulla croce.
Così per la prima volta agli ignari un ignoto apostolo, parlò di Rabbi Gesù e l’anime semplici si empirono di fede.
Il popolo seppe che Iddio era disceso per redimere gli umili, per umiliare i potenti; ma l’uomo che loro tali cose disse non fu ricordato se non come una figura estremamente lontana.
Poi che la nuova fede si espanse, chi aveva visto la morte come un silenzio, si prostrò, la faccia sulla terra ed adorò piangendo, Cristo, il Signore!
Gli uomini rudi e diritti furon come ferro nel fuoco, le donne stanche e le vergini, alzaron le braccia invocando e tutta la valle e tutto il monte intorno fu convertito alla fede di Cristo Gesù.
Il popolo ricordava il grandioso avvenimento, come si ricorda un sogno incerto.
Non così della croce; ell’era tragica ed oscura stava sugli abissi, nei luoghi altissimi, simbolo di morte e di redenzione.
Epperò ell’aveva il fascino dell’ignoto, era la sfinge dei semplici che dalla pura fede passano al fanatismo idolatra del simbolo.
Gesù non era in lei, l’uomo rude non seppe elevarsi; la croce dei culmini fu come le cose incomprensibili e mute.
L’uomo la temette e l’adorò.
***
Ogni anno, sulla fine di febbraio, agli inizi della nuova stagione, il popolo adunatosi, saliva in processione verso la croce, sul monte.
Era quello il pellegrinaggio della disperazione, poichè ognuno in quel giorno, presi tutti i suoi dolori, gli antichi e i recenti, sotto la pena, andava come al Calvario, per implorare la grazia. Chè sotto al sole son due cose impellenti, la vita e il dolore; ovunque la vita germini, il dolore penetra, contorce, disforma.
Se un uomo dirà ad un suo simile: — Io son con te difendiamoci! Avrà segnato un patto di fratellanza, ma non si sarà difeso da chi veglia su lui nelle tenebre e cerca il varco per infiggergli nell’anima l’assillo del tormento.
Così che anche nella fruttifica valle, anche sui monti ubertosi, ove per apparenze dolci e solitarie, ove per straordinarie paci, parea regnasse la gioia, la gioia della semplice vita che si contenta di sè stessa ed aspetta la morte come un frutto, era disceso il sinistro fato della tenebra, ed aveva lasciato cadere a larghe mani sulle case remote, sulle case che si stringevano dappresso, come in allacciamenti, il suo veleno.
E come nei secoli era avvenuto, anche in quel giorno, mentre il sole accennava a disparire, il popolo s’adunò.
Era luogo di ritrovo uno spiano, nella valle. Ivi convenivano da tutti i dintorni i fedeli, non uno che si potesse trascinare s’indugiava nelle case; anche i malati, se pur qualcuno non era presso ad esalare lo spirito, venivan portati a braccia faticosamente.
Man mano che il sole scendeva, il gruppo nero sempre più si allargò quasi tumultuante ed alla massa ogni tanto qualche atomo si aggiunse, qualche atomo che fu come una vibrazione nel punto in cui si aggiunse.
E non era una voce isolata, era bensì un murmure, chè ai gemiti si univan digià le preci. I malati avevan negli occhi il sole. Tutto era sommesso, tutto palpitava all’approssimarsi di un avvenimento straordinario, le anime si univano in vincoli di timore, dall’alto pesava su loro la croce granitica, il mistero dei cieli.
Le acque han così nell’apparente pace, il turbamento interiore, presso alla voragine. La folla cresceva di minuto in minuto e per ogni dolore aggiunto alla massa si aggravò il murmure, crebbe l’aspettazione ed il tormento.
La terra si copriva di ombre. Tutt’intorno scendevan velari, qualche albero si lanciò diritto ad accogliere il sole sulla cima.
Chi sentì presso la sua, la spalla del compagno, tremò per due martirii; chi vide un vecchio implorare, pensò un sepolcro senza sole; nessuno drizzò il capo al cielo, tutti stettero chini, scoperto il capo, aspettando la pace.
Ma vi fu chi gridò alto:
— Signore! Signore!
Sicchè molti capi si rivolsero guardando. Una pazza giungeva vestita di scarlatto, co’ capelli disciolti, lunghi scarmigliati intorno al volto acceso, ella aveva una veste vibrante, scomposta come l’anima sua.
— Signore, Signore!
E poi che fu presso la folla sostò, girò attorno il largo occhio strano, e si gettò sulla terra gridando. Fra il murmure della turba si scolpì una parola: — Misericordia! Poi anche la pazza si compose con gli altri e tacque.
L’aspettazione imperò come una paura, mille orecchi avevano ronzii.
Doveva udirsi una voce prima che la turba prendesse l’andare e la voce era lontana e vicina; incalzante e fatale.
La terra scendeva nell’ombra sempre più, nell’alto tutto era raggiante.
Poi un cuore, mille cuori, pulsarono veementi e tutta la folla cadde in ginocchio.
Dall’invisibile (non era quella l’usata campana delle albe) discese un suono acuto ondulando. Una serpe passava nell’aria, attorcigliandosi vibrando come mille bronzi su torri, e sotto il suono fu il silenzio della concentrazione mistica.
Lontanamente si udì salmodiare:
Occurrunt turbae cum floribus et palmis...
Dietro gli alberi, fra le siepi lontane, saliva il salmo come da tutti i germi della terra. Poi si vide il bianco delle stole, si udiron molte voci di bimbi e di fanciulle. Il Signore veniva nel sacramento fra i cantici.
Ancora nella folla si mantenne il silenzio. Frattanto la campana pulsava affannosamente nel respiro reiterato del grido, ma le voci unite, più vibranti salivano, vincendo il suo strazio.
«Cum Angelis et pueris fideles inveniamur.....»
...... triumphatori mortis, clamantes.....
Sorridevan lontanissime le nubi bianche nel sole.
«Hosanna in excelsis....»
La turba ebbe un fremito, si approssimavano le voci, il sacramento; la campana gridava stordendo, nell’alto, negli abissi.
Un turbamento, una passione, un martirio sottilmente s’infiltrava, scuotendo tutte le fibre. Non furon più mille anime, fu un’anima sola, grande, implorante e addolorata. Ella si accasciò, si torse, ebbe un’impeto convulso, sicchè nel murmure che lentamente si accrebbe, quasi acqua in rovina, improvviso, gagliardo, irruente sorse un grido, più alto di un fragorio di acciaio infranto.
«Hosanna in excelsis..... Hosanna!»
I cantori si avvicinarono; precedette un giovanetto. Era egli biondo e gentile, aveva in sè qualcosa di soave, come le nubi di fumo che lanciò dal turribolo, orando; e dopo lui, molti passarono in bianche stole, finchè il vecchio parroco ricurvo, alte le mani reggenti il simbolo di Dio, si fermò presso la folla..
Egli si rivolse, fece l’atto del benedire e mormorò:
— Procedamus in pace. —
Risposero i cori:
— In nomine Christi Amen. —
Poi proseguì. Andarono dietro lui i giovanetti e le vergini salmodiando, e tutto il popolo lentamente si dispose a partire.
Il sole ancora irradiava la valle a ponente, sicchè per tutta la china di quel versante eran luci vive, dall’altro lato si addensavano umide ombre. Poco lungi dallo spiano, si apriva la strada del monte, il biondo fanciullo già vi si inoltrò e salì per la bianca via sull’infranto macigno, che gli ultimi della folla ancora si ordinavano per la salita.
Tremarono i ceri sorretti dai fanciulli e dalle vergini, i bianchi ceri propizianti e per l’alito delle voci le fiammelle si ripiegarono.
Il salmodiare allontanandosi si innalzò, venne dalle altitudini.
La folla andò compatta come un sol corpo, si stese sulla via, scomparve dietro un macigno, ricomparve sull’argine del precipizio, nera, uniforme, fatale. Il pispigliare fu come di mille abeti in notte autunnale, gli abeti delle sommità che gemono al vento dei mari, venne a tratti senza suono di parole decise, ma si fuse coi cori in discontinue cadenze.
Chi ebbe affanno nel salire, trovò il braccio che lo sorresse e lo sospinse, chi si esaurì nel portare un malato ebbe l’aiuto del vicino, del fratello; non mai come allora, in nome della fede, la folla si sentì solidale ed una. Era l’idea. — Essi andavano come al confine dei cieli, ai confini della morte; tutti aveano sulle spalle la croce e sulla fronte i rovi.
Un Cristo novello era nell’anima di ciascuno. L’invidia e l’odio si tacquero; chi girò gli occhi attorno vide su mille volti il suo dolore istesso. Di fronte ai misteri anche l’anima degli ignari rimane nuda inconsciamente. Ciò che la vita e le abitudini possono avere lasciato in lei, scompare; i tratti che la diversificano dalle altre, si annientano; la forza prima rimane ed impera, questo fa sì che molte anime si fondano in una come un’unica fiamma.
La campana si tacque, la valle ebbe il silenzio, e un’ombra violacea, mentre la turba si era allontanata e le cime cominciavano a tingersi di fuoco.
In alto, nelle ultime ritorte della via, ormai confuse col grigio del macigno, era un agitarsi di cose informi e silenziose; nel tramonto passò qualcosa di solenne.
— Cum ramis palmarum, Hosanna clamabant in excelsis.... —
Il biondo giovanetto entrò nella vasta spianata ove s’erigeva la croce sulla cima del monte. Egli entrò salmodiando, chinò il capo e lanciò dal turribolo larghe spire di fumo, poi procedette verso la croce e s’inginocchiò. Dietro lui seguirono i cori, seguì il vecchio prete e la turba.
Il monte granitico si elevava sugli altri tanto da dominare lo spazio all’intorno. La luce vi batteva direttamente così chè man mano che le figure salivano, s’illuminavano ad un tratto nel grande folgorio del sole. E sempre, e sempre dall’ultima ripida ascesa, comparivan uomini, vecchi, fanciulli ed ogni volto poichè fu contro al sole s’accese e folgorò.
Il tramonto era rosso, privo di nubi e sotto al tramonto si stendeva un piano, fra nebbie rossastro, interminato. La croce granitica stava alta e rigida nel tumultuare di mille corpi; radiosa e cupa, pareva sanguinasse.
Poi che tutti furon radunati sulla sommità, il prete alzò le mani e un silenzio imponente tutto intorno regnò.
Egli disse le laudi; il biondo giovanetto rispondeva con la voce sottile e carezzevole. Ciò ebbe la durata di alcuni minuti. Poi il sacerdote si rivolse alla folla ammucchiata.
— Ecce lignum Crucis in quo salus mundi pependit. —
Ad un tratto, vibrando, le squillanti voci dei cori risposero.
— Venite adoremus. —
E fu l’invito. Mille braccia si protesero, mille grida salirono turbinando nell’aria; uno spirito convulsivo travolse la turba, sicchè per la foga del dire, le molteplici implorazioni si fusero in un grido unico e selvaggio. Sulla larga spianata del culmine, sotto il sole moribondo, di un rosso acceso, come invasa da un folle senso di martirio, la turba si contorse in un febbrile fanatismo cieco.
Nell’ansia di prostrarsi alla croce, di baciare il macigno, si sospinsero, con furore gridando; chi fu calpesto e si rialzò col volto sanguinante, si lanciò più accanitamente verso la croce.
I bambini, le donne, i vecchi, le più deboli creature, trovarono la forza di aprirsi un varco, di giungere al macigno.
— Gesù, Cristo Gesù, fate la grazia, fate la grazia.
Una donna pallida e macilenta (le si erano sciolti i capelli nella ressa, pochi capelli lisci e sottili) alzò fra le braccia un bambino, una povera creaturina deforme, che penzolò nell’aria come un cencio e socchiuse gli occhi mugolando contro il sole.
Ella ebbe una voce metallica ed aspra, parve che gridando così si schiantasse.
— Signore, Signore, guarite il bambino mio, Signore, vi darò la mia vita.
E più disse e più si affannò, finchè esausta fu travolta da sopravvenienti.
Quando fu al largo si asciugò la bocca con la mano e sulla palma vide una traccia di sangue. Il sole l’avvolgeva come nella porpora; diritta sull’abisso ella guardò il mare di nebbie fluttuare, il suo occhio contro la luce si allargò addolcendosi:
— Signore, Signore il mio povero bambino, fate ch’io lo conduca fino alla vita.
S’interruppe, sentì nella gola sgorgare uno zampillo, sentì sconvolgersele il petto, tossì e lo spasimo la costrinse ad abbattersi sulla terra, poi dalla bocca contratta rigettò larghi flutti di sangue. Nessuno si rivolse a lei, nessuno le tese una mano. Ella guardò il rosseggiare oscuro del sangue, si strinse il petto che le ardeva in ispasimi atroci, ebbe l’idea di un’orribile morte e curvato il capo sul seno del figlio stette muta; non maledì, pianse.
Poi vi fu un urlo che superò il tumulto; la pazza si rizzò sulle spalle dei vicini, sì che metà della sua persona apparve contro al sole diritta e fiera. La testa gettata all’indietro, turgidi i muscoli del collo, tutta la faccia contratta, alcune vene le si erano gonfiate come corde. Ella scuoteva il capo sì che i capelli disciolti turbinavano nell’aria; sul viso ebbe tutto il sole moribondo.
— Cristo, Cristo...
Il tumulto si tacque. Facendosi il silenzio attorno a lei, aumentò il suo strazio. Una convulsione scosse tutti i suoi muscoli orribilmente, ad ogni pulsazione del cuore torceva il collo gridando, il petto le si agitava rapido, convulso, pareva si fosse schiantata in lei qualche vena e la vita si accellerasse al suo termine.
Ad un tratto s’irrigidì, la bocca socchiusa, gli occhi aperti sull’abisso. Alta nel sole, dominante la turba avvilita, rimase come una statua spaventosa.
Vi fu il silenzio che precede le cose solenni. Ella si curvò lentissima guardando lo spazio e nell’estrema tensione dei nervi scattò in un urlo e cadde morente sul granito. Il prete la benedisse. Di poi come un lento divampare ricominciò il tumulto.
Ciascuno narrò la sua pena ad alta voce, non altri poteva udire se non Gesù. Già le ombre scendevano, era nell’aria maggior limpidezza, all’occaso pareva si stendesse una catena di monti infinita e lontanissima, di un inarrivabile paese; vi fu una dolcezza di anime esauste, nel languore del vespero primaverile.
Così sulle anime in pena aleggiò lo spirito di Dio e si sparse intorno la dolcezza di una prossima notte serena.
La terra richiamava i figli lontani. Le grida diminuirono, fu l’esaurimento delle ultime onde sulla spiaggia. Si udirono preci sommesse, tremiti di voce, molti s’inginocchiarono in disparte, la croce si addolcì in una luce estrema.
E salì di molto lontano il suono di una campana, salì dalla valle salì dall’ombra. Pulsava in essa come in intreccio di vene, un flusso di sangue, il ritorno alla vita, alla norma semplice della vita, sì che ognuno sentì lenta in suo cuore trascorrere una beatitudine. Ogni gemma aveva messo in quel suono un suo invito, ogni albero uno stormire sommesso e trepido come la voce di un bimbo. Era una chiamata solitaria e continua dal fondo delle valli, dall’ombra.
Si ristabilì l’ordine tenuto nell’ascesa: Aprì la via il biondo giovanetto, seguirono uomini in bianche stole, poi il vecchio prete e i cori e la turba.
Le vergini e i fanciulli non più avevano i bianchi ceri tremolanti, stavano ora con le mani intrecciate. Passarono a due a due di contro al cielo, come angeli. Le vergini avevano bianche vesti e portavano fiori sui capelli disciolti, alcuna fra esse era veramente pallida ed esile, passavano a due a due contro al cielo, quasi bianco, silenziose e tristi, pareva si dovessero perdere col crepuscolo.
Seguì la turba compatta e mise nel cielo una traccia nera. Solo le teste a quando a quando si scolpivano nei contorni.
Fu il lento trascorrere di una visione sulle sommità. Tutta quella folla d’anime scendeva nell’ombra, rassegnata, riportando ciascuna la sua croce.
Parea che la risposta dei cieli a tutto quel pregare, fosse come la biblica condanna:
— .... tu mangerai del frutto della terra con affanno, in tutti i giorni della tua vita. —
L’agguato
Innocenzo tirò le redini ad un tratto, il cavallo fece qualche sobbalzo, s’inarcò e puntate le gambe di poi rimase immobile e ritto, fiutando. D’innanzi a lui, sulla polvere, una donna era stesa senza moto. Il vecchio discese e la raccolse.
L’adagiò sui cuscini del bagherino e spruzzandole acqua sulle tempia cercò di farle aprire gli occhi.
Poco tempo trascorse ch’egli vi riuscì. Quand’ella girò attorno l’occhio acquoso, sorrise. Innocenzo le appressò alle labbra una sua fiala che aveva seco sempre, ed ella bevve sorseggiando appena e le gote ebber qualche rosseggiare nuovo di vigoria. Poi si rialzò e si assise.
Il vecchio risalì sul bagherino, riprese le redini e dette l’avvio.
Tutto ciò avvenne senza atto di sorpresa nè parola nessuna; egli dette il suo appoggio, l’altra accettò in riconoscente silenzio.
Fra gli uomini rudi la bontà si esercita come un dovere religioso.
Poichè il cavallo riprese il trotto, la donna si scosse e parlò.
— Andavo a San Zaccaria.
Il vecchio si rivolse:
— Vi ci accompagno.
— Grazie.
Mentre egli la guardò ebbe un aggrottare lieve del ciglio, il suo pensiero si raccolse, ancora la sua voce forte vibrò:
— Voi siete Malusa?
Rispose la donna.
— Sì.
E chinò il capo. Poi gli toccò un braccio e timidamente disse:
— Se volete, vado a piedi, mi sento bene.
Innocenzo alzò le spalle:
— No, vi accompagno.
Malusa si rintuzzò, si raccolse, cercò ogni modo per occupare il minor spazio possibile e non alzò il capo mai, nè gli occhi, assecondando con tutto il corpo le scosse del bagherino. Ancora le sue vesti erano bianche di polvere, sotto il labbro aveva una ferita sulla quale il sangue raggrumato e la polvere avevan lasciato un solco nerastro; tutti i capelli aveva in disordine, il volto immobile, nelle linee quasi di pietra, parea un’antica maschera di dolore.
Innocenzo non si maravigliò di trovarla sul suo cammino, molte volte nella pineta l’aveva incontrata; ella raccoglieva le erbe e componeva filtri speciali per incanti e magie. A questo suo mestiere era stata costretta, altro non le sarebbe rimasto per vivere, la superstizione cieca e il destino ve l’avevano costretta.
Ella non sarebbe potuta entrare in nessuna casa, i giovani bensì andavano a lei per averne qualche aiuto nell’amore. Dava le polveri che avrebbero avvinta qualsiasi volontà contraria al desiderio dell’amatore. Diceva con la voce fessa:
— Ella verrà da voi, questa essenza ha la magia della luna di luglio. — Poi tendeva la mano per avere il frutto del suo inganno.
Era temuta e fuggita, le donne toglievan la polvere dalle orme sue per farne sul focolare gli scongiuri. Passava di rado fra la gente, quando vi era costretta lo faceva a capo chino e in silenzio, d’altra parte tutti le facevan largo con timore.
Ora ella era perplessa e stupita dalla bontà d’Innocenzo, nella vita sua, per la prima volta le accadeva d’essere trattata con rispetto e alla pari di qualsiasi altra creatura umana.
Quasi morente fra la polvere egli l’aveva raccolta e curata; ora, sotto al sole d’agosto, la conduceva via tenendosela accanto senza alcun sospetto di male.
Lo guardò di sottecchi come una timida bestia che tema e si umilï per il perdono. Egli aveva l’occhio chiaro e vivo e conduceva il cavallo veloce, come un giovanotto gagliardo. Malusa rise di compiacimento, pensò: Innocenzo vincerà anche il demonio.
Avrebbe voluto parlargli per dirgli la sua riconoscenza e fargli palese il suo cuore. Sentiva dentro di sè un bisogno intenso di dire, che le faceva tremare la gola come per singhiozzi. Ella non era poi l’orrida fornace ove un fuoco malefico avesse arso tutto lasciando solo cenere nuda, senza traccia di scintilla viva; ella non era il male ed il terrore, non la tenebra oscura e lo spavento, c’era nella sua anima buia tanta potenza di bene da empirne il mondo. Ma chi era salito mai alla fonte per appressarvi le labbra? Chi mai aveva detto: — Malusa, tu sei buona ed io lo so, aiutami nel mio dolore? — Ella allora se avesse trovata improvvisamente vicino a sè, un’anima che l’implorasse, avrebbe lacerate anche le sue vesti per coprirne le piaghe, s’egli fosse stato un ferito; avrebbe dato anche la vita per quel sole che una volta almeno scendeva nell’anima sua a ricercarne la bontà. Dover sopprimere per condizione d’altri ciò che si ha di buono in sè stessi; dover passare con la maschera eterna della finzione; esser costretti senza limiti su di una via fatale fino alla morte; aver bisogno di sole, sentir la larga voluttà del sole ed esser forzati alla tenebra; aver volontà di canto e dover tacere in silenzio; soffrire soffrire soffrire infine isolati, nel silenzio della paura, era certo la condanna di un demonio. Ella credeva nella sua mente squilibrata di aver stretto un patto con le tenebre.
Pertanto disse timidamente e cercò quasi un sorriso nella parola:
— Cosa debbo darvi io, poi?
Innocenzo ne ebbe maraviglia.
— Ma per cosa?
— Per ciò che mi avete fatto.
Il vecchio alzò una spalla.
— Nulla Malusa, volevate che vi avessi lasciato morire?
Ella si tacque (nella sua semplicità, non seppe trovar altro) mormorò fra le labbra una preghiera per raccomandare a Dio, a costo della sua vita, quell’anima d’uomo che le aveva fatto del bene.
Il bagherino passava velocemente sotto al sole, i pochi uomini che si trovaron sulla via, si volsero a riguardare con istupore. Qualcuno pensò: — Forse Innocenzo l’avrà colta mentre rubava e la porterà in prigione. E qualche altro: — Innocenzo è vicino alla morte. — Tant’era ritenuta malefica la vicinanza di Malusa.
Presso un gruppo di case il cavallo s’impennò per l’ombra di una veste scarlatta stesa al sole e siccome la via era selciata in quel punto, gli zoccoli ferrati scalpitarono sordamente. Molte donne accorsero sugli usci. Improvvisamente dalla siepe sbucò un piccolo fanciullo e corse in mezzo alla via. La bestia cieca dall’ira gli fu sopra. Un aspro grido di orrore si levò, ma le salde braccia del vecchio attorte alle redini, vigorosamente in un urto violento atterrarono il cavallo. Il bambino era salvo.
Fu allora che le donne si avvicinarono irate.
— Strega strega!
— Ti farà morire, è la strega, non la conosci?
La madre del bambino, una piccola donna gialla e biliosa, si accostò con gli occhi luminosi e le labbra livide che mostravano i denti. Gridò tendendo le mani:
— Ammazzala!
Innocenzo scese e poi ch’ebbe fatto rialzare il cavallo, si volse alla donna e:
— Che vi ha fatto di male?
Urlarono le più prossime:
— È la strega, voleva uccidere il bambino.
Innocenzo salì, riprese le redini. Disse poi:
— Siete pazze; ella non ne ha nessuna colpa. — Dette l’avvio e ripartì.
Le voci tacquero e la calma strana del pomeriggio d’agosto stette come un peso su tutte le cose.
Malusa non si era smossa dalla sua primitiva positura, rannicchiata in un angolo del bagherino aveva ascoltato tutti i vituperi con rassegnazione. Anche se avesse visto un mazzapicchio alto sul suo capo, non avrebbe fatto atto alcuno di salvamento, avrebbe bensì stretti gli occhi aspettando la morte.
Innocenzo aveva visto tutta la sua miseria. Ella si doleva in sè stessa nella convinzione d’aver procurato quel male.
Un crescente dolore era nel suo essere; ella anche gli era di male augurio, rendeva male per bene e senza che lo volesse.
Ma però in qualche modo Innocenzo doveva intendere, chè se avesse taciuto, certo la coscienza dell’uomo non poteva essere se non mal disposta, e le premeva ch’egli la sapesse almeno incosciente, disgraziata, vittima del destino.
— Innocenzo fatemi scendere.
— E perchè?
— Non voglio portarvi male.
Egli si rivolse e sorrise, mostrò un sorriso come una gioia, un fanciullo ed un santo.
— Via, state quieta, fra poco saremo giunti!
E si tacque nè più la guardò.
Ella non potè contenersi e disse:
— Il Signore vi benedica.
Poi chinò il capo ed abbassò gli occhi come s’egli dovesse dolersi di ciò e qualunque sua parola fosse un veleno per lui.
Ma in fondo a quella umiliazione era una gioia serena e grande e luminosa come per mille astri; sentiva nascere e crescere in sè stessa un germe che le dava una grande felicità come non mai; avrebbe singhiozzato sulla rupe, sotto la neve, nel fuoco; avrebbe voluto nel suo corpo tutti i martirï, tutte le sofferenze per poter gridare: — Innocenzo, Innocenzo io vi dò il mio dolore per la vostra bontà; io vi dò l’anima mia, non posso compensarvi in altro modo se non soffrendo! — e torcersi fra gli spasimi, ed esser donna nel suo ultimo sorriso di sacrificio.
Un essere fra i maggiori, un uomo ch’ella non avrebbe osato guardare, grande ed eletto fra mille, si era curvato fino a lei, l’aveva protetta, sollevata, difesa con la sua mano, dalla morte, dagli uomini, da tutte le persecuzioni; le aveva parlato con dolcezza come ad una creatura giovane e semplice; l’aveva tenuta accanto a sè senza temere i malefici che erano con lei sempre; l’aveva salvata infine da due martiri e senza superbia alcuna, come se avesse posato un bacio sulle guancie di un figlio suo. Adunque egli era un Dio? Era il Signore?
Malusa avrebbe compiuto l’atto più umile con entusiasmo pur di potergli rendere qualcosa, di entrare nella sua grazia per qualche atto suo. Era tormentata, i suoi pensieri si succedevano a scatti, come una luce che simultaneamente risplenda e scompaia. Non vi era nervo nella sua persona che non tremasse, avrebbe voluto gridare, non piangere. Una esasperazione sempre maggiore s’impossessava di lei, chè a momenti le pareva di entrare in una vita nova, a momenti d’esser presso alla morte.
Aveva visto scendere fino a lei il Signore, nella sua cantina, nel buio e tutto si era acceso per la sua presenza: ora bisognava ch’ella compisse la volontà del Signore. Le sue mani si agitavano convulse, non sapeva ove andasse, a volte la mente le si smarriva senza connettere nessuna cosa, a volte tornava in un pensiero luminoso per darle gioia.
Ella poteva benedire finalmente qualche cosa nella vita; la forza muta del suo essere che ogni giorno più s’innaspriva nell’inerzia e nel disprezzo, poteva scaturire ora violenta nella riconoscenza, ricoprire tutto il mondo, vincerlo, farlo sottostare alla sua volontà. Poteva dire del bene per qualche anima, prostrarsi per qualche essere.
Aveva trovato un legame per riaccostarsi a Dio. Una mano si era tesa per farla salire su di una scalea di marmo verso la porta di un tempio, e le cortine oscure si aprivano ad un tratto, si squarciavano innanzi a lei ed ella vedeva sull’altare, ampio sotto le arcate enormi, in una luce bianca, come di mille argenti, Innocenzo, chiamarla, come un santo, verso la pace, verso il Signore, verso Dio nel più alto de’ cieli.
Si gettava sulla terra ginocchioni, singhiozzando. Innocenzo la guardò e le disse:
— Che avete?
Ella alzò gli occhi lucidi e rispose:
— Nulla.
Poi il cavallo si fermò.
— Siamo giunti.
Malusa discese macchinalmente, senza saper cosa dire, ma quando udì lo schioccare della frusta e vide allontanarsi l’uomo fra la polvere, si gittò sulla via e alzate le mani al cielo gridò come pazza:
— Grazie, grazie, grazie.