LA MADRE (PREFAZIONE)
Nella terra ove io vissi, che mi nutrì fanciullo e che dette agli antenati miei il frutto delle glebe ch’essi con le loro forti mani smossero e resero atte alla fecondazione, ha la mente mia trovato, per osservazione continua, l’avvio a quell’arte alla quale ogni mia facoltà fu votata con amore inesausto. Quella terra sempre, all’occhio dell’insaziabile amante, si presentò nuova e maravigliosa, ricca di vergini bellezze, strana e paurosa, raccolta e soave; ella ebbe la molteplice vita che porta lo spirito alla gran sintesi delle cose; ella ingenuamente mi mostrò, come per dar nuova esca al mio essere insaziabile, le sue miserie e le sue ricchezze, fu mia in tutte le ore e volle farmi sapiente. Per questo l’amai e la benedico ora.
Qui alla buona Terra degli antenati miei mi prostro come un semplice devoto delle grandi cose.
Io vissi fanciullo, quasi incosciente della vita, non che nella mia anima ignara fosse un silenzio perenne e la mia mente non avesse vivacità d’intelletto, ma fin d’allora io era come schiavo di un’anima la quale si dipartiva dalle cose per avvincermi in istrane sensazioni che ancora confusamente ricordo.
Vissi nello stupore come un pellegrino giunto ad una terra promessa che trova, ne’ suoi incantamenti, superiore ad ogni immagine, per quanto vividamente creata da un fanatismo religioso; la buona madre non voleva sciogliermi da sè, ella vedeva il suo fanciullo prostrarsi religiosamente a’ suoi aspetti e lo avvinceva sempre più.
La prima memoria chiara ch’io mi abbia della vita è l’aspetto di un tramonto.
Ricordo il viso pallido del nonno, un viso di tristezza e di pensiero, egli mi accompagnava. Non so dove, nè quando questo avvenne, il tempo non lo saprei precisare, certo l’anima mia era bambina. Andavamo da lung’ora, spesse volte il buon vecchio si dimenticava di me, io lo seguiva con fatica, correndo quasi, attaccato con le piccole mani al lembo del suo pastrano.
Così, ricordo ancora, egli aveva le mani incrociate dietro le reni, il capo basso e a tratti alzava il viso esclamando qualche parola; cosa che non mi rassicurava punto, perchè mi avevano detto che i pazzi parlavan forte quand’eran soli. A me rimaneva per consolarmi il lembo del pastrano suo che era ogni mia speranza, ed ogni mio salvamento.
Ad un tratto il nonno si fermò e si sedette, io rimasi vicino a lui senza parlare; raccolsi da terra qualche ciottolo; raccolsi de’ fiori sui margini dei fossi, poi mi rivolsi e improvvisamente vidi il suo volto rosso acceso e intorno le piante e le siepi animarsi dello stesso colore. I miei occhi ricercarono la sorgente della luce.
Fui avvinto; come una forza afferrò il mio spirito e lo tenne. Era il più tragico tramonto ch’io m’avessi visto mai.
Non so se la sensazione dipenda anche dall’improvvisa rivelazione per l’anima mia, certo un simile terrore non l’ebbi più nella vita.
Guardai ancora il nonno. Egli aveva gli occhi celati da una mano appoggiata alla fronte, forse aveva fatto ad arte per non guardare, sentii il mio capo rivolgersi ancora e tutto mi apparve il cielo.
Io ricordo, non so forse precisare, ricordo un infinito invaso da una fiamma di croco; l’impressione mia fu di terrore, sentiva i miei piccoli polsi tremare, sentivo freddo nel viso e per il corpo mi serpeggiava un brivido continuo. Il sole non c’era più, ma la luce era viva, la luce scaturiva da mille sorgenti invisibili e potenti, l’incendio era di una straordinaria verità, le cose vi si perdevano. Vidi perdivisi i profili degli alberi, i paesi.
E non aveva voce e non aveva un grido, nè un atto mi era possibile. Immerso in un’estasi terrificante, guardavo con la paura di vedermi in preda, da un istante all’altro, di qualche terribile ruina. La sentivo avvicinarsi, mi opprimeva lentamente con l’inesorabile condanna di un’acqua che cresca fino alla gola, fin sopra agli occhi, e non udivo nulla e nulla mi riusciva chiaro all’intorno, solo il cielo animato da una potenza vulcanica enorme e vibrante di bagliori acciecanti.
Forse fu un attimo, ad un tratto sentii scendere dall’alto un urlo raccapricciante, prolungato, asprissimo, che passò, ritornò, si ripercosse, aumentò di vigore senza interrompersi.
D’improvviso sentii il mio cuore pulsare con veemenza, chinai gli occhi e piansi disperatamente.
Ricordo la voce del nonno:
— Cos’hai, cos’hai bambino mio?
Non so cosa risposi, so che poco dopo mi spiegai l’origine dell’urlo; sopra noi era un campanile e le campane ondavano a stormo chè scendeva la sera.
Questa memoria tenne il mio spirito, vario tempo, sotto un giogo d’incosciente stupore ed apri poi il cielo delle mie osservazioni e de’ miei ragionamenti.
Dal senso di stupore passai gradatamente ad un sentimento di ammirazione; pensai che l’universa madre aveva per noi parole che incitavano all’umiltà non già vile, ma cosciente e illuminata.
Vidi l’immensa ironia delle grandezze umane e allorchè passata l’adolescenza, la mia anima d’uomo volle più profondamente considerare, vidi infrangersi una barriera che al mio intelletto avevano creato principi inculcatimi col sangue; e lanciato così nel campo dell’ignoto conobbi il dubbio.
Allora cadde come per incanto il grande edificio dell’umanità, mi trovai a brancolare nel buio, a fissar incessantemente termini perchè la mia ragione umana non si perdesse nell’orrore della pazzia. Risi, dileggiai, ogni cosa mi apparve meschina, ogni azione dell’uomo, inutile. Volli dimostrare il continuo inganno, persuadere l’umanità a starsene queta aspettando la morte, unica cosa meritevole come fine della più terribile ironia dell’universo.
Quando parlai qualcuno mi guardò spaventato, altri rise, altri non intese. Solo un uomo, il nonno, mi disse:
— Non è forse in ciò che tu vai predicando, un infinito egoismo, un infinita superbia?
Tentai una dimostrazione del contrario, il mio spirito turbolento non si sarebbe così facilmente piegato a ragioni avverse, pure considerai il pensiero trovandovi una vera sorgente di bene.
Ma ancora non potevo fissare chiaramente un limite, ondeggiavo fra mille ragioni e il dubbio scendeva sempre a sconvolgere i miei piani. Fu una notte, avevo vegliato nello studio; nei libri non trovavo ragioni sufficienti al mio ardente desiderio di pace; avevo in me il male, il male dell’ironia. Il mio pensiero avanzava, con quest’arme, tutto distruggendo e lasciando lo spirito invano proteso al sapere per trovarvi la calma. Perciocchè tutto cadeva: amore, lavoro, sapienza, bontà, grandezza; tutto era trascinato in questo vortice. L’uomo era un’ombra, una forma, l’inganno più perfetto di un artefice mostruoso.
Lo stato di pena dell’anima mia era intollerabile, così non avrei potuto in alcun modo continuare, necessitava una risoluzione, una fine, era imperioso il bisogno, la tensione dei nervi troppo prolungata, avrebbe finito per spezzare la mia fibra. Ero risoluto di trovare una spiegazione: o il mio spirito sarebbe rimasto soddisfatto ed io avrei trovato una nuova via di ragione, oppure tutto sarebbe finito con un unico atto, vile.
In quella notte mi accadde di temere la morte perchè il mio essere insoddisfatto, che pure aveva in sè energie da esplicare, vi si ribellava con violenza. La ragione e il sentimento lottavano senza tregua, ebbi allucinazioni, che mi parve a volte d’aver raggiunto l’ultima verità e a volte d’essere il più meschino fra gli uomini, un senso chiaro bensì mi avvertiva ch’io mi accostavo al limite oltre al quale la ragione più non ha campo.
In una risoluzione improvvisa mi dissi: Se altri con scienza vive concordemente a natura, indaghiamone il mistero.
Così comparvi nello studio del nonno. Egli mi accolse con bontà, senza meravigliarsi della mia presenza a quell’ora, pareva mi aspettasse da molto tempo con pazienza e che quella venuta per lui fosse certa.
Alzò gli occhi dal libro che ponderava e nel viso ebbe un sorriso calmo, buono, soddisfatto. Vidi il completo equilibrio delle sue facoltà, la perfetta quiete del suo spirito e a un tratto gli chiesi con veemenza, come per entrare subitamente nell’anima sua e coglierla in quello stato di letizia:
— Ditemi, d’onde traete la vostra serenità, nonno; io ho l’inferno nel core.
Egli mi prese una mano; disse:
— Lo sapevo.
Poi si rizzò, mi condusse alla finestra che aperse ed esclamò a voce bassa, come innanzi ad un tempio:
— Guarda.
Era un plenilunio d’aprile, vidi l’insieme in un attimo: un gran mondo assopito sotto l’incantamento della bianca luna. Il mio pensiero, la mia anima, tacquero; io ritrovava l’antico stupore che mi tenne fanciullo.
I miei occhi non distinsero particolari, da quella finestra aperta improvvisamente sulle quete campagne sentii giungere un largo respiro di cose addormentate. Una dolcezza nova mi velò gli occhi, ebbi volontà di pianto; il piano era «solingo più che strade per deserti.»
Solo a capo di una lunga strada che si perdeva sotto alla luna, fra gli olmi ultimi, neri nella massa uniforme, udii andare un carro nel cigolio lento che giunse e una voce cantò, la voce di un bovaro che andava aspettando l’alba:
— Si è levata la stella del bovaro,
fra poco sarà chiaro il giorno,
e noi ricominceremo a tracciare i solchi.
O terra lavorata! terra dell’amor mio,
o terra forte! —
E il canto s’interrompeva per incitare i buoi in lunghe grida.
Il nonno parlò. Udii la sua voce che non cresceva tono, passare come la voce di uno spirito, sentivo in me dissolversi come un gelo e una mano dolce scorrermi sul viso.
Ecco: la buona madre era ancora innanzi a me nel suo aspetto benefico e sorridendomi mi invitava al suo amore.
Da quella notte si compì la trasformazione del mio spirito ed io ebbi man mano più certa la via da percorrere.
Trovai l’umiltà, mi sentii figlio.
Ciò non avvenne rinunziando a qualsiasi vittoria di pensiero, cadendo nell’apatia. Bisogna essere soprattutto concordi con quelli che stanno intorno a noi per muover guerra ai vicini.
Strinsi un patto con la madre, mi fortificai nella sua bontà ed attinsi forze nuove e straordinarie, come non mi sarei aspettato. Il nonno mi aveva aperta la sua scienza, sì che mi fu manifesto ciò che prima mi appariva oscuramente.
Così le umili cose si strinsero in laccio con l’anima mia.
Sull’argine
Bosso soleva sul tramonto prendere le viottole della pineta e compire un suo giro di guardia fino a notte inoltrata; sorvegliando se di lontano qualche colpo di accetta, lo avvertisse di un brutto tiro che un astuto volesse fargli: non già ch’egli fosse oltremodo severo coi condannati dalla fame, egli sapeva le sofferenze fino alle cime dell’abbrutimento, ma non voleva che altri si prendesse gioco di lui. Quando un uomo gli disse:
— Compare, nella capanna non rimane un filo di paglia; nella madia non vi è farina. Il mio piccino muore!
Egli non scrollò le spalle, ma nel suo giro usuale, sul tramonto, quando udì i colpi dell’accetta come singhiozzi rudi, cambiò sentiero.
Disse anche alcuna volta a suo figlio:
— Daniele, noi abbiamo per tre questa sera, la cena è abbondante, vuoi tu portare a Giovanna parte del pane?
E siccome l’altro assentiva, dette del suo.
Ora, così silenzioso e forte e buono oltremodo, egli era un santo per i poveri del luogo, un amore timoroso e strano gli portavano.
Disse di lui un poeta semplice, una sera a veglia nella stalla, fra i buoi:
— Il bosso ha fiorito viole!
E fu da allora che lo chiamaron Bosso. Egli aveva un suo singolar modo di esprimersi a frasi brevi ed incisive; la vita, i luoghi eran riflessi ne’ suoi pensieri. La pineta ha gridi e dolcezze, la palude immensità e silenzio: figlio di questi elementi, ne aveva tratto l’essenza della vita.
Ed era mite perchè aveva osservato molte albe e molti tramonti ove nessun limite ha l’orizzonte, perchè ancora la morte aveva imperato dal bianco al sanguigno.
Eran venuti a turbe i lavoratori, li aveva visti nell’alba passare sull’argine, neri sul bianco come incisi da un forte bulino. Li aveva uditi cantare poche note sempre basse, in cadenza, su parole d’amore. Turbe di lavoratori eran passati sull’alba, nel canto e a sera nel singhiozzo.
Così ebbe nella mente l’idea di un destino, di una forza fuori di natura; essa spingeva gli uomini alla morte. E come non si era mai ribellato nella vita a nessuno, così nell’idea di una forza malvagia che regolava l’esistenza, aveva sentito il bisogno di essere buono.
Inoltre non è primavera nella pineta; forse un verde più chiaro appare nel maggio, le serpi si stendono al sole, è una dolcezza stanca di cosa che ha vissuto molto e non può rinnovarsi in un repentino irrompere di gioia. Sboccia qualche flore nell’ombra, pallido molto, un giglio selvatico; una rosa canina; pochi petali che un soffio disperde; sopra loro sta la severità dei pini.
Così egli aveva letto in un libro sacro, in una semplice bibbia, una tristezza ed un vecchio sorriso perenne; così egli si era sentito compenetrare da una potenza divina, da un verbo d’amore: — Ama gli uomini essi sono sotto i cieli, come i gigli selvatici nella pineta. —
Ma un senso oscuro era anche nell’anima sua, s’egli nell’uomo scorgeva la malvagità. Come schiacciava il rettile che attentava ai nidi, avrebbe ucciso senza rimorso il malvagio.
Ora, egli compiva il suo giro di guardia, il fucile a traverso una spalla. Passava tra l’ombre e le luci in vicenda continua, andando sempre più verso il folto.
A un tratto sostò e si volse, aveva udito un grido, un grido lontano: girò lentamente il capo scrutando con l’occhio socchiuso fin dove glielo permetteva la radura, prestò orecchio a tutti i rumori e stette alquanto in attesa; ma i corvi, i corvi soli passavano in larghe spire volteggiando sui pini, nel gridio feroce e insaziabile, verso il convegno ove eran molti di loro e più alte salivano le grida. Continuamente, sorda minaccia per la prossima tenebra, saliva ingrandendo il grido dei corvi, unito, aspro e selvaggio nella lontananza; come nelle turbe ribelli quando più preme la passione, nell’ansia suprema, le voci quasi immedesimandosi del pensiero, acquistano asprezze metalliche e salgono ad una altezza tragica di delirio, eran le grida dei corvi. Quali orribili cose dicevano essi nella continuità di una narrazione lugubre? Quali morti avevan essi trovato per festeggiarli in sì largo turbinio di grida?
Bosso notò le voci dei corvi che pure gli eran abituali, ma nella cura d’intendere se udisse ancora e impedendoglielo queste, n’ebbe un impeto d’ira.
Sentì come un brivido e si portò la mano al core. Corrugò le ciglia e nella sua strana superstizione si disse:
— Forse è passata la morte.
Poi curvò il capo, incrociò le mani dietro le reni e passò dall’ombra in una luce sanguigna per ritornar nell’ombra. Eran fasci di capelli gli ultimi raggi che fra i tronchi dei pini penetrando si frastagliavano sciogliendosi nei cespugli bui; pareva di sentirne la morbidezza e il profumo selvaggio: i pini odoravan così. Qualche viso, fra le alte vette, sorrise nello spazio di due rame e le rame si allontanarono tremando in quel novo sorriso di bocca fiammante.
Dicon gli uomini della pineta che quando al tramonto le serpi fischiano lungamente, vi son delle femmine che desiderano i loro allacciamenti: le femmine del tramonto procaci e sensuali.
Bosso andava a capo chino, ma non vide distesa sul sentiero una serpe e la calpestò. Ella si ritorse, riandò un sibilo saettando rapidamente lo biforcuta lingua e strisciò fra i cespugli. Egli n’ebbe un brivido, ciò non gli era accaduto mai.
Poi fra il gracchiare dei corvi udì un colpo di fucile e ancora un grido umano, ma più vicino, più affannoso. Non forse s’implorava il suo nome?
— Bosso Bosso!
Egli aveva ben udito nel grido umano queste sillabe.
E però non ebbe la forza di gridare al vento:
— Chi implora?
Ma preso il fucile dette un colpo d’avviso. Un altro gli rispose più vicino e vide poi un’ombra muoversi tra i cespugli rapidamente. La riconobbe, ma nel terrore di un avvenimento inconscio, non si mosse, nè parlò.
— Bosso Bosso?
Egli aveva il capo eretto e i muscoli del collo gonfi in una contrazione; l’occhio in una larga fissità stava senza scrutare. L’ombra allargò gli ultimi cespugli curvandosi ed uscì sul sentiero.
La voce che da lungi aveva gridato ora risonò vicina, più bassa, più cupa:
— Bosso? Non intendi adunque? Corri alla tua capanna, c’è bisogno di te.
Egli tese repentinamente una mano agguantando la spalla dell’uomo e gli uscì una parola dalla strozza.
— Cosa?
L’altro si curvò verso lui e a voce bassa quasi che la selva ne inorridisse, parlò:
— T’hanno ammazzato il figlio!
Vi fu un silenzio in cui più alto salì il grido dei corvi, poi uno schianto aspro di rame significò la fuga precipitosa, come un inseguimento.
***
Egli solo lo vestì dell’abito nero, e gli cinse al collo (le sue mani rudi ebbero delicatezze muliebri) la ciarpa rossa a nastro, come egli soleva per le feste delle Sagre. Il rosso avea le vibrazioni delle campane, le vibrazioni accese delle stridule campane; ora dava sangue. Quando risonò lento, da una chiesa perduta nella pineta, un tocco a lunghi intervalli egli chinò il capo poichè l’opera era compita: la terra invocava il figlio.
Fu allora che un’ombra d’uomo rimasto in un canto della stanza si fece innanzi:
— Bosso, andate.
Lo spinse leggermente verso la porta. Egli vi si lasciò condurre. Rimase nello spazio breve, fra i pini, una radura che lasciava passare la luce appena.
Egli stette ritto nella radura, fra la corona dei pini; sfinge strana che aveva in sè coi caratteri dell’ignoto qualcosa di biblico.
E ancora il suono lento di una campana lo avvolse nel rintocco come un urlo. Chi gridava dalla terra, dalle profondità della terra:
— Io voglio! Io voglio! — Nel cielo era l’ombra.
Egli udì il martello sul legno; passò a volo uno stormo di corvi; passò a volo un grido e un’ombra. Poi il martello tacque e nel silenzio i pini si curvarono a guardare. Quando riprese pareva che mille uomini picchiassero sulle poche tavole di abete — Bosso udì un singhiozzo. Fra gli ultimi cespugli, presso la radura, una donna giovane, curvata baciava la terra. I capelli eran sul nero un oro.
Ella s’immedesimava nel cespuglio, come se le rame curvandosi l’avesser raffigurata.
Intese Bosso mormorare il nome del figlio; in alto fra una radura luccicò una stella.
Egli non chiese: — Perchè piangi? Chi sei tu che piangi? — La stella era velata da sangue. E i pini sulle cime ardevano, fiaccole accese dal tramonto, tutta l’anima della pineta ardeva.
Ancora la campana implorò, poi ad una si unirono molte altre a significare la morte del giorno, sì che parve il saluto leggendario delle turbe.
E scesero dall’alto diluviando voci e singhiozzi. Sotto quell’ave tutte le forme rimasero assorte e immobili: solo la donna si levò dal cespuglio e, ritta nell’ombra, alzò le braccia e il viso al cielo e rimase a guardare in una sua contemplazione.
Ell’era nell’oscurità, ma il sole scendendo trovò un varco fra le rame e scivolò fino a lei, fu un rettile fluido che strisciò via silenzioso, ella si trovò così ritta come un’erma in un aureola di fuoco.
Bosso vide e non intese.
Allora che il martello ebbe compita l’opera, apparve sul limitare l’uomo:
— Bosso. È finito. Aspettate.
Egli non rispose, ma quando non udì più stridere i passi sull’erba, entrò nella capanna.
Chi lo vide uscire? Chi vide il fardello che lo faceva curvare sul sentiero?
I corvi disegnavano l’ombra roteando vertiginosi; egli andò sotto alla croce.
Scelse i sentieri più oscuri, quasi commettesse un furto.
E corteo al triste funerale furono i pini, essi bensì si animarono tremando.
La donna bionda seguì da lontano.
Per un sorriso spento palpitaron due anime; due cuori s’infransero.
E si turbò un mattino.