XIII.

In quello stesso mese un pesante carrozzone da viaggio, e un barocchissimo biroccio, andavano barcollando per le strade rotte e guazzose dei contorni di Treviso, trasportando la nobile famiglia degli Orseolo che si recava a villeggiare nel suo palazzo di Vascon.

Vedevasi nel carrozzone principale la nobildonna Fulvia in gran toppè seduta accanto del nobile Giuliano Partecipazio, suo cavaliere servente di servizio, e dirimpetto a loro, Silvia ed Alvise. Sedevano nel secondo biroccio il nobile marito conte Almorò degli Orseolo, l'elegantissimo abate Don Lio, poeta arcade, membro dell'illustre accademia dei Granelleschi, istitutore del giovane Alvise, e cavalier servente onorario della contessa. In faccia a loro stavano Vittore Valdrigo, e la cameriera Lucietta. Gli altri servitori e staffieri camminavano in fianco alle carrozze per sostenerle quando minacciavano di ribaltarsi, o per spingerle avanti, quando le ruote sprofondandosi nel fango, si arrestavano. Erano partiti da Venezia avanti il levare del sole colla speranza di giungere alla villa prima di notte. In due ore si attraversava la laguna, ma ci voleva una intiera giornata a percorrere le quindici miglia da Mestre a Vascon, ben fortunati quando non si aveva bisogno di quattro buoi per rimorchiare i cavalli e le carrozze attraverso i rompicolli, che allora si chiamavano strade.

Silvia era diventata una bella ragazza. Prima di ritirarla dal convento era stata fidanzata al signor conte Alberto Leoni, che aveva vent'anni più di lei, ma le era eguale in nobiltà e superiore in ricchezza, perciò tutti trovavano il maritaggio perfettamente assortito, e la ragazza non aveva nulla da dire, non potendosi ammettere in quei tempi dalle famiglie dei nobili, che le fanciulle avessero un'opinione qualunque sullo sposo a loro destinato dai genitori, secondo la nobiltà del casato e le convenienze relative.

Avanti che i nobili viaggiatori giungano alla meta, possiamo a nostro bell'agio visitare il loro palazzo di compagna e passeggiare il giardino in compagnia del cortese lettore, o della graziosa leggitrice, ciò che sarebbe per noi una maggiore fortuna.

Il castaldo Angelo Rotondo dà l'ultima spazzatura al selciato davanti della casa, dopo aver messo in ordine l'interno, e fatte sparire quelle cose che i padroni non devono vedere. Sua moglie Fiorina è tutta in faccende per ripulire le stoviglie, spiumacciare i materassi, dispiegare i coltroni, spazzare le stanze e spolverare le suppellettili.

L'antico e vasto palazzo sorge maestoso in mezzo di spaziose adjacenze che contengono una grande quantità di locali a diversi usi. Dall'ampia sala del mezzo partono le larghe scale che conducono agli appartamenti superiori. Altre scale segrete e secondarie mettono negli anditi, e conducono alle stanze dei domestici.

Le ampie camere sono quasi tutte riquadrate di capricciosi stucchi alla maniera di Carpofero, e si svolgono in curve barocche, chiudendo nel mezzo antichi ritratti di famiglia un po' affumicati dal tempo, entro a cornici d'intaglio bizzarramente accortocciate, e sormontate dagli stemmi della famiglia, incoronati dal corno ducale.

Nelle sale di ricevimento pendono dal soffitto ricche lumiere di cristallo, e graziose girandole di Venezia, con pendagli brillantati, e goccie tagliate a faccette, e adorne di vasi di fiori e frutti in vetro, maestrevolmente dipinti. Sopra ai grandi e profondi camini di marmo, che possono contenere dei tronchi d'albero intieri, veggonsi lucenti specchi di Murano entro a cornici dorate, con vaghi andari di foglie che si aggirano fra i cartocci e le volute, condotte con arte ingegnosa. Larghi e pesanti seggioloni di cuoio con borchie di metallo, e tavoli a piedi ricurvi, ricoperti da ricchi tappeti di stoffe pesanti, a grosse frangie d'intorno, e grandi armadi colle cornici sostenute da cariatidi, con ampie invetriate entro alle quali fanno bella mostra i vasi di Faenza e i bicchieri di cristallo di monte.

Il giardino è circondato da lunghi viali di carpini, tagliati regolarmente ad arco. Le viuzze regolari e simmetriche, e le ajuole dei fiori sono fiancheggiate da bossi ridotti in forma di verdi muricciuoli. Gli alberi mozzicati e ritondati dalla forbice inesorabile del castaldo, hanno perdute le loro belle forme naturali, e presentano il monotono aspetto di vasi, piramidi e globi. Le piante dei cedri che esalano un soave profumo, compiono l'ornamento del giardino, unitamente alle statue, collocate ad eguali distanze, e riguardantisi fra loro. Il dio Pane coi piedi caprini, con la testa cornuta, con la zampogna nelle mani, fissa con stupido sguardo una Diana indifferente che con una mano accarezza il suo levriere, e con l'altra prende dal turcasso una freccia. Un Zeffiro enfia le gote, e sembra burlarsi d'una Flora gentile che gli offre un canestrino di fiori. Vertunno fa degli sberleffi a Pomona, che gli mostra ingenuamente delle frutta, senza intendere le malizie del suo innamorato. Un grosso e allegro Bacco incoronato di pampini leva in aria una tazza, e sorride bestialmente a Cerere incoronata di spiche, la quale levando la falce sembra che minacci di recidergli il capo.

Gli agricoltori romani si prosternavano riverenti davanti a questi dèi, ai quali chiedevano quelle benedizioni e quelle grazie che ora la castalda Fiorina domanda al vecchio curato trattando poi con irrispettosa noncuranza gli antichi numi, alle sacre membra dei quali attacca una corda, per distendere al sole il bucato.

Niente ricorderebbe la schietta natura in mezzo alla miseranda accozzaglia delle piante frastagliate, se un rustico boschetto sfuggito per miracolo alle cure micidiali del castaldo non fosse stato abbandonato alla sua vegetazione naturale. Questi alberi dovettero la loro salvezza al sito remoto, nel quale si ascondevano alla vista degli uomini. Gli uccelli frequentavano quel delizioso boschetto che stendeva le sue ombre ospitali sulle verdi erbe d'un prato, in fianco d'un ruscello mormorante fra candide ghiaie, e in primavera vi facevano il nido, e coi loro gorgheggi sembravano protestare contro le forme artefatte degli alberi del giardino, che secondo Angelo Rotondo erano la natura privilegiata, il boschetto rappresentando la natura selvaggia; ma quell'animale ragionevole giudicava la qualità degli uomini dalla forma della parrucca e il merito delle piante dal lavoro della forbice, autorizzata dalla moda a commettere un delitto di lesa natura. Eppure quel tranquillo recesso offriva un beato ricovero alle persone modeste che amavano fuggire il sole, annoiate dalle importune suggestioni di Bacco, e dalla immobile pantomima delle altre statue dabbene.

Il giardino regolare formava naturalmente le delizie dell'istitutore d'Alvise, che per dovere della carica, si teneva strettamente legato ai precetti dell'estetica del giorno. Don Lio era uno dei più eleganti abati di Venezia. Egli portava il collarino bianco, con lattughe staccate sul petto, e manichini ai polsi artificiosamente elaborati; anellini alle dita, orologio a pendagli, ferrajuolo di seta svolazzante al vento, fibbie dorate alle scarpe, e il cappellino a tre punte appoggiato sull'orecchio. E tuttociò secondo la tolleranza dell'epoca, malgrado le severe proibizioni dei sinodi patriarcali.

Passeggiando fra i muri del giardino egli invocava le aonie muse, delle quali era bigotto, e si sentiva trasportare sul Parnaso. Ad ogni occasione d'inclite nozze egli rischiarava gli sposi colla face d'Imeneo, e con un solenne epitalamio metteva in campo Apollo, Venere e le Grazie. Per vestizioni di monache egli penetrava coll'audace fantasia nel tempio di Vesta, ed animava il fuoco sacro, sordo alle proteste di Cupido. Alla morte d'ogni illustre patrizio lo raccomandava a Caronte, dopo un'apostrofe umiliante per l'ignaro Esculapio, e una imprecazione alle Parche.

Col lodevole scopo di avvalorare i suoi precetti coll'esempio, egli aveva adottato per sistema un linguaggio costantemente figurato. Alla mattina egli vedeva la rosea Aurora sul risplendente suo carro, a mezzogiorno egli usciva coll'ombrello per evitare i dardi di Febo, alla sera egli salutava la bianca figlia di Giove e di Latona che faceva capolino dalle nubi. Usciva a respirare i soffi di Zeffiro, rientrava in casa incomodato dalle furie di Eolo, d'Austro o di Borea. Nelle tazze del caffè egli assaporava il néttare, e a mensa trangugiava l'ambrosia delle prelibate bottiglie. Finalmente alla notte si abbandonava nelle braccia di Morfeo. Alvise trovava il suo maestro eminentemente noioso; il conte Orseolo lo stimava un insigne poeta, e Vittore Valdrigo sosteneva che Don Lio era un essere completamente felice.

La religione cristiana gli prometteva il paradiso dopo la morte, la religione pagana gli concedeva in vita l'uso degli Elisi, e l'abuso dei suoi numi. Venezia gli offriva i suoi piaceri, l'Arcadia lo convitava alle agresti sue gioie. Senza sudori sulla fronte egli coltivava il Parnaso, e passava i giorni beati dalle più dolci visioni, accompagnate dagli agi materiali. Smarrito in una selva selvaggia ove Dante avrebbe incontrato una lonza, un leone ed una lupa, ove i pastori sarebbero stati assaliti dagli orsi, egli non vedrebbe che le Driadi e le Napee sorridenti e ben disposte in suo favore; e certo cadendo in acqua sarebbe salvato dalle Najadi, o almeno ripescato da Nettuno.

Angelo Rotondo ascoltava a bocca spalancata gli squarci d'erudizione coi quali Don Lio si degnava talvolta onorarlo; e strabiliava a tanta sapienza, chiedendo spiegazioni e commenti. Durante la villeggiatura la sua ammirazione riceveva continui alimenti dalle declamazioni serali dell'arcade abate, e nei mesi d'inverno non dimenticava mai d'inviare i suoi rispettosi inchini all'illustre poeta, nelle indecifrabili epistole indirizzate all'agente generale di Venezia, nelle quali ommettendo i punti e le virgole, parlava alla rinfusa degli animali e dei padroni, dei polli, dei cavoli, e di Don Lio, chiudendo colla firma paradossale dell'umilissimo e devotissimo servo Angolo Rotondo.

Ma ecco la rubiconda Fiorina che dai cancelli del giardino annunzia l'arrivo degli illustrissimi padroni e del loro corteggio.