XIV.

La vita di campagna dei nobili veneti di quel tempo si allontanava di poco dalle abitudini cittadine, e poteva chiamarsi una variazione sullo stesso motivo. Il dolce far niente di quelle esistenze senza scopo, non veniva interrotto che dai lauti desinari, o dal giuoco. In città passavano le ore in frivole occupazioni, o colle visite, o al teatro. Alla villa il tresette della mattina teneva il luogo delle visite, il tresette della sera suppliva al teatro. La coltura del suolo era tenuta a vile e abbandonata ai bifolchi; l'aratro che onorava i consoli romani, era disceso fra gl'istrumenti più umili della plebe rurale.

Le arti, le mode, la poesia, tutto tendeva a dissimulare la natura, e la vita era ridotta un artifizio sostenuto da idee false, da pregiudizi inveterati, da privilegi politici e civili, conservati da secolari abitudini e da leggi severe.

Vittore Valdrigo amava la natura per istinto, e per l'influenza delle sue memorie d'infanzia, amava l'arte come quella che gl'insegnava a discernere il bello e ad elevare lo spirito, e disprezzava l'arteficioso ed il falso di quelle esistenze signorili, delle quali era divenuto testimonio quotidiano e attento osservatore. Ma legato alla famiglia degli Orseolo per la riconoscenza dei beneficii ricevuti, per la necessità de' suoi studi, per l'impossibilità di mantenersi da sè, o di tornare nell'isolamento della rustica famiglia, egli si lasciava andare per la china delle contratte abitudini, e viveva all'ombra dei suoi protettori che amavano i suoi capricci, e gustavano i paradossi del suo spirito, come fuochi d'artificio che svegliano dall'assopimento, come il certo preludio d'un futuro grand'uomo. Cosicchè le sue stranezze divertivano quei nobili signori, superbi d'aver pescato ne' bassi fondi sociali un originale che poteva un giorno far dire ai Veneziani: — La nobile famiglia degli Orseolo protegge le arti! —

Rosa giudicando che i nobili e i signori venivano al mondo per far niente, ringraziava la divina provvidenza d'aver collocato suo figlio nella vera posizione che gli poteva convenire, essendo troppo molle di fibra per sostenere l'aratro e i duri lavori della terra. Non è a dirsi se quella tenera madre fosse felice vedendo il suo prediletto diventato un lustrissimo; essa attribuiva quella sorte fortunata alla mistica influenza delle candeline offerte alla Madonna della neve di Saltore, alla quale porgeva continui voti, e indirizzava devoti rosari, per ottenere al figlio più dilicato una facile esistenza come domestico o poeta in una casa signorile, ciò che per la buona donna sembrava ad un di presso la stessa cosa.

Nei mesi della villeggiatura Vittore visitava spesso i parenti, portava qualche dono a sua madre e ai fratelli, e rifaceva solitario i passeggi dell'infanzia. In quelle dolci solitudini tutto parlava al suo cuore; l'aria emanava un profumo speciale, il mormorio dell'acqua aveva dei significati reconditi ed eloquenti, lo stormire delle frondi era un linguaggio inteso dalla sua anima, avvezza a conversare colla natura. Coricato sotto le antiche piante che avevano consolata la sua infanzia colle loro ombre, egli contemplava estatico le scene tranquille dei campi, il pascolo dei buoi sul prato vicino, i progressi dell'edera sugli avanzi della torre, le tinte rosseggianti della vite che faceva cornice alla scala, il bacio dei colombi che da padre in figlio ereditavano i nidi dei loro antenati.

Quante meditazioni in quella mente! quanti raffronti fra la semplicità e il silenzio di quei campi, e il lusso romoroso di Venezia; fra la vita primitiva e innocente de' suoi parenti, e le raffinatezze e la corruzione d'una nobiltà decrepita; fra l'ignoranza delle classi rurali e la scienza degli uomini illustri.

Chi più felice?... Arduo problema! Che cosa è la gloria? Chiedetelo a Tiziano nella sua tomba. La vita e la morte saranno sempre i grandi misteri!

Qualche volta sulla sera, quando stava per rientrare al palazzo, scontrava per via la comitiva dei nobili villeggianti, e si univa con loro per accompagnarli nel passeggio vespertino.

La nobildonna Fulvia camminava maestosamente in mezzo a' suoi cavalieri serventi. Il nobile Partecipazio, discendente degli antichi dogi, era onusto di scialli, di ombrellini e di ventagli, pronto a soddisfare i bisogni della dama, a coprirla, a scoprirla, a ricoprirla secondo gl'influssi della luna, e i capricci di zeffiro. Don Lio portava fra le sue braccia la cagnolina Tisbe che ringhiava all'approssimarsi dei profani, e sembrava riconoscente alle cure del poeta, che la celebrava ne' suoi versi. Seguiva un codazzo d'ospiti, di nobili vicini, coi figli e il marito. Il conte Orseolo corteggiava le dame, i cui mariti corteggiavano le amiche delle mogli, essendo suprema legge del codice elegante d'allora il cedere i propri diritti, l'invadere il terreno degli altri. Il giovane Alvise provava le prime armi con una briosa villeggiante di Lancenigo, che aveva dieci anni più di lui, molto opportuni per le lezioni d'esperienza, che servono di guida agli inesperti. Silvia restava indietro cogli invalidi, e i pensionati del regno di Cupido, o si univa con Vittore quando faceva parte del seguito.