XV.

Silvia, come tutte le ragazze della sua età, era un prodotto misto della natura e della educazione. La natura l'aveva dotata di una bellezza delicata, di forme snelle, di biondi capelli, d'occhi azzurri e profondi, come le acque del mare, dal quale la sua famiglia aveva in origine attinte le glorie e le ricchezze. La mente ed il cuore erano l'opera delle istituzioni claustrali, nelle quali era stata allevata, sotto la direzione d'una zia paterna, suor Maria Serafina, divenuta monaca secondo gli usi del tempo, per conservare intatto l'avito retaggio al fratello primogenito. L'affetto della zia alleviava alla educanda le fatiche dello studio e le aumentava la porzione delle ciambelle, che si distribuivano nei giorni solenni. La buona monaca aveva consigliato la fanciulla a preferire il maritaggio imposto dai parenti, alle eterne noie del chiostro. Negli anni d'istruzione essa aveva assorbite tutte le superstizioni e tutti i pregiudizi del suo tempo, ed aveva ignorato completamente le realtà della vita. Essa usciva dunque nel mondo fidanzata al conte Leoni, prima che il suo cuore avesse parlato, ed arrivava nella società, come i naviganti nelle terre scoperte, cioè in paese ignoto, fra costumi bizzarri, colle idee d'un altro mondo.

Ma gli uomini coraggiosi che intraprendono delle spedizioni per scoprire nuove terre sono già avvezzi alle fortune di mare, esperti nella nautica, accompagnati da arditi marinai, provveduti di armi e munizioni. La povera fanciulla veleggiava sola per mari ignoti, non coadiuvata dalla scienza, inesperta degli scogli nascosti sotto le onde, e senza pilota.

In quei tempi le madri erano troppo occupate per potersi dedicare all'educazione delle figlie. La mattina era tutta impiegata davanti la sapiente tavoletta, segreto laboratorio dei donneschi artificii, ove la crema d'alabastro e il rosso di serkis, componevano il roseo incarnato delle guancie; il bianco di Sultana, il latte di cocomero, o l'acqua d'Ispahan, servivano a nascondere le rughe, un neo ben collocato attirava gli sguardi degli ammiratori, e metteva al bersaglio un occhio languidetto, o una bocca lusinghiera. Poi l'acconciatura del capo esigeva lunghe cure, ed esperte mani per sollevare i capelli ad altezze meravigliose, sostenerli al loro posto, fissarli colla pomata circassa, rivolgerli col ferro caldo, imbiancarli colla cipria.

Più tardi venivano le visite, le adorazioni dei cicisbei, il pranzo, il teatro, il ballo; e in mezzo a tante brighe bisognava pure soddisfare alle convenienze sociali, concedere qualche istante al riposo, qualche abboccamento segreto, appagare il gusto del cavaliere servente, riconoscere i suoi diritti, e qualche volta transigere colle esigenze del marito.

È dunque evidente che i figli erano veri imbarazzi, importuni testimoni, pericolosi confronti, certificati autentici dell'età approssimativa dei genitori. Perciò la gentildonna Fulvia teneva sua figlia a rispettosa distanza, limitandosi a raccomandarle la massima semplicità nelle vesti, e un contegno riservato. Ma la giovanile freschezza suppliva ad ogni ornamento, e una modesta gonnella, un bruno zendaletto, una rosa sui biondi capelli, bastavano a farne una deliziosa creatura. Silvia dunque viveva nell'isolamento, quantunque si trovasse fra numerose persone, e si concentrava in sè stessa cercando d'indovinare i misteri della vita, osservando ogni cosa, studiando e meditando gli usi, le abitudini, gli individui. Guidata dall'istinto, coadiuvata dalle circostanze, essa andava modificando le sue idee, e arricchendo la sua mente di quelle cognizioni che il convento le aveva nascoste, e che pure le sembravano necessarie per sapersi regolare nel cammino della vita. I passeggi solitari in giardino erano il suo principale diletto, l'innocenza ama la natura, le fanciulle amano i fiori, gli alberi, il cielo aperto dei campi. Pensava al suo futuro matrimonio col conte Leoni che avea veduto due volte nel parlatorio del convento, il giorno della presentazione, e il giorno che venne fissato il matrimonio. Il fidanzato dopo d'aver baciato la mano rispettosamente alla promessa sposa, in presenza dei genitori e della badessa, era ripartito per un paese lontano ove rappresentava la repubblica, dopo d'aver convenuto che il matrimonio avrebbe luogo al termine della sua missione diplomatica.

La fanciulla studiava i rapporti conjugali dall'esempio dei parenti, e giudicava naturalmente che nella famiglia il marito è un essere secondario che dà poca noia alla moglie, e richiamando alla memoria i lineamenti del futuro suo sposo, trovava che per un semplice marito non c'era troppo male. L'affare più grave le sembrava la scelta del cavaliere servente; l'importanza della carica era evidente a' suoi occhi, il marito, essa diceva fra sè, non sta insieme alla moglie che le brevi ore della notte, quando si smorza il lume e si dorme, ma il cavalier servente è il compagno inseparabile, l'ombra del corpo. Se fosse una persona noiosa come Don Lio, o affettata come il nobile Partecipazio!... Povera mamma, essa pensava, come deve pesarle l'obbligo sociale che la tiene incatenata a un tal uomo, quanto sarebbe stato meglio per lei se il papà fosse stato il suo cavaliere servente, e Partecipazio suo marito!... Come si fa a trovare il cavaliere servente? ho sempre udito dire che la scelta appartiene alla sposa. Guai se anche questo mi venisse consegnato dai parenti, mi darebbero certo il conte Mocenigo, un ganimede che tabacca; o l'Ambasciatore Daniele Dolfin Savio del Consiglio, cavaliere della Stola d'oro, noioso come le cerimonie, o il grave inquisitore Grimani che fa paura a guardarlo, o il vecchio Senatore Foscari colla sua parrucca per traverso!... Sarebbe meglio Ermolao Tiepolo, se non camminasse saltellando, o Alvise Pisani se non fosse tanto languido, o Lodovico Manin se si mostrasse meno timido e sospettoso... Oh! infatti è un affar serio, e non vedo l'uomo secondo le mie idee.... Mi piacerebbe un carattere franco, disinvolto, coraggioso senza burbanza, e poi di bella presenza, buono, dolce, che odiasse il tresette, l'odore d'ambra, e il tabacco di Spagna.... ove trovarlo?...

Mentre la fanciulla passeggiava con queste idee per la testa, vide da lontano Valdrigo, e si mise a chiamarlo con tutta la forza della sua voce argentina: — Vittore, Vittore, Vittore....

Il giovane accorse in tutta fretta, e le chiese in che cosa potesse servirla. La fanciulla fattoselo sedere dirimpetto gli disse: — Voglio domandarvi un consiglio.... ma in segreto. Credete voi ch'io possa essere preoccupata da gravi pensieri?...

— Lo credo.

— Mi promettete il più profondo segreto delle mie confidenze?

— Lo prometto.

— Siete disposto a rendermi un segnalato servigio?

— Dispostissimo.

— E a rispondere francamente a tutte le mie domande?

— Dipende....

— Come dipende?

— Dipende dalle domande.

— Vi sono dunque delle domande alle quali non vorreste rispondere?

— Certamente!

— E perchè?...

— Perchè non potrei dirle la verità.

— Allora temo che la mia domanda sarà inutile!

— Si provi.

— Or bene, proverò.... Sappiate dunque che io vorrei ottenere un consiglio da voi, intorno alla scelta del mio futuro cavaliere servente.

— Sono dolentissimo di non poter soddisfare un tale desiderio....

— E perchè?...

— Perchè non ammetto i cavalieri serventi....

— Come?... Non ammettete nemmeno i cavalieri serventi!... Don Lio ha dunque ragione, siete un vero originale!... e perchè non ammettete i cavalieri serventi?...

— Perchè mi pare che debbano bastare i mariti!...

— Mio Dio! quali stranezze!... ma se i mariti non fanno mai nulla!...

— Bisogna farli fare!...

— Oh bella!... cosa direbbe il mondo, se vedesse una dama accompagnata dal marito.... corteggiata dal marito.... non sono cose possibili.... sono idee che farebbero ridere.... la stessa cosa come se un gentiluomo si presentasse in piazza senza coda e senza parrucca!... ma sapete che siete un grande originale!...

— Lo so, e ci tengo, perchè il plurale è così melenso al dì d'oggi, che preferisco il singolare.

E ridevano insieme, come di cose che non ammettono discussione, entrambi perfettamente convinti delle proprie idee. Ma poi nella solitudine Silvia ritornava col pensiero alle cose udite, e meditava a fondo sulle discussioni tenute.

Una volta essa consegnò misteriosamente a Vittore un libriccino, raccomandandogli di leggerlo con molta attenzione. Egli lo portò nella sua stanza, gettandosi sul sofà, aperse il volume e si trovò fra le mani: Il giardino di poesie spirituali, diviso in quattro parti, di Suor Maria Alberghetti, viniziana fondatrice delle Dimesse di Padova. — Lesse per obbedienza, e dormì d'un sonno consolato di celesti visioni.

Era un dono della zia badessa.

Finiti i pochi libri che aveva portati dal convento, Silvia sentiva il bisogno di nuove letture, e s'indirizzava alle amiche vicine, le quali le consegnavano di soppiatto le opere in voga. — La Marfisa Bizzarra, poema del conte Carlo Gozzi. — II Tirsi e il Narciso, di Apostolo Zeno. — Il Re Pastore e L'Astrea placata, di Metastasio. Questi libri accendevano il suo entusiasmo, allargavano il ristretto orizzonte delle sue idee, le facevano battere il cuore, e versava torrenti di lagrime. Nel bisogno di comunicare le sue emozioni ad un amico, aspettava Valdrigo in giardino, lo invitava a seguirla sotto l'ombre del boschetto, e colà narrava ingenuamente i suoi trasporti di ammirazione per le pagine divorate nella cameretta solitaria.

Valdrigo ascoltava con un'aria di affettuosa compassione, o di muta sorpresa; la giovinetta lo interrogava ansiosa:

— Cosa pensate di Carlo Gozzi?

— Scipito, rispondeva Vittore con un sospiro.

— E di Apostolo Zeno?

— Noioso.

— Ah! non potete negare che Metastasio non sia uno de' più grandi poeti?

— Lo nego!

— Come! avreste il coraggio di non piangere ai suoi drammi? di non rimanere commosso alla lettura de' suoi versi?

— Ahimè! pur troppo debbo confessare che i suoi versi mi fanno ridere....

— Basta.... Basta.... Non vi credeva un cuore di marmo, mi fate compassione.... voi non sentite niente!... non amate niente!...

— Niente!... rispondeva Valdrigo con un sorriso affettuoso, e se ne andava.

Silvia ritornava alle predilette letture, e mentre il suo cuore si disponeva alla tenerezza, udiva una musica soave uscire da una stanza del palazzo. Era Valdrigo che trasmetteva al suo violino un'espressione della sua anima, un pensiero di sublime dolcezza. La giovinetta ascoltava quella voce arcana che molceva le più riposte fibre del cuore, e sospendeva la lettura, per non perdere una nota della lontana melodia. Poi essa pensava: — quel giovane è un mistero!

Un giorno passeggiando in giardino con lui si mise a lodare l'elegante forma dei carpini tagliati in vasi e piramidi, e ammirando l'arte del giardiniere si rivolse al suo compagno, e con un'aria burlesca, gli disse:

— Ci scommetto io, che voi non amate quest'arte!...

— Ma niente affatto! rispose tranquillamente Valdrigo, anzi la detesto. Come vuole che io ammetta Angelo Rotondo censore della natura, l'opera di Dio!...

E qui una lunga discussione, come al solito, sulla stupidità degli usi, sulla corruzione del gusto, e sull'eccellenza della natura, e sempre camminando e andando a finire sotto le ombre del prediletto boschetto. Giunti colà, Silvia, incrociate al seno le braccia, e fissando in volto Valdrigo collo sguardo scrutatore d'un inquisitore di Stato, gli disse:

— Voglio vedere fino a qual punto giunga il vostro superbo disprezzo per le cose tenute in venerazione dal comune degli uomini. Da quattordici secoli la repubblica di San Marco forma l'ammirazione del mondo, orbene, qui nessuno ci ascolta, e potete parlare senza tema del supremo tribunale; sareste voi capace di burlarvi del Doge, serenissimo principe della repubblica, di ridere della maestà dell'Eccellentissimo senato, di mancare di rispetto all'Eccelso consiglio dei Dieci? sareste capace di dubitare dell'eterna durata d'un governo fondato dai nostri padri, guidato dalla sapienza civile e politica dei secoli, sostenuto da una nobiltà devota alle antiche istituzioni, e da un popolo rispettoso e felice?... rispondete.

— Come mai possono venirvi in mente tali domande?... a che possono servirvi i miei pensieri in proposito?...

— Il desiderio di conoscervi a fondo, mi spinse a cercare nella mia mente qualche cosa di grande dopo Dio, per vedere ove si arresti la vostra manìa di contraddire le idee generalmente adottate; i vostri pensieri poi mi servono a pensare tutta sola, a ragionare fra me, a discutere nel silenzio fra le idee comuni e le vostre, a distinguere il pregiudizio dalla verità. Ditemi francamente, ve ne prego, credete voi ad una lunga prosperità della repubblica?...

— Non ci credo.... la repubblica è vecchia, e piena di magagne, e i vecchi devono morire!

— Mio Dio!... mi fate paura.... e sapete cosa penso qualche volta di voi?... penso che siete pazzo!...

— Sicuro che sono pazzo.... egli rispose con un'aria naturale e convinta. Esser pazzo significa vedere le cose in modo diverso dagli altri.... Gl'inquisitori del Santo Ufficio giudicarono pazzo Galileo Galilei, perchè sosteneva che la terra girava attorno al sole, e l'obbligarono colla tortura a confessare la sua eresia.... Tutti i dotti trapassati e viventi davano torto alle sue nuove teorie, ma il dubbio era gettato, e la tortura non bastava a distruggerlo, bisognava dimostrare il contrario con prove scientifiche.... le prove si fecero, e dimostrarono ad evidenza che i dotti trapassati e viventi erano asini.... compresi gl'inquisitori del Santo Uffizio.... e che Galileo era un genio!... I Genovesi, i Portoghesi, gli Spagnuoli trattarono da pazzo Cristoforo Colombo, che si era fissata in mente l'idea di scoprire un nuovo continente oltre i mari conosciuti. Si figuri, se la dotta antichità poteva ignorare qualche cosa! I dotti contemporanei si burlavano di lui, la dotta Salamanca si sbellicava dalle risa, egli vagava invano per l'Europa alla ricerca d'un pazzo suo pari, che volesse aiutarlo procurandogli i mezzi di viaggiare in traccia delle sue chimere. Finalmente la presa di Granata mise in possesso della regina di Spagna tutte le provincie che si stendono dai Pirenei alle frontiere del Portogallo, la buona regina Isabella trovandosi la borsa ricolma ebbe il capriccio di gittare un poco di denaro dalla finestra, e malgrado l'opposizione insistente del marito, mise a disposizione di Colombo tre poveri vascelli, coi quali al dì d'oggi non si farebbe un viaggio in Dalmazia. Ella sa il resto; l'ignoto continente esisteva, Colombo lo ha scoperto; anche questa volta il creduto pazzo era un genio, e gli asini si trovarono nella dotta Salamanca e nelle Accademie scientifiche di quel tempo. Un altro pazzo era Torquato Tasso, l'autore della Gerusalemme liberata, un poema che vostra eccellenza farebbe bene di leggere, e che troverebbe certo migliore della Marfisa Bizzarra del conte Carlo Gozzi.

— E chi osò trattare da pazzo questo insigne poeta?

— Il Duca Alfonso di Ferrara, che lo tenne in prigione....

— E perchè?...

— Perchè il povero poeta aveva osato levare gli occhi alle stelle.... perchè aveva amato la Duchessa Eleonora, la sorella d'Alfonso....

— Oh ve ne prego, raccontatemi la storia degli amori del Tasso e di Eleonora....

Vittore ignorava quasi intieramente quella storia, ma la sua fantasia era abbastanza feconda per supplire ai documenti mancanti, e creò un racconto interessante della fiamma del poeta per la bella duchessa, e vi aggiunse le più tenere avventure, e le relative osservazioni filosofiche e comparative fra la nobiltà dell'intelletto e la nobiltà dei natali, e sul pregiudizio della nobiltà ereditaria.

Un altro giorno lesse a Silvia l'episodio d'Olindo e Sofronia, spiegando alla fanciulla le allusioni del poeta, e disponendola all'intelletto della vera poesia.

Tali frequenti ritrovi, resi interessanti dallo scambio reciproco dei sentimenti e delle idee, strinsero la intimità dei due giovani, e divennero oltremodo graditi al loro bisogno d'espansione. Silvia andava colla cameriera Lucietta a trovare la Rosa, e colà si univano a Vittore che le faceva correre attraverso la campagna. Osvaldo, un fratello di Vittore, prendeva le reti, e andavano alla pesca portando con loro delle frutta per una modesta colazione sull'erba. Talvolta Lucietta si perdeva pei campi con uno sbarbatello dei contorni che le prometteva di farla contessa, e allora Silvia e Vittore vagavano solitari, conversando e questionando di mille cose diverse. Valdrigo la proteggeva dall'ululato dei cani, dai pericoli provenienti dagli animali pascolanti, dalle spine dei roveti. La portava attraverso i ruscelli, la teneva per mano nelle salite più ardue, la difendeva dal sole con dei rami degli alberi, e dal vento coprendola colla sua giubba.

Dopo lungo cammino si siedevano a riprender lena sotto agli alberi, e Silvia scherzando gli diceva: — Riposiamoci un poco, ma poi andiamo avanti, avanti, sempre avanti fino a quei monti lontani, e dopo varcheremo anche i monti, e sempre avanti....

Egli le prendeva la mano, e la guardava negli occhi tacendo. Tacendo colla parola, perchè gli occhi parlavano abbastanza, e le anime si trovavano in armonia, come due arpe che mandano il medesimo suono. L'ingenuità della fanciulla la rendeva sacra a Valdrigo che la circondava del rispetto dovuto dai mortali verso gli angeli. Quella pura ammirazione era una sorgente d'ispirazioni novelle, di pensieri elevati. Nella sua tranquilla cameretta egli tracciava delle immagini celesti degne della matita di Raffaello; e traea dal violino dei canti di suprema dolcezza, e sovente improvvisava dei versi sublimi riboccanti d'entusiasmo e di gemiti, che si perdeano per l'aria, e svaporavano come diamanti consumati dalla combustione. Cosicchè non restava mai nulla di tante effimere creazioni. Nessuno era presente per colpire sul fatto le idee del poeta o le note del suonatore, ed egli stesso obliava ogni cosa quando cessata quella specie di ebbrezza che agitava il suo spirito, si lasciava cadere sopra il letto, sfinito ed esausto.

Anche gli abbozzi sparivano, nei momenti di scoramento, quando misurando le difficoltà che avrebbe incontrate nella completa esecuzione di pensieri appena accennati, egli distruggeva quelle forme indeterminate, come aborti indegni dell'arte.

Una mattina d'ottobre uscì per tempo a respirare l'aria aperta. Le foglie cadendo dagli alberi disponevano la mente ai pensieri melanconici, entrò nel boschetto e si trovò dirimpetto di Silvia. Una lagrima scendeva sulle guancie della fanciulla, che vedendosi sorpresa si passò rapidamente una mano sul volto, e finse un sorriso. Ma Valdrigo se n'era avveduto e fattosele incontro, le chiese con affettuoso interesse il motivo della sua tristezza. Essa negò fermamente d'aver pianto, e volle rassicurarlo che nulla agitava il suo spirito. Passeggiarono insieme qualche tempo, in silenzio, poi Silvia volle uscire dal boschetto, Valdrigo la pregava a rimanere, ma essa gli rispose con aria risoluta:

— Usciamo, ve ne prego, non dite una parola di più....

Si separarono in giardino, Silvia, rientrò nel palazzo, Valdrigo uscì alla campagna, in traccia di solitudine.