XXXV.
Quando un paese subisce gli ordini degli stranieri, l'ora della sua morte è vicina. La neutralità disarmata, cioè il dolce far niente, abbandonava Venezia inerme in balìa dei francesi. Spento l'antico valore nei baccanali, e ammollite le fibre dei cittadini nella lunga pace, nelle abitudini effeminate, nei piaceri d'una vita dilettosa, l'indolenza aveva preso il posto dell'operosità, e la paura succedeva al coraggio. I tempi delle guerre di Costantinopoli, Candia, Cipro e Morea erano tramontati per sempre. Colla morte d'Angelo Emo erano spenti gli eroi della tempra di Enrico Dandolo, di Vittor Pisani, di Carlo Zeno, di Francesco Morosini. La vecchiaia aveva rimbambito la Repubblica, le altere minaccie che avrebbero animato gli antichi alla lotta, facevano piangere l'ultimo Doge. Spento ogni vigore di governo, la città si divideva in partiti.
I sostenitori delle antiche leggi e degli aviti costumi, si stempravano in lamenti imbelli e odiavano i francesi; ma alle armi che invadevano lo Stato, rispondevano con impotenti proteste. I partigiani entusiasti delle nuove idee spingevano la patria alla rovina, colla stolta fidanza di trovare la libertà nella perdita della indipendenza. Fra questi estremi in lotta si agitava il partito che si solleva in tutte le rivoluzioni, come la schiuma nel mare burrascoso, e barcheggiando fra gli uni e gli altri, cerca di cavarne il denaro, e gli onori.
Il governo mandava deputati a Bonaparte vincitore, il quale rispondeva: — «Io sarò un Attila per lo Stato Veneto. Non voglio più Senato, non voglio più inquisizione. Verrò io a rompere i piombi, barbarie dei tempi antichi... le opinioni devono essere libere!» —
Tutto era perduto!... Mancava la forza per resistere e il genio per governare; dovevasi aprire la porla alla libertà, e chiuderla in faccia agli stranieri. Hanno fatto tutto al contrario!...
Il giorno 12 maggio 1797 fu l'ultimo per la repubblica che da Paolo Lucio Anafesto a Lodovico Manin visse quattordici secoli indipendente e gloriosa!
Una colonia di famiglie sfuggite alle stragi dei barbari venne a piantare le sue tende sulle isolette deserte della laguna. Povera, ma laboriosa fabbricò le sue piccole dimore di legno, e le modeste barchette necessarie alla sussistenza dei pochi abitanti.
Crebbe a poco a poco col traffico, abbellì la sua modesta dimora col frutto degli onesti guadagni. Aumentata la popolazione e la ricchezza, ampliò le case fino a che giunse a fabbricarle coi marmi dell'Oriente, ad abbellirle colle statue della antica Grecia; le barchette pescareccie diventarono forti navigli, che percorsero i mari, e tornarono in patria onusti di tesori e di gloria. Dapprima marinaia, commerciante e guerriera, fu poi madre e nutrice di sapienza e d'arti gentili.
Ma l'acquisto di Cipro le apportò colla ricchezza l'amore della voluttà, le morbidezze di corrotti costumi; la scoperta d'America le fu fatale al commercio. Giunta all'apogeo della fortuna s'arrestò a godere la conquistata grandezza.
Ma chi s'arresta è sorpassato da chi avanza. Venezia cinta del gemmato diadema si adagiò mollemente sul manto ducale, e immersa in voluttuosi pensieri mentre il leone ammansato dormiva ricevette gli omaggi del mondo che ammirava lo splendore della sua bellezza. Nei giorni del pericolo la sua spada irrugginita e il braccio infiacchito rifiutarono il loro uffizio, essa non aveva più forze, il suo leone non aveva più ruggiti. Allora fidente nella costanza della fortuna e nel prestigio de' suoi vezzi, si cinse di fiori, e assopita dal dolce far niente, chiuse gli occhi... — Quando li riaperse lo scettro e il diadema erano scomparsi, i fiori s'erano mutati in catene, il leone, ferito nel cuore, spirava... Fece uno sforzo per difendersi, ma troppo tardi!... la regina era divenuta una schiava...