XXXVI.
L'ultimo giorno della repubblica, caduto l'antico governo avanti che il nuovo regime entrasse in funzione, Venezia fu in preda all'anarchia. Il popolo sommosso commise violenze e saccheggi guidato da alcuni capi frenetici ed avidi di bottino, che eccitavano gli animi con declamazioni violente, e si trascinavano dietro una folla esaltata da tutte le passioni sfrenate.
Si apersero le carceri, e Valdrigo si trovò liberato al grido di viva la libertà e l'eguaglianza! e sceso in piazza fra il popolo agitato, apprese la caduta della repubblica. I diversi partiti minacciavano la guerra civile, e gli scaltri birboni si studiavano di approfittarne gridando ora viva san Marco, ora viva la libertà, tanto da fomentare le discordie, la confusione e le ire. Alcuni cialtroni indemoniati calunniando i vinti provocavano le vendette per trarne il loro vantaggio, e si mettevano alla testa delle orde furibonde per guidarle al saccheggio.
Al grido — morte all'aristocratico Leoni, morte al nemico del popolo, — Valdrigo che si era incamminato verso la sua dimora si arrestò commosso dall'indignazione e dal raccapriccio, e mutata strada seguì la ciurmaglia scapestrata che correva armata di picche e di fucili ad assalire il palazzo.
Deciso di difendere la dimora del suo protettore, egli si faceva largo fra la folla, per giungere fra i primi, e il pensiero che forse avrebbe potuto salvare la Silvia dall'imminente pericolo, animava il suo coraggio. Quell'orda ubbriaca di truffatori mandava urli minacciosi, imprecazioni e bestemmie, e Valdrigo ringraziava la Provvidenza d'averlo riservato alla sorte fortunata di esporre la vita per la donna che dominava il suo cuore.
Trovato chiuso il portone del palazzo si misero ad abbatterlo a colpi di martello e di scure ed ogni colpo risuonava nell'anima di Valdrigo con dolorosa impressione.
Gettata abbasso la porta, i saccheggiatori invasero il palazzo, Valdrigo li seguì, e penetrando di soppiatto in una stanza che conduceva agli appartamenti di Silvia, chiuse l'uscio dietro di sè, e si mise a correre per quelle camere deserte, senza trovare nessuno. Allora uscito per un'altra porta salì al piano superiore, ma ogni appartamento era deserto, che gli abitanti avvertiti in tempo erano usciti per una porta di dietro e si erano rifugiati in casa Orseolo.
Intanto il palazzo era stato invaso da ogni parte, gli armadi venivano infranti e depredati, ogni cosa manomessa, in preda della distruzione e della rapina. Valdrigo vagava come forsennato, coi capelli irti sul capo, cogli occhi spaventati, sospinto dall'onda degli invasori, ludibrio di forze irresistibili, spettatore impotente di tanta desolazione.
Confinato dalla folla irrompente, nel vano d'una finestra, vide con indescrivibile spavento delle nubi di fumo uscire vorticose dal lato della galleria.
Gl'infami predatori, non potendo forzare le porte le avevano incendiate, e il fuoco s'era appiccato ai quadri e distruggeva le opere preziose dei più insigni pittori.
All'anima dilaniata dalla vista delle profanazioni di tanti oggetti consacrati dalla sua venerazione e dal suo amore, s'aggiunse lo spettacolo dell'arte violata e distrutta dalla barbara brutalità degli scellerati. L'amante e l'artista erano parimente colpiti.
La sua esaltazione giunse al colmo; egli sentì il delirio della collera che gli invadeva il cervello, e gli metteva in oscillazione tutte le membra frementi spingendolo alla vendetta.
Era disarmato, ma dato di piglio ad un brandone di legno staccato da un mobile infranto si fece largo fra la folla, e sceso nella galleria cogli occhi che gli uscivano dalle orbite s'arrestò nel luogo ove pochi mesi prima aveva collocato il suo quadro dei pescatori. — La tela era stata distrutta dall'incendio, ed appena una parte della cornice pendeva ancora dal muro!... Il fuoco era stato spento dagli stessi incendiari, i quali temendo di non poter uscire per l'ingombro della folla, spaventati dall'idea di morire bruciati, ed anche spinti dall'avidità del furto, avevano soffocate le fiamme.
Vittore, divenuto come pazzo dalla disperazione di veder distrutta un'opera che gli costò tanta fatica, si mise a menare dei colpi disperati nelle gambe, nelle schiene e nelle teste dei birboni, che tagliavano le tele per distaccarle più presto dalle cornici.
Ai primi colpi, spaventati o colpiti, vollero fuggire, ma poi rianimati dai compagni che udito il tafferuglio erano corsi in aiuto, e resi audaci dall'isolamento dell'assalitore, gli si scagliarono contro coi coltelli.
Mentre ferveva la lotta, alcuni cittadini, armati in fretta per ristabilire l'ordine turbato, seguiti dai buoni arsenalotti e da un drappello di bombardieri accorrevano al palazzo Leoni per frenare il furore del popolo. All'intervento della forza regolare i saccheggiatori sgombrarono dal luogo, abbandonando Valdrigo disteso sul pavimento della galleria, privo di sensi ed innondato di sangue.