V.

Il mattino del primo d'aprile gli abitanti di Pieve udirono il suono d'una campana ch'era rimasta in silenzio per cinquant'anni.

— È la campana dell'arrengo!... esclamavano i vecchi, levandosi il cappello, e i giovani, che non l'avevano mai udita, la ascoltavano con religioso raccoglimento, come fosse la voce solenne dei loro padri.

Quei popoli del Cadore erano uniti da secoli in una sola comunità, che aveva antichi statuti raccolti fino dal 1300; e leggi civili e criminali che provvedevano all'amministrazione della giustizia, e vigilavano affinchè non venissero lese le loro franchigie.

Monsignor canonico Ciani che scrisse la Storia del popolo Cadorino, loda la sapienza di quel governo popolare «che non mutò mai, nè mai ebbe in sì lungo giro di secoli chi macchinasse di abbatterlo»; dice che quelle leggi «mantennero sempre la santità e bontà del costume sì pubblico che privato, ed erano assai severe coi violatori, e specialmente coi ladri, che in certi casi speciali venivano anche impiccati»; ma il buon canonico, nelle sue dotte indagini sui più antichi documenti, non ha mai trovato nessuna menzione sull'esecutore di tali sentenze, e ricercandone le traccie nelle tradizioni locali, soggiunge: «i vecchi ricordi ci fanno sapere che, sempre che il boja o carnefice occorresse, il che accadde due o tre volte, veniva dalle vicine terre teutoniche, e ad assai modico prezzo.»

Quando si pensa che la storia di monsignor Giuseppe Ciani venne pubblicata durante il sospettoso e suscettibile dominio austriaco, si deve convenire che egli non mancava di coraggiosa franchezza, stampando questa sua erudita scoperta sul boia tedesco a buon mercato. E infatti, egli, ottimo cadorino, non poteva sopportare in pace la vergogna del governo straniero che, oltre tutti i malanni dell'occupazione, aveva anche rotta l'unità del suo paese dividendone il territorio in due distretti.

Ed appunto perchè gli austriaci s'erano ritirati da Venezia e dal Cadore, si suonava nuovamente la campana dell'arrengo e si schiudevano le porte della sala dell'antica comunità, ove per il primo d'aprile erano stati convocati tutti i rappresentanti dei 21 Comuni, e invitato qualunque buon patriotta volesse prender parte ad un'assemblea deliberante sui destini del paese.

E accorrevano a Pieve da tutti i Comuni quei buoni montanari, e le vie si affollavano di gente commossa dai grandi avvenimenti del giorno, avida di conoscere la sorte che sarebbe riservata alla patria. Tiziano ed Isidoro, riuniti gli amici accorsi subito all'appello di Pieve, si mettevano d'accordo sulle deliberazioni da prendersi. Seguivano più lentamente fra il popolo, sior Antonio e sior Iseppo, il primo manifestando la sua letizia per la liberazione del Cadore, l'altro brontolando come al solito sulle vessazioni dei tedeschi e sui mali prodotti dal governo degli stranieri.

Il consigliere imperiale in quiescenza andava orecchiando fra i vari gruppi, accigliato o ridente secondo le persone che gli stavano davanti, abbottonando o sbottonando il soprabito per nascondere o lasciar vedere la coccarda italiana attaccata al petto della casacca, secondo i casi che si presentavano alla sua prudenza.

Entrarono nell'aula 69 rappresentanti dei comuni e 44 notabili dei diversi paesi i quali videro comparire il vecchio ottuagenario Alessandro Vecelli, che sostenuto da due amici, salì alla tribuna. Commosso fino alle lagrime, benedì i lenti rintocchi di quella campana che gli rammentavano gli anni vigorosi della sua gioventù e i bei tempi della repubblica veneta, alla quale il Cadore si era dato spontaneamente fino dal 1420, senza perdere veruno de' suoi privilegi, e trovando anzi molti vantaggi al suo commercio, e valida protezione contro le invasioni dei confinanti. Poi proponeva che fosse subito abolita la odiosa divisione imposta dal governo austriaco, e che il Cadore fosse ritornato all'antica e gloriosa Comunità.

L'assemblea animata da vivo entusiasmo applaudiva freneticamente la proposta del suo anziano, e decretava l'unità per sentimento di reciproca fratellanza e per attingere la forza necessaria nei momenti del pericolo.

Dopo tale voto passava alla deliberazione di mandare pronta adesione al governo provvisorio di Venezia, congratulandosi della risorta repubblica, rinnovando l'antico atto di dedizione della Comunità Cadorina, e manifestando i più caldi voti di perpetua libertà. E vennero delegati sei rappresentanti incaricati di recarsi subito a Venezia a portare il verbale dell'adunanza, col relativo indirizzo.

Mentre nell'aula si udivano i più caldi discorsi di amor patrio il popolo si affollava nell'atrio, sulle scale, e nella piazza, in mezzo alla quale s'era innalzata un'antenna, dalla cui cima sventolava la bandiera tricolore italiana, improvvisata dalle donne di Pieve, portante nel centro il leone alato di San Marco. Persone d'ogni condizione, d'ogni età, fra le quali si vedevano i costumi di tutti i paesi cadorini, circolavano intorno al nuovo stendardo, applaudivano ai rappresentanti raccolti, colle grida di viva il Cadore, viva la patria italiana, viva la repubblica veneta, viva Pio IX.

E quando videro uscire dal palazzo la comitiva dei rappresentanti ed udirono le loro deliberazioni, raddoppiarono gli applausi, le grida di contentezza, e di entusiasmo per la libertà.

Sior Antonio uscito coi notabili del paese era commosso più degli altri, il suo affetto inseparabile per la famiglia e la patria gli faceva provare doppia soddisfazione per la libertà conseguita e la casa vendicata dell'insulto ricevuto dagli stranieri. Si cavava il cappello davanti la folla plaudente, stringeva la mano agli amici, ai conoscenti, e salutava perfino gli avversari, proponendosi di venire a transazioni coi suoi confinanti, contro i quali aveva incominciate varie cause per turbato possesso, deciso di finire ogni questione per dar l'esempio della concordia e dell'unità del paese.

Il consigliere imperiale, vedendo che faceva caldo, s'era deciso di levarsi addirittura il soprabito, e così messa in mostra la sua enorme coccarda italiana, passeggiava pomposo in mezzo alla folla, giudicando l'Austria bell'e spacciata colla capitolazione di Venezia, e calcolando che quel governo dovesse anzi trovarsi soddisfatto di uscire da tanti imbarazzi e da tante spese che doveva subire da qualche tempo, a motivo dei sudditi ribelli.

E vedendo che il vento spirava favorevole al nuovo ordine di cose, fece acquisto dei due ritratti di Pio IX e di Carlo Alberto, e li sostituì nel suo studio all'imperatore Ferdinando ed ai marescialli austriaci, che fece sparire in un angolo della soffitta.

Sior Iseppo avendo ricevuto una lettera di Michele che gli domandava denaro per ritornare in patria, si era ritirato in casa, assai malcontento, e col profondo convincimento che tanto sotto i governi dispotici, quanto col regime della libertà, suo nipote gli avrebbe sempre spremuta la borsa, e deplorando che dopo di essersi astenuto dal matrimonio per economia, era costretto di mantenere il figlio di suo fratello, e brontolava fra i denti mille imprecazioni, coi fremiti del suo malcontento.

Dopo la solennità, sior Antonio si era recato da Isidoro a chiedere la mano di Maria per l'unico suo figlio Tiziano, mentre costoro giravano spensierati fra le piante del roccolo, raccogliendo dei fiori.

Chiamati a comparire davanti i genitori li trovarono gravemente seduti intorno al tavolo, sul quale erano stati deposti dei bicchieri e delle bottiglie. Maria s'era messo fra le treccie un papavero rosso, e portava in mano un fascio di biancospini e di lilla odorosi. Isidoro le annunziò in poche parole la domanda di Sior Antonio, chiedendole se fosse contenta. A tale proposta inaspettata, si fece tutta rossa, e guardando Tiziano con uno sguardo di dolce rimprovero gli disse:

— Traditore!... non mi ha detto mai niente!....

— Dunque.... soggiunse suo padre, non sei disposta di concedergli la tua mano?...

Maria guardò negli occhi il suo amico, e gliele sporse tutte due. Egli se la strinse al seno dicendo: — Siamo nati per vivere insieme!... E riempiuti i bicchieri, tutti bevettero alla salute dei promessi sposi.

Venne poi pattuito di comune accordo, che se l'Austria si decidesse a resistere, e rendesse necessario di combattere per l'indipendenza della patria, le nozze avrebbero luogo a guerra finita.

Intanto anche i Cadorini che dimoravano a Venezia facevano pervenire a quel governo provvisorio le loro adesioni, raccomandandogli caldamente la difesa delle loro montagne, e il governo rispondeva alle loro dimostrazioni con un manifesto «ai popoli del Cadore» ricordando che l'antica repubblica li chiamò «fedelissimi» rammentando loro le patrie vittorie, e con platonici sentimenti, come era nelle abitudini declamatorie del momento, scambiava le più ingenue dichiarazioni d'amore, dicendo a quel popolo: «Cadorini, credete all'affetto nostro, e noi al vostro crediamo, perchè sappiamo bene che le anime sincere sono le più generose ed ardenti.»

Ma siccome nelle rivoluzioni e nelle guerre una buona carabina è assai più vantaggiosa della rettorica, anche se accompagnata da cordiali dimostrazioni d'affetto, così i Cadorini si ostinarono a domandare al governo di Venezia, armi, munizioni, e soccorsi per resistere ad una possibile invasione, e per loro parte si mettevano subito all'opera organizzando dovunque la difesa, istituendo le guardie civiche, raccogliendo tutte le armi che potevano trovare, fortificando i punti più importanti di Venàs, di Vallesella, e di San Vito; ed alcuni drappelli più animosi erano anche andati a tenere in sorveglianza il confine malsicuro di Ampezzo e di Montecroce. I Cadorini sentivano d'essere le sentinelle avanzate sui confini d'Italia, e che la difesa delle Alpi avrebbe deciso la sorte della patria comune. L'arsenale di Venezia era bene provveduto di armi da guerra, e coll'insistenza dei cadorini dimoranti colà si ottennero finalmente 400 stutzen, 5 cannoni, ed alquanti barili di polvere.

Al loro arrivo in Cadore queste armi furono accolte con segni festosi di gioja, i cadorini andarono ad incontrare i carri che le portavano, li scortarono come in trionfo, ma erano sempre poche al bisogno, e affatto insufficienti al gran numero d'uomini che correvano volonterosi a difendere le gole dei monti. Così mentre in molte città d'Italia si facevano romorose dimostrazioni, o vane pompe di facili trionfi, in quei monti ignoti o appena noti a gran parte d'Italia quegli animosi montanari si apparecchiavano arditamente alla difesa. Le miniere d'Auronzo fornivano il piombo, le donne preparavano le cartucce e le filaccie, gli uomini si esercitavano al maneggio delle armi.

Tiziano viveva una vita piena d'entusiasmo, ora in soavi colloqui colla adorata fanciulla, ora col fucile in ispalla, attendendo il nemico alla frontiera in difesa della patria. E dopo una notte passata in un bosco per sorvegliare i confini, egli correva sotto al noto balcone ad aspettare il primo raggio di sole. Al crepuscolo si apriva la finestra, e compariva Maria, che gli pareva più bella dell'astro che tingeva di rosa le cime dei monti.

L'amore della patria si animava dell'amore della donna, e si concentrava in una sola aspirazione: far rispettare tutto ciò che l'uomo ha di più sacro sulla terra, il suolo nativo e la famiglia, l'onore della nazione e i tesori del cuore.

E in mezzo a quelle alpi sublimi, nel roccolo di Sant'Alipio, nel nido recondito sospeso sulle roccie di Montericco, nelle ore concesse al riposo del soldato, l'amante s'inebbriava del sorriso della sua fanciulla e la loro gioventù si alimentava di speranze e di voluttà, e Tiziano stringendo la mano di Maria, trovava ancora più stupenda la bella natura che gli stava davanti, e in quella varietà di tinte, d'ombre, di luce, di canti e di profumi trovava più adorabile la sua fidanzata, che gli faceva tutto sentire ed ammirare attraverso il prestigio della passione. Quella stagione del rinnovo gli apparve come uno spettacolo meraviglioso, ed infatti era per lui la primavera della vita, la primavera dell'amore, la primavera della patria, che si associavano alla primavera dell'anno. Il mattino era un incanto di paradiso in quel sito, le tinte rosee del cielo si riflettevano sulle cime dei monti, l'aria leggera ed odorosa echeggiava di mille voci sonore che salutavano il ritorno della luce. A mezzo giorno, tutto era silenzio, pace, e profumi; al tramonto, il cielo le nuvole le alpi parevano di fuoco, e i sospiri del cuore si confondevano colle brezze vespertine.

Quando il dovere chiamava il soldato alle armi durante il giorno, ed alla sera si cambiavano i drappelli che erano stati di guardia, dopo un breve riposo Tiziano correva al roccolo di Sant'Alipio, ove Maria lo aspettava, e passavano delle ore deliziose al chiaro di luna. Le loro parole sommesse, bisbigliate in quella solitudine incantevole, parevano preghiere, ed erano poesie, ignote a chi non ha amato con purezza di sentimento in quei tempi in quei luoghi in quelle circostanze. E quella poesia era la realtà di quella scena e di quei cuori, come le lubriche scene dei vizii cittadini sono la realtà d'altri tempi e d'altri costumi.

Ai primo alito di libertà il paese si sentiva vivere di nuova vita.

Era in tutti un desiderio d'operare pel bene comune, una fratellanza di sentimenti, di voti, di aspirazioni, una curiosità intensa di notizie delle altre parti d'Italia, che recavano sempre nuove sorprese.

All'ora dell'arrivo della diligenza giornaliera una folla di curiosi le si accalcava d'intorno avida di udire le novità e di ricevere le corrispondenze e i giornali, e in tal modo la popolazione di Pieve veniva a conoscere gli avvenimenti che si succedevano continuamente, impreveduti, meravigliosi.

Tutte le città del Veneto, meno Verona, avevano superati gli ostacoli, e allontanati gli austriaci. A Udine avevano obbligato le truppe a ritirarsi a Gorizia, a Treviso una capitolazione aveva costretto il presidio a sgombrare, lasciandovi un battaglione del reggimento Zannini, tutto di Trivigiani, che avevano fraternizzato col popolo. A Padova il tenente-maresciallo D'Aspre firmava una convenzione con quel municipio, obbligandosi ad uscire dalla città, evacuava anche Vicenza soggetta al suo comando, e si ritirava nel quadrilatero. Treviso aveva istituito i Cacciatori del Sile, e la legione Italia libera, Padova la legione Euganea.

Ma come avviene ordinariamente ne' tempi di rivoluzioni e scompigli, le notizie invece di giungere positive e veritiere pareva che si gonfiassero per via, e si sballavano grosse, esagerate, ed anche false ed inventate di pianta. A udire quei viaggiatori di passaggio l'Austria era caduta in dissoluzione, era morta e sepolta; non se ne parlava nemmeno; e i paesi erano intieramente preoccupati dal pensiero della forma di governo da adottarsi; chi voleva la repubblica, chi la monarchia, chi la casa di Savoia e chi il papa, chi la federazione e chi l'unità.

Mazzini predicava per un partito, Gioberti declamava per un altro, ed entrambi ottenevano applausi, dimostrazioni clamorose, e trionfi.

A tali racconti i buoni patrioti si attristavano grandemente; sior Antonio agitava la testa e stringeva le labbra, sior Iseppo grugniva, il consigliere imperiale crollava le spalle, Isidoro si lasciava trasportare dall'entusiasmo, assicurava in piena buona fede che tutto sarebbe finito a meraviglia, Tiziano vedeva color di rosa, la politica e l'amore, e si esaltava gridando:

— Viva l'Italia!... viva la libertà!...

Un giorno che si aspettava colla solita ansietà l'arrivo della diligenza, la si vide da lontano che saliva la costa, e si distingueva una macchietta sull'imperiale che sventolava una carta. Grande impressione nella folla a quel segnale! Che cosa poteva essere?... chi diceva una bandiera bianca, chi vedeva un brutto presagio, chi sperava l'annunzio d'una buona vittoria, o un trattato di pace che consolidasse l'indipendenza italiana. L'agitazione andava sempre crescendo, tutti spalancavano gli occhi, molti corsero incontro alla diligenza per essere i primi a conoscere il fatto straordinario che si annunziava...

Era Michele che ritornava dal suo breve esilio in Piemonte e che aveva cominciato da lontano ad agitare in aria il manifesto del Re Carlo Alberto — Ai popoli della Lombardia e della Venezia.

Quando la diligenza si arrestò in mezzo alla folla stipata davanti l'Ufficio della Posta, Michele, in piedi sull'imperiale, si mise a declamare ad alta voce il manifesto — «I destini d'Italia si maturano; sorti più felici arridono agli intrepidi difensori dei conculcati diritti.» Uno scoppio di applausi frenetici fece sospendere la lettura, la quale fu costantemente interrotta dal crescente entusiasmo degli spettatori, e dalle grida romorose di chi domandava il silenzio. Quando udirono che il re del Piemonte entrava in Lombardia col suo esercito, gli applausi non finivano più, e Michele accennava colle mani che stessero zitti se volevano udire anche il resto. Quando fu possibile di riprendere la lettura, il giovane continuò con voce stentorea: «Seconderemo i vostri giusti desideri fidando nell'ajuto di quel Dio che è visibilmente con noi, di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di far da sè.» — Tali parole eccitarono una irresistibile frenesia nella folla, e non fu più possibile di calmarla. Le grida assordanti di Viva Pio IX si confondevano con quelle di viva l'Italia, viva la libertà, viva il Cadore, Viva Carlo Alberto. — Viva la repubblica di S. Marco!... La fine del manifesto non si è potuta udire che dai più vicini, e Michele saltato abbasso dalla diligenza si trovò stretto e quasi soffocato dagli amici. Sior Antonio piangeva dalla consolazione: egli vedeva la patria liberata, la famiglia tranquilla, e il legname delle seghe fuori di pericolo. Il Consigliere imperiale assicurato dall'intervento del Piemonte, giudicò l'Austria perduta senza remissione, e vedendo l'entusiasmo del popolo, stimò opportuno per la propria sicurezza, e per garanzia della pensione, di dare una prova evidente di patriottismo, e si mise a gridare — «morte all'Austria! fuori i barbari dall'Italia! viva Carlo Alberto e l'esercito piemontese!» I popolani gli strinsero le mani, in segno di ammirazione pel suo generoso entusiasmo, ed egli ringraziava modestamente, mentre Michele sfuggito alla folla correva a casa col suo sacco da notte, ad abbracciare lo zio orso e ad ascoltare con rassegnazione le sue ramanzine.

Però gli avvenimenti non erano così assolutamente decisi come si credeva nel primo entusiasmo dalla poca esperienza politica delle popolazioni appena uscite dalla dominazione straniera. L'esercito austriaco sorpreso dalla rivoluzione nelle varie città non era punto disfatto. Anzi si andava raccogliendo regolarmente, e i vari corpi dispersi con poche perdite si concentravano nel quadrilatero dove il vecchio feldmaresciallo Radetsky organizzava le truppe e stava attendendo i rinforzi che aveva domandati, per uscire da' suoi ripari e riprendere il terreno perduto.

I volontari che sotto gli ordini del generale Sanfermo si batterono coraggiosamente contro gli austriaci a Montebello dovettero soggiacere al numero superiore che li assalì, a Sorio, dove fu un vero macello, e si pagò uno dei primi tributi di sangue per la difesa del territorio veneto. Il generale Durando col suo corpo d'esercito pontificio non si decideva mai a varcare il Po, malgrado le vive sollecitazioni che gli venivano fatte dal governo di Venezia e dal generale Lamarmora, che lo eccitavano a portarsi sull'Isonzo dove il Nugent raccoglieva uomini, armi e munizioni per scendere nel Friuli e recarsi a Verona in soccorso di Radetsky.

Pio IX dopo di aver benedetto il 25 marzo dall'alto del Quirinale la bandiera delle truppe regolari che partivano per la guerra dell'indipendenza, si mostrava esitante e mal contento, e finalmente dichiarò coll'enciclica del 29 aprile che non aveva mai inteso di far la guerra all'Austria.

L'indignazione fu grande in tutta Italia, e a Roma principalmente, ove i genitori, i parenti, gli amici dei militi partiti per la guerra temevano di vederli cadere in mano del nemico ed essere trattati da ribelli.

In tali condizioni di cose premeva grandemente che i soldati volonterosi di battersi per l'indipendenza nazionale avessero dei capi che sapessero dirigerli, e i cadorini pressavano il governo provvisorio di Venezia di voler provvedere a questa necessità, per difendere validamente le Alpi.

E infatti il 18 d'aprile Daniele Manin fece chiamare il dottor Luigi Coletti, reduce dalla lotta di Sorio, e gli presentò Pietro Fortunato Calvi, nominato capitano delle armi del Cadore, con decreto del 17 dal governo provvisorio della repubblica.

Pietro Fortunato Calvi era nato nell'antico castello di Briana in provincia di Padova, comune di Noale il 15 febbraio 1817, aveva dunque appena compiuto 31 anno, e ne mostrava assai meno. Era un bel giovane biondo, di nobile fisonomia, di aspetto marziale, di carattere dignitoso, schietto, leale, che attirava la simpatia di quanti lo vedevano. Il parroco del villaggio fu il suo primo maestro, poi continuò i suoi studi nel ginnasio di Padova, e dopo passò nel collegio militare del genio a Vienna da ove uscì col grado di tenente nell'arma di fanteria del reggimento Wimpfen. Trovatosi per vari anni di guarnigione a Venezia, venuto a contatto cogli ufficiali di marina, che memori delle glorie passate, colleghi dei Bandiera e di Moro, nudrivano sentimenti italiani, fattosi amico di alcuni giovani veneziani che gli parlarono di patria e di libertà, il giovine tenente s'avvide a poco a poco che le tenebre politiche avevano oscurata la vista a molti italiani, che ignoravano di avere una patria, e si mostrò pronto a riconoscerla e deciso a servirla. I suoi superiori si accorsero delle nuove idee che germogliavano nella mente del giovane ufficiale, e per allontanarlo dalle tentazioni e guadagnarlo coll'ambizione soddisfatta, lo traslocarono a Gratz col grado di capitano. Ma ai primi movimenti del 48 diede le sue dimissioni, che non vennero accettate, ciò che non gl'impedì egualmente di lasciare il servigio straniero, e recatosi a Trieste uscì dal porto in una barca peschereccia ed attraverso mille pericoli giunse a Venezia. Colà si faceva conoscere dal governo il quale lo accoglieva con distinzione e gli dava l'incarico di andar a dirigere la difesa del Cadore. Il giorno 19 aprile egli partiva per la sua destinazione insieme al compagno che gli era stato dato e il giorno successivo sulla sera, entrava a Pieve e prendeva alloggio in casa Coletti.

Presentato al Municipio che riconobbe subito il suo incarico, venne tosto deliberato di convocare nuovamente pel giorno 25 i deputati di tutti i comuni del Cadore, i capi delle guardie civiche, e tutti i maggiorenti del paese. Intanto il capitano prendeva conoscenza dei luoghi e delle persone.

Il giorno 25 nella sala della Comunità, ai rintocchi della campana che aveva suonato al 1º del mese si raccolse l'assemblea, con meno trasporti frenetici della prima volta, ma con pari patriottismo, più positivo e più grave, decisi tutti a qualunque sacrificio per vietare l'ingresso delle Alpi all'esercito imperiale; che si presentava minaccioso alla frontiera.

Il Municipio di Pieve presentò ai convocati il capitano Calvi, come capo delle armi cadorine, eletto dal governo centrale. Esso venne accolto da unanimi applausi, e fece un breve discorso all'adunanza, manifestando il suo fermo proposito di dedicare la vita alla difesa e al bene del paese, nel quale con suo sommo piacere era stato mandato. Le sue parole vennero ascoltate in rispettoso silenzio, seguito da manifestazioni di gioia, e da esclamazioni di entusiasmo guerriero. Si fece qualche altro discorso, e poi si passò subito alla nomina del Comitato di difesa, al quale presero parte i più distinti cittadini.

Dopo alcune altre formalità secondarie, si stava dettando il protocollo delle prese deliberazioni, quando si vide entrare nella sala un uomo pallido in volto, che teneva in mano un foglio stampato. Era il signor Luigi Galeazzi di Perarolo il quale veniva ad annunziare all'assemblea che gli Austriaci avevano passato l'Isonzo, che Udine aveva dovuto capitolare, e quel foglio conteneva appunto il testo della capitolazione, ed era la prova evidente della nuova invasione.

A tale sorpresa successe qualche istante di silenzio. Era una trasformazione impreveduta di scena che faceva cadere ad un tratto molte illusioni, smorzava molti entusiasmi, risvegliava timori e paure, e smascherava alcune persone accorse all'assemblea colla fiducia di qualche vantaggio personale, spinte a secondare la corrente e a mostrarsi fra le prime ad adorare il nuovo astro che sorgeva all'orizzonte. Chi avesse osservato in quel momento le contrazioni muscolari del viso del Consigliere imperiale avrebbe veduto un tipo curioso ed interessante di quell'epoca, uno di quei personaggi che dopo d'aver servito con molto zelo il governo straniero, procuravano dopo la sua caduta di far dimenticare un passato pericoloso, e si mostravano fra i più ardenti promotori del nuovo ordine di cose, insinuandosi astutamente nelle pubbliche adunanze, gridando più forte degli altri, infiltrandosi a poco a poco, e penetrando nei nuovi uffici, per riprendere influenza nelle cose pubbliche, assumere nuova autorità, sollevarsi dalle rovine, cercando nuove soddisfazioni all'ambizione, e nuovi lucri all'avidità.

Il consigliere imperiale, avvedutosi in quel momento d'aver avuta troppa fretta a mostrarsi liberale, avrebbe voluto tirarsi indietro senza compromettersi, ed agitato dalla lotta che si combatteva nel suo cervello, presentava una fisonomia, che sarebbe sembrata molto comica, se le gravi preoccupazioni del momento non avessero attirato altrove gli sguardi. Ma se c'era un consigliere imperiale, e qualche timido che viste le critiche circostanze avrebbe voluto subito rinunziare ad ogni resistenza, l'assemblea si componeva la maggior parte di animosi patriotti come Tiziano, Michele, Isidoro, e tanti altri disposti a dare la vita per la patria, decisi di resistere alla nuova invasione, i quali non avevano che un solo timore, quello di riveder l'Italia ricadere in mano degli stranieri, e non erano animati che da una sola ambizione, quella di offrire tutto il loro sangue per salvarla da questa nuova sventura.

Il generoso patriotta che stava al fianco di Calvi prese la parola, dicendo:

— A che ci siamo qui raccolti?... Nol sapevamo noi che il nemico ci stava alle porte deciso d'invadere nuovamente la patria?... Non è forse il pensiero della difesa che ci ha qui condotti?... A che dunque occuparsi di difesa se non si avesse avuto presente che fra poco avremmo avuto il nemico da combattere?

Queste ragionevoli domande, che contenevano la risposta perentoria, vennero accolte con sommo favore dalla maggioranza, ed al breve silenzio prodotto dalla sorpresa, successero i più vivi applausi e gli evviva iterati all'Italia, alla repubblica, ed a Pio IX, e finito in fretta il protocollo verbale, e firmato dal maggior numero degli intervenuti, l'assemblea si sciolse, accolta dal popolo stipato nella piazza, con ripetute acclamazioni, e con voci d'incoraggiamento e di concorde adesione.

Il consigliere imperiale corse a chiudersi in casa, deplorando la sua imprudenza, ritirò dalle pareti del suo gabinetto il ritratto di Pio IX e quello di Carlo Alberto, e li portò in soffitta, dove si mise con ogni cura a ritirare la polvere e le ragnatele dai ritratti dell'imperatore Ferdinando, e a quelli dei marescialli dell'Impero, che rimise con grande rispetto nelle loro cornici, e dopo lavati i vetri appese di nuovo al loro posto, dal quale erano stati ritirati prudentemente davanti le energiche manifestazioni cadorine in favore della libertà, e nascosti dietro le casse coi vecchi mobili abbandonati. E tutto intento a tale operazione, deplorando la precipitazione dei primi giorni giurò solennemente che in avvenire sarebbe più cauto, non ammettendo mai più nelle sue stanze altro che i sovrani riconosciuti regolarmente da tutte le potenze d'Europa.... e delle nazioni più forti delle altre parti del mondo.

Ma in quello stesso giorno la popolazione di Pieve celebrava la festa di San Marco nella chiesa di Santa Maria, stipata di gente d'ogni condizione, e il reverendissimo Arcidiacono che officiava solennemente, circondato dal clero, dava la benedizione alla bandiera della Guardia Civica. La religione e la patria si erano congiunte in uno stesso sentimento di devota affezione, e quelle buone, semplici, ed energiche popolazioni delle montagne, prostrate devotamente davanti gli altari, domandavano a Iddio la protezione delle armi per difendere valorosamente il loro territorio e le loro case dalla invasione degli stranieri.