VI.

Il Comitato di difesa si mise subito all'opera alacremente, aprendo i ruoli dei volontari, esercitandoli al maneggio delle armi. I cadorini hanno la consuetudine di emigrare ogni anno per alcuni mesi, in vari paesi d'Europa, esercitando diverse professioni, ma in quell'anno non erano partiti, od erano ritornati più presto a motivo degli sconvolgimenti politici. I giovani accorsero subito ad iscriversi nella milizia, e in tal modo vennero prontamente costituiti i Corpi franchi destinati al servizio attivo ai confini, lasciando alla guardia civica il servizio interno d'ordine e sicurezza. Fissato il giornaliero assegnamento dei volontari, furono presentati al Comitato, davanti il quale giurarono solennemente di servire per tre mesi come soldati regolari, sotto il supremo comando del capitano Calvi. E in pochi giorni si raccolsero 380 uomini che vennero divisi prima in quattro poi in cinque corpi di 75 a 80 uomini ciascheduno. Ogni drappello aveva la sua bandiera tricolore che lo precedeva nelle marcie, e veniva piantata nel punto fissato per la difesa. La fretta rese impossibile di adottare una assisa uniforme, soltanto portavano un ramoscello d'abete sulla coccarda italiana fissata ad una falda del cappello rilevata ed aderente alla cupola. I capi si distinguevano per dei segnali bianchi alle maniche.

Mentre venivano istruite queste milizie il capitano Calvi col suo inseparabile compagno del comitato percorreva il Cadore, prendendo conoscenza delle posizioni, ispezionando quanto era stato operato dai cadorini fino a quel momento per la difesa dei loro confini, e disponendo tutto ciò che era da farsi secondo i luoghi e le circostanze. Trovarono il confine di Montecroce bastantemente premunito per cura di Giovanni Coletti comandante della guardia civica del Comelico superiore.

Le accoglienze fatte dalle popolazioni del Comelico al capitano mandato dalla repubblica di Venezia, ed al capo del comitato che lo accompagnava, dimostrarono come anche in quella parte del Cadore fosse vivo il desiderio dell'indipendenza, e come quei paesani fossero fermi e ben disposti a difendersi ed a respingere con energia l'invasione tedesca. Ed era assai bello il vedere quei montanari del Comelico superiore, che sono generalmente alti della persona e robusti, vestiti del loro costume di festa, che consiste in una tunica bianca di lana, affatto particolare al paese, portanti sulle spalle la scure dei boscajuoli e la zappetta, inghirlandata di verdi fronde, col cappello ornato di nastri, e la coccarda tricolore sotto al ramoscello d'abete.

S'erano raccolti ad aspettare il capitano sulla piazza di Padola, villaggio estremo del Cadore, collocato in un'ampia valle palustre, in mezzo a monti coperti di foreste, attraversati da torrenti, colle alte cime di nude roccie acuminate, costantemente nevose. Quella brava popolazione intelligente e svegliata ascoltava estatica i discorsi dei loro capi, applaudiva concorde, e prometteva costanza e fedeltà.

A Treponti il capitano Calvi ordinò alcuni lavori per barricare il passo e fece alzare un fortino a sinistra del Pieve, sotto il bosco di Gogna, per collocarvi due cannoni.

La valle del Boite, le gole d'Oltrechiusa e il confine Ampezzano avevano avuto le principali cure dei Cadorini, poco sicuri dei loro vicini tirolesi. Quelle valli che dalla chiusa di Venàs si estendono fino ai confini di Ampezzo, presentano dei prospetti assai pittoreschi. Il torrente Boite che scaturisce dalle alpi tirolesi scorre alle falde dei monti profondamente incassato, corre a sbalzi, e si stende come un verde cristallo nei siti piani e profondi, e si trasforma in candide spume spruzzanti e rumorose quando s'infrange nelle roccie cadute dalle cime più eccelse nel suo letto tortuoso. La strada detta d'Alemagna, tagliata nei macigni a grande altezza dal torrente, si raggira in varie curve secondando i seni e i dorsi dei monti, ed ora presenta alla vista una vallata ridente di poggi, di pascoli, e di verdi boschi di larici e abeti, ora si va stringendo in gole minacciose, e fra nude rupi a picco, che pare devano rendere impossibile l'uscita.

A destra del Boite torreggia il Pelmo che s'innalza a 3161 metri sul livello del mare, a sinistra l'Antelao s'innalza a 3255 metri, in mezzo d'un corteggio di monti minori. Monte caro e terribile ai Cadorini che lo ammirano da lontano, coronato di nevi o di tempeste, nero di nubi o irradiato da rosei colori dell'alba, o dal fuoco vivo d'incantevoli tramonti. Gigante dolomitico spaventoso ai vicini, colle sue orribili frane, la cui storia è tremenda per villaggi sotterrati dalle rovine e sepolti per sempre. Egli sorge squallido, nudo, frastagliato, nevoso, in mezzo ai deliziosi boschetti di Valle, paesello ridente d'ortaglie e frutteti, che guardano paurosi il fantasma che li sovrasta. Le case antiche di Valle tutte di legno, affumicate, coi loro ballatoi, ingombre di scale, poggiuoli, coi tetti sporgenti, formano dei gruppi di linee stupende e di colori pastosi e robusti, davanti un orizzonte ondeggiante in amenissimi declivi ornati d'alberi ramosi che sporgono le loro braccia ritorte fra le fabbriche e i muri cadenti coperti di edere, dietro i quali si vedono i lontani boschi di larici dalle fogliette glauche, che rendono più dolci i passaggi dalle tinte cariche e cupe del primo piano al fondo cinereo dell'Antelao che spicca maestoso sull'azzurro del cielo.

A Costa un ponte d'un solo arco s'innalza sull'acqua del torrente a 59 metri, e, appoggiandosi sulle roccie sparse d'abeti che crescono fra i crepacci, congiunge le due rive e conduce sulla strada di Cibiana. Nel 1823 il monte franato fermò il corso del Boite per 12 ore, e finalmente rotta la diga, le acque si versarono furiosamente nella valle e alzandosi fino a 25 metri, inondarono Perarolo apportando desolazioni e rovine.

Anche Vodo offre amenissimi paesaggi e prospettive stupende; monti sparsi di boschi, seguiti da altri monti e da altri boschi a tinte sempre più digradanti quanto più si allontanano dalla vista, con declivi a dolcissime curve e toni sempre più languidi e sfumati che finiscono con nude roccie grigie filettate di neve e confuse colle nuvole.

Presso l'antichissimo paesello di San Vito, il Pelmo presenta le sue sterili roccie che ascondono orridi precipizi dietro ai verdi promontori ricoperti di fittissimi boschi, che lo fanno sembrare ancora più squallido e nudo. La campagna vicina è sguarnita d'alberi, meno qualche frassino sparso qua e là, che colle sue foglie oscure spicca sul verde tenero dei larici. Dirimpetto al villaggio, a destra del Boite, presso alcuni avanzi d'una strada abbandonata, si trovano traccie di villaggi scomparsi, e si scorge una miniera di ferro abbandonata, che si scavava al tempo della repubblica veneta. Nel 1848 le donne di questo paese preferivano ancora il pittoresco costume antico. Adesso appena qualche vecchia ne conserva le ultime traccie che stanno per perdersi nella comune uniformità. Vestivano una sottana nera, increspata di dietro ed orlata al basso da una frangia scarlatta. Panciotto rosso filettato di nero con sovrapposta pettorina quadrangolare a fondo rosso, ornata traversalmente da galloncini, e orlata di frangie d'oro o d'argento secondo il caso di festa o di lutto. Mettevano al collo una collana di grossi coralli, o una catenella d'argento, portavano in testa un cappello largo e rotondo in cima stretto al basso, e senza falde, come quello dei sacerdoti armeni; usavano calze rosse e scarpe scollate.

Gli abitanti d'Oltrechiusa sono generalmente tenaci dei loro diritti, laboriosi e interessati; le donne hanno aspetto maschile, fisonomie gravi, andamento risoluto. Sono molto amanti della vita domestica e patriarcale, e si conobbero famiglie composte di cinquanta persone, e di sette matrimoni, che vivevano in perfetta armonia.

Calvi che era grande ammiratore della natura si piaceva assai fra quei monti, ove ad ogni svolta di strada si presentano nuovi oggetti degni d'attenzione, e stupendi prospetti. Si arrestava in contemplazione nei siti più pittoreschi, si animava alla difesa della patria, che la natura aveva dotata delle Alpi, come formidabili fortezze, ai confini. Conversava con piacere cogli abitanti, nei quali ammirava la semplicità unita al buon senso, la sobrietà che risparmia i frutti del lavoro, la lealtà ardimentosa, la cordiale e franca ospitalità, virtù indigene d'un paese poco noto, e così degno d'essere conosciuto. E andava ambizioso d'essere scelto per guidare quella gente nelle battaglie dell'indipendenza, e di poter vietare agli stranieri la violazione di quei focolari che raccoglievano famiglie così oneste, e così degne della libertà. E andava studiando, e indicando tutti i mezzi più opportuni per resistere all'invasione, con lavori che rendessero inespugnabili quei passaggi.

I cadorini avevano costruito a pochi passi da Chiapuzza a sinistra del Boite un lungo fossato, formando un terrapieno col materiale scavato a guisa di parapetto verso settentrione, che veniva sorvegliato da sentinelle, ma il luogo parve poco atto ad una lunga difesa, e venne deciso per consiglio del capitano, di disporre perchè la difesa maggiore in caso di bisogno si portasse alla Chiusa, presso Venàs.

Uno dei primi lavori, in questa località, fu quello di rompere un tratto di strada che dal precipizio di Chiusa va verso Peaggio, rendendo il sito rovinoso e impraticabile, franando con mine la roccia fino al letto del Boite, e formando, all'altezza di circa 20 metri, sulla rupe che sovrasta la strada, un pianerottolo sul quale collocarono dapprima un cannone, e più tardi due, levandone uno da Treponti. Nè vi fu bisogno d'altri lavori, essendo tutta quella linea perfettamente difesa dalla natura selvaggia, dalle rupi a picco, irte, scoscese, rotte da dirupi alpestri e franosi. Fatti alla Chiusa questi apparecchi vennero posti sotto la custodia della guardia Civica di Venàs, il cui comandante era Federico Albuzzi, antico soldato di Napoleone, che seppe organizzare perfettamente la difesa di quel punto importante.

Compiuta questa prima ispezione e ritornati in Pieve posero mano ad altre disposizioni non meno gravi e necessarie. Calvi si occupò particolarmente dei soldati, il suo compagno costituì l'ufficio del Comitato di difesa nel palazzo della Comunità. Si nominarono i segretari, i cancellieri, ed un cassiere, e vennero elette varie commissioni per tutelare l'ordine interno, con l'appoggio della guardia civica, dispensata dal servizio attivo, ed incaricata di sorvegliare l'annona e le proviande militari, con facoltà di requisire viveri, rilasciando viglietti di credito.

Sior Antonio venne utilizzato negli uffici, ove la sua probità lo rendeva autorevole, e il suo odio per la dominazione straniera gli era sprone a spingere la resistenza con tutte le forze del paese. Il Consigliere imperiale vedendolo salito al potere lo trattava con deferenza marcata, non più come un inferiore, ma come un eguale.

Le amministrazioni dei boschi e della giustizia rimasero affidate alle autorità che non abbandonarono il loro posto, ma che non ebbero mai nulla da fare perchè l'amore della patria, come una nuova religione aveva fatto dimenticare le questioni dei confini privati, erano cessate le liti, le gare, le discordie, e fino la menzogna, l'ubbriachezza e la bestemmia. Ogni colpa era giudicata come un offesa a Pio IX, ogni offesa al creduto redentore d'Italia come un insulto alla patria risorta. Non si pensava più che a combattere per la salvezza del territorio sotto la protezione di Dio.

Quando i Corpi franchi furono bastantemente istruiti per stare in fila e comprendere il comando, vennero passati in rassegna dal Comandante davanti il Comitato, nella piazza di Pieve, ove la gente era accorsa in folla da ogni parte per vederli passare. La Maddalena e la Betta si affrettavano a giungere sul luogo con altre donne del paese che avevano i loro figli nella milizia. Maria e le sue amiche volendo vedere gli amanti, i fidanzati, i padri, i fratelli sotto le armi, accorrevano esse pure. All'ora fissata sfilarono in bell'ordine colle bandiere spiegate, al suono del tamburo, col viso animato rivolto al Comandante, e un aspetto così risoluto e marziale che eccitava l'entusiasmo degli spettatori, i quali applaudivano clamorosamente coi soliti evviva. Tiziano, Michele e Isidoro erano stati nominati ufficiali, e marciavano alla testa del loro drappello. Il padre di Maria aveva passati i quarant'anni, ma la vita di cacciatore e l'amore di patria gli conservavano il vigore della gioventù. Bortolo era semplice soldato, ma alla Betta pareva un eroe, e vedendolo passare colla testa alta in mezzo de' suoi colleghi non potè frenare delle lagrime di soddisfazione e d'orgoglio che le rigarono le guancie.

Essendo stato fissato il giorno seguente per la partenza dei Corpi franchi, i militi passarono la sera nelle loro famiglie fra teneri addio, e voti ardenti per la vittoria. Maddalena e la Betta recitarono il rosario insieme ad altre madri, che invocavano la protezione del cielo sulla patria, e sui figli.

Sior Antonio incontrando per via sior Iseppo gli offerse una presa di tabacco, dicendogli:

— Ci siamo... e che il cielo ci aiuti!...

Al che l'altro rispose:

— E ci salvi dai tedeschi.... e dai matti!....

Nel roccolo di Sant'Alipio fu una vera festa. Gli ufficiali vennero invitati da Isidoro a bere il bicchiere della partenza alla salute d'Italia. Egli era andato a snidare dalla cantina alcune vecchie bottiglie di vino di Conegliano, riservate per le grandi occasioni, e le aveva portate nella loggia ove si erano accesi molti lumi. La bella Maria faceva gli onori di casa, ma versando il vino nei bicchieri le sue mani tremavano.

Essa restava sola, con una vecchia serva, nel suo romitaggio; suo padre, il suo fidanzato, e i loro amici partivano per la guerra. In tutte le case non rimanevano che le donne, i vecchi, e i fanciulli, e per quanto sia grande l'amore del paese, il momento d'una partenza per affrontare pericoli non può a meno di affliggere grandemente le anime affettuose. Tutti non ritornano mai, chi avrebbe mancato?... Tale preoccupazione velava il volto della fanciulla di profonda mestizia, e qualche lagrimetta furtiva spuntava da' suoi begli occhi, mentre le labbra tentavano invano di sorridere. Tiziano voleva farle coraggio, ma egli stesso non si sentiva abbastanza forte per infonderle quella sicurezza che gli mancava.

Michele colla solita spensieratezza raccontava ai colleghi i suoi stratagemmi per cavare un po' di denaro dallo zio, ma osservava che gli orsi sono troppo sobrii per comprendere e compatire i bisogni degli altri animali. Solitari, selvaggi, non vorrebbero mai uscire dalla loro caverna. Ad ogni domanda ragionevole oppongono un ruggito, e bisogna prenderli col miele.

Quella sera parlarono molto di Calvi, delle sue belle qualità, della simpatia che ispirava a quanti lo avvicinavano. Maria che lo aveva veduto alla rassegna osservò che aveva una fisonomia dolce e giovanile, e gli pareva impossibile che potesse avere l'energia necessaria alla sua missione.

— Lo vedremo davanti il nemico... soggiunse Isidoro — l'ardire viene dal pericolo e dalla responsabilità.

Passeggiarono lungamente sotto agli alberi al chiaror della luna, Tiziano e Maria poterono ritirarsi in disparte per qualche istante senza essere osservati, e ripetersi quelle eterne parole d'amore, le più antiche e le più nuove del mondo, sempre eguali in apparenza, ma applicate ad infinite varietà di sensazioni, brevi ed ardenti, che sono ricordi e promesse, sante come le preghiere che si innalzano agli esseri superiori, insidiose come le tentazioni del diavolo, divine e pericolose ad un tempo.

Ad ora avanzata ciascheduno si ritirò alla propria dimora per prendere un po' di riposo; ma quella notte fu vegliata da molti sull'insonne letto; madri, amanti, sorelle, versarono molte lagrime nel segreto della solitudine e del silenzio.

Ma il sole nascente non vide che entusiasmi, ardore di battaglie, uomini vigorosi che partivano decisi di dar la vita per la salvezza e l'onore del paese, e donne rassegnate ad ogni sacrifizio.

Il primo fatto d'arme ebbe luogo in Oltrechiusa. La mattina del 2 maggio, duemila uomini circa del reggimento Provaska, con 52 Ulani a cavallo, insieme con molti Jegher e gran numero di Sizzeri dell'Ampezzano, e dei vicini comuni tedeschi, messisi in marcia comparvero improvvisi sul confine, e uccisa la sentinella cadorina, lo varcarono, disponendosi in lunga fila dal Boite alla strada, e dalla strada più in su sulle roccie.

Dato il segnale d'allarme al presidio, i cadorini si avanzarono verso il nemico, e gli abitanti di Chiapuzza e di San Vito data mano alle campane si misero a suonare a stormo per avvertire la popolazione dell'imminente pericolo. Intanto un ufficiale austriaco si era avanzato con bandiera bianca domandando di parlamentare cogli avversari. Ignazio Galeazzi, comandante d'uno dei corpi franchi, gli andò incontro. L'ufficiale tedesco mostrando la capitolazione di Udine invitava i Cadorini a sgombrare il passo, consigliandoli ad accettare gli stessi patti.

Il comandante italiano gli rispose che i Cadorini avevano giurato d'impedire agli austriaci di varcare le Alpi, che erano al loro posto per la difesa del paese, e che sarebbero morti prima di mancare al dovere.

Intanto che aveva luogo questo dialogo, l'annunzio dell'avvicinarsi dei tedeschi si era diffuso in tutto il Cadore, e le campane di tutte le parrocchie rispondevano al primo segnale, sollevando in massa gli abitanti, che correvano al luogo minacciato. L'ufficiale austriaco, udendo il suono delle campane che echeggiava dovunque, domandò al giovane avversario che cosa significasse quello scampanio, al che egli rispose:

— Le campane suonano o la vostra o la nostra agonia....

E si vedeva da lontano scendere dalle montagne quelle popolazioni decise di contendere il passo agli invasori. Gli abitanti di Venàs avevano portato fuori dalla loro chiesa un antico vessillo di S. Marco, che nel cinquecento aveva condotto alla vittoria i loro padri; e da ogni parte spuntavano le guardie civiche seguite da turbe armate ove c'erano giovani e vecchi, ricchi e poveri, donne e fanciulli, accompagnati dai loro preti, e si vedevano avanzarsi rapidamente, minacciosi, perchè quantunque non avessero che schioppi da caccia, lancie conficcate in bastoni, forche e falci da fieno, spiedi, scuri e coltelli, tuttavia quelle armi agitate in aria luccicavano da lontano confusamente con strani bagliori.

A quella vista il nemico aveva sospesa la marcia, e s'era disposto in ordine di battaglia un miglio distante dalla linea di difesa.

Calvi con una rappresentanza del Comitato era accorso sul luogo, accompagnato dai Corpi franchi, che fece schierare in due ali per un gran tratto della strada, sul grande declivio che si distende lungo le pertinenze dell'Antelao, attraversando anche il Boite, e penetrando oltre il fiume nei boschi che dominano la strada. Era uno spettacolo stupendo: da una parte le truppe regolari austriache, le assise uniformi, i migliori fucili, gli ufficiali esperti al comando, i soldati disciplinati ed avvezzi al maneggio delle armi; dall'altra parte i Corpi Franchi, e le guardie Civiche, vestiti in varie forme paesane, e seguiti da un'accozzaglia disordinata di gente, tutta una popolazione sollevata in massa, ed accorsa colle sue donne, i bambini, ed i vecchi, intorno alle loro bandiere ed agli stendardi della parrocchia, che gridavano, urlavano, mandavano esclamazioni di entusiasmo ed evviva, anelanti di slanciarsi sui tedeschi, mentre le campane continuavano il loro lugubre scampanio.

I tedeschi stavano immobili nella loro posizione, i cadorini attendevano con impazienza l'ordine di assalire gl'invasori. Quest'ordine non si fece attendere lungamente.

Erano circa le due pomeridiane, quando il capitano Calvi comandò all'unico tamburino che aveva al fianco di dare il segnale della marcia, e gridò:

— Avanti!... — ed egli primo colla sciabola sguainata s'avanzò sulla strada verso il nemico, accompagnato dal rappresentante del Comitato.

Al primo tocco del tamburo, la voce — avanti avanti — era passata di bocca in bocca, e si era fatta il grido universale. L'ala destra dalle alture fino al Boite fu la prima a dare l'attacco. La fucilata cominciò nel sito più alto sotto le roccie, dove alcuni esperti cacciatori erano saliti rapidamente per sorprendere un drappello di tirolesi che stavano su quelle alture a bivacco, e con fucilate ben dirette li posero in fuga. Gli austriaci risposero con una scarica di plotone, ma i cadorini gettandosi a terra scansarono le palle, e ricaricando i fucili, continuarono ad avanzare a passo di corsa.

La popolazione quasi inerme seguiva la marcia dei militi con grida spaventose, con ululati selvaggi, che echeggiavano sinistramente pei monti. La fuga dei tirolesi aveva animato maggiormente i cadorini, che raddoppiarono le scariche, cercando di mirare diritto cogli stutzen, di colpire con precisione, e di avanzare sempre con coraggio.

Eppure tanto quei soldati improvvisati, quanto lo stesso loro capitano non avevano ancora veduto il fuoco d'una battaglia, e Calvi confessò francamente che sentiva per la prima volta il fischio d'una palla nemica.

All'ardito avanzare dei cadorini, seguiti da quella massa dall'aspetto imponente e bellicoso, i tedeschi incominciarono a retrocedere, e si vedeva da lontano che passavano dietro le valanghe di neve che ingombravano ancora il terreno, e si ritiravano verso Ampezzo. Tuttavia le palle piovevano come grandine, ma non arrestavano la marcia di quegli animosi difensori delle Alpi. Giunti al confine dove la strada fa una svolta, il nemico collocato in posizione vantaggiosa, si arrestò e si mise a bersagliare i cadorini con vivissimo fuoco.

Calvi inebbriato dall'ardore della lotta saltò sul parapetto della strada, e sollevando sulla punta della spada lo stampato della capitolazione di Udine, ed agitando colla sinistra un fazzoletto rosso, sfidava il nemico in atto di scherno. Una salva di moschetteria fu la risposta, ma egli rimase illeso fra le palle che gli fischiarono intorno.

Quest'atto coraggioso, questa fortunata incolumità fra i proiettili, infuse tale audacia nei suoi, che cacciatisi dietro di lui che avanzava, si precipitarono con ardito slancio fra i nemici e li posero in fuga.

Alle sei della sera i tedeschi erano in piena ritirata; i fucilieri dell'ala destra dei Corpi Franchi occuparono le posizioni dei nemici, li bersagliarono dalle loro trincee d'Acquabona, ed assistettero allo spettacolo del loro ritorno, che mise in fuga ed in iscompiglio gli abitanti d'Ampezzo.

I cadorini animati dalla lotta avrebbero voluto inseguire il nemico, e vendicarsi dei traditori Ampezzani, che avendo in altra epoca fatto parte del Cadore, s'erano poi gettati in braccio dell'Austria, e le servivano di guida per invadere le terre dei loro fratelli. Ma la prudenza del Comitato li obbligò a fermarsi e ad attendere il mattino seguente per prendere una decisione, impiegando la notte a sorvegliare il confine, ed a guardarsi bene da qualunque sorpresa.

Meno qualche ferito leggermente non si ebbero a deplorare altri danni; si seppe poi che gli austriaci ebbero morti e feriti, ma in piccol numero, per la pronta ritirata, che li pose in salvo dal tiro preciso dei fucilieri delle Alpi.

Durante la notte gli abitanti di Pieve collocarono ingegnosamente sopra un carro l'unico cannone che restasse disponibile dei cinque mandati dal governo di Venezia, e trovato a caso un uomo che sapesse maneggiarlo lo spedirono in Oltrechiusa, scortato da altri drappelli d'armati accorsi da ogni parte all'annunzio della battaglia.

Al mattino seguente Calvi dispose le due ali come il giorno prima, e i combattenti pieni di ardore marciarono verso il confine decisi di dare una buona lezione ai tirolesi, quando con generale sorpresa videro comparire una bandiera bianca portata da una commissione composta di un capitano tedesco, del capo comune d'Ampezzo, e da una decina d'ampezzani che venivano a parlamentare.

Ricevuti dai capi Cadorini giustificarono i fatti del giorno innanzi, dimostrarono l'inutilità pei destini d'Italia, d'una lotta fra cadorini ed ampezzani, e mostrandosi desiderosi di vivere in buona armonia coi vicini, proposero di smettere le armi, riprendendo le usate relazioni di concordia. I Cadorini aderirono alla proposta e di comune accordo venne pattuito un armistizio coll'obbligo reciproco di rispettare i confini. È facile immaginare l'esultanza dei vincitori pei risultati ottenuti. Gli evviva all'Italia ed a Pio IX accompagnati da canzoni patriotiche salivano al cielo, ripetuti dagli echi dei monti. Lasciato uno dei Corpi Franchi a custodia del confine, gli altri ritornarono a Pieve, e il popolo accorso in massa rientrò alle sue case, soddisfatto.