VII.

A Pieve la popolazione aspettava in piazza il ritorno dei suoi difensori, e grandi furono gli applausi, i segni di contentezza e l'entusiasmo.

Sior Antonio si sentiva ambizioso pel suo paese, portava la testa alta, e offriva una presa di tabacco agli amici, con l'aria d'un diplomatico che rappresenta una nazione vittoriosa. Il consigliere imperiale guardava attraverso le tendine della sua camera il movimento della piazza, ma non si lasciava vedere all'aperto. Sior Iseppo fumava la sua pipa alla finestra, ed avendo saputo dalla serva che suo nipote era rimasto in Oltrechiusa a comandare il drappello che custodiva i confini faceva l'occhiolino, e con un sorriso maligno rispondeva:

— Adesso l'Italia è al sicuro, e l'Austria in pericolo! — e sghignazzando rientrava nella sua camera.

Isidoro e Tiziano si ritirarono al roccolo, fecero colazione con Maria, e suo padre le raccontò coi più minuti particolari le varie vicissitudini della lotta. Essa lo stava ascoltando con tale attenzione, che senza avvedersene si atteggiava a vari movimenti, secondo le impressioni ricevute. Tutti i muscoli del suo volto presentavano le immagini successive della sorpresa, del terrore, della ferocia, l'ansia dell'attacco, l'ebbrezza del trionfo. La sua ammirazione per Calvi la spingeva ad espressioni che colpirono Tiziano, ed eccitarono in lui un senso di gelosia che non aveva mai provato. Egli la trovava troppo facile ad esaltarsi, troppo esagerata nell'ammirazione del coraggio, troppo sensibile a certi fatti naturali, che non hanno nulla di straordinario. Come mai poteva avere gli occhi gonfi di lagrime, perchè suo padre le raccontava che le palle fischiavano intorno al capitano?... Costui l'aveva dunque colpita con una di quelle impressioni potenti, subitanee ed irresistibili, che feriscono il cuore d'insanabile piaga, e fanno sembrare fugaci e volgari tutte le affezioni antecedenti?...

Assorta col pensiero in quei fatti, coll'immaginazione esaltata dal racconto di quella giornata, essa prestava poca attenzione alle parole di Tiziano. Quell'occhio ardente d'entusiasmo non penetrava più come al solito negli sguardi di lui, essa non poteva parlare d'altro argomento, nè altro la interessava fuori delle gesta del suo eroe del quale chiedeva al padre perfino le abitudini più insignificanti, volendo conoscerne gli atti e le parole. E la sua ammirazione si spingeva fino alle qualità personali, ai suoi biondi capelli, al suo aspetto giovanile, alla dolcezza de' suoi lineamenti.

Tiziano soffriva terribilmente, e sperava che Isidoro sarebbe andato a prendere un po' di riposo, per chiedere delle spiegazioni a Maria su questo strano entusiasmo, quando si udì da lontano il suono del tamburo che invitava i militi ad accorrere sotto le armi. Isidoro e Tiziano balzarono in piedi, e si disposero a partire, quando Maria, afferrato un fucile da caccia di suo padre, con uno slancio ardito esclamò:

— Vengo anch'io, voglio seguir Calvi, e tirare sui tedeschi!...

Questo ardore guerresco in una donna può sembrare strano a chi non conosce le cadorine, e il loro ardire in quell'epoca, ma le memorie del quarantotto rammentano che le donne si mostrarono pari ed anche superiori agli uomini nella difesa delle loro montagne. Un testimonio occulare, l'inseparabile compagno di Calvi, dalle cui note manoscritte ricaviamo i fatti precisi della difesa, scrisse che le madri e le mogli eccitavano i figli ed i mariti ad accorrere sul luogo del pericolo, e ricorda una donna di Sottocastello che udite le campane che suonavano a stormo per chiamare gli abitanti alla difesa, vedendo che il marito esitava a partire, lo rimproverava del ritardo. Egli credette giustificarsi col dire che non aveva armi, ma essa gli chiese: — «Ci vogliono delle armi per difendere la patria?!...» e battendosi il petto soggiunse: — «Questo solo basta per difenderla, contro ingiusti oppressori!»

Un'altra donna del popolo di Pieve, mentre tutti gli uomini, meno i vecchi, si trovavano alla Chiusa impegnati al combattimento, udendo le campane di Calalzo che suonavano a stormo, per chiamare a soccorso contro una colonna nemica che si avanzava, corse sulla strada gridando: — Fuori tutte.... accorriamo noi donne a difendere il paese; ho tre figli esposti alla morte, ma non importa, per la patria moriamo tutti!...

Nella lotta d'Oltrechiusa il capitano s'era accorto che dalla vecchia strada d'Ampezzo, a sinistra della nuova, il nemico avrebbe potuto fare una sorpresa, e i fucilieri essendo tutti impegnati all'assalto, invitò alcuni uomini armati di sole lancie ad occupare quella strada. Essi si mostravano alquanto esitanti, ma due donne, una di Valle, e l'altra di Pieve, pronte gridarono: «verremo noi, signor capitano, verremo noi» ed essendo accorse rapidamente a quella volta, i lancieri li seguirono subito nel luogo indicato.

Maria aveva udito raccontare da suo padre questi atti generosi, aveva sentito l'entusiasmo delle battaglie, ed aveva provato quanto fosse più penoso per un'anima amante, attendere inerte il ritorno dei suoi cari esposti al pericolo, che dividerlo al loro fianco, e si era decisa di accompagnarli, come avevano fatto tante altre donne. Suo padre si oppose energicamente alla sua volontà, e Tiziano lo secondava, ma essa rispondeva:

— Ah! se sapeste quanto lunghe ed ansiose sono le ore dell'aspettativa, quanti fantasmi spaventosi vengono ad assalirmi nella mia solitudine inerte, mentre odo dovunque il lugubre tuono delle campane, e le scariche delle armi, e penso che voi siete esposti a quel pericolo, e non solo a morire, ma forse anche a soffrire feriti senza soccorsi d'una figlia, o d'un amico. Lasciatemi venire con voi, sarò molto più felice nell'ardore della battaglia, che nella mia desolante solitudine.

Suo padre le fece osservare che non è nell'ardore della mischia che si sente la fatica della guerra, ma nelle lunghe marcie, e nelle notti esposti alle intemperie, e a tutti i disagi ai quali non può reggere una giovine non avvezza ai lavori faticosi, come le povere donne delle montagne.

Maria dovette cedere suo malgrado all'autorità paterna, ed alle preghiere di Tiziano, il quale non solo non poteva tollerare che essa si esponesse ad ogni pericolo, ma non voleva nemmeno che si trovasse in presenza del capitano vedendola troppo calda ammiratrice delle sue gesta. Ed avendola consegnata tutta in lagrime nelle braccia della vecchia domestica, chiusero la porta del roccolo e corsero in fretta dove li chiamava il dovere.

Le notizie che giungevano in Cadore erano sempre esagerate, incerte, e contraddittorie. Chi pretendeva che il generale Durando accorresse in soccorso, e fosse anche giunto a Ceneda colle truppe pontificie; chi diceva aver veduto a Feltre truppe italiane che si avanzavano verso Belluno, chi assicurava che gli austriaci si erano trincierati sul Piave, chi voleva sostenere che Verona era in mano dell'esercito piemontese, e Radetzky prigioniero.

Invece la verità era assai dolorosa, e la patria versava in grave pericolo.

Il generale Nugent dopo riconquistato il Friuli occupava Feltre e marciava verso Treviso tendendo a ricongiungersi con Radetzky in Verona. Belluno era caduta egualmente in mano degli austriaci, e i croati s'incamminavano verso il Cadore, per giungervi da quella parte dalla quale si attendeva il soccorso.

In quel tempo mancava il telegrafo, tutti gli affari erano sospesi, nessuno si metteva in viaggio senza gravi motivi, e nel silenzio di quelle valli solitarie, nella solitudine di quelle montagne si avrebbe creduto che la pace regnasse profonda nel mondo, mentre gli eserciti stranieri, irti di baionette, e seguiti da innumerevoli convogli di cannoni calpestavano il suolo italiano, e apportavano la desolazione e la morte alla nostra patria.

I cadorini però non si perdevano d'animo, decisi di far pagar caro agli stranieri il delitto dell'invasione, e sperando che la loro valorosa resistenza dovesse apportare più felici risultati all'Italia, chiudevano i passi delle Alpi, decisi di morire al loro posto.

Mancavano però sempre d'armi sufficienti, ed anche di viveri, e ne chiedevano con insistenza a Venezia, decisa al pari di loro di resistere allo straniero. Da Venezia si rispondeva che «resistessero ancora per otto giorni», che poscia sarebbero soddisfatti, ma gli otto giorni passavano e non si vedevano arrivare nè soccorsi, nè uomini, nè armi, nè provvisioni.

Le strade intercettate dagli invasori non erano più sicure. Il Comitato di difesa continuava a tenersi legato al governo centrale, al quale chiedeva ordini e consigli; per fargli tenere con sicurezza i suoi dispacci aveva stabilito un servizio di appositi messi, tutti gente fedele, montanari avveduti, che varcavano le montagne per vie ignote, attraversavano gli eserciti invasori, deludendo destramente i loro sospetti, penetravano furtivamente nelle lagune, portavano le carte e ripartivano colle istruzioni, che giungevano sempre al loro destino.

Tra questi messi si distingueva Giacomo Croda, il contrabbandiere di Misurina, che aveva condotto in salvo Michele, e che poi si era messo in relazione coi contrabbandieri delle lagune, percorrendo le paludi che da Altino alla Cava Zuccherina presentano un gran tratto di terre fangose coperte di canneti ed altre piante palustri e percorse da canali che formano un inestricabile labirinto. Da quei canali entrando nella laguna penetravano a Venezia durante l'assedio, apportando viveri e corrispondenze all'eroica città, che con questo solo filo impercettibile all'occhio acuto del nemico, si teneva ancora legata al resto del mondo.

I corpi franchi chiamati dal rullo del tamburo vennero spediti senza indugio a Perarolo, essendo pervenuta al Comitato la brutta notizia che i tedeschi si avvicinavano a Longarone. Il teatro della difesa veniva spostato, e invece di temere un attacco dalla parte del Tirolo, l'invasore essendo già entrato nel Veneto, minacciava dall'interno, ove non si era mai pensato di doversi guardare. Fu necessario raccogliere i soldati di Pieve, richiamare in tutta fretta i corpi franchi dal confine d'Ampezzo, e dalla valle del Boite, e mandarli a marcia forzata nella valle del Piave, fra Ricurvo e Termine, e apparecchiarsi alla difesa.

Calvi alla testa dei Corpi che si trovavano a Pieve accorse subito, facendosi seguire dall'unico cannone col relativo cannoniere che formavano tutto il treno dell'artiglieria mobile di quell'esercito in miniatura, che andava ad incontrare un esercito regolare e bene agguerrito. Il capitano venne subito seguito dalle Civiche di Pieve, Calalzo, Domegge, Valle e d'altri paesi vicini, e nella notte seguente giungevano anche i corpi di Lozzo, Lorenzago, Vigo ed Auronzo, e gente d'ogni villaggio che si metteva a disposizione del condottiero e del Comitato. Si potevano calcolare 300 uomini circa di Corpi Franchi, e 1800 delle guardie civiche di tutto il Cadore, meno il Comelico che non poteva abbandonare il passo importante di Montecroce. Ma di questi 2100 uomini appena 400 erano armati di carabine e fucili, gli altri portavano le solite armi, forche, manaie, falci, spiedi, picche, bastoni, e molti erano anche accorsi colle sole braccia. Questi vennero impiegati di tutta notte ad apparecchiare delle mine nelle roccie che sovrastano la strada, dalla cascata d'acqua della Tovanella al ponte detto del Tedesco, e furono postate le vedette in vari punti dai quali vedevano da lontano.

Il mattino del 7 maggio Calvi comparve sul luogo, montato sopra un cavallo bianco. Egli era raggiante di sicurezza e d'ardire, e secondato dagli altri capi dispose gli uomini armati di fucile sul pendio boscoso che sovrasta alla Tovanella, il resto intorno al cannone collocato in una sporgenza che dominava un bel tratto di strada. Gli uomini delle mine furono muniti di miccie.

Era convenuto di lasciar marciare il nemico nella stretta gola sotto le roccie che soprapiombavano sulla strada. Al momento opportuno Calvi avrebbe fatto tirare il cannone e questo sarebbe stato il segnale per scaricare i fucili e far saltare le mine. Tutti attendevano il nemico con l'ansia della trepidazione che precede i grandi avvenimenti, quando si videro spuntare da lontano i croati che venivano da Termine e furono subito conosciuti alle vesti oscure, alle nere tracolle, ai calzoni stretti del loro uniforme. La prima colonna apparve in cima alla riva che scende al ponte del Tedesco, e avanzava a suono di tamburo preceduta dagli ufficiali, e seguita da carri. Cominciavano già ad entrare sotto le roccie, e mancavano pochi momenti che il corpo fosse giunto al posto fissato per farlo saltare in aria quando fatalmente un fuciliere, per impeto o per impazienza o forse per involontario movimento, fece partire il colpo del suo fucile, che fu creduto da tutti come il segnale pattuito. Dato fuoco alle mine scoppiarono con terribile rimbombo che echeggiò spaventosamente intorno la valle tutta offuscata dal fumo.

Le roccie saltate in aria ricaddero con fracasso sul suolo, ma non colpirono che la testa della prima colonna, mancando per troppa fretta l'intento.

I nemici a quello strepito inaspettato, a quella grandine micidiale di pietre terra e frantumi, si diedero a fuga precipitosa, e molti per essere più sicuri si misero a passare il Piave in catena, ma i cadorini bersagliandoli col cannone e col fucile ruppero la catena, e videro i morti e i feriti affondarsi nel fiume. Ciò accrebbe lo spavento dei fuggitivi che corsero precipitosamente verso Termine.

I cadorini baldanzosi del successo si mettono ad inseguire il nemico; Calvi cerca invano di arrestare gl'imprudenti; ogni suo sforzo torna inutile.

Tiziano pensando forse al prestigio col quale l'eroismo del capitano aveva colpito l'immaginazione di Maria, spinto dalla emulazione, dalla gelosia, dall'ebbrezza della lotta, si slancia fra i primi, Calvi suo malgrado è trascinato dalla corrente, tutti avanzano arditamente alla rinfusa, e attizza il loro impeto il poter fare alcuni prigionieri, e il raccogliere per via armi e munizioni, e due carri di attrezzi da campo abbandonati dai nemico.

I croati giunti a Termine si rifugiano nelle case, corrono alle finestre donde tirano fucilate sulla strada, e mostrano di volersi difendere.

Davanti a quel pericolo Calvi perviene ad arrestare la foga imprudente degli assalitori, punta il cannone verso il paese e procura di raccogliere i suoi soldati. Ma Tiziano insensibile al suono del tamburo, che batteva la ritirata, e indifferente agli ordini del capitano, si avanza sempre fra le palle eccitando colla spada alzata i fucilieri che lo seguivano, entra audacemente nel paese con alcuni compagni, e scomparisce alla vista degli amici che lo chiamavano invitandolo a retrocedere con loro.

Calvi faceva tirare il cannone contro il paese, ove le palle producevano delle breccie, ma era tanto bizzarramente montato, che ad ogni colpo retrocedeva di alcuni passi, e riusciva più pericoloso agli assedianti che agli assediati.

In un colpo più forte degli altri andò a colpire con tanta violenza nel muro della strada, che si spezzò il timone del carro.

I croati trincerati nelle case apersero un vivissimo fuoco contro il drappello che difendeva il cannone e molti uomini caddero morti o feriti.

Intanto il tamburo tedesco sonava a raccolta, e Calvi avvedendosi che si apparecchiavano all'assalto fece retrocedere le munizioni, e fu appena in tempo di richiamare i dispersi, spingendoli a riprendere le posizioni del mattino, costretto di abbandonare il cannone a motivo del timone infranto. Giunti alla Tovanella si accorsero di tutti gli errori commessi in quella giornata, che costò cara ad ambe le parti. I tedeschi ebbero molti uccisi ed annegati, i cadorini ebbero a deplorare nove morti, alcuni feriti e vari scomparsi, fra i quali Tiziano di cui s'ignorava la sorte. E pur troppo si venne a sapere che i croati inferociti avevano trucidati alcuni prigionieri, che si erano lasciati prendere nell'ardore della mischia.

A Pieve attendevano ansiosamente le notizie del giorno. Alla sera le donne s'erano raccolte in una casa amica, e tutte in ginocchio pregavano per Calvi e pei loro cari, quando giunsero le prime relazioni della lotta.

La difesa trionfava, il Cadore era chiuso all'invasione, il nemico non osava avventurarsi in quelle gole tremende, ma disgraziatamente s'erano perduti degli uomini. A tale annunzio doloroso le donne sbigottite si affollarono intorno al messo, e tutte in una volta volevano conoscere la sorte dei loro congiunti. Costui nominava i morti, i feriti, gli scomparsi, e quasi ad ogni nome pronunziato si udiva un grido, poi succedevano lagrime, gemiti, desolazioni, manifestazioni di dolore, accenti d'ira e tremende imprecazioni. Quando venne annunziato che Tiziano era smarrito lo strido fu doppio, perchè la madre e la fidanzata erano entrambe presenti, quando poi si udì che i croati nel furore della collera avevano ucciso i prigionieri, allora la disperazione, e lo sdegno raggiunsero il colmo, il desiderio di vendetta divenne frenesia e invase quelle disgraziate che passarono la notte in scene strazianti, deplorando le perdite irreparabili, progettando le più strane rappresaglie.

Si piangevano i morti, e si tremava pei vivi. Maria voleva assolutamente partire, voleva vedere suo padre, voleva conoscere con precisione e certezza la sorte del suo fidanzato; l'incertezza le sembrava insopportabile.

Sior Antonio, colpito egli stesso dalla sventura, era costretto a calmare la esaltazione della sposa, e doveva studiarsi di consolare la madre immersa nel dolore, con supposizioni e speranze che non poteva dividere. La desolazione era penetrata in tutte le famiglie, le relazioni succedevano alle relazioni, sempre contradditorie ed esagerate con invenzioni esorbitanti di fatti inauditi, e con tutte quelle incertezze che agitavano gli animi oppressi, con amarezze peggiori della morte.

Era poi sicuro che i tedeschi non si sarebbero arrestati ai primi tentativi falliti, sarebbero ritornati alla prova sempre più numerosi, più agguerriti, più feroci, e che cosa avrebbero fatto i cadorini per prolungare la resistenza in attesa di qualche valido soccorso?....

Anche Calvi attendeva un nuovo attacco e si apparecchiava a riceverlo con coraggio, ed a respingerlo con vigore. Le varie vicende del giorno 7 avevano convinto tutti che il migliore partito era quello di tenersi alla difensiva, di non lasciarsi trascinare dall'entusiasmo d'un successo, di obbedire agli ordini del capitano, di aspettare il nemico nelle posizioni preparate per distruggerlo.

Il punto scelto per la nuova difesa fu quella gola di monti fra Rivalgo e Ricurvo, che dai più esperti fu riconosciuta opportuna, ed accettata da tutti. Sono in quel sito altissime montagne che chiudono il Piave in angusto letto. Il fiume torrente scorre tortuoso e profondo fra i burroni in fianco alla strada sulla quale s'innalzano a picco nude roccie, con massi sporgenti che sembrano sospesi sulla testa dei viandanti. Chi attraversa quell'orrido e stretto passaggio crede di trovarsi nel fondo d'un pozzo, e guardando in alto non vede che un breve lembo di cielo, come da un pertugio praticato nella rupe.

All'altezza di circa 150 metri quelle roccie presentano l'aspetto d'un parapetto perpendicolare sulla strada, dietro al quale si stendono estese praterie, vasti pascoli e malghe, ove si trovano innumerevoli frammenti di roccie franate dalle più alte montagne e grossi macigni arrestati sul pendio dai cespugli o da altre pietre.

Salendo dai fianchi praticabili a quella specie di terrazza, i cadorini muniti di leve rotolarono e disposero sul margine del precipizio un'immensa quantità di quei massi enormi, in modo tale da poterli precipitare nel fondo con una spinta, e colla massima facilità. Poi sopra una rupe di Rivalgo, con pietre, alberi e zolle erbose costruirono una specie di fortino sul quale collocarono dei fucilieri, per difendere da ogni assalto gli uomini addetti al lavoro dei sassi, o come dicevano essi, alle batterie di sassonia. In altri siti approntarono delle mine, e alle seghe di Venago, sulla sinistra del Piave, si disposero dei gruppi di fucilieri. Un altro cannone, fatto venire con somma sollecitudine da Treponti, venne collocato dietro una barricata in sito da dominare la strada.

Predisposta in tal modo la difesa, con apparecchi affrettati nella notte, e condotti a compimento prima dell'alba, presi gli opportuni concerti tutti in silenzio e in ordine, aspettarono la nuova comparsa degli austriaci.

Verso le sette del mattino apparvero infatti i croati dalla svolta di Candidopoli, avanzandosi lentamente, ed occupando tutta la strada verso Rivalgo. Erano molto cresciuti di numero, ed avevano un aspetto marziale imponente. Le loro baionette percosse dal sole brillavano di luce sinistra.

Giunsero fino a Rivalgo. I Cadorini aspettavano ansiosamente che avanzassero per passare sotto le batterie di sassonia, quando invece con somma sorpresa videro uscire dal villaggio un uomo vestito in borghese con in mano un lungo bastone sul quale sventolava una bandiera bianca, e presso di lui un ufficiale austriaco.

I Cadorini dietro la barricata alzarono un fazzoletto bianco, ed invitarono i due parlamentari ad avvicinarsi.

L'ufficiale era il tenente colonnello del genio cav. di Haunesthein, il quale essendo stato lungo tempo di guarnigione a Venezia conosceva Calvi, e il suo compagno del Comitato. Si strinsero reciprocamente la mano, poi egli dichiarò che veniva a nome del generale comandante del corpo d'armata di Belluno.

Il generale deplorava gli avvenimenti del giorno antecedente, e domandava il passaggio delle sue truppe sulla strada d'Alemagna, dovendo recarsi in Tirolo. Gli risposero che l'Austria aveva terminata la sua dominazione in Italia, e che avrebbero accordato il passaggio alle truppe qualora deponessero le armi, e ritornassero al loro paese alla spicciolata. Il colonnello accolse tale proposta con un assoluto rifiuto, e continuavano a discutere sull'argomento, quando si udì gridare da più parti: — tradimento!... tradimento!....

I Croati infatti avanzavano, e abbandonata la strada procuravano di guadagnare le alture ove sorgevano le batterie dei sassi. Gli uomini che circondavano il gruppo dei parlamentari puntarono le armi per arrestare il colonnello, il quale impallidito protestava della sua innocenza. Allora Calvi, rendendosi garante della lealtà dell'ufficiale che conosceva da un pezzo, rese possibile il suo ritorno.

Egli si era appena ritirato dietro le truppe austriache quando il primo corpo dei croati si avanzava nella gola più stretta occupando tutta la strada da Rivalgo a Ricurvo e già si avvicinavano alla barricata quando i Cadorini diedero fuoco al cannone. Era questo il segnale convenuto, e questa volta veniva in punto. Lo scoppio delle mine, la valanga dei macigni e le scariche dei fucili furono istantanei e sparsero nella valle un turbinio di fumo, di fuoco, di polvere e di frantumi, come l'eruzione d'un vulcano combinata colla caduta d'un monte. Fu una vera carneficina, una scena d'orrore e di sangue. La strada fu trasformata in un mucchio di rovine sotto le quali i soldati trovarono la morte e la sepoltura.

Diradato il fumo e la polvere, cessato ad un tratto il frastuono, si vide il terreno coperto di cadaveri frantumati fra i macigni caduti, e il sangue che correva a rigagnoli sulla via fra i corpi mutilati e le membra disperse; e si udiva fra il cupo rumore della Piave gli urli dei feriti e i gemiti dei moribondi. Alcuni morti galleggiavano nel fiume sbattuti sulle rive dalle onde insanguinate, e i superstiti spaventati corsero in fuga precipitosa, e non si arrestarono che a Longarone.

Il numero dei nemici morti in quel giorno non si seppe mai, ma deve essere stato grandissimo a quanto asseriscono i bellunesi, che, invece della menada delle taglie, videro galleggiare nel Piave che attraversa la città, una menada di croati. Si dicono «taglie» i tronchi d'alberi tagliati nei boschi del Cadore, che vengono spediti al loro destino mettendoli a fluttuare liberamente nel fiume, sul quale vengono raccolti nei punti designati.

Quella fiera ecatombe di vittime umane è uno dei fatti più spaventosi e meno noti delle nostre guerre d'indipendenza, e in quel giorno il bravo ingegnere Paladini che diresse le terribili batterie di sassonia, venne nominato per acclamazione dei suoi colleghi, Duca di Rivalgo. Quanti titoli assai meno meritati vengono presi sul serio!....

Tra i feriti in quella strage vi fu anche il cav. di Haunesthein, e se ne popolarono gli ospitali militari di Belluno e Serravalle.

Ai feriti raccolti dai Cadorini e trasportati a Pieve vennero prodigate le stesse cure che si ebbero pei propri feriti; e alcuni croati sani, trovati nascosti sotto ai ponti, dai quali non osavano uscire, fatti prigionieri ebbero tale trattamento, che mai non fu superato nei più bei giorni della loro esistenza.

Lungo tutta la strada si rinvennero assise militari, armi, munizioni e vari altri oggetti perduti dai fuggiaschi e dai morti.

Calvi ritornò a Pieve chiamato dal Comitato per provvedere con nuove disposizioni urgenti ad altre minaccie tedesche che mettevano in pericolo il Cadore, e condusse con sè uno dei Corpi Franchi, e quello appunto nel quale trovavasi Bortolo, il figlio della Betta, il domestico dell'ufficiale Tiziano, perduto nell'attacco di Termine.

Appena questo giovane fu libero, per un'ora corse ad abbracciare sua madre; e Maria, saputolo di ritorno, corse in casa Lareze per aver notizie precise del suo povero fidanzato.

Bortolo che era stato testimonio dell'orrendo spettacolo del giorno antecedente, era ancora sbalordito, e riportava idee confuse e spaventose delle batoste guerresche.

Tutti gli chiedevano ansiosamente i più minuti particolari del fatto d'armi nel quale il suo padrone era scomparso, ma era impossibile di cavarne un qualche costrutto. Nella confusione della lotta egli non aveva veduto che sè stesso, e raccontando quanto aveva fatto, gli pareva di render conto di tutto. Invece di dire che alle prime fucilate egli si era nascosto in un fosso, egli diceva: — ci siamo riparati in un fosso,... poi siamo saliti in un bosco, e dietro una roccia abbiamo veduto i croati che avanzavano. — Sior Antonio impaziente di sapere qualche cosa di preciso sulla sorte di suo figlio procurava di fargli delle domande semplici e chiare, ma era fatica sprecata.

— Ma infine, gli disse il padrone, quando l'hai tu veduto per l'ultima volta?...

— Veduto?... io non l'ho veduto!... egli rispose. Io stavo dietro il tronco d'un albero... i croati tiravano dai balconi delle case... perchè....

— Ma tu non lo vedevi dunque mai?... non gli stavi mai vicino?

— Sempre vicino... al rancio... si sa... perchè alla guerra tutto si confonde e non si capisce più nulla... e quando fischiavano le palle... io stavo fermo... perchè....

— Ma lui andava avanti, lo stesso?...

— Sicuro che andava avanti... e gridava «avanti, sempre avanti» e non ascoltava più nessuno... nemmeno il capitano che lo chiamava indietro... e avanti... avanti... palle... fumo... polvere e confusione... non ho veduto più niente!...

— Ma hai udito dire che sia stato ferito?...

— Ferito no!...

— Dunque morto?...

— Nemmeno!... non ho udito niente, e nessuno sa niente. Dicono che quelle bestie croate abbiano massacrato i prigionieri....

A tali parole lo spavento alterava tutti i volti, allora egli si pentiva d'aver detto troppo, voleva lasciar sperare, e si contraddiceva.

— Bortolo, parla schietto... siamo disposti a tutto... è meglio sapere la verità,... tu hai udito dire che Tiziano è stato massacrato....

— Ecco... ho udito che hanno massacrato i prigionieri... ma....

— Ma che cosa?...

— Ma nessuno può sapere esattamente ciò che sia succeduto... noi ci siamo ritirati... e il padroncino ha mancato all'appello... ecco tutto!...

E queste furono tutte le notizie che si poterono raccogliere sul povero Tiziano. Si è per altro saputo che fuori di casa egli parlava più francamente, e che coi padroni non si sentiva il cuore di spaventarli raccontando tutte le crudeltà dei croati che fucilavano i prigionieri e trucidavano i feriti, e li descriveva simili alle belve feroci, neri come spazzacamini, brutti come il diavolo, capaci d'ogni atto il più atroce, ed inumano, gente che faceva paura!...

In quanto poi al terribile macello del giorno prima, quando lo interrogavano egli si metteva le mani nei capelli, contorceva gli occhi, ed esclamava:

— Figuratevi la fine del mondo!... io posso dire d'aver veduto la fine del mondo!... ed anche peggio!... prima di tutto ho veduto... che non si vedeva più nulla!... poi una specie di terremoto con lampi e saette, poi una vera beccheria di carne umana!... Ahi! ahi quale spavento!... teste schiacciate coi cervelli sgusciati, e gli occhi a penzoloni, le budelle uscite dal ventre, il sangue che correva sulla strada,... e morti orrendi da per tutto!...

Sior Antonio, Maddalena, Maria erano inconsolabili, la Betta piangeva il padroncino morto poveretto!... ma ammirava l'eroismo di suo figlio, e andava orgogliosa di poter vantare un simile figliuolo. Ma avrebbe voluto che in un modo o nell'altro tutto fosse finito, e non si tornasse da capo a mandar la povera gente in tanti pericoli. E intanto metteva sotto al naso del suo eroe delle gran zuppiere di minestra, per riparare le sue forze, e gli soffiava all'orecchio:

— Bortolo... sii prudente!... non andare mai avanti da minchione. Hai fatto abbastanza, e se non puoi essere ufficiale, procura almeno di conservarti sano e salvo... in mezzo a tanti pericoli!...

Egli le faceva l'occhiolino in segno d'adesione, e macinava a due palmenti.

Fido, malinconico, stava sdraiato ai piedi del giovane, e alzava verso di lui i suoi grandi occhi pietosi, come per domandargli notizie del suo amico che aspettava invano ogni giorno, dopo la sua partenza.