VIII.
La storia delle guerre dell'indipendenza non ha finora tenuto tutto il conto che doveva dell'eroica difesa del Cadore, del coraggio e dei sacrifizi di quelle brave popolazioni, le quali hanno fatto vedere che se le Alpi sono fortezze naturali che alzano le eccelse cime sui confini d'Italia, gli alpigiani hanno la tempera dei loro monti, e sono capaci di farli rispettare, uno contro venti. Quel pugno di montanari isolati in mezzo ai loro dirupi, senza nessun soccorso, scarsi di munizioni e di viveri, fecero prodigi di valore, ignoti ancora alla maggior parte degl'italiani, che ignorano parimenti la stupenda bellezza di quelle vallate le quali possono rivaleggiare colla Svizzera, pei pittoreschi prospetti d'una ammirabile natura.
Queste povere pagine nelle quali si raccontano semplicemente le vicende domestiche di qualche famiglia Cadorina non possono diffondersi a narrare le diverse alternative di quella lotta meravigliosa, ma tutti i fatti storici narrati sono della più scrupolosa verità, attinti direttamente sul luogo stesso, da testimoni oculari.
Gli austriaci ingrossati a tutti i confini minacciavano il Cadore da vari punti, nessun aiuto esterno veniva a sostenere il coraggio dei difensori, che resistevano senza speranza di buona riuscita per solo amore di patria, per l'onore della nazione, come una protesta davanti l'Europa indifferente del diritto delle genti violato dall'Austria, e del predominio della forza sulla giustizia. E difendevano ancora i loro focolari, le care famiglie, le proprietà e le case invase e saccheggiate da crudeli stranieri, che commettevano esecrandi delitti, quando trovavano popolazioni inermi e fidenti nella loro tranquillità.
La convenzione stipulata cogli abitanti d'Ampezzo venne violata dopo pochi giorni, contro la volontà dei tirolesi; le truppe austriache ingrossate da rinforzi passarono nuovamente il confine, uccisero la sentinella e penetrarono in Cadore. Il piccolo Corpo Franco che sorvegliava la Chiusa dovette ritirarsi davanti il numero imponente di nemici, i quali avanzando sempre più, uccisero a colpi di moschetto un uomo di S. Vito che fuggiva.
Il giorno 10 maggio una pattuglia tedesca sorprese una povera donna, Giustina Belfi-Morel, con un figlio ed una figlia, nella loro cascina di Col. Il figlio che era andato ad invitare i tedeschi ad entrare, offrendo loro una refezione, cadde ferito mortalmente da quei soldati, i quali penetrati poi nel casolare, trassero fuori le due donne spaventate, fecero nefando strazio della figlia, e poi uccisala ne trasportarono il cadavere accanto al fratello non ancora morto, obbligando la madre a scavare la fossa pe' suoi figli. Poi la condussero in uno stanzone di Vodo con altri prigionieri tormentati in tutto quel giorno con terribili angoscie. Saccheggiarono il paese e trovatovi un povero pazzo lo unsero col sego e gli diedero fuoco, e dopo di avergli tagliata traversalmente la pelle del ventre lo finirono a colpi di moschetto.
Respinti dai cadorini accorsi da ogni parte, dovettero ripassare il confine, ma tali efferatezze sparsero la desolazione ed il terrore in tutto il paese.
Allora, prevedendo la possibilità d'una invasione per sorpresa, e temendo giustamente non solo le depredazioni, i saccheggi, gli incendi, ma ancora più gli spaventi, gl'insulti, le torture morali, e tutti gli altri pericoli, si venne nella determinazione di far ritirare in luoghi sicuri la popolazione inerme con gli oggetti preziosi, o più facili a trasportarsi.
Quest'esodo alpino del 1848, certamente ancora ignorato fuori del Cadore, è un fatto assai curioso ed interessante delle guerre d'indipendenza, e merita d'essere raccontato.
Tutti gli uomini validi erano sotto le armi, intenti alla difesa dei confini. Si lasciarono nelle case le sole persone strettamente necessarie all'assistenza dei mariti o dei figli, che compiuto il loro turno nel servizio della difesa, ritornavano a casa per riposarsi qualche ora, e si fecero partire le donne, i vecchi, i fanciulli, coi gioielli, le argenterie, i rami di cucina, le biancherie, gli arredi che si tenevano più cari.
Da ogni paesello delle Alpi salgono sull'erta dei sentieri serpeggianti fra le macchie e i frammenti di roccie caduti dall'alto; stradicciole praticate soltanto dalle mandre, che costeggiano i precipizi, entrano nei boschi, e riescono sulle cime, dove a grandi altezze, si distendono vastissime praterie, sparse d'armenti al pascolo. In quelle malghe si fecero salire le donne, i vecchi, ed i fanciulli, che si ricoverarono nei casolari dei pastori, o in quelle capanne dette baite dove si ripone il fieno falciato sulle alture e che sono costruite con tronchi d'alberi soprapposti, uno sugli altri, coi tetti contesti di pezzetti di legno collocati a foggia delle squame d'un pesce.
Ogni paesello del Cadore fissava il monte dove credeva trovare maggiore sicurezza e minore disagio. Era cosa commovente vedere quell'emigrazione di donne che, abbandonate le dolci abitudini e gli agi delle loro dimore, andavano ad esigliarsi in luoghi inospiti, lontane dai loro cari che lasciavano esposti a tutti i pericoli della guerra, e salivano pel faticoso sentiero portando in braccio i bimbi ancora lattanti, trascinando per mano quelli che camminavano appena; precedute dai più grandicelli che stavano in fianco alle guide, seguite dai vecchi ansanti, affaticati per l'erta e scabrosa via, e dalle donne di servizio colle gerle sulle spalle, cariche di provvisioni, di fardelli, e masserizie d'ogni fatta. E la lunga fila saliva lentamente, arrestandosi talvolta sotto un albero, o sopra una roccia sporgente, per riprender fiato e mandare un saluto affettuoso alla casa lontana, e al caro paesello abbandonato.
E dopo molte ore di cammino, trafelati dal sudore, giungevano in quelle eccelse regioni del silenzio, in quelle solitudini sublimi e severe, sotto l'aspre giogaie irte di scogli nudi e minacciosi. Colà si arrestavano, davanti una squallida capanna, che, ripulita e riparata con tende, offriva un rifugio dalle intemperie, e dagli uragani delle Alpi. E tutte le donne si accingevano con operoso coraggio ad allestire alla meno peggio il loro accampamento.
La cucina veniva approntata in pien'aria, e lontano dalla baita per timore degl'incendi, e si faceva il rancio come i soldati. Il salotto di società che serviva anche di sala da pranzo aveva sul pavimento un verde tappeto, uno strato erboso colore di smeraldo, sparso di fiori alpini; le pareti rappresentavano le catene delle Alpi colle cime nevose, con monti che succedevano ad altri monti, e boschi ad altri boschi, ed era soffitto l'azzurro padiglione del cielo. Nelle baite si dormiva sul fieno, che offriva un letto soffice ed odoroso. Cosicchè nessuna città poteva vantare più pittoreschi prospetti, nè giardini più spettacolosi, nè aria più pura, nè letti più profumati di quella colonia femminile. La quale per non vivere nell'anarchia aveva messo in ordine i suoi affari, nominando un consiglio con una direttrice, e dei regolamenti di reciproca utilità, ed aveva attivato un servizio postale che portava regolarmente le notizie dei paesi vicini, e i bollettini della guerra.
E in quei dolorosi frangenti, in mezzo ai pericoli, ai disagi, ai timori, alle ansietà, chi credesse che quelle donne si fossero abbandonate ad una desolante tristezza, sarebbe in errore. Regnava invece un buon umore perenne, e quella vita nomade presentava delle attrattive imprevedute, e il sacrifizio degli agi aveva i suoi compensi nella bizzarra novità di quella esistenza, nella quale bisognava spesso aguzzare l'ingegno per trovare continui ripieghi a casi impreveduti. I bambini erano felici, correvano, cantavano, danzavano, coglievano fiori, spargevano la gioia dovunque, e si vedeva davvero che la libertà è un gran bene, che l'uomo in società mena un'esistenza artificiale, in continua contraddizione cogli istinti della natura.
La montagna scelta da alcune famiglie di Pieve pel loro rifugio fu quella di Medole, e molte altre fissarono il loro accampamento sui dorsi più elevati della montagna di Vedorchia. Per recarsi in quest'ultima bisogna prima discendere per la lunga e rapida strada che va fino al ponte di Ranza, famoso per la sua posizione sopra un'altissima gola di roccie. Da Ranza convien salire per sentieri erti e malagevoli, il lungo cammino in zig-zag che conduce ai Tabiadi, ossia fienili di montagna; disposti in diverse località sulla schiena del monte. Colà fissarono allegramente la loro dimora le donne di Pieve, quasi tutte di civile condizione, e molte signore ricchissime, gentili, avvezze a tutti gli agi di una elegante esistenza, e vi rimasero lungo tempo, anche dopo l'entrata dei tedeschi, non osando fidarsi della promessa di costoro di rispettare le persone e le proprietà dei cadorini, preferendo ogni privazione piuttosto di tollerare l'aspetto degli abborriti invasori.
Quei fenili sconnessi per vetustà lasciavano entrare il vento da ogni parte, e mal si potevano riparare con coperte o lenzuola; la pioggia penetrava dai tetti, filtrava dalle pareti, correva sul pavimento. Nei giorni burrascosi era impossibile di reggere all'aria aperta. Ciò non ostante non vi fu in tutto quel tempo nessuna malattia di conseguenza, e se ne stettero sempre allegre, passando il tempo in conversazioni sul solito tema della guerra, e sulle vicende del giorno, con reciproche confidenze delle intime storie di ciascheduna.
L'arrivo delle notizie guerresche era naturalmente il momento delle grandi emozioni, ma per fortuna dopo gli ultimi fatti di Vodo regnava una specie di tregua, che quantunque foriera di più gravi avvenimenti, pure teneva in sospeso almeno i dolori acuti di perdite subite, e quantunque lasciasse temere nuovi pericoli, pure non mancava anche di alimentare nuove speranze. E in mezzo a tante gravi preoccupazioni, e a tante privazioni, l'energia di quelle donne non si smentì mai, ed esse tennero vivo l'ardore dei combattenti, animandoli alla pugna colle loro corrispondenze epistolari, nelle quali raccomandavano sempre la resistenza. E nella loro solitudine innalzavano preghiere a Dio per la patria, e la vittoria, e intuonavano canti di libertà.
La signora Enrichetta Giacobbi-Solero, donna veneranda per età, ricca di censo, rispettabile per senno virile, di modi cortesi ed affabili, di umore gaio e pieno di risorse, simpatica e cara a tutte le compagne, era stata eletta per acclamazione direttrice della piccola colonia di Medole, e tutte le signore e signorine dipendevano dai suoi ordini; ed essa trovava sempre il modo di aver notizie, e di tener viva la corrispondenza fra gli uomini della difesa e le esigliate del monte, conosceva tutto l'andamento degli avvenimenti, sapeva consolare e tacere in tempo; e quando giungeva la notizia d'una vittoria, era una festa per tutte, una gioja giovanile di canti e di balli, ed alla notte si accendeva un fuoco, al quale rispondevano tutte le altre colonie con altri fuochi sulle cime di tutti i monti, che era uno spettacolo consolante pei combattenti, terribile pei nemici.
E quando il silenzio della sera non era rallegrato da qualche buona notizia, allora davanti l'ampio orizzonte, cinto dalle nebbie della notte, tutte quelle signore unite all'ottima donna che si erano eletta per capo, si mettevano in ginocchio, ed alzavano al cielo ferventi preghiere per la patria, per la salvezza dei padri, dei mariti, dei figli, dei fratelli, dei fidanzati.
Al mattino alzate per tempo correvano all'aperto salivano a qualche punto che dominava il sentiero, e spiavano attentamente l'arrivo d'un parente, d'un amico, d'un messo. E davvero le visite non scarseggiavano a quell'attraente eremitaggio, ed ogni interessato trovava la sua volta per salire, ed ogni riposo concesso ai combattenti era impiegato in una gita sul monte. Le donne possono ricoverarsi in fondo al mondo, gli uomini troveranno sempre il tempo di raggiungerle.
Ogni babbo, fratello, marito od amante che saliva era sempre ricevuto come il re della giornata, e fatto sedere nel centro del grazioso cenacolo doveva raccontare tutto quello che sapeva dell'universo. E lo servivano di panna fresca, e d'altre ghiottonerie giunte non si sapeva come in cima della montagna. E aveva mille motivi di meravigliarsi di quanto vedeva d'intorno; delle risorse inconcepibili create da quelle esiliate, per rendere meno incomodo il loro soggiorno, e di certe raffinatezze impreviste che scaturivano improvvisamente in quei siti selvaggi. E quando il visitatore partiva non rifinivano d'incaricarlo delle loro commissioni a voce ed in iscritto, segrete o palesi, lo accompagnavano per un pezzo, gli raccomandavano caldamente di mandare amici e parenti, invitandoli a pranzo, e promettendo le più laute imbandigioni per quei tempi di guerra, di carestia, e di miseria. Ritornando indietro salivano sulle roccie sporgenti ed agitavano i fazzoletti in segno d'addio fino che fosse possibile di vedersi.
Così coglievano ogni occasione per ridere e stare di buon umore.
A mantenere costante la loro ilarità contribuì largamente un certo signor Taddeo, il quale benchè giovane e robusto aveva un carattere eccessivamente pusillanime, e s'era rifugiato egli pure colle donne e coi vecchi in cima della montagna. Il suo volto rotondo, paffuto, le sue membra grasse e ben tarchiate, le sue perpetue paure, lo rendevano il personaggio più comico della comitiva, ed era la vittima degli incessanti motteggi, dei frizzi, e degli scherzi delle più vispe ragazze, che si godevano un mondo a mettergli spavento con notizie inventate. Un giorno gli si annunziava la leva in massa di tutta la popolazione: uomini, donne, fanciulli rifugiati sul monte dovevano scendere per incontrare il nemico; un'altra volta erano i croati che avevano circondato il loro rifugio coll'intenzione di passare per le armi tutti i fuggiaschi. E gli mettevano i brividi raccontandogli le crudeltà degli austriaci, i villaggi saccheggiati, distrutti a ferro e a fuoco, e simili altri disastri della guerra, che doveva estendersi ovunque.
Egli studiava tutti i mezzi possibili di salvezza, ma veniva confutato, allora voleva discutere di politica, e le donne ridevano a crepapelle dei suoi sproloqui, e lo mettevano in canzone; e così Taddeo per fuggire dalle palle austriache era divenuto il bersaglio di quelle lingue mordaci, la vittima, il capro espiatorio di quel terribile drappello femminile che lo dilaniava fino sull'osso.
Che se talvolta per placare quei disprezzi, o per ingannare il tempo piacevolmente, tentava di fare il galante, veniva immediatamente denunziato alla pubblica indignazione, avendo tutte quelle donne giurato solennemente di condannarlo al celibato perpetuo, senza concedergli le attenuanti, in pena della sua vergognosa poltroneria. Allora egli crollava le spalle, si mostrava rassegnato, accendeva il sigaro, ed accennando colle braccia aperte all'ampiezza del mondo, diceva che ogni peccato ha diritto all'assoluzione, che ogni idea la più strana ha incontrato dei sostenitori, che tutto si dimentica, che i più timidi finiscono sempre col trovare indulgenza, e forse anche maggiori compensi degli eroi; e in questo non aveva tutto il torto, perchè giudicava i fatti positivi, senza tener conto della coscienza del dovere, che è il giudice supremo dei galantuomini.
Le donne più robuste, le più giovani, le più coraggiose scendevano sovente a Pieve a passare la giornata e ritornavano alla sera alla montagna, cariche di provvisioni, e fornite di notizie che raccontavano alle compagne che venivano ad incontrarle.
Maddalena e Maria vivevano appartate sulla montagna, colpite dal dolore nel profondo dell'anima per l'incerta sorte di Tiziano, non prendevano mai parte alle gaiezze dell'allegra brigata delle altre donne, e si erano ricoverate in un angusto tugurio isolato che serviva di rifugio ai pastori quando l'uragano li sorprendeva lontano dalla baita. Per solo compagno d'esiglio avevano condotto seco Fido, il cane di casa Lareze, l'amico del povero scomparso, e scendevano spesso a Pieve ansiose di sapere se fossero giunte notizie del loro caro, Maddalena per vedere suo marito, Maria per abbracciare suo padre, quando tornava nel roccolo a riposarsi qualche ora dalle dure fatiche del campo.
Le buone signore ricoverate a Medole salivano poche per volta a visitare le due afflitte nel tugurio, si studiavano di consolarle; con speranze che non potevano dividere, ma che erano balsami pietosi per quelle anime esulcerate.
Nelle lunghe ore solitarie si comunicavano le loro idee, rammentavano le rare doti di Tiziano, e piangevano insieme. Fido doveva certo comprenderle, e sdraiato ai loro piedi le contemplava cogli occhi mesti, partecipava al loro dolore, e pareva che avesse riportato a Maria il tenero attaccamento che lo legava a Tiziano, e lambiva le mani alla fanciulla guardandola con espressione affettuosa.
Sior Antonio si recava spesso a visitarle, portando i pochi viveri necessari alla vita, del pane bigio, del formaggio, e qualche frutta. Saliva lentamente per la via tortuosa colla sua pipa in bocca e il fardello sulle spalle. Fido lo scorgeva da lontano, avvertiva le donne abbaiando in modo singolare e correva incontro al padrone salutandolo con molte carezze, e scodinzolando in segno di contentezza.
Le donne non osavano interrogarlo, ma procuravano d'indovinare dalla espressione del suo volto se aveva delle buone o delle cattive notizie; egli preveniva tanto le vane speranze che i timori paurosi, e appena giunto esclamava: — niente di nuovo!... — e accompagnava queste parole con un profondo sospiro, e qualche volta con una lagrima.
Dopo alcuni giorni di tregua gli austriaci si fecero più minacciosi, passarono i confini in vari punti, sempre respinti dall'indomabile resistenza dei cadorini, dall'attiva vigilanza del Comitato della difesa, dall'instancabile attività del capitano Calvi che pareva avesse il dono dell'ubiquità, perchè compariva sempre in tutti i pericoli.
Lo si vedeva passare rapidamente pei paesi quasi deserti, montato sul bianco cavallo, e accorrere dove si udiva il suono del cannone o delle fucilate.
Animava i combattenti, si metteva alla testa dei drappelli che andavano all'attacco, dirigeva i movimenti, ordinava ogni cosa coll'audacia che sfida le maggiori difficoltà, colla calma che calcola freddamente le conseguenze d'ogni azione. E tutti lo seguivano con fiducia, con entusiasmo, con slancio irresistibile, e nessuna fatica eccessiva, nessuna marcia forzata, nessuna privazione faceva uscire un lamento, da quegli uomini forti, risoluti e coraggiosi.
Ma era impossibile trovarsi sempre in tutti i siti minacciati, e un giorno 300 cacciatori tirolesi passata la Forcella d'Antelao per un varco poco praticabile sopra San Vito penetrarono nella valle d'Otten, e giunsero fino alle prime case di Calalzo. Il paese era deserto, ma due donne avvedutesi del pericolo corsero in fretta al campanile, diedero di piglio alle campane, e suonarono con tanto furore che poco dopo si udirono tutti i campanili vicini che suonavano a stormo. Allora i nemici si credettero circondati da ogni parte, e si dettero a fuga precipitosa.
Sarebbe troppo lungo e troppo straziante il narrare tutte le barbare uccisioni di gente inerme, tutte le atrocità, gli incendi, le sevizie, le rapine di quei barbari invasori stranieri, e tutti gli atti eroici dei cadorini, in quelle gole deserte e sconosciute, dove sovente dieci patriotti risoluti facevano retrocedere cento soldati. Le sole donne salvarono più volte i paesi minacciati, con quell'ardire che nasce dal semplice e santo amore della famiglia e della patria, senza il pungolo degli onori e della gloria che animano i soldati.
Il generale Stürmer con 5000 uomini da Longarone giunse a Rivalgo, fece vani tentativi per penetrare più avanti, e fu sempre respinto. Ai razzi alla congreve slanciati per atterrire i difensori essi rispondevano col grido di «viva l'Italia» e sapevano schivarli, quando invece le carabine dei cacciatori Cadorini abbattevano ad ogni colpo un soldato tedesco.
Furibondi per l'impossibilità di vincere quella tenace resistenza, gli Austriaci misero il fuoco al paese, e si ritirarono, e le rovine di Rivalgo, dopo più di trent'anni, non del tutto riparate, conservano le traccie di quella barbarie, attestano l'infame procedimento degl'invasori, e mostrano ancora alla nazione la necessità di saper trattare le armi per la sicurezza della patria, per la difesa dell'onore, della libertà, e della famiglia, contro gli assalti degli stranieri.
Dopo ripetuti tentativi in Oltrechiusa riusciti tutti vani, un corpo di 3000 tedeschi si presentò nuovamente a quel confine. I Cadorini trovandosi in numero assai ristretto si ritirarono fino alla Chiusa ove li attesero imperterriti; operarono prodigi di valore, e li obbligarono a retrocedere.
Allora i tedeschi essendo numerosi in Friuli tentarono d'introdursi in Cadore dalle gole della Carnia, ove il confine era stato poco premunito per la difesa, non avendo giudicato probabile che dovessero penetrare da quella parte.
La sera del 23 maggio giungeva al Comitato l'annunzio che circa 3000 Austriaci avevano passato il Fella, che si dirigevano per Tolmezzo e quindi pel Cadore, attraversando il Mauria; seguiti da altri 700. Poco dopo, un altro messo portava la notizia che altri 1200 tedeschi passavano pel canale di Gort, e che sarebbero penetrati in Cadore per la via di Forni-Avoltri e Sappada.
Calvi fece tosto suonare il tamburo per le strade di Pieve per raccogliere i Corpi Franchi che si trovavano in paese. Michele ed Isidoro accorsero subito, ordinarono i loro militi, e tutti uniti partirono sul far della sera, col capitano Calvi alla testa, montato sul solito cavallo bianco, salutato con entusiasmo dai pochi abitanti che si trovavano in paese. Marciarono tutta la notte in silenzio, ciascheduno raccolto ne' suoi pensieri. La luna batteva i suoi pallidi raggi sul condottiero, che pareva un fantasma vagante di notte tempo fra quelle tetre montagne, seguito da ombre fantastiche che di tratto in tratto sparivano nelle cupe tenebre dei villaggi per ricomparire confusamente nella luce azzurrognola ove si allargava la valle libera dalle case e dagli alberi.
All'alba trovarono i paesi sgomenti per la notizia dell'invasione che s'era propagata rapidamente. Gli abitanti avevano passata la notte sulla via, esitanti sul partito da prendersi, ascoltando le diverse opinioni, consigliandosi fra vicini. Le donne cariche di fardelli partivano coi bimbi, i vecchi esortavano i giovani alla difesa, ma nella confusione e nel disordine nessuno prendeva un partito. Ma ecco il primo raggio di sole che batte sul cavallo bianco che si avanza da lontano, con un codazzo di gente armata, ecco il tamburo che chiama il villaggio alle armi. A quella vista un grido di esultanza esce dalla folla, tutti si rivolgono da quella parte al grido di viva l'Italia, ogni esitanza è scomparsa, tutti si sentono animati alla difesa ed accorrono ad afferrare le prime armi che trovano in casa per accompagnare i corpi franchi. Le campane suonano a stormo, tutte le campane dei villaggi vicini rispondono, e da Lorenzago, da Vigo, da Lozzo, da Auronzo gli abitanti corrono in massa per difendere i valichi minacciati. Il passaggio dei Corpi Franchi ha raccolto tutti gli abitanti dei villaggi che scendono come una valanga da tutte le alture. Calvi arringa quelle masse, le elettrizza colla sua parola che risveglia ogni nobile sentimento. Egli li ordina, li fa procedere regolarmente, e giunto al fine della marcia unisce tutte le forze che ha raccolte per via, e le colloca opportunamente intorno al passo della Morte.
Il passo della morte è una strettissima gola, che si nasconde tra due angusti dirupi, alla sinistra del Tagliamento. La strada passa fra un muraglione e le roccie tagliate a picco come una breccia scavata nel monte. Una barricata venne innalzata davanti all'apertura, sotto la quale praticarono delle mine. I fucilieri vennero distribuiti sulle coste del monte e si mandarono sulle alture gli uomini disarmati, per accumulare sassi e macigni e apparecchiare le mine da seppellire sotto i frantumi coloro che osassero attraversare il varco vietato.
Il mattino del 24 gli esploratori spediti da Calvi verso il nemico udirono un suono d'armi e di armati oltre il Rio Verde, ad un chilometro e mezzo dalle barricate, e videro l'avanguardia austriaca che avanzava. Retrocessero subito per darne l'avviso, mettendosi tutti in pronto per la difesa.
Giunti al Rio Verde i nemici si fermarono sviluppandosi in catena sopra e sotto la strada, e mandando avanti un pichetto di pochi uomini fino all'imboccatura del passo.
Alla loro comparsa s'udì un colpo di fucile, senza sapere da che parte venisse, ed anche questa volta venne preso pel segnale che era stato convenuto dai difensori, e subito dopo si scaricarono le armi da ambe le parti, scoppiarono le mine, e si precipitarono i sassi con orribile fracasso, quando soltanto pochi nemici erano penetrati nella gola. Dileguato il fumo della polvere gli Austriaci erano scomparsi, lasciando pochi feriti e qualche morto sotto le rovine, e spaventati dal tremendo spettacolo delle montagne che si rovesciavano davanti di loro, fuggirono in precipitosa ritirata verso la Carnia. Ma due uomini erano caduti anche fra i Corpi Franchi colpiti dalle palle nemiche, ed uno di questi era Isidoro Lorenzi, il padre di Maria.