XII.
Mi ricorderò fin che vivo — egli disse — l'effetto che mi fece il sole, e l'aria aperta delle montagne alla mia uscita dall'afa nauseabonda dell'ospitale. In principio mi pareva di star peggio, avevo gli occhi abbacinati dalla luce, e l'aria balsamica mi dava il capogiro. A poco a poco mi parve di rinascere, e infatti ero proprio come un bimbo, mi mancavano le forze, non potevo camminare senza appoggiarmi ad un braccio che mi reggesse, e dovetti fare il viaggio da Belluno a Pieve in due giorni.
Il primo giorno ci siamo arrestati a Longarone, ove la mia buona madre mi attendeva impaziente di rivedermi. Quale abbraccio fu quello della povera donna, che dopo d'avermi creduto morto, non poteva persuadersi che fossi ancora vivo. Mi stringeva fortemente al seno, e non mi voleva lasciare; e piangeva dirottamente.... per la consolazione di rivedermi!... Poi mi contemplava lungamente e non poteva rassegnarsi di trovarmi così debole, e sparuto da far compassione ai sassi. Quale beatitudine io provai nel poggiare la testa sulle sue spalle.... nell'accarezzare i suoi grigi capelli, nel consolarla colle mie assicurazioni, nel dirle che mi sentiva rinascere all'idea di rivedere il paese.
Mi raccontò che dopo la morte del povero Isidoro avevano adottato Maria, e se la tenevano in casa come figliuola. Quando giunse la mia lettera che mi annunziava ancora vivente e vicino, la loro gioia fu tale che ogni altro pensiero venne dimenticato, ma quando passato il primo slancio di contentezza si cominciò a pensare alla istallazione del reduce, allora la mia buona madre fu assalita da scrupoli che la misero in grave imbarazzo. E infatti quando un morto ritorna al mondo, si capisce che deve recare qualche disturbo. Non si poteva allontanare Maria adottata per figlia, e non si voleva ammettere che prima delle nozze io convivessi colla sposa. Consultato mio padre, egli rispose bonariamente che non ci vedeva inconvenienti, che ci considerava entrambi suoi figli, e che era ben contento di vederci tutti riuniti sotto lo stesso tetto.
Mia madre oppose che la convivenza degli sposi prima delle nozze era vietata dalla chiesa. Mio padre sempre titubante fra la ragione e la fede, sempre tenace alle sue idee, e in pari tempo rispettoso alle credenze della moglie, non sapeva a quale partito appigliarsi, e fu necessario di far intervenire l'arcidiacono per sciogliere l'arduo problema. Egli trovò subito un espediente, e disse:
— Non è possibile di allontanare Maria dal vostro tetto dopo che l'avete giustamente adottata per figlia, e non è possibile nemmeno di violare le leggi della chiesa che non permettono la coabitazione degli sposi prima delle nozze. Ebbene, mi pare che sia facilissimo di combinare le cose senza nessun inconveniente, anzi con vantaggio di tutti. Il convalescente con sua madre vada ad abitare al roccolo di Sant'Alipio; nella quiete serena di quel tranquillo rifugio, nel silenzio e nella pace che gli sono ordinate dal medico, la sua vista non sarà turbata dall'aspetto dei croati. Maria resterà con sior Antonio e la Betta, e dopo le nozze o potrete fare una sola famiglia, o la madre tornerà a casa, e la sposa andrà a coabitare collo sposo, nel roccolo.
Tale decisione fu accolta con piacere da tutti; mia madre non domandava che di starmi vicina, per curare a modo suo la mia salute, Maria era felice di aprirmi la sua casa, che doveva portare in dote; e mio padre fu soddisfatto della buona idea di tenermi lontano dal brutto aspetto dei croati che giravano in paese. Tutti furono dunque contenti. Mio padre venne a Belluno, e mia madre appena avvertita del nostro arrivo fu ad incontrarmi a Longarone, ove abbiamo passato il primo giorno all'albergo della Posta. Maria mi aspettava ansiosamente.
Al mattino seguente ci siamo messi in viaggio per tempo. Nell'aria fresca dei monti sentivo l'alito della patria. La Nina ci condusse allegramente come sempre, col suo passo animoso, mandando i soliti nitriti all'avvicinarsi della stalla. Siamo andati a smontare di carrettina a casa nostra. La Betta ci aperse il portone, e quando mi vide si mise a piangere e a ridere nello stesso tempo, e teneva le mani giunte, e gli occhi rivolti al cielo, in atto di ringraziare Iddio pel mio ritorno. Bortolo afferrava Fido pel collare, e lo teneva con ambe le mani, per timore che nell'impeto dell'entusiasmo potesse gettarmi a terra, ma la povera bestia faceva sforzi disperati, e mandava guaiti affannosi, sentendosi contrariata nell'espressione del suo affetto, e voleva saltarmi al collo, accarezzarmi, e lambirmi le mani; e poi urlava, perchè la gioia eccessiva rassomiglia al dolore, non solo nell'uomo, ma anche negli animali suoi amici. Abbracciai tutti teneramente, sorpreso di non vedere Maria, la quale credendo che si andasse a smontare al roccolo, stava ad aspettarmi per fare gli onori di casa. Mia madre ed io siamo corsi subito a raggiungerla, e mio padre rimase in casa a sbrigare gli affari più urgenti, che si erano accumulati per la sua lunga assenza.
Ah! Michele! quali sensazioni ho provate in quel giorno!... — e qui tremava la voce a Tiziano, a tal punto, che dovette sospendere il racconto per qualche momento. Finalmente continuò: in piazza di Pieve sventolava la bandiera gialla e nera, con l'aborrito acquilotto bicipide. I croati facevano la guardia. Passammo oltre rapidamente. Io mi appoggiava al braccio di mia madre, e con un bastoncello nell'altra mano reggevo i miei passi. Entrammo nel boschetto dei larici dalla porticina che era aperta, ed eccoci davanti la casa di legno, ove Maria ci aspettava tutta vestita di nero per la morte di suo padre. Quando mi scorse, essa mandò un grido e si precipitò nel mio seno; mia madre ci gettò le braccia al collo, ci strinse insieme, e così restammo qualche tempo, senza poter proferire una sola parola. Poi mi presero una per parte, e sostenendomi con ogni cura mi introdussero nella loggia.
Un bel mazzo di fiori, bianchi e rossi, circondati da verdi foglie stava sul tavolo davanti al canapè, per farmi vedere che il nostro nido s'era conservato italiano, senza macchia e senza paura.
L'aspetto dei noti monti, quell'orizzonte che mi richiamava alla mente tante memorie, quelle piante, quelle esalazioni della terra, quei profumi... e la mancanza d'Isidoro, mi penetrarono il cuore di tante emozioni, che io proruppi in dirotto pianto.
Maria si gettò in ginocchio ai miei piedi e pianse con me, mia madre voleva consolarci, e pianse con noi. Fu un'ora d'amara tenerezza e di dolorosi compianti.
Alfine le due donne mi sedettero da presso, e si cominciò a rammentare la lunga serie dei nostri dolori, ai quali non era possibile nemmeno di aprire uno spiraglio alla speranza, tanto eravamo circondati da luttuose ambascie, e da pungenti sventure!...
Sulla sera mio padre venne a prendere Maria, ed io presi possesso, con mia madre, della tranquilla dimora.
Al mattino seguente mi alzai per tempo, ed uscii a respirare le brezze dei miei monti, recandomi in devoto pellegrinaggio al santuario del mio amore, al verde nido di Montericco, ove sedetti lungamente solitario, pensando al passato e all'adorata fanciulla.
Colà mi sorprese mia madre portandomi una scodella di latte appena munto, che mi parve concentrasse tutti gli aromi delle nostre Alpi, tutto il miele dei nostri fiori.
Dopo di averla assicurata che mi sentivo bene, le chiesi di Maria e mi promise che sarebbe venuta ogni giorno a passare alcune ore con noi. Tale notizia mi riempì di gioia, e mi fece conoscere come, il nido di Sant'Alipio, sarebbe sempre il mio paradiso terrestre... anche mentre ci stava intorno l'inferno.
Andai vagando lentamente nell'ameno ricinto, esaminando ogni albero, ogni arbusto, ogni erba, ogni viale, a me tanto cari per sante memorie, e alzando gli occhi mi si affacciava allo sguardo quell'incantevole panorama che fu il fondo pittoresco di tutte le scene della mia giovinezza, dei giuochi, dell'amicizia, delle congiure... e del più tenero amore!...
Povero Isidoro, quest'oasi che fu il pacifico rifugio della tua vita modesta, ti faceva rivivere e palpitare nel mio cuore, ed io ti vedevo, come un'ombra, fra quel caos d'erbe, di fiori, di alberi, e di viali. Mi sembrava d'averti parlato poco prima mentre stavi attento a fare un'innesto, o salivi la scala a mano per potare i fruttai, o per distruggere i bruchi; e mi pareva di udire la tua voce, quando seduto sullo scoglio in fondo al terreno, ti burlavi dell'aquilotto, fumando pacificamente la pipa, con Turco sdraiato ai tuoi piedi.
Maria mi comparve davanti, come una divina apparizione, mentre andavo divagando fra i miei sogni, e non mi raccapezzavo bene se fosse illusione o realtà. Rimasi lungamente a contemplarla in silenzio, in un estasi di ammirazione.
«Che cosa hai che mi guardi così?...» mi chiese in aria sospettosa.
«Mi sembri sempre più bella!...» le risposi, «ed io così accasciato non mi trovo più degno di te!...»
«È tutto il contrario» essa mi osservò «le tue sofferenze ti circondano d'un'aureola che ti rende superiore ad ogni altro uomo. Ora che al mio amore si aggiunse l'ammirazione pel tuo eroismo, tu sei per me il tipo più perfetto che abbia sognato sulla terra!...»
Allora mi rammentai il suo entusiasmo per Calvi, la sua attrattiva per la gloria militare... le strinsi la mano con effusione di cuore... mi trovai ampiamente ricompensato dei patimenti sofferti.... mi parve d'essere più grande, e più degno di lei.
Appoggiato al suo braccio, ci avviammo al nostro nido, ove cacciate le mani ne' suoi bruni capelli la baciai sulla bocca... e vidi il cielo risplendere d'una luce divina.
Più tardi mia madre ci raggiunse, e si parlò lungamente di mille cose, ed io raccontando a Maria le affettuose accoglienze di Fido le chiesi dove fosse il vecchio Turco, il nostro compagno di caccia, l'amico fedele e inseparabile di Isidoro.
Maria congiungendo le mani in atto di pietà, mi disse:
«Tuo padre non ti ha dunque raccontato la sua storia?...»
«No, le risposi, egli evitava di narrarmi tutto ciò che poteva commovermi; ora che sono più forte, parla pure senza paura.»
Allora essa mi raccontò coi più minuti particolari la storia di Turco, che tu devi conoscere.
— Io l'ignoro completamente, non essendomi trovato col povero Isidoro al momento fatale della sua morte.
— Eccoti il fatto in poche parole. Sai che Turco voleva sempre seguire il suo padrone, ma siccome egli intendeva la parola, ed era obbediente e disciplinato come un eccellente soldato, così bastava un cenno del padrone perchè egli andasse a cuccia senza esitare.
Nell'ultima sua partenza da casa il cane si rifiutava ostinatamente di ubbidirlo, e voleva seguirlo per forza. Non c'erano nè comandi, nè minaccie che potessero farlo rientrare. Fu d'uopo che Isidoro lo conducesse per mano, e lo chiudesse in camera. Ma Isidoro non era due chilometri lontano da casa, che voltandosi indietro vide Turco che seguiva tranquillamente il drappello dei militi, colla coda bassa, umile, avvilito di dispiacere al padrone ma trascinato a seguirlo da una forza irresistibile.
Isidoro gli andò incontro, e quando gli fu vicino, stese la destra verso Pieve, gli fece cenno imperioso di ritornare sulla sua strada, dicendogli: — Va subito a casa... Turco a casa subito... ma subito. — Il cane si gettò a terra colle gambe in aria in atto di domandare pietà.
Isidoro era buono, amava Turco come un amico, e vedendo che il cane non cedeva, cedette lui, sorrise, gli perdonò quella strana insistenza, e facendogli segno d'alzarsi gli disse: — Vuoi assistere per forza anche ad una caccia ai croati, ebbene la vedrai.... è meno bella di quella degli uccelli.
Il cane lieto del perdono ottenuto accompagnò costantemente il padrone... e dopo la fatale giornata fu trovato sulla sera che lambiva la fronte del cadavere, ove era passata la palla che lo avea colpito. E quando portarono Isidoro al cimitero, Turco seguì mestamente la popolazione che accompagnava la bara, si coricò sul tumulo che copriva il padrone, nè fu più possibile a nessuno di ritirarlo, nè di fargli prendere qualche alimento, e dopo alcuni giorni morì al suo posto, di dolore, e di fame... fedele oltre la morte!... —
Dopo il racconto di questo episodio, i due amici rimasero lungamente in silenzio, pensando certamente al soldato morto per la patria, al cane morto pel padrone, e a quei tanti misteri che nessuno sa spiegarsi, e a quelle fantastiche spiegazioni che non si osa nè ammettere, nè confutare. E infatti davanti a tante cose che non si comprendono il silenzio è più ragionevole delle ciarle.
Michele, curioso di conoscere la fine della storia dell'amico, lo pregò di riprendere il suo racconto, ed egli continuò:
— La solitudine con Maria... altro io non avrei desiderato al roccolo di Sant'Alipio, ma non poteva rifiutarmi di ricevere le persone che venivano a farmi visita, e a congratularsi della mia ricuperata salute, perchè stavo sempre meglio, e le cure della mia buona madre, e la cara compagnia di Maria, e l'aria pura delle mie montagne mi ridonavano il perduto vigore. L'arcidiacono fu fra i primi a visitarmi; buono e pietoso coi deboli e coi vinti, era dignitoso e severo coi superbi e coi vincitori, egli mi provò colla sua condotta che un prete può essere buon cristiano e buon patriotta ad un tempo. Non sono che i preti sciocchi, e gli ambiziosi, che non sappiano mettere insieme due cose che non possono andar disgiunte — Dio e la patria. Una visita seccante e noiosa fu quella del Consigliere imperiale, che ho dovuto subire per non contrariare mio padre, il quale mi diceva che anche le banderuole sono buone a qualche cosa, non fosse altro che per sapere che vento spira. E il vento spirava terribilmente da tramontana, perchè il consigliere, mostrandomisi dolente della delusione del Cadore, mi assicurava che l'Austria non avrebbe mai a nessun patto cedute le nostre provincie, che giudicava indispensabili alla sicurezza della Germania. Al che io gli rispondeva tranquillamente che questo era un assurdo, e che se un giorno l'Italia diventasse più forte dell'Austria, sarebbe al pari censurabile se pretendesse occupare alcune provincie della Germania per la sicurezza d'Italia. — Io penso, gli dicevo, che ciascheduno ha diritto di essere padrone in casa propria, e nessuno in casa altrui — ed egli mi rispondeva — Questo va bene in teoria!... ma in pratica ogni nazione ha un piede fuori di casa, — ed io conchiudeva — bisogna dunque esser forti per esser liberi, e se tutti avessero fatto come il Cadore, l'Italia si sarebbe liberata per sempre degli stranieri.
Ed ecco la politica che ritornava a martellarmi col ritorno della salute; e appena mi sentii la forza di reggere la spada, mi tornò il desiderio di alzarla contro i nostri invasori.
Nelle ore tranquille io andavo frugando fra i libri di Isidoro per trovare qualche cosa da leggere. La sua piccola libreria non era composta che di opere d'agricoltura, di botanica, di storia naturale, e dei migliori poeti. Egli amava la natura, ne penetrava i misteri, ne ammirava il bello, studiava le virtù delle piante; e godeva di sentire le idee che erano state ispirate dalla bellezza di un fiore. Passava volentieri dalla scienza alla poesia. Egli leggeva o per imparare qualche cosa di pratica utilità, o per sollevare lo spirito al di sopra delle umane miserie. Scartabellando quei volumi leggichiavo qua e là per passatempo, e mi arrestavo a guardare le vignette. Una mattina mi cadde in mano una bella edizione del Tasso, l'apersi a caso e caddi sul canto XVI che lessi tutto d'un fiato da capo a fondo. Dopo uscito dal Seminario non avevo più letto la Gerusalemme liberata, e mi parve assai bella e tanto più meravigliosa in quanto il mio caso rassomiglia in qualche parte al caso di Rinaldo. Anch'io viveva in un giardino incantato, inebbriato d'amore, mentre altrove ferveva la guerra e si decidevano le sorti della patria.
Rimasi tutto quel giorno pensoso ed umiliato, e passando davanti uno specchio che pendeva dal muro della mia camera, mi arrestai a guardarmi. Il mio viso era ritornato fresco e rubizzo, e ne ebbi vergogna come Rinaldo davanti lo scudo adamantino d'Ubaldo; e
«Qual uom da cupo e grave sonno oppresso
Dopo vaneggiar lungo in sè riviene,
Tale io tornai nel rimirar me stesso....
e parlai a Maria della mia vergogna, dell'impulso che mi spingeva a raggiungere i miei amici, che oltre l'amore di patria e di libertà, mi sentivo anche animato dal desiderio di vendicare suo padre.
Alla prima impressione, questo nuovo colpo inaspettato le riuscì assai doloroso. Essa doveva dunque perdermi nuovamente, ritornare alla squallida solitudine, oppressa dal continuo timore di sapere la mia vita esposta a mille pericoli.... Doveva dunque mettere in dubbio l'avvenire?... e la nostra felicità!....
Doveva piangere nuovamente con una madre desolata, con un padre continuamente oppresso dal timore di perdere l'unico figlio!.... no, essa non si sentiva più la forza di ricominciare quella vita di ansietà, di tormenti, di affanni, di perdite disperate! Io aveva fatto il mio dovere, essa diceva, avevo pagato il mio tributo di sangue alla patria... essa aveva perduto il padre... non intendeva di perdere anche lo sposo... nessuno poteva esigere da una sola persona tali sacrifici... essa aveva diritto di vivere... e la mia morte sarebbe stata anche la sua... e forse anche quella dei miei genitori!....
Io le risposi tranquillamente:
— Tu ami dunque meglio diventare la moglie d'un vile... e vedere l'Italia oppressa dagli stranieri?... perchè se tutte le donne pensassero così, l'indipendenza italiana sarebbe spacciata per sempre!.... Pensa alla vita obbrobriosa ed umiliante che ci aspetta sotto al dominio straniero, pensa alla vergogna degli italiani... ridivenuti gli schiavi dei tedeschi!... essi ci faranno le leggi, e prenderanno i nostri figli per farne dei soldati obbligati di combattere contro la patria... e contro la libertà degli altri popoli!...
Maria, alzando gli occhi al cielo, soggiungeva:
— Hai ragione!... sono osservazioni giustissime!... ma tu non puoi uccidere tua madre... tuo padre... la tua sposa... per salvare la patria!... anche questo è contro natura!... e se tu dovessi morire, è sicuro che moriremmo tutti!... non si sopravvive a due di questi colpi... quando non si è ancora guariti del primo!... pensa all'avvenire e decidi...
— L'avvenire è in mano di Dio!... — io le risposi. — La morte è sempre preferibile al disonore. E poi non tutti i soldati muoiono alla guerra!.... Tu desideri che passino almeno sei mesi dopo la morte di tuo padre per darmi la mano di sposa. Io ti comprendo e ti approvo; ma intanto che posso io fare onoratamente qui in Pieve, solo di tutti i giovani della mia età, mentre i miei amici sono a Venezia, sotto la nostra bandiera, a sostenere l'onore e il diritto d'Italia.... Posso io rimanere qui ozioso, infingardo, senza arrossire, mentre tutti i miei comilitoni hanno ripreso le armi?!...
Essa mi rispondeva piangendo, e non avendo buone ragioni da oppormi, aveva lagrime che mi scendevano al cuore, e mi toglievano il coraggio.
Con tali lotte che amareggiavano la nostra vita, abbiamo passati alcuni giorni; la mia famiglia cominciava insensibilmente ad abituarsi a questa idea di nuove prove, alle quali mi vedeva risoluto; e se non poteva convincersi di questa necessità, sentiva di doversi rassegnare alla sorte. Mia madre dapprima si mostrò disperata, mio padre andò in collera, dicendo che io non finiva, più, che ero troppo fanatico, che ero un egoista, che non pensavo mai a lui, che egli era vecchio, stanco, sfinito, che aveva bisogno della mia assistenza. Io lasciavo passare tutte queste burrasche, rispondendo con poche parole, e talora pungenti, che facevano breccia.
La notizia giuntaci da Venezia della creazione dei Cacciatori delle Alpi mi decise intieramente, e alfine tutti dovettero piegarsi alla mia volontà di partire.
Bortolo che aveva riprese con piacere le sue occupazioni pacifiche, e si sentiva poco disposto a ritornare alle fatiche ed ai pericoli della guerra, si mostrò esitante nelle nostre dispute di famiglia, ma quando mi vide risoluto ad accorrere a Venezia cogli altri, provò qualche vergogna delle sue incertezze, e si dimostrò deciso ad accompagnarmi. La Betta si opponeva con tenace resistenza, e diceva a suo figlio: «Ti proibisco di allontanarti da Pieve, sei figlio di madre vedova, e devi sostenere la mia vecchiaia.» Questa opposizione lo pungeva, ed egli le osservava che la sua vecchiaia non aveva bisogno di aiuti, perchè i suoi buoni padroni non la avrebbero mai abbandonata.
Quando mi vide fare seriamente gli apparecchi per la partenza, mi dichiarò apertamente che mi avrebbe seguito, e che niente avrebbe potuto arrestarlo.
La Betta rinnovò con maggior energia la sua proibizione, dicendogli severamente: — Tu devi obbedire tua madre!... — Si, sempre!... egli le rispose, meno quando mi ordina di non fare il mio dovere!...
Alfine tutti dovettero cedere, e furono ammirabili in questo nuovo e doloroso sacrifizio! Decisa la mia partenza, i miei stessi genitori desiderarono che Bortolo mi accompagnasse, e così anche la Betta dovette rassegnarsi.
Io mi credeva il più forte di tutti, ma all'ultimo momento mi mancò ogni coraggio, e sentii profondamente il dolore della separazione di quanto aveva di più caro sulla terra!...
Si scambiarono molti baci, cogli occhi velati dalle lagrime, colla voce soffocata dall'emozione. L'addio della partenza fu una lacerazione violenta, e straziante. Uscii di casa che non vedevo più nulla. Udii un grido disperato, un singhiozzo angoscioso al quale risposero altri singhiozzi....
Bortolo mi aiutò a salire in carrettina, mi si sedette vicino... e si trottava verso Tai che ancora l'interna lotta sconvolgeva i miei pensieri in un caos, e gli oggetti esterni mi passavano davanti confusi, come nell'ambiente vaporoso di un sogno.
Il vecchio Anselmo guidava la Nina, e così tutti i vecchi del Cadore ritornavano dalla giubilazione al servizio attivo, perchè i giovani erano tutti scomparsi.
Prima di uscire dalla Valle di Pieve ci rivolgemmo entrambi un'ultima volta a salutare il paese ed io sentiva un vuoto profondo dentro di me. Il mio cuore era restato al roccolo di Sant'Alipio; e pensavo che forse non avrei veduto mai più il nido di Montericco!...
Quando siamo discesi a Perarolo, la gente che ci vedeva passare ci salutava cordialmente con un sorriso amichevole ed un cenno del capo che era una manifesta approvazione alla nostra partenza. C'intendevamo senza parlare; tutti indovinavano che si andava a riprendere le armi, e ad offrire il nostro sangue per la liberazione della patria.
Anche a Longarone non c'erano più giovani, e i vecchi patriotti ci stringevano la mano con affezione dicendoci: — Bravi... bravi... fate buon viaggio... e felice ritorno....
Queste dimostrazioni cortesi ci infondevano il coraggio che avevamo perduto al momento della partenza, e siamo giunti a Serravalle tranquilli e soddisfatti d'aver seguita la via dell'onore, ove la bandiera italiana raccoglieva nuovamente gl'intrepidi difensori del Cadore.
È inutile che ti racconti tutti i giri e raggiri che abbiamo dovuto fare, per deludere l'attiva sorveglianza degli austriaci, ma in questa lotta fra la vigilanza e l'astuzia siamo riusciti vincitori... ed eccoci da poche ore a Venezia. —
Finito il racconto di Tiziano, Michele aveva ancora molte curiosità da soddisfare, per cui le ciarle continuarono un bel pezzo, e si convenne sul modo di vivere insieme, e su quanto era da farsi. Poi i due giovani si recarono da Calvi, e presero con lui gli opportuni concerti. E quando Calvi stringeva la mano di un cadorino pareva che rivedesse un fratello.
Il giorno seguente Bortolo veniva arruolato nei Cacciatori delle Alpi, ed entrava in caserma ove trovava gli antichi commilitoni; e Tiziano ripreso il suo grado di ufficiale si alloggiava in una stanza vicina a quella di Michele, e prendeva conoscenza alla sua volta, della vita che il suo amico conduceva a Venezia.