XI.

Pochi giorni dopo questa scena gli austriaci ingrossarono a tutti i confini. Il Cadore non aveva più munizioni, nè pane; e gli uomini dispersi su vari punti per respingere i molteplici attacchi, non erano più in numero sufficiente per una efficace difesa. L'ultimo tentativo venne fatto da Calvi in Cima Mauria, ma se non si fosse ritirato in tempo col suo piccolo drappello, sarebbe stato preso in mezzo dai nemici che irrompevano da ogni parte.

Il giovane condottiero portato rapidamente dal bianco cavallo attraversò per l'ultima volta quelle vallate a lui tanto care, e che aveva difese con tanto ardimento, secondato dall'entusiasmo di quelle popolazioni, che avevano imparato ad amarlo come il loro dio tutelare.

La sera del 4 giugno egli ordinava ai vari presidi di ritirarsi sui monti; i Corpi franchi furono sciolti dal giuramento di fedeltà, e il Comitato della difesa cessò di esercitare il potere, trasmettendo al Municipio l'amministrazione del paese.

La sera del 5 giugno giungevano a Pieve tre battaglioni austriaci, ed alcune compagnie di croati, e attraversarono le vie silenziose, davanti le case chiuse, come un convoglio funebre in tempo di peste.

Il solo consigliere imperiale giudicò opportuno di recarsi allo stato maggiore, in frac e cravatta bianca, per presentare l'omaggio della sua rispettosa sommissione quale imperiale regio impiegato in quiescenza, giustificandosi presso i conoscenti col dire che si era sacrificato a quel passo nell'interesse del paese, per evitare nuove disgrazie, e raccomandare agli ufficiali il rispetto delle persone e delle proprietà.

Una taglia di dieci mile fiorini venne promessa a chi avesse consegnato Calvi nelle mani del vincitore, mentre tutti andavano a gara per servirgli di guida attraverso le montagne.

L'Austria che conosceva per prova l'eroismo di quei montanari, ne ignorava le altre virtù, l'ospitalità antica, la fede inconcussa, l'onore personale, ed avrebbe potuto mettere una taglia di dieci milioni, collo stesso risultato, senza che il più povero di quegli abitanti avesse mai pensato di commettere un tradimento.

Calvi, anche solo, avrebbe potuto attraversare tutti i paesi del Cadore assai più sicuro d'ogni ufficiale austriaco in mezzo ai suoi soldati. La lega dei galantuomini è la più valida difesa contro ogni insidia. Alcuni amici accompagnarono Calvi, non per salvarlo da' pericoli impossibili, ma per tenergli compagnia.

Varcate le montagne di Cimolais, giunsero a San Fiore nella villa Cadorina, poi passarono a Oderzo, e colà si divisero, stringendosi la mano, colla reciproca promessa di presto rivedersi, per tener ancora fronte al nemico.

Calvi e un suo compagno passarono per Ceneda e Serravalle, attraversarono il canale di San Boldo e andarono a rifuggiarsi a Mel, ove si riposarono alcuni giorni.

Poi passato il Piave rasentarono Feltre, toccarono Quero e Possagno, sempre costeggiando i monti, finchè giunsero a Trebaseleghe. La pianura era piena di croati, e ne incontravano dovunque le pattuglie, ma proseguendo tranquillamente la strada giunsero a Briana dove Calvi potè gettarsi nelle braccia di sua madre, lieta di stringerlo al seno, ma tremante per la sua sicurezza. Colà passò la notte col suo compagno, ed al mattino seguente partirono insieme per Conche, ove presero una barca per Chioggia, e di colà giunsero sulla sera a Venezia.

Michele fu il solo, dei tre amici del roccolo di Sant'Alipio, che fosse rimasto incolume nella difesa del Cadore. Appena ritornato a Pieve, corse in casa Lareze ad abbracciare quella sventurata famiglia, colpita da tante sciagure. Colà potè stringere affettuosamente la mano di Maria, che al solo vederlo si sciolse in amare lagrime chiamando invano fra i singhiozzi suo padre e Tiziano.

Il roccolo di Sant'Alipio era chiuso; ogni coltura abbandonata, le erbacce e le ortiche crescevano fra i fiori e le frutta che nessuno coglieva; le piante curvate dai venti alpini pareva che piangessero, e sembrava che la natura vestisse il lutto per la morte di chi l'aveva amata con tanta passione.

Bortolo era ritornato a casa sano e salvo anche lui, bene accolto da tutti, compreso Fido, che non rifiniva di manifestargli a suo modo la gioia di rivederlo. Quel buon giovane aveva contratte facilmente le abitudini militari, si teneva ritto sui talloni, e non si cavava più il cappello per salutare, ma alzava la mano alla fronte. Era dolente che tutto fosse finito, e non poteva rendersi conto come dopo d'aver sempre vinto, si avesse finito col perdere la partita, e ne accusava il destino. E quando gli amici andavano alla mattina a trovarlo in stalla mentre governava la cavalla, e gli parlavano dei tedeschi ritornati, egli strigliava la Nina con tanto furore, che la povera bestia sentendosi lacerare la pelle menava calci e nitriti da disperata.

Michele prese congedo dalla famiglia Lareze, augurandole giorni migliori, ed annunziò la sua partenza per Venezia, ove si andavano raccogliendo i combattenti dispersi in tutto il Veneto. Egli non metteva nessun dubbio di superare le difficoltà che si opponevano al viaggio, deludendo la sorveglianza della polizia, e trovando un mezzo di trasporto, ma la faccenda più seria fu quella di ottenere nuovi fondi dallo zio. Sior Iseppo pretendeva che tutto fosse finito, e per sempre. Glielo aveva assicurato il Consigliere imperiale, il quale andava ripetendo a chi gli dava retta che i cadorini dovrebbero essere convinti che non si schiaccia l'Austria colle mani, come se fosse un pane di butirro!... E al nipote che voleva persuaderlo che il Consigliere era un idiota ed un vigliacco, sior Iseppo rispondeva:

— Sei matto!... è un uomo di mondo, è un uomo d'esperienza che la sa lunga, e che vede chiaro. Voi giovani siete buoni tutt'al più a farvi rompere la testa... e a rompere le tasche ai vostri parenti. Ti ho mantenuto a tutte le scuole per darti uno stato... ahimè che cosa sei diventato?... quale mestiere, quale professione hai mai scelto?... che cosa hai fatto finora a questo mondo?... non sei buono da niente!... congiurato... per farti mettere in gabbia, emigrato per girare il mondo a spese di tuo zio minchione... politicante per turbare la quiete della gente dabbene... soldato per farti battere!... ed ora che tutto è finito che cosa pensi di fare?... Ehm! vergognati una volta, pensa a far giudizio che è tempo!... cessa alfine di spender bezzi e di cavarmi sangue, senza guadagnare un quattrino... credi che io abbia una miniera?... e con questi anni di miserie!... ehm!... ahu!... — e andava via dimenando la testa, e brontolando fra i denti, tirandosi il berretto di lana nera fino alle orecchie.

Michele gli faceva le corna per di dietro, e lo mandava a tutti i diavoli, lo chiamava vecchio imbecille, sordido, avaro... ma dentro i denti, e senza lasciarsi intendere, e lasciava passare la bufera per tornare alla carica a tempo più opportuno.

Una mattina, gli austriaci, passati in rassegna da un generale, suonarono il tamburo molto per tempo sotto i balconi di sior Iseppo e gli ruppero il sonno prima dell'ora abituale. Sior Iseppo andò in furia, e camminando in fretta per le sue camere, colle mani dietro la schiena, andava mormorando:

— Maledetti bestioni!... pare che sieno a casa loro.... farebbero assai meglio a star tranquilli, e non far saltare la mosca al naso ai cadorini!...

Michele colse il momento favorevole, e disse allo zio:

— Ho ben pensato alle vostre osservazioni, e sono deciso di restare in Cadore, e di domandare un impiego....

— A chi?... gli chiese indignato sior Iseppo, fermandosi tutto d'un tratto e fissandogli in faccia due occhi da basilisco. — A chi vuoi domandare un impiego?...

— Non posso domandarlo che al governo...

— Domandare un impiego ai tedeschi?...

— E che cosa posso fare dei miei studi legali se non domando un impiego? avvocati e notai ce ne sono più del bisogno.... Colla protezione del Consigliere imperiale potrò ottenere un buon posto... forse col tempo diventerò commissario di polizia!... farò arrestare i liberali... sarò l'amico dei retrogradi... e degli austriacanti... e così sarete contento!...

Allora il vecchio sior Iseppo, in un accesso di indignazione, gettò violentemente il suo berretto di lana, e tirandosi i pochi capelli che gli restavano sul cranio, sbuffando dalla collera rispondeva:

— Fai apposta per contrariarmi!... ti burli di tuo zio... mi togli l'onore, e non pensi una parola di quanto mi dici!...

— Lo credo bene!... se pensassi in questo modo meriterei d'essere gettato dalle finestre... a calci nel deretano!... non c'è un solo cadorino che possa soffrire i tedeschi in Italia. I giovani vanno a Venezia a combatterli fino all'ultima cartuccia, i vecchi aiutano come possono i giovani... e i tedeschi dovranno lasciare l'Italia!.... E quando saremo liberi i codini pagheranno tutte le spese!...

Sior Iseppo fissò in volto il nipote con occhio truce, e gli disse bruscamente:

— E tu perchè non fai come gli altri?... se io non fossi vecchio sarei al mio posto da un pezzo, e non starei qui ad ascoltarli passare con tanta burbanza....

— Non mi manca che il vostro passaporto!... — e fregando il pollice sull'indice faceva vedere a suo zio ciò che gli abbisognava.

— Partirai domani mattina, gli disse sior Iseppo con voce cavernosa, e girando sui talloni scomparve.

Prima di sera lo chiamò nella sua camera, gli diede del denaro, raccomandandogli di tenerne conto, se non voleva farlo morire nella miseria, poi lo congedò con queste poche parole:

— Fermezza e concordia!... bisogna che facciamo tutti dei sacrifizi per la patria... ma voi non concedete nessuna tregua, che quando avranno ripassato le Alpi....

Intanto gli austriaci ben fortificati in paese s'erano messi a sorvegliare tutti i passi, accorgendosi che la gioventù partiva per Venezia, ove si andava raccogliendo per ricominciare la lotta. Non potendo viaggiare per la strada maestra senza pericolo d'essere arrestato, Michele dovette prendere le scorciatoie dei monti, e Giacomo Croda che era tornato a Pieve a render conto al Comitato della sua ultima spedizione, volendo ritornare alla laguna, si offerse ben volentieri anche questa volta a servirgli di guida.

I monti hanno vie sacre agli esuli, ai fuggiaschi, ai contrabbandieri, e segreti ignoti agli estranei. Colà il montanaro è in casa sua, e in mezzo al croato ed allo sgherro che corrono sulle sue traccie egli siede sovrano, e guarda da lungi in atto di sfida chi non sa raggiungerlo sulla roccia fedele, e colà si riposa in sicurezza, e fuma pacifico la pipa in barba ai persecutori.

Era però amaro per Michele trovarsi come fuggiasco fra quei monti, che pochi giorni prima coi suoi amici aveva contesi agli invasori stranieri sui quali avevano tirato come sugli orsi, facendoli fuggire spaventati.

Sulle erte pendici boscose che sovrastano Pieve, Michele guardava con amore il suo paese, e si attristava di dovervi lasciare i soldati stranieri, che si vedevano dall'alto brulicare sulla piazza deserta d'abitanti, e parevano formiche che circondano un cadavere.

Quelle casupole nere, affumicate, miserabili, non avevano potuto sfuggire alla conquista di genti straniere, che avevano abbandonato i loro paesi e le loro case per correre fra mille pericoli in mezzo a quei monti ove gli abitanti li aspettavano colla carabina in guardia per fulminarli. Ed ora che erano divenuti i padroni, gli pareva che quei monti diventassero inabitabili, uggiosi, opprimenti; quelle rupi smisurate, quei massi giganteschi spaccati dai secoli, quei crepacci irti di piante selvaggie, quelle frane ridotte in frantumi, sui quali crescevano degli abeti rotti dagli uragani, quelle nevi eterne sulle cime inacessibili, gli stringevano il cuore, e le sfuggiva inorridito.

Pochi giorni dopo per vie nascoste entrava in Venezia. Quivi era un altro spettacolo, la bandiera italiana coll'antico Leone di San Marco sventolava sulle antenne della piazza. L'orizzonte era aperto, ampio, infinito. Il sole sfolgorante faceva sembrare la laguna sparsa di brillanti. Era tutto un sorriso di natura, d'arte e di ricchezza unite insieme. I mosaici d'oro, le colonne di marmi orientali pompeggiavano nel tempio, i palazzi come gioielli preziosi si alzavano dalle onde turchine, i gondolieri cantavano canzoni patriottiche, le donne si ornavano il crine coi tre colori nazionali, e i loro occhi gettavano dardi d'amore.

Questo lembo delizioso d'Italia era libero, e spiegava il mistero dell'invasione. Ecco perchè gli stranieri avevano lasciate le loro case, e sfidata la resistenza dei confini, ed erano penetrati in quei monti aspri e terribili che li schiacciavano sotto le loro rovine.

Varcate quelle Alpi spaventose c'era il paradiso terrestre che attendeva i vincitori, c'era il sorriso d'Italia che compensava di tutte le pene subìte c'era il dolce riposo in grembo del bel paese prediletto dalla natura.

— Bisogna finirla!... esclamava Michele nell'entusiasmo; questa terra benedetta è nostra. Iddio ce la diede a dimora, essa venne illustrata dai nostri antenati, e noi non possiamo dividerla con altri popoli, fino che intendono dominarla come padroni. Fuori gli stranieri rapaci, o moriamo tutti; difendiamo la patria e la libertà in questo antico rifugio della laguna.

Quest'idea dominava tutte le menti, oscillava in quell'aria salina, si diffondeva colle brezze del mare; era il pensiero di Venezia.

Il Cadore aveva fatto il possibile per vietare l'ingresso degli stranieri, ma questi erano penetrati da ogni parte come un'inondazione che allaga un paese.

I cadorini caduti gloriosamente combattendo, sopraffatti soltanto dalla potenza superiore del numero e delle armi, si rifugiavano a Venezia in mezzo ad altri italiani provenienti da tutte le provincie, per tentare se il mare fosse barriera più sicura delle Alpi, e per vedere ancora una volta se i diritti della natura e della storia potessero soverchiare la forza brutale che voleva soggiogarli.

E gli altri Stati d'Europa assistevano impassibili a questa lotta, perchè tutti più o meno portavano il marchio infame della conquista, tutti furono più o meno invasori. L'Italia ne aveva dato il primo esempio, e ne subiva per legittima conseguenza una terribile punizione. Dal suo isolamento sorse il detto famoso «L'Italia farà da sè!»

E nella rivoluzione di Milano e nelle battaglie combattute sul Mincio e sull'Isonzo, nelle giornate memorabili di Sorio e Cornuda, nell'eroica difesa del Cadore, nei fatti gloriosi di Vicenza si versò molto sangue italiano, ma i volontari poco esperti e male armati dovettero soccombere al numero prevalente dei nemici che avevano conservate le fortezze ed erano perfettamente disciplinati ed agguerriti.

Allora si cominciò a vedere chiaramente il grave danno delle divisioni territoriali ed a sentire l'assoluta necessità dell'unità nazionale, che sola può assicurare l'indipendenza. La dinastia di Savoia aveva tradizioni gloriose, disponeva di un esercito regolare, e sola in Italia teneva alzata la bandiera nazionale, aveva accettato uno statuto liberale e possedeva un territorio sufficiente per essere considerato come il primo nucleo della nazione. Nei momenti dolorosi delle prime sventure, gl'italiani sentirono il pericolo delle loro funeste divisioni, e la necessità di raccogliersi sotto quella bandiera. La Lombardia ne diede l'esempio, le città venete la imitarono fondendosi al regno Sabaudo, e Venezia pure votò l'immediata fusione della città e provincia che venne accettata dal Parlamento di Torino; ed eletti i Commissari piemontesi che costituirono il nuovo governo, Manin ritornava alla vita privata.

Intanto l'esercito di Carlo Alberto perdeva terreno, ed era vittima di disastri prodotti da varie cause. Però la guerra d'indipendenza veniva onorata da fatti memorabili e gloriosi, e fu detto più tardi da un illustre generale (Alfonso La Marmora) che «la sconfitta di Custoza può essere riputata una vittoria, poichè essa provò una volta di più quanto sia grande il valore italiano.»

La notizia dell'esito funesto di Custoza si sparse rapidamente per tutta l'Italia.

L'armistizio fra il Piemonte e l'Austria fece temere per Venezia l'estrema sciagura di ricadere in mano del nemico. L'agitazione, il timore si manifestavano su tutti i volti, la desolazione si sparse in tutta la città. In piazza San Marco il popolo si affollava, gridando: — «notizie!... notizie.... vogliamo notizie del campo» e in mezzo ad altre manifestazioni di sdegno e di timore si udirono le grida di «abbasso i Commissari, viva Venezia, viva San Marco!» e la folla invase le scale, penetrò nel palazzo governativo.

Nel momento più pericoloso di tale rivolta giunse Daniele Manin. La sua presenza, le sue parole, i suoi gesti bastarono a calmare l'effervescenza della folla. Affacciatosi alla finestra chiese di parlare; ed un perfetto silenzio succedette alle grida scomposte e disordinate. Allora egli disse:

— I commissari regi dichiarano astenersi fino da questo momento di governare. L'assemblea della città e della provincia di Venezia si riunirà dopo domani per nominare un nuovo governo. Fino a quel momento, per queste quarantott'ore governo io.

Il popolo con evviva entusiastici dimostrò la sua approvazione per la dittatura dell'uomo che godeva la sua piena fiducia, e questa nuova rivoluzione si compì senz'altri disordini, senza spargere una goccia di sangue.

La gente affollata domandava armi per correre contro gli austriaci:

— Armi non mancheranno, rispondeva il novello dittatore, tutto serve di arme ad un popolo che vuole difendersi: ricordatevi il 22 marzo, con quali armi avete scacciati gli austriaci!... Adesso sgombrate la piazza; perchè io possa provvedere alla salute della patria mi occorre silenzio e calma.

Pochi minuti dopo la piazza era deserta; tutti avevano obbedito.

Il Tenente Maresciallo Welden, che comandava le forze austriache nel Veneto, annunziando l'esito della battaglia di Custoza, dichiarava completamente distrutto l'esercito di Carlo Alberto, e invitava il governo di Venezia a trattare la resa della città prima della sua estrema rovina.

Si rispose: speravasi provare che Venezia era ben lontana dal pericolo di cadere. E Manin indirizzò un manifesto all'esercito esortandolo a compiere l'alta impresa di difendere e salvare Venezia, nell'interesse della libertà e dell'indipendenza d'Italia: «il momento è solenne, diceva, si tratta dell'esistenza politica dell'intiera nazione; i suoi destini possono dipendere da quest'ultimo baluardo».

L'assemblea convocata per nominare il governo proclamò la dittatura di Manin.

Un decreto del governo invitò i cittadini a portare al Comitato, nello spazio di quarantotto ore, tutti gli oggetti d'oro e d'argento, per essere convertiti in numerario, obbligandosi di rimborsarli a guerra finita. Tutti obbedirono, e fu tanta la folla accorsa all'invito che convenne prorogare di quattro giorni il termine fissato. Ricchi e poveri correvano a portare gli oggetti preziosi, le popolane consegnavano gli orecchini e gli smanigli, i ricchi le argenterie e i gioielli ereditati dagli avi. E si pensava alle armi che dapprima si erano pur troppo trascurate nel trasporto d'ebbrezza della miracolosa emancipazione. Si provvide alla disciplina delle milizie, si accrebbero gli artiglieri, si organizzò il corpo intitolato Bandiera e Moro, composto di giovani reclutati fra le migliori famiglie del Veneto.

I Cadorini accorsi a Venezia facevano ressa per essere accolti alla loro volta, e rappresentare nella difesa il loro paese. La prima idea fu quella di formare un corpo col nome di Cacciatori del Cadore, e se ne compose il primo nucleo e siccome mancava il denaro si dovette battere alle porte dei ricchi cadorini residenti a Venezia, che colle loro offerte fornirono i mezzi necessari; e così fu creata quella legione di valorosi montanari, che preso un nome più generico, si chiamò dei Cacciatori delle Alpi; della quale venne eletto capo l'audace condottiero dei cadorini, Pietro Fortunato Calvi, col grado di Tenente Colonnello.

Appena aperto l'arruolamento vi accorsero in gran numero i giovani provenienti dal Cadore, da Agordo, da Zoldo, da Belluno; e accorse fra i primi Michele, che fu subito nominato ufficiale, e lieto di riprendere le armi si mise con vera passione ad istruire i giovani coscritti, promettendosi di vendicare l'invasione del Cadore.

Un giorno egli stava ciarlando sulla porta della caserma con alcuni commilitoni, quando un giovanotto gli si slanciò improvvisamente fra le braccia, e lo strinse al seno con affettuosa tenerezza.

È facile immaginare la sua sorpresa quando riconobbe il diletto amico Tiziano Lareze, che aveva pianto per morto; ed anche vedendoselo davanti vegeto e sano lo andava palpando, per assicurarsi che non fosse un sogno, un'allucinazione, od un'ombra.... ma era proprio lui!...

Essendo l'ora della colazione non avevano nulla a fare di meglio che andare insieme al Cavaletto a raccontarsi la loro storia. E strada facendo, Michele sbalordito dalla comparsa dell'amico non rifiniva d'interrogarlo, con successive e confuse domande, senza lasciargli il tempo di rispondere.

— Dunque non sei proprio morto!... mi pare ancora impossibile!... ma non hai ricevuto una palla croata all'assalto di Rivalgo?... non sei stato preso e fucilato?... nè trucidato dai soldati furibondi, come ce l'avevano fatto credere in Cadore?... Dove sei stato fin adesso?... perchè non hai avvertito la tua famiglia, e la tua povera fidanzata, che eri ancora vivo?... perchè non hai mai scritto agli amici?... come sei giunto a Venezia?... hai notizie della famiglia.... e di Maria?...

— Se mi lascerai parlare risponderò a tutto, gli diceva Tiziano, ma intanto andiamo a far colazione.

Entrarono al Cavaletto, e si ritirarono in uno di quegli stanzini che sembrano fatti apposta per le intime confidenze, raccolti, ristretti, senza altro foro che quello per il quale si entra. Fecero portare del vino, e del migliore, e cominciarono a fare un evviva al Cadore, ed alla futura indipendenza della patria; poi bevettero alla salute dei morti risuscitati, e dei vivi che s'incontrano mentre le montagne stanno ferme.

Michele dovette frenare la sua impaziente curiosità, e lasciare che l'appetito del suo amico fosse soddisfatto prima di ottenere il racconto delle sue avventure. Finalmente giunti al termine della colazione, accese un sigaro, e appoggiandosi coi gomiti sulla tavola, stette ad ascoltare senza batter palpebra quanto gli narrava Tiziano:

Egli cominciò in questi termini:

— Prima di tutto è necessario che ti confidi un segreto. Devi dunque sapere che dopo la venuta di Calvi in Cadore, Maria divenne così entusiastica ammiratrice delle sue geste, e della sua persona, che non si poteva intrattenerla d'altro argomento. Essa non viveva più che per udire quanto faceva il capitano, voleva conoscere i più minuti particolari della sua vita, voleva vederlo, applaudirlo, seguirlo col fucile in spalla, pregava ferventemente per lui, lo trovava sentimentale, bello, sublime!... Ne fui grandemente geloso!... te lo confesso senza raggiri.... vidi che per Maria la gloria aveva un prestigio irresistibile, e mi sentii trascinato da un ardente bisogno d'eroismo.... il mio amore per la patria, e per la libertà, s'era fuso coll'amore per Maria, ed io mi sentivo spinto da un ardente impulso verso tutte le imprese più difficili, e mi pareva di doverle superare colla forza della mia volontà.

Imitare il coraggio di Calvi mi pareva la cosa più naturale del mondo, volevo superarlo, volevo compiere qualche fatto straordinario, raggiungere la gloria o morire!... Nudrivo questi sentimenti nel segreto dell'anima ardente, quando chiamati sotto le armi fummo mandati a Ricurvo per impedire l'entrata dei tedeschi che avanzavano da Termine. Ti rammenti tutte le peripezie di quella memorabile giornata.

Ubbriacato dall'esaltazione del mio cervello, eccitato maggiormente dall'odore della polvere, e dalle grida vittoriose dei nostri, mi pareva che Maria mi guardasse, non volevo lasciarmi passare da nessuno, mi sentivo le ali che mi portavano, ed una forza erculea che mi rendeva capace di difendermi contro venti. Udendo la voce di Calvi che mi chiamava indietro ho supposto che egli invidiasse la mia audacia, e raddoppiai la corsa fra una grandine di proiettili che mi fischiavano intorno lasciandomi incolume, e inseguendo il nemico che fuggiva entrai nel paese colla spada alzata, eccitando i miei soldati a seguirmi.

I tedeschi penetrati nelle case di Rivalgo tiravano dalle finestre, io menava la spada furiosamente quando fui colpito da varie palle e caddi come morto per terra. Questa è stata la mia salvezza, tutti gli altri furono presi, trucidati, e fucilati come briganti. Io rimasi abbandonato coi morti. Non apersi gli occhi che a notte avanzata, e mi vidi davanti il barlume d'un fanale, ed un uomo che mi stava osservando. Udii che diceva ad un suo compagno: «Questi non è morto».

«Chi siete voi?...» io gli chiesi.

«Ufficiale d'ambulanza....» egli mi rispose, e soggiunse, «dove siete ferito?...»

«Io non so nulla....» risposi. Egli mi esaminò attentamente, poi parlò in tedesco con coloro che lo assistevano, e fui alzato da terra ove stavo come sepolto fra il sangue, la polvere, le macerie, i corpi morti e i feriti delle altre vittime.

Allora al primo movimento incominciarono i dolori alle mie ferite, dolori acutissimi ai quali avrei preferito la morte. Mi collocarono in un carro d'ambulanza, solo italiano fra croati feriti e moribondi, e fra gli spasimi i più atroci, dopo un eterno viaggio notturno, nel quale ogni scossa mi faceva credere che fosse l'ultima che potrei sopportare, giungemmo all'ospitale di Belluno, ove fui portato più morto che vivo in una sala piena di letti e d'infermi, che mandavano gemiti dolorosi. Mi rammento appena come d'un sogno d'aver veduto a tagliare in fretta gambe e braccia che venivano gettate lontano, raccolte e trasportate da infermieri. Venuta la mia volta mi furono estratte delle palle, fui lavato e fasciato, ma non avendo ossa fratturate non ho subìto amputazioni. Però non ebbi nemmeno il tempo di pensare ai miei casi, ed una grave malattia mi tolse i sensi per molto tempo.

Quando mi risvegliai come da un lungo letargo, tutto era finito in Cadore, ma io rimasi ancora su quel letto sfinito di forze, e come in fine di vita, incapace di concepire un'idea, smemorato, nell'impossibilità di pensare a dar l'annunzio del mio stato alla famiglia. Vedevo bene come da un'altra vita Maria, i miei genitori, gli amici, ma tutto confuso come in un mondo fantastico, fra le nuvole, senza rendermi conto precisamente di nulla. Finalmente la forza della gioventù, il vigore della mia costituzione, prevalsero nella lotta colla morte, e a poco a poco riebbi i sensi, vidi più chiaro, cominciai a rammentarmi i fatti trascorsi, a comprendere la mia posizione, ma talmente sfinito di forze che mi mancava l'energia necessaria a chiedere o a volere qualche cosa. A poco a poco le piaghe di varie ferite si andarono rimarginando, ed io riprendevo qualche forza. Il mio più vivo desiderio era di far conoscere il mio stato alla famiglia, ma non sapevo a chi indirizzarmi; fra gl'inservienti dell'ospitale non conoscevo nessuno, non ero circondato che da stranieri che non m'intendevano; i medici e gl'infermieri erano tutti tedeschi, quest'ultimi poi avevano maniere d'aguzzini e mi facevano ribrezzo; mi avevano rubato il denaro e l'orologio, e non avevo più un soldo.

Quando cominciai a stare un po' meglio entrò nell'ospitale un nuovo medico assistente che parlava qualche parola d'italiano, e potei comprendere da lui che ero considerato come prigioniero di guerra, e che non ero conosciuto che per un numero, non avendo potuto sapere il mio nome nello stato nel quale venni raccolto. Appena fui in caso di scrivere due righe lo pregai che volesse farmi il favore di far sapere alla mia famiglia che ero ancora vivo, e che mi trovavo ammalato in un'ambulanza militare di Belluno. Mi fece dare il necessario per scrivere, e fu tanto cortese da incaricarsi egli stesso di gettare la lettera alla posta.

Tre giorni dopo mio padre era al mio letto, e mi portava i baci di mia madre e di Maria. Tutti mi avevano pianto per morto. La mia emozione fu grande e pericolosa, e seguita da un deliquio. Ripresi i sensi, mio padre mi teneva per mano raccomandandomi di star tranquillo. Il medico lo aveva assicurato che io non aveva bisogno che di quiete per riacquistare le forze perdute. Egli aveva ottenuto il permesso di visitarmi ogni giorno, ed anche di ricondurmi a casa appena fossi stato in caso di ritornare al mio paese. Alla terza visita quando mi vide più calmo e più forte, mi annunziò con infinite precauzioni la morte del povero Isidoro, la disperazione di Maria, la sua avventura a Rendimera, le lagrime versate per la mia scomparsa.... e mi disse che tu eri a Venezia, sano e salvo, sempre fedele al tuo dovere, malgrado le tenaci opposizioni dello zio. Il vivo desiderio di rivedere Maria, e di riabbracciare mia madre, affrettò la mia guarigione. Mio padre aveva scritto alla famiglia annunziando il nostro prossimo arrivo, e intanto veniva ogni giorno a farmi compagnia, mi raccontava gli ultimi fatti del Cadore, e mi dava del denaro, oh!... sovrumano portento della pecunia!... alla vista delle mie monete d'argento gl'infermieri tedeschi intesero l'italiano, si fecero gentili, e divennero le migliori paste del mondo. Il cibo che mi feci portare dal di fuori contribuì grandemente a mettermi in forze, e non tardò molto ad arrivare il bel giorno della mia liberazione.

Quando abbiamo preso congedo dal medico egli raccomandò a mio padre di tenermi in quiete e riposo, lontano da ogni rumore, e da ogni cura della vita. E finalmente eccoci fuori dalle miserie dell'ambulanza, all'aria libera e al sole!...

— Cameriere un'altra mezzina.... — domandò Michele.

Toccarono i bicchieri, e bevettero facendo un evviva all'Italia.

E dopo una breve sosta, Tiziano riprese il suo racconto.