V.
Dieci giorni dopo, alla stessa ora, don Rocco stava in preghiere davanti all'altare della Madonna, sotto il pulpito.
Era alla vigilia di lasciare S. Luca per sempre. S'era accordato con la signora Carlotta di fingere un'assenza breve, una visita di quindici giorni al suo vecchio padre; di scrivere quindi che, per circostanze di famiglia non sarebbe più ritornato. Era poi successo questo, che il povero vecchio contadino prima di sapere la novità, aveva scritto chiedendo soccorsi; e don Rocco aveva dovuto vendere qualche po' di mobili tanto da risparmiar la spesa del trasporto e da non arrivare a casa a mani vuote. Ci andava con il proposito di starvi il minor tempo possibile, di andar cappellano dovunque piacesse alla Curia, cui si era raccomandato.
Nè del vino nè dei ladri si sapeva ancora notizie certe: ma si parlava di sospetti a carico di un'ostessa, di una nuova favorita del Moro, la quale avrebbe ricettato il vino. Del Moro si diceva da alcuni che fosse fuggito, da altri che stesse nascosto. Pareva che i carabinieri fossero di questa seconda opinione. Andavano e venivano, frugavano dappertutto, sempre inutilmente.
La Lucia era tornata e aveva tenuto per qualche giorno un contegno insolito e strano. Trascurava il servizio, era aspra col padrone, piangeva senza motivo apparente. Una sera uscì dicendo di voler andare alla parrocchia per le sue devozioni. Alle nove don Rocco, vedendo che non tornava, se ne andò filosoficamente a letto e non seppe mai a che ora avesse rincasato. Si rallegrò bensì il giorno dopo del felice mutamento operato in lei dagli atti religiosi, perchè non pareva più quella, era tranquilla, attenta, premurosa, parlava con soddisfazione della prossima partenza, del collocamento che don Rocco si riprometteva trovarle presso certo arciprete, suo conoscente; una promozione. Aveva poi degli ardori ascetici affatto nuovi. Quando don Rocco si coricava, lei andava in chiesa, vi passava ore ed ore.
E adesso, dunque, don Rocco aveva presa l'ultima cena nel refettorio dei frati, leggeva il breviario per l'ultima volta nella chiesetta di S. Luca, rustica, semplice e devota come lui, dal pavimento alle travi nere del soffitto. Aveva il cuore pesante, povero prete. Partire così dal suo nido, senza onore! Portare umiliazione e amarezza a suo padre e a sua sorella, di cui era tutta la speranza, tutto l'orgoglio! Aveva ben ragione di fare il cipiglio al breviario.
Quand'ebbe finito di leggere, sedette sul banco. Penava a staccarsi dalla sua chiesa. Era l'ultima sera! stava lì con l'occhio immobile, battendo regolarmente le palpebre, accasciato, cupo come una bestia atterrata che aspetta la scure. Avea passato alcune ore del pomeriggio intorno alle sue viti, a quelle piantate tre anni addietro, che gli avean già dato il primo frutto. I grandi cipressi, la splendida veduta del piano e degli altri colli non gli movevano un solo sogno; il suo cuore di contadino s'inteneriva per le belle viti, per i solchi fertili. Aveva preso, arrossendo e vergognandosi, un tralcio di vite e una pannocchia di granoturco per portarseli via come ricordi. Era la sua poesia. Della chiesa non poteva portar via niente. Vi lasciava invece il cuore un po' dappertutto; sull'altare delle sue prime spiegazioni del Vangelo, sulla pala antica che gl'ispirava devozione nel dir la messa, sulla bella Madonna cui era stato rialzato il manto intorno al collo per la sua pudibonda intromissione, sulla tomba d'un vescovo a cui due secoli prima la pace di S. Luca era parsa migliore che gli splendori mondani. Chi sa se avrebbe mai più avuto una chiesa così sua, esclusivamente sua? Non poteva levarsi, si sentiva uno struggimento interno di cui non aveva mai avuto l'idea. Batteva, batteva le palpebre come se battesse via faticose lagrime. In fatto non piangeva ma i suoi occhietti luccicavano più del solito.
Alle nove e mezzo entrò in chiesa, dal coro, la Lucia, a veder del padrone. — Vengo subito, vengo subito, andate là — rispose don Rocco.
Egli si credeva solo in chiesa ma rovesciando il capo all'indietro avrebbe potuto vedere qualche cosa di straordinario. Adagio adagio una testa umana si affacciò al pulpito nella fioca luce del lume a petrolio e guardò giù il prete. Erano gli occhi diabolici del Moro in una faccia ecclesiastica tutta rasa. La testa si venne alzando nell'ombra, due lunghe braccia levarono in aria un violento gesto d'impazienza. Nello stesso punto don Rocco ripetè alla donna esitante; andate là, andate là, vengo subito.
Ella uscì.
Allora il prete si alzò del banco e salì all'altar maggiore. La figura umana del pulpito ridiscese, si nascose rapidamente.
Don Rocco si voltò, stando in cornu epistolae, ai banchi vuoti, se li figurò pieni di popolo, del suo popolo d'ogni domenica, e uno spirito di eloquenza entrò in lui.
— Vi benedico tutti — diss'egli, forte. — Vorrei che foste presenti, ma non posso, perchè non si deve saper niente. Vi benedico tutti e scusate se ho mancato. Gloria Dei cum omnibus vobis.
La tentazione fu, per qualcuno, troppo forte. Una voce cavernosa risuonò nella chiesa vuota.
— Amen.
Don Rocco rimase senza fiato, con le mani in aria.
— Si sbrighi — disse la serva, tornando. — Non si ricorda che deve lasciarmi fuori il pastrano e gli abiti?
Il povero don Rocco si trovava assai male in arnese, portava addosso omnia bona sua, e c'era da cucire, da smacchiare alquanto, diceva la Lucia, per poter mettersi in viaggio l'indomani mattina. Don Rocco discese dall'altare senza rispondere e fece il giro della chiesa, porgendo il lume fra i banchi e i confessionali.
— Cosa c'è? Cosa cerca? — chiedeva ansiosamente la serva venendogli dietro. Don Rocco non rispose per un pezzo.
— Ho fatto due parole di preghiera — diss'egli finalmente — e ho udito rispondere «Amen».
— Avrà creduto — replicò la Lucia. — Si sarà immaginato.
— No no — fece don Rocco. — Ho proprio udito dire Amen. Pareva una voce che venisse di sotterra. Un vocione grosso. Non pareva un uomo. Pareva un bue, come.
— Sarà stato il vescovo — suggerì la donna. — Non c'è sepolto un vescovo, qui? Si sono udite ancora di queste cose.
Don Rocco tacque. Nella sua semplicità, nella sua innata disposizione alla fede, egli era inclinato a credere volentieri ogni cosa sovrannaturale, specialmente se si collegasse con l'idea religiosa. Più eran grosse, più faceva, in segno di riverenza, scuro il cipiglio, e beveva divotamente.
— Adesso andiamo — ripigliò l'altra. — È tardi, sa, e ho a lavorare un pezzo.
— Recitiamo almeno un Pater, Ave, Gloria a S. Luca — disse don Rocco. — È l'ultima sera che faccio orazione qui. Bisogna lasciar un saluto.
Aveva detto: un Pater, Ave, Gloria; ma ne infilzò almeno una dozzina, trovando altrettante ragioni di salutare altri santi e sante di sua particolare conoscenza. Chi doveva fornire ai due devoti la salute eterna, chi la salute temporale, chi la grazia di vincere le tentazioni, chi un collocamento ragionevole, chi una buona morte e chi un buon viaggio. L'ultimo Pater fu recitato da don Rocco con singolar fervore, per la conversione piena di un'anima peccatrice. Se il prete fosse stato meno assorto nei suoi Pater, avrebbe forse potuto udire, dopo il quarto o il quinto, qualche sommessa giaculatoria di quel tal vescovo umorista dell'Amen. Ma egli udì solo la Lucia rispondergli con molta compunzione e ne fu tocco nel cuore.
Pochi minuti dopo meditava ancora, al buio, nel povero lettuccio della sua cella, sul contegno della Lucia, sul suo turbamento dei primi giorni quando certo una grossa battaglia si combatteva nell'animo di lei, sui salutari, evidenti effetti della grazia divina che aveva cercato nei sacramenti. Meditò anche sull'atto del Moro, sul raggio balenato in quella coscienza tenebrosa, foriero, se non altro, di una luce migliore e durevole. E vide nella sua mistica immaginazione, le fila della Provvidenza che lo compensava di un sagrificio sostenuto per il dovere. Era una beatitudine di pensare a questo, di sapere che perdeva tutte le sue poche comodità terrene per un premio così. Offerse anche il dolore di suo padre e di sua sorella, l'umiliazione sua propria, le strettezze in cui si sarebbe trovato. Vedeva in faccia al letto, per la finestra, il vago, lontano chiarore del cielo, sua speranza, suo fine. Gli si chiusero a poco a poco gli occhi, in una soave sensazione di fiducia e di pace. Si addormentò profondamente.