IV.

A Messa c'era folla. E prima e poi si fece un gran parlare del furto. Tutti vollero vedere la cantina vuota, l'uscio malconcio, la traccia delle ruote.

Due bottiglie sfuggite ai ladri scomparvero nelle tasche di un fedele. Non si capiva come il prete non si fosse accorto di nulla; poichè lui asseverava, senz'altre spiegazioni, non avere inteso nulla. Le donne lo compiangevano, ma gli uomini, per lo più, ammiravano il colpo e ridevano del povero prete che aveva il torto grave di essere astemio, di non saper stringer con la gente quella fraterna dimestichezza del bicchieretto vuotato assieme.

Ridevano, specialmente durante la predica, per il cupo cipiglio che volevano attribuire al vuoto della cantina.

Del Moro nessuno parlò, ed egli stesso non comparve in S. Luca nè alla Messa nè poi, onde il povero don Rocco era pieno di scrupoli e di rimorsi, temeva di non essersi saputo regolare a dovere. Vennero invece, sul tardi, i carabinieri, esaminarono tutto, interrogarono il prete. Non aveva sospetti? Nessuno. Vollero sapere ove dormiva. Come mai non aveva udito? Ma! non lo sapeva nemmeno lui; aveva avuto persone in casa. A che ora? Tra le undici e il tocco, circa. Uno dei carabinieri, sorrise malignamente, ma don Rocco, innocente come un bambino, non se ne avvide affatto. L'altro domandò, se non avrebbe sospettato di un certo Moro, sapendo, come loro sapevano, che poco prima delle undici era stato veduto salire a S. Luca. Allora don Rocco s'infervorò a protestarsi certo dell'innocenza di colui, e, incalzato un poco di domande, mise fuori la sua gran ragione: era appunto il Moro che l'aveva visitato a quell'ora, per affari suoi. — Forse non erano gli affari che Lei ha creduto — disse il carabiniere. — Se sapesse cosa penso io! — Don Rocco non lo sapeva e non cercò neanche, nella sua umile placidità, di saperlo. Non s'impacciava mai, lui, dei pensieri degli altri. Gli bastava la fatica di vederci un po' chiaro nei propri. Coloro gli fecero ancora alquante domande e se n'andarono portando seco l'unico oggetto trovato in cantina, un cavaturaccioli che lo scrupoloso don Rocco non volle affermare, per difetto di sicura memoria, che gli appartenesse, benchè lo avesse pagato al suo predecessore il doppio del giusto. Adesso la sua cantina e la sua coscienza erano egualmente pulite.

Verso l'imbrunire di quel giorno don Rocco leggeva l'uffizio passeggiando su e giù nel cortile per fare un po' di moto senza dilungarsi da casa. Chi sa? Forse poteva ancora venire, colui. Ogni tanto don Rocco si fermava e tendeva l'orecchio. Non udiva che voci di carrettieri giù nella pianura, rumori di ruote, abbaiar di cani. Finalmente ecco un passo nella stradicciuola che scende fra i cipressi; un passo tardo ma non pesante, un passo signorile con un certo strider sommesso di scarpe ecclesiastiche, un passo che ha il suo recondito significato, che esprime, a chi lo sa intendere, uno scopo non urgente ma grave.

Il portello si aperse e don Rocco, fermo in mezzo al cortile, vide comparire il fine viso ironico del professor Marin.

Il professore, veduto don Rocco, si piantò sulle gambe aperte, e, giunte le mani dietro alla schiena, si diede a dondolar silenziosamente il capo e le spalle a destra e a sinistra sorridendo con un misto indescrivibile di condoglianza e di canzonatura. Il povero don Rocco lo guardava anche lui, taceva anche lui, sorrideva ossequiosamente, rosso come un pomodoro.

— Tutto, ohe? — disse finalmente il professore, interrompendo la sua mimica e facendosi serio.

— Tutto — rispose don Rocco, sepolcrale. — Non ne han lasciato un sorso.

— Corpo! — esclamò l'altro, soffocando una risata; e si fece avanti.

— Niente niente, sapete, figlio — diss'egli con improvvisa bonarietà, — Datemene una presa. — Niente — proseguì, fiutato il tabacco. — Cose che si accomodano. La signora Carlotta ne ha fatto tanto del vino, che per lei già, io dico, botte più, botte meno... Mi capite! Una buona donna, figlio, la signora Carlotta; una buona donna.

— Eh buona, buona — brontolò don Rocco guardando nella tabacchiera.

— Siete fortunato, voi, caro — riprese Marin battendogli sulla spalla. — State da papa qui.

— Mi contento, mi contento — fece don Rocco sorridendo e spianando per un momento le ciglia. Era lieto di udir questo linguaggio da un intimo della signora Carlotta.

Il professore si guardò attorno con una faccia ammirativa, come se vedesse il luogo per la prima volta.

— Un paradiso! — diss'egli, girando gli occhi per le mura sudicie del cortile. Li levò alla ficaia pittorescamente acquattata sotto il campanile, nell'alto angolo fra il portone e il vecchio convento.

— Solo per quel fico! — soggiunse. — Non è bello? Non dice la poesia d'un mezzogiorno d'inverno, tepido, quieto? È una parola di dolcezza, d'innocenza lieta, che tempera la severità delle mura sante. Bello!

Don Rocco guardava il suo fico come se lo vedesse per la prima volta. Gli voleva bene, ma non ne aveva mai sospettate tante qualità.

— Fa i fichi piccoli — diss'egli con la voce d'un padre che ode lodare il figlio presente, ne gode, e dice qualche parola ruvida perchè quegli non invanisca, per nascondere la propria commozione. Poi invitò il professore a restar servito in casa.

— No, no, caro — rispose il professore, ridendo silenziosamente dell'uscita sui fichi piccoli. — Facciamo due passi, è meglio.

Attraversarono il cortile adagio adagio, uscirono nel vigneto che accavalla i suoi festoni a' due declivii del poggio, e presero la facile salita erbosa fra un declivio e l'altro.

— Una delizia — disse il professore. Fra l'immenso cielo freddo e l'umide ombre del piano l'ultima luce moriva dolcemente sull'erbe grigie della collina, sulle viti rubiconde, sciolte nel riposo. L'aria era tiepida e immobile.

— Tutto vostro, qui? — chiese il professore.

Don Rocco, fosse umiltà, fosse apprensione di un imminente avvenire, tacque.

— Sappiateci stare, figliuolo — continuò l'altro. — Io so, conosco, credetemi; di posti beati come questo non ve n'ha un altro in tutta la diocesi.

— Eh, per me!... — fece don Rocco.

Il professore Marin si fermò.

— A proposito! — diss'egli. — La contessa Carlotta mi ha parlato. Caro don Rocco, dico! Spero bene che non faremo sciocchezze, eh!

Don Rocco si guardava trucemente i piedi.

— Diamine! — prosegui l'altro. — Qualche volta è un tomo la Carlotta, ma stavolta, figliuolo caro, ha ragione. Sapete che io parlo schietto. Voi siete solo a non conoscerle queste cose. Uno scandalo, figliuolo. Tutto il paese che grida.

— Non ho mai udito, non ho — borbottò don Rocco.

— Ma ve lo dico io! E la contessa ve l'ha detto più d'una volta.

— Saprà cosa le ho risposto iersera?

— Delle belle minchionerie, avete risposto.

A questa legnata don Rocco si scosse un poco, abbaiò ruvidamente, tenendo gli occhi bassi, le proprie difese.

— Ho risposto secondo la mia convinzione, oh bella! e adesso non posso cambiare.

Egli era umile di cuore; ma qui si trattava di giustizia e di verità. Parlare secondo la verità, secondo quello che si crede la verità, è un dovere; dunque, perchè lo tribolavano?

— Non potete cambiare? — fece il professore, piegandosegli addosso e ficcandogli in viso due occhi stralunati. — Non potete cambiare?

Don Rocco tacque.

L'altro si drizzò e si ripose in cammino.

— Va bene — diss'egli con ostentata pacatezza. — Padrone.

Si voltò improvvisamente a don Rocco che lo seguiva mogio mogio.

— Per bacco — esclamò con dispetto — credete proprio avere in casa uno stinco di santa? Non tenete conto, voi, delle chiacchiere che si fanno, dello scandalo? Andar contro il paese, andar contro chi vi mantiene, andar contro il vostro bene, contro la Provvidenza, per quel bel tipo? Davvero che se non vi conoscessi, caro don Rocco, non so cosa penserei.

Don Rocco, si contorceva, batteva furiosamente le palpebre, come se lottasse con angosce segrete, con parole affannose che gli volessero uscire suo malgrado.

— Non posso cambiare, ecco — diss'egli a conclusione delle smorfie. — Non posso.

— Ma perchè, in nome del cielo?

— Perchè non posso in coscienza.

Don Rocco alzò finalmente gli occhi. — Ho già detto alla signora che contro la giustizia non posso andare.

— Che giustizia? La vostra è orba, caro. Orba, sorda e zuccona. E se avete detto una corbelleria ieri, volete ripeterla anche oggi? E se non credete quel che si dice della Lucia, mancano ragioni di mandar via una serva? Mandatela via perchè non vi leva l'unto del soprabito, perchè non vi rattoppa le calze, che so io! Mandatela via perchè vi fa i maccheroni senza sugo e la zucca senza sale.

— La ragione sarebbe sempre quell'altra — rispose don Rocco, cupo.

Neanche il professore Marin potea facilmente rispondere a un argomento come questo. Potè solo brontolar fra i denti: — che testardo, Maria!

Arrivarono ai pochi cipressi rachitici che coronano il dorso del poggio in faccia ad un valloncello, a un altro poggio più alto. Là sostarono ancora; e il professore che aveva caro don Rocco per la sua semplice bontà e anche un poco per il vario soggetto che gli forniva di amabili celie, se lo fece sedere a fianco sull'erba, tentò un ultimo assalto, cercò ogni via di strappargli le ragioni per cui durava tanto a credere nell'innocenza della Lucia. Non ci fu verso che venisse a capo di nulla. Don Rocco si riferiva sempre al discorso tenuto la sera prima con la signora Carlotta, ripeteva di non poterlo mutare.

— Allora, addio S. Luca, figliuolo — disse, rassegnato, Marin.

Don Rocco battè molto le palpebre ma non fiatò.

— La contessa Carlotta vi aspettava oggi — disse il professore — e voi non ci siete andato. Così ha dato a me l'incarico di dirvi che, se non consentite subito a licenziar la Lucia per il primo dicembre, siete in libertà per l'anno nuovo e anche prima se volete.

— Non potrò partire prima di Natale — disse don Rocco timidamente. — Il parroco ha sempre bisogno d'aiuto in quel tempo.

Il professore sorrise.

— Cosa credete? — diss'egli. — Che la signora Carlotta non abbia un prete bello e pronto? Pensateci che siete ancora in tempo.

Don Rocco si raccolse in sè stesso. Di rado gli accadde far un ragionamento così rapido. Posto che questa donna era causa di scandalo nel paese, che la signora aveva sotto la mano un altro prete, il partito da prendere era ovvio.

— Allora — rispose — partirò il più presto possibile. Mio padre e mia sorella dovevano venire a trovarmi uno di questi giorni. Così invece andrò io da loro.

C'era nel suo cuore anche l'idea di portar questa donna via del paese. I suoi non avevano bisogno di serva, ed egli, tardando a collocarsi, non avrebbe potuto mantenerla. Ma certe idee ragionevoli, certe necessità delle cose non gli arrivavano mai al cuore e assai tardi alla testa, cui allora don Rocco si percoteva subito davanti o si grattava di dietro, come se ne avesse molestia.

Nel discendere a S. Luca il professore raccontò che i carabinieri erano in cerca del Moro, sospettato complice di una recente grassazione, alcuni autori della quale erano caduti, quella mattina stessa, in mano della giustizia. Don Rocco udì la cosa non senza soddisfazione; si spiegava ora perchè non fosse venuto.

— Chi sa — si arrischiò a dire — che sia andato via, che non ritorni più. Allora ecco che finiscono anche queste chiacchiere. Non Le pare?

— Si, caro — rispose il professore intendendo la mira del discorso — ma voi conoscete la signora Carlotta. Oramai, che il Moro vadi o resti per lei non rileva. Bisogna licenziare la Lucia.

Don Rocco non parlò più e il professore nemmeno. Il primo accompagnò l'altro fino ai cipressi della chiesa, si fermò a guardargli dietro fino a che scomparve in fondo alla stradicciuola e tornò sospirando a casa.

Più tardi, mentre, curvo sotto il ferraiuolo, attraversava col lume in mano il corridoio che mette al coro di S. Luca, gli si affacciò con violenza il dubbio della notte precedente. Era proprio stata confessione? Si fermò nell'ombra del corridoio deserto, guardando il lume, lasciando per un momento salire i dolci pensieri tentatori nello spirito inerte. Pigliar un pretesto, licenziar la donna, vivere e morire in pace nel suo S. Luca. A un tratto il cuore incominciò a battergli forte. Eran pensieri che venivan dal diavolo! Come forse nel tempo antico aveva fatto in quello stesso luogo qualche frate tormentato dalle calde visioni notturne dell'amore e del piacere, don Rocco si fece in furia il segno della santa Croce, s'affrettò al coro e s'immerse nella lettura devota del breviario.