CAPITOLO ULTIMO.
Ciò che abbiamo stampato fin qui, è opera di Roboamo Puffista, di quel grande e insuperabile piantatore di puff, che ha lasciato nelle più vaste e popolose metropoli di Europa unʼorma incancellabile del suo passaggio.—Lʼesistenza di questʼuomo insigne fu pari a quella di certi serpenti che, a dire dei naturalisti, dappertutto ove strisciano abbruciano lʼerbe.
È doloroso che questo filosofo profondo non abbia potuto compiere il suo libro, rapito, comʼegli fu, da morte immatura nellʼospedale dei Frati Fate-bene-fratelli.
Lʼultime parole chʼegli ebbe a profferire al termine di unʼagonia dolce e serena, come suol essere quella degli uomini giusti che hanno impiegato degnamente la loro esistenza o che sono certi di lasciare una indelebile ricordanza alla posterità, furono le due strofe che qui riportiamo:
Vissi puffando il prossimo;
Ora, a morir vicino,
Vorrei puffar le esequie
Al prete ed al becchino:
Genio del puff assistimi!
Che dʼogni impresa mia
Questa è la più difficile,
Puffar la sagrestia!
Con questi versi sul labbro, moriva Roboamo Puffista. Come ognun vede, fino agli ultimi istanti della vita, questʼuomo ammirabile si mantenne fedele alla santa causa del puff!
Egli fu sepolto senza pompa, nel silenzio della notte. I suoi correligionarii non seppero della sua morte che quando non erano più in tempo a prestargli i dovuti onori. Se i fratelli fossero stati avvertiti in tempo debito—noi avremmo veduto quanto vi ha di meglio in Milano, nellʼalta aristocrazia del blasone, del commercio, dellʼindustria, delle scienze, delle lettere e delle arti, accompagnare allʼultima dimora il confratello.....puffista!
Povero Roboamo! che i creditori ti siano leggieri!
FINE.
NOTE
DI
ZEFFIRINO BINDOLO.
[1] Nel più ingenuo paese che prosperi in Europa sotto il sole della civiltà, gli ottusi che leggono senza comprendere sono in numero sterminato. Quando apparve per la prima volta nel poco ammirabile paese lʼopuscoletto di Roboamo Puffista, i volghi letterati urlarono allo scandalo, e il clamore della indignazione esplose così impetuoso e brutale, che i venditori girovaghi di stampati, atterriti dalle invettive, riportarono allʼeditore le copie dello incriminato volumetto protestando di non voler più oltre prestarsi allo spaccio della merce abbominevole. Allarmarsi per un titolo, condannare un libro prima di leggerlo e riprovarlo senza averlo compreso, son casi che avvengono ogni giorno, laddove lʼintelligenza umana, evirata dai gesuiti e dai pedanti, è inevitabilmente condotta ad incaponire. Benedetta la Francia! benedetta la nazione dello spirito e della tolleranza, dove si possono scrivere e pubblicare dei libri intitolati: Lʼarte di rendersi antipatico, Lʼarte di ingannare il prossimo, Lʼarte di rubare, ecc, ecc. senza incorrere la scomunica dei citrulli. Nellʼopuscoletto di Roboamo Puffista, che è da capo a fondo una satirica ironia, diretta a smascherare la frode, si contengono delle osservazioni le quali importerebbero un più serio sviluppo. Vi siete mai chiesti se il debito sia un crimine, o in quali casi lo sia, e come avvenga che nellʼordine delle moderne istituzioni, la condizione inesorabilmente imposta a tutti gli enti individuali e collettivi, è quella di doversi indebitare? Avete mai considerato che il debito, nellʼabominevole condizione creata dalla società a milliaja e milliaja di individui diseredati, rappresenta lʼunica valvola di salvezza fra la disperazione e il delitto?
Credete voi che il puffista, se questa valvola si chiudesse, non si darebbe al ladroneggio, forsʼanco allʼassasinio? Allorquando i governi ed i popoli ignoravano la grandʼarte di reggersi sul debito, non avvenivano più frequenti le invasioni, le guerre di conquista brutalmente coronate dalla rapina e del saccheggio? Provatevi un poco, o citrulli, a procedere su questa via di considerazioni; vedrete allora, capirete forse, ciò che in altri paesi meno gaglioffi fu capito da un pezzo, che lʼironia e la satira vestite delle apparenze più frivole, sono le lanterne magiche dalle quali si sprigiona la luce più atta a porre in evidenza le verità meno apparenti o meno esplorate.
[2] Evidentemente, lʼopuscolo dellʼottimo Roboamo fu scritto in quellʼepoca barbara, quando ancora esisteva, a frenare la baldanza del puffismo invadente, lo spauracchio dellʼarresto personale. Noi dobbiamo a Napoleone III, imperatore dei francesi, lʼiniziativa della provvida riforma che emancipò i debitori dalle antiche tirannidi del codice commerciale. Quando le nuove franchigie vennero proclamate in Francia, lʼonorevole corpo accademico dei reclusi di Clichy improvisò una splendida luminaria. La Bastiglia dei debitori era demolita, e il santo diritto del libero puff affermato allʼumanità. La costituzione del secondo impero era basata sul puff; fino a quando Napoleone III tenne le redini dello Stato, i puffisti ottennero protezioni, favori, privilegi. Via! Non disconosciamo i benefizii resi da quel potente sovrano alla causa dei diseredati! Sulla base del monumento che fra poco vedremo erigersi in Milano alla memoria di Lui, proporrei che si scolpisse lʼepigrafe:
A
NAPOLEONE III
I PUFFISTI RICONOSCENTI.
[3] Quandʼio faceva il mio corso di studi allʼuniversità di Pavia, un puffista quasi imberbe, che ebbe poi a segnalarsi in Europa colle sue grandiose strategie, esordiva nella carriera con una saporitissima burla, della quale si parla ancora oggidì con ammirazione sotto i portici dellʼAteneo torinese. Al nostro giovane eroe, testè laureato nelle matematiche, occorreva, per ripatriare decorosamente, un pajo di stivali. Gli mancavano pochi spiccioli per procacciarsi quel lusso di calzatura, una miseria!—dodici.... quattordici lire. Che si fa? Si fa così: sentite questa che è proprio bellina!—Si va da un calzolajo, gli si ordina un bel pajo di stivali, a patto chʼei debba recarveli al domicilio, il tal giorno, alla talʼora. Poi, si entra in unʼaltra bottega e ad un altro calzolajo si replica la commissione. Al primo si dice: sarò in casa ad attenderti alle dieci; allʼaltro si ingiunge di venire alle dodici. Il giorno stabilito, allo scoccar delle dieci, arriva cogli stivali il primo calzolajo. Lo studente li calza, encomia la fattura, si mostra pienamente soddisfatto; ma poi, levandosi in piedi e contrafacendo le grinze di un addolorato—vedi sʼio fui bestia! esclama battendosi la fronte: quando mi feci prendere la misura, ho scordato di dirti che qui, sul piede sinistro, ho una maledetta ingrossatura... Senti, figliuolo mio, se tu riportassi via lo stivale e lo tenessi in forma sino a domani... non ti pare..?—La servo subito, risponda il dabben Crispino; si metta a sedere, dia qua...! Dallʼaltro piede non soffre? —Niente affatto! la calzatura mi va come un guanto.—Tanto meglio! E il buon uomo se ne va collo stivale sinistro sotto il braccio, promettendo di riportarlo lʼindomani allʼistessʼora. A mezzodì arriva lʼaltro calzolajo. Da parte dello studente le stesse grinze, le stesse contorsioni nel provarsi gli stivali; ma questa volta la ingrossatura non è, come poco dianzi, al piede sinistro; lo stivale che vuol essere allargato è quello che corrisponde al piede destro. Sta bene! Lo terrò in forma fino a domani, e verrò a riportarglielo allʼora che crede.—Alle dieci: ti pare?—Alle dieci! Viene il domani. I due calzolaj allʼora fissata salgono le scale che conducono al domicilio dello studente e si arrestano entrambi dinanzi alla stessa porta, ciascuno col suo stivale sotto braccio.
—Chi cercano? domanda la signora della casa, presentandosi—lo studente B..., rispondono ad una voce i due calzolaj.—Partito jeri sera per Cremona.—Diamine! Io doveva portargli questo stivale...—E anchʼio...!—I due Crispini spalancano tanto dʼocchi.—Quando tornerà il signor B...?—Dio sa quando! forse mai, rispondo la signora; ha compiuto i suoi studii, ha ottenuto la laurea, non occorre chʼegli torni.
—Ma io....!—Ma io!—esclamano allʼunissono le due vittime, sollevando lo stivale. Non ha lasciato il destro?—Non ha lasciato il sinistro?...—Io ne so nulla, dice la signora, che ha già indovinata la strana burletta perpetrata dal suo arguto inquilino; ciò che io so, è chʼegli è partito con un bel pajo di stivaletti nuovi, così nitidi e lucenti che abbagliavano a vederli.—Finalmente anche, i due malcapitati calzolaj compresero ciò che era forza comprendere.
—Col mio stivale destro..., disse lʼuno.
—Col mio stivale sinistro..., soggiunse lʼaltro.
—Si può ancora formare il pajo.
—Verissimo... Non ci resta che ad accoppiarli... È quello appunto che ha fatto il nostro birbo committente.—I due calzolaj eran stati minchionati così bene, che passato il primo bruciore, risero insieme più volte della mala ventura loro occorsa.
Quantunque assai noto, perchè più recente, merita di passare ai posteri il brillante episodio puffistico dal quale ebbe origine il motto: el gha gamba bonna; motto che a Milano suol ripetersi ogni volta che sia in gioco la strategia di qualche matricolato furbacchione. Anche in questo caso la vittima fu un calzolajo. Un giovanotto decentemente vestito entra in una bottega sulla corsia del Broletto e domanda un pajo di stivaletti.—Veda un poco se questi gli vanno! disse il padrone di bottega.—Lʼaltro, si prova a calzarli, si leva dal sedile, divincola il piede, fa qualche passo... ottimamente! non cʼè che dire.—Dʼun tratto balza nella bottega, uno sconosciuto, si slancia contro il giovane dagli stivaletti, gli applica alla guancia un sonorissimo schiaffo, e via di corsa.—Aspetta che ti acconcio io per le feste! grida lo schiaffeggiato, uscendo furioso dalla bottega e dandosi ad inseguire lo sconosciuto. Il calzolajo ed i fattorini accorrono in sulla porta per vedere come la vada a finire.—I due fanno a chi più corre, e allo svolto di una contrada scompariscono.—Lo raggiungerà! lo raggiungerà! esclama il dabben calzolajo; quel briccone corre lesto, ma anche lʼaltro è di buona gamba!—Infatti i due sozii corsero tanto e con lena siffatta, che nessuno ebbe più nuova di loro nè degli stivaletti elegantissimi che lʼun dʼessi si era procacciati con quellʼaudace stratagemma.
[4] Se la parca inesorabile non avesse troncato innanzi tempo il filo deʼ suoi giorni e delle sue opere immortali, lʼautore del presente opuscolo avrebbe indubbiamente dettato degli stupendi precetti ai puffisti sulla maniera di redigere il loro epistolario. Si vuole unʼarte finissima, si vuole una rettorica speciale per intrattenere coi creditori una profittevole corrispondenza epistolare, per rispondere alle lettere, talvolta volgari e atrocemente irritanti che ordinariamente accompagnano le note dei fornitori insubordinati. Si tratta di ammansare una belva. Con poche linee di scritto, contrapposto ad una grossolana intimazione di salumiere o di macellajo, si riesce talvolta ad ottenere che un libro mastro, già saturo di addizioni illiquidabili, si riapra per un credito illimitato. Questo genere di eloquenza non si insegna nelle scuole, non trova esempi nei trattati; è lʼeloquenza del genio puffistico. In certi casi, si tratta semplicemente di indirizzarsi al cuore e di commuovere; talvolta convien ostentare meraviglia e disdegno, opporre alla minaccia il risentimento, allʼarroganza lʼinsulto. Gli argomenti derivati dallʼidealismo umanitario, rilevati dalle più assurde astruserie, dalle più stravaganti insensatezze, è ben raro che falliscano allo scopo. Nullameno, io sono dʼavviso, che a meno di aver raggiunta la più alta meta cui possa aspirare, un puffista di prima classe, il sistema epistolare da preferirsi sia quello che si indirizza al sentimento, che mira ad ispirare una simpatica e generosa commozione. Con tal metodo il mio giovane amico D. B. ottenne, durante la sua dimora a L..., dei risultati ammirabili. Trascriverò, ad esempio del genere, la breve lettera da lui indirizzata ad un salsamentario, il quale aveva osato alla fine dʼanno mandargli una nota di lire trecento:
«Pregiatissimo Signore,
«Al capezzale della mia povera vecchia madre morente, ho ricevuto la vostra lettera, che mi ricorda un sacro dovere. Appena avrò un poʼ di testa... per esaminare... per confrontare... ecc. ecc... appena la santa donna, che mi vuol sempre vicino, sarà uscita di pericolo, io correrò da voi per regolare le partite. Frattanto, credete ai sensi ecc.»
Vostro devotissimo
D. B.
Una lettera quasi identica spedì a quella medesima epoca il nostro puffista esordiente agli altri suoi creditori. Questi non osarono rinnovare le istanze, e attesero con animo tranquillo. Ma un bel giorno, lʼamico D. B. abbandonò insalutato hospite la città dove avea vissuto lautamente per un anno; probabilmente la povera santa vecchia era guarita, ma i creditori non ebbero motivo di rallegrarsene.
Prima di ricorrere alla rettorica esacerbante delle insolenze, un abile e prudente puffista deve aver esaurite tutte le pratiche ammollienti. Lʼimpressione più istantanea e più naturale che deve prodursi nellʼanimo cavalieresco di un puffista al vedersi dinanzi la nota impertinente di un creditore, è quella di un olimpico stupore. Un personaggio alto locato, che si atteggia da principe, da barone, da marchese, che si fa chiamare sua eccellenza il sig. commendatore ecc. ecc., non può a meno, di atteggiarsi a meraviglia al vedere che un miserabile subalterno osa importunarlo per una inezia. Mille, duemille, ventimille lire, non rappresentano infatti, per un principe russo, per un ammiraglio peruviano, altrettante cifre impercettibili? Qual vʼè somma tanto ingente che passando pel lambicco aritmetico di un debitore insolvibile, non si pareggi ad uno zero?
—Tiens! Tiens! esclamava un francese puffista (sono famosi!) ogni, volta che un creditore commetteva lʼirriverenza di presentargli una nota. E quel monosillabo, profferito con accento di sorpresa, saldava la partita.
Ordinariamente, nel rispondere alle sollecitazioni dei fornitori più impertinenti, i grandi puffisti si appigliano al seguente formulario:
«Pregiatissimo Signore,
«Ho lʼonore di informarvi che la nota da Voi speditami in data... ecc. ecc. lʼho trasmessa oggi stesso al mio amministratore, perchè più sollecitamente che per lui si possa, come di ragione, provveda al pareggio. Tanto; per vostra norma, e mi dico
«Barone di Puffardara ecc. ecc.»
Naturalmente, il creditore si consola e lascia passare una quindicina di giorni prima di ripetere lʼattacco. La risposta che i baroni di Puffardara sogliono contrapporre alla seconda richiesta, è scritta su per giù in questi termini:
«Con mia somma meraviglia vengo ad apprendere dalla S. V. che il mio amministratore non ha finora provveduto a mettersi in regola con voi. Mi piace attribuire ad un obblìo questa irregolarità di condotta del mio uomo dʼaffari, anzichè sospettare in lui una negligenza colpevole. Questa sera lo farò chiamare nel mio gabinetto, e in ogni caso, gli ricorderò i suoi doveri. Aggradisca ecc. ecc.»
Ecco unʼaltra dilazione spontanea, ottenuta con quattro linee di scritto. È raro il caso che un barone di Puffardara debba replicare ad una terza lettera della vittima. Quando ciò avviene, la frase dellʼesordio è sempre questa: «Ho dato al mio amministratore una buona lavata di testa per la sua colpevole trascuranza ed ho minacciato di licenziarlo se entro la settimana ecc. ecc.» Entro la settimana, il barone si licenzia dalla città nelle ore mestissime del crepuscolo—abbandonando ai numerosi clienti la cura di amministrare i suoi puff a tutto loro agio.
Le frasi ad effetto, che intontiscono chi legge, rare volte falliscono allʼintento. Recherò un solo esempio. Anni sono, quando io conduceva a Milano la vita sbrigliata dello scapolo, un giovane poeta e romanziere, dotato di molto accume puffistico mi pregò lo presentassi ad un sarto acciò questi gli fornisse un abbigliamento completo da pagarsi in rate mensili. Gli abiti in men di tre giorni furono allestiti e consegnati, ma i mesi trascorsero, trascorse lʼanno, e il poeta romanziere, assorto nella sue divine fantasticherie, sdruscì le stoffe prima di averle pagate. Naturalmente, il sarto gli scrive. Il poeta, che per caso è anche gentiluomo, risponde, e siccome la cortesia delle risposte non è mai avvalorata di qualche spicciolo, lʼepistolario si prolunga per parecchi mesi. Un giorno il dabben sarto si reca da me. Veda un poco, mi dice, che razza di istorie mi vien contando quel signor poeta da Lei raccomandato! Così parlando, mi presenta una lettera. Nelle prime linee, lʼamico faceva le sue scuse, parlava di gravi e urgenti impegni pei quali aveva dovuto sprovvedersi di ogni suo avere, chiedeva nuove proroghe al pagamento. Ciò che aveva colpito il sarto—ed io pure, lo confesso, ne rimasi colpito—era la chiusa della lettera—«Io vi ho esposti, concludeva lʼamico poeta, con schiettezza da galantuomo le tristi condizioni nelle quali verso attualmente; ma se questo non bastasse ad impetrarmi grazia, se fosse intento vostro di continuare a vessarmi con visite e con scritti impertinenti, allora sarò costretto a rammentavi che voi siete sarto, e che, una volta accettata la missione di sarto, avete lʼobbligo di vestire lʼumanità.» Non vi par questo uno di quei motti sublimi di insensatezza che sfidano la dialettica più ardita, che ottundono il cervello più arguto? Io mi dichiarai incapace di confutare lʼamico, e il povero sarto non osò per alcun tempo riprendere i suoi attacchi contro un uomo sì fortemente trincierato negli argomenti del diritto naturale.
[5] Chieder denaro a prestito a mezzo di lettera non è tattica da puffista distinto, a meno che la domanda non sia stata preceduta da abili strategie, le quali escludano ogni probabilità di un risultato negativo. Un celebre artista da teatro, del quale sopprimo il nome, mi narrò a tale proposito una graziosa storiella che amo qui riferire ad edificazione di chi intende iniziarsi alla grandʼarte.—Ero giunto da pochi giorni a Milano (ripeto testualmente le parole dellʼamico) per dar principio ai concerti della mia nuova opera destinata alla Scala. Un bel mattino, mentre stavo abbigliandomi, sento bussare allʼuscio della mia camera.—Chi e là?—Era un garzonetto con una lettera alla mano. Getto gli occhi sulla soprascritta—diamine! son caratteri noti!... i caratteri del mio quondam amico X. Diamine! Che vorrà dire?—È dʼuopo sapere che con questo signor X, letterato e giornalista di qualche fama, io mʼera due anni prima bisticciato a cagione di non so quali sue polemiche. Dʼallora in poi era cessata ogni nostra relazione; non ci eravamo più veduti, non ci eravamo più scritti. Comprenderai la mia sorpresa al ricevere una sua lettera.
Ecco di che si trattava:
«Mio caro D.....,
«Oggi ricorre lʼanniversario della mia nascita, è il giorno delle ricordanze soavi, il giorno delle dolci espansioni. Voglio, allʼora del pranzo, avere intorno alla mia mensa tutte le persone a me care. Ho invitato i parenti e gli amici—nessuno mancherà. Orbene: Che vuoi? Questa mattina appunto mi venne detto che tu eri a Milano. Ho provato una stretta al cuore. E il primo pensiero che mi sovvenne fu questo: anchʼegli... una volta... era deʼ nostri!... Non ho saputo resistere... Ho preso la penna e ti ho scritto..; Via! Ti stendo la mano... Confesso dʼaver avuto dei torti... Forse qualche torto... vi fu anche da parte tua... Ma dunque? Sʼha proprio da troncare una vecchia amicizia...! Qua la mano, mio buon Peppo; prometti che oggi alle quattro (alle quattro precise, bada bene—poichè i risi alla veneziana, che ti piacciono tanto, non mancheranno) tu sarai qui, seduto alla mia tavola al posto dʼonore... al fianco mio, al fianco di mia moglie, in mezzo ad una corona di amici che brinderanno alla nostra riconciliazione. Tu verrai... tu sarai dei nostri, non è vero?—Due soli motti al fattorino—ed io conterò questo fra i più lieti anniversarii della mia vita.
«Col cuore, proprio col cuore:
«Tuo affez. X.»
Una strana commozione si impossessò di me al leggere quello scritto—tu sai come Dio mi ha fatto—ho proprio sentito una lacrima scorrermi sulle guancie.—Il mio buon... X! Ma presto!... chʼegli non soffra... nellʼincertezza!—Detti mano alla penna e vergai di fretta la risposta:
«Mio caro X....,
«Ma... figurati!... toccava a me...! tutti i torti eran miei... ti domando mille scuse... Non dubitare... Alle quattro sarò da te... Ah! sʼio sapessi di qual modo attestarti la mia gioja, la mia riconoscenza!.. Chiedi, domanda... Io sono ancora lʼamico di una volta!... Oggi... a tavola discorreremo... Non dubitare... sarò esatto... Hai pensato anche ai risi...! Bravo amicone! A ben vederci, fra poche ore... Intanto quattro baci grossi... grossi... di quelli che vanno in fondo dellʼanima dal
«Tutto tuo G. B.»
Consegnai la risposta al fattorino, che partì come una freccia. Ero proprio contento. Saltellavo per la stanza come avessi guadagnata un terno al lotto—e già avevo divisato di spendere una trentina di lire per un bel mazzo di fiori da inviare alla signora, quando il fattorino mi comparve di nuovo nella stanza e mi porse unʼaltra lettera dellʼamico:
«Mio amatissimo G. B.,
Non puoi immaginare qual festa abbiamo fatto, mia moglie ed io, al leggere la tua amabile risposta! Sempre pari a te stesso!... Una gran mente e un gran cuore!—Vuoi subito una prova della fede che noi riponiamo nella tua schiettezza e nella tua generosità? Tu mi scrivi laconicamente: chiedi, domanda... Ed io, senza esitare un istante, chiedo... domando. Puoi tu farmi avere, dentro oggi, prima delle quattro, un biglietto da lire cinquecento? Tu lo puoi, senza dubbio, e quindi me li spedirai subito a mezzo del fattorino... Dopo questo, a rivederci alle quattro. Ti prepariamo una ovazione.
«Il tutto tuo, ecc.»
Tutto caldo, comʼero, di entusiastica commozione, chiusi, senzʼaltro riflettere, in un involto la piccola somma e la inviai allʼamico. Poi, alle quattro, mi recai, come avevo promesso, a pranzare da lui. Dio! quali feste! quale accoglienza da parte di tutti! Fui collocato al posto dʼonore. Fui colmato di amorevolezze. Alla frutta, cominciarono i brindisi e le declamazioni. Ma al momento, in cui lʼallegria generale, fomentata dallo sciampagna, toccava il colmo, una cupa tristezza si aggravò sul mio spirito, il sorriso si dileguò dal mio labbro, divenni mutolo ed imbronciato. Non riuscivo di cavarmi dalla mente questa idea fissa: Questo pranzo eccellente, questi vini squisitissimi, sei tu, o minchione, che li ha pagati—e forse lʼamico si burla di te nel segreto del cuore, e ride della tua dabbenaggine!
Ed ecco di qual maniera, un grande ed esperto puffista può, anche a mezzo dellʼepistolario, spostare le banconote a suo vantaggio ed a gloria dellʼarte.
[6] Nellʼanno 1850 io accompagnava in qualità di segretario, un celebre violoncellista che percorreva la Francia dando dei concerti. Nella piccola città di C... le cose erano andate alla peggio. Allʼalbergo, ove da oltre un mese eravamo alloggiati e nutriti lautamente, vi era già un grosso conto a nostro carico. Lʼultimo concerto, sul quale si era fatto assegnamento per soddisfare al nostro debito, aveva fruttato a mala pena una diecina di scudi. Allʼindomani, il mio violoncellista entra nella camera dove io stava abbigliandomi, e mi dice: «Caro segretario, conviene prendere una risoluzione! Per partire decorosamente da questa città ci occorrono cinquecento lire allʼincirca—bisogna trovarle. Tu sai che il signor Roux, pel quale ebbi una lettera commendatizia, mi accolse con molto affetto e mi tiene in gran conto; sono andato più volte da lui, e siccome egli è buon dilettante di musica e amantissimo dei classici, abbiamo suonato insieme i duetti di Beethoven. Il signor Roux, per quanto dicono, è assai ricco. Animo dunque! Prendi una penna. Scrivigli a mio nome una bella lettera, esponigli schiettamente la nostra situazione, e domandagli a prestito la somma che ci occorre.—Ma io...—Non pensare! la lettera, naturalmente la firmerò io.» Non posi di mezzo altre osservazioni, scrissi, e la lettera fu spedita a mezzo di un garzone dellʼalbergo. Di lì a unʼora, mentre si faceva colazione nel salottino, un domestico in livrea venne a portare la risposta. Il signor Roux con frasi oltremodo cortesi ed amabili si scusava di non poter pel momento, malgrado il suo vivo desiderio di favorire un artista tanto valente, prestargli la piccola somma. E soggiungeva, tanto da ammorbidire il rifiuto: «Se fosse lʼepoca del raccolto dei bozzoli, quando il denaro affluisce nelle casse dei possidenti, vi assicuro che non esiterei un istante a compiacervi, e sarei lietissimo di potervi dare anche più di quanto richiedete.» II mio violoncellista punto sconcertato da quella lettura, stette alcun tempo silenzioso cogli occhi affissati sul foglio. Poi, colla maggior calma del mondo: «Sai tu dirmi in qual mese dellʼanno si raccolgono i bozzoli?—Credo, ai primi di giugno.—Siamo ora... agli ultimi di marzo... soggiunse pacatamente lʼamico.... Non importa! Lʼalbergatore vorrà ben fidarsi della parola del signor Roux. Prendi subito la penna, e scrivi al signor Roux che noi attenderemo i suoi comodi.» Confesso che nel vergare questa seconda lettera io aveva le vertigini nel cervello. Che fare? Nella mia qualità di segretario, mi era forza di piegare il capo.—Scrissi ciò che lʼamico dettava, e la lettera fu consegnata al domestico. Non starò a narrare per filo e per segno di qual maniera io riuscii a distaccarmi da quellʼuomo singolare, che stampò in ogni provincia dellʼEuropa delle orme incancellabili di genio.
Egli rimase allʼalbergo di C... in attesa delle lire cinquecento, e verso la metà di giugno io ricevetti a Lione una sua lettera dove mi annunziava che lʼinfame Roux, mancando alla data promessa, non gli aveva ancora pagate le cinquecento lire, e chʼegli contava trascinare quel vile dinanzi ai tribunali, mettendo a suo carico gli interessi e domandando il risarcimento dei danni materiali e morali a lui derivati dal mancato pagamento. Più tardi mi venne riferito che il signor Roux, per liberarsi da quella noja pagò le cinquecento lire e a proprie spese provvide a che il celebre suonatore di duetti classici partisse per Marsiglia.
FINE DELLE NOTE.
TUTTI LADRI
COMMEDIA IN TRE ATTI.
AVVERTIMENTO DELLʼAUTORE.
A nessun capocomico (giova sperarlo) verrà mai lʼaudace pensiero di far rappresentare in teatro la presente commedia. Sarebbe un fiasco da far inorridire lʼEuropa.
Per impedire un simile attentato, ho moltipliplicato i personaggi, e interrompendo lo svolgimento drammatico con monologhi e dialoghi ad arte prolissi ho profittato di parecchi episodii superflui per sbizzarirmi nella dimostrazione di una tesi che i più indulgenti chiameranno nefanda.
Tutti Ladri!!!—Ma tu parli da burla? domanderà qualche amico.—Mille volte perdono! io parlo del miglior senno—Tutti ladri.
—Nella tua commedia, vorrai dire.
—Nella grande commedia della società umana—rispondo io, senza punto esitare. E tu, mio ottimo amico, dovrai naturalmente soggiungere: lapidiamolo!
—Lapidiamolo!—ecco signori capocomici, quale sarebbe il verdetto del pubblico, se mai dovesse, per un vostro esiziale abberramento, rappresentarsi la mia commedia davanti e quel consesso di ipocriti che chiamasi il pubblico.
Che volete? la parola mi è sfuggita, nè mi indurrei per tutto lʼoro del mondo a cancellarla.
—Il pubblico sarà davvero, come suoi chiamarsi un ente rispettabilissimo e moralissimo; ma esso, mi ebbe sempre lʼaria di un don Basilio, o per dirla più schietta, dʼun gesuita, anzichè di un libero pensatore e di uno schietto galantuomo.
Ciò si deve in buona parte alla pessima educazione che egli ricevette pel corso di più secoli dagli autori drammatici e dai critici dellʼarte.
Allorquando, anni sono fu data a Trieste lʼopera Gli Avventurieri (e la presente commedia è in parte desunta da un mio libretto che porta un tal titolo), i giornalisti di colà, fedelissimi interpreti della pubblica opinione, levarono sì alte grida per la immoralità della catastrofe, che io feci giuramento di non recarmi giammai in quella città per paura di esservi arrestato come un manutengolo di ladri.—Quale orrore!—Un libretto dʼopera, dove il protagonista, dopo aver commesso parecchi furti, riesce ad imbarcarsi sur un legno mercantile colla probabilità di approdare in Africa sano e salvo col suo grosso bottino! Ciò è contrario a tutte le leggi della morale: non è vero?—Ed ecco il delitto del librettista.
In teatro ci vuol ben altro.—In teatro, le duecento signore che a lato dei becchi mariti assistono alla commedia, vogliono che lʼadulterio sia punito dalla separazione, dallʼinfamia, o meglio, da una palla di piombo.—I duecento o trecento ladri arricchiti che assisi nei palchi e nelle sedie fisse si arricciano i mustacchi col guanto, impietrirebbero di raccapriccio se un meschino tagliaborse del palco scenico non cadesse regolarmente allʼultimo atto nelle mani della regia Procura. Si vuole ad ogni costo che nel mondo della luna (parlo del palco scenico) avvenga il contrario di ciò che ordinariamente si verifica nel mondo reale.
Tiriamo dunque innanzi....
Tiriamo innanzi?—signori no?—Per mio conto, ne arrossirei. Il teatro appartiene ai mistificatori—chi vuoi fare della ipocrisia, sa dove trovare degli ipocriti sempre disposti ad applaudire.
Se qualcuno venisse a dirmi: opera il bene e rifuggi dal male, perocchè o tosto o tardi la virtù trionfa e il vizio è punito; gli risponderei a bruciapelo: tu sei un impudente che mentisci sapendo di mentire. Orbene: questa gaglioffa e codarda menzogna la si vuoi ripetuta ogni sera dal proscenio, sotto comminatoria, per chi ardisce emanciparsi, di sentirsi fischiato e insultato come un pervertitore del pubblico.
Pensi ognuno come vuole; quanto a me, sono e sarò sempre dʼopinione che il vero, il solo vero è morale; e fermo in questa massima, non vorrò mai prestarmi alla sporca e ridicola ciurmeria che da secoli si vien perpetrando sulle scene teatrali.
La presente commedia è dunque un atto di ribellione contro il sistema. Tutti i miei ladri (ne prevengo la questura) qui passeggeranno impuniti, e la sola azione veramente onesta che vedrem compiersi nel corso dei tre atti, sarà premiata... colla prigionia.
Fischieranno i lettori, come indubbiamente fischierebbe la massa dei ladri se vedesse riprodursi in teatro questo intreccio di ruberie?—È ciò chʼio probabilmente non saprò mai. Ma se alcuno avesse la sfrontatezza di venirmi a dire sulla faccia: la tua tesi è una menzogna e la tua commedia è uno scandalo; mi terrei certo di non coglier in fallo rispondendogli: e tu sei uno di quelli che han letto il mio volume senza pagarlo, e mʼhai rubato una lira.
A. G.
PERSONAGGI
Marco Dubois, albergatore. È un uomo di buona pasta, di circa sessantanni.
Giacinto, suo figlio, bel ragazzo, di circa ventidue anni. Carattere ingenuo; abbigliamenti e modi da provinciale facoltoso.
Tommaso, ricco affittajuolo, fratello di Marco.
Clementina, figlia di Tommaso.—Beltà campagnuola; indole onesta.
Roberto, Cavaliere di industria.—Età, dai quarantacinque ai cinquantanni. Bellezza logorata, molta vigoria di corpo; eleganza di acconciatura e di abbigliamento, molta disinvoltura di maniere. Parla con affettazione, ostentando una giovialità che è tutta nelle parole e nella epidermide. Ingegno robusto, malizia profonda; vero e sentito disprezzo della umanità.
Frontino, altro cavaliere di industria, meno audace di Roberto e alquanto irresoluto. Costituzione gracile, temperamento linfatico. Briccone per caso, nato ad esser complice, non mai iniziatore.
Deianira, avventuriera da città capitale, che ha tutte le apparenze della gran dama. Veste con eleganza alquanto caricata—è giovane, è bella, audacissima.
Armellina, altra avventuriera, meno intraprendente, che vive di riflesso.
Cavillo, avvocato.
Un sergente di città.—Soldati.—Un cocchiere.—Un garzone da osteria.—Un guattero.—Viaggiatori.—Famigli di Marco—Signori e Dame di Parigi.
Lʼazione si svolge a Çette, città marittima della Francia nellʼatto primo e terzo; nel secondo a Parigi.
Vestiario dellʼepoca attuale.