CAPITOLO VII.
Dei Creditori.
Quel poeta che lasciò scritto:
Non è credibile
Quanto è terribile
La vista orribile
Dʼun creditor
doveva appartenere, nella gerarchia del regno puffistico, allʼinfima classe.
È vero—la vista di un creditore non è molto aggradevole—val meglio vedere una bella figura di donna, ed anche, per chi si diletta di uniformi, un ussero di Piacenza. Ma il grande puffista, il puffista di prima classe non può mai sgomentarsi dellʼincontro dì un creditore, e in ogni modo, quandʼanche un tale incontro avesse a cagionargli qualche leggiero turbamento, egli saprebbe dissimularlo in tal guisa da non rimanere compromesso.
Fra un creditore ed un debitore che si veggono, la situazione del primo è mille volte più grave e sconfortante di quella del secondo.
Se fosse dato di penetrare in fondo al cuore dellʼuno e dellʼaltro, vi si leggerebbero due voti affatto opposti, ma non ugualmente terribili.
Il creditore, alla vista del suo debitore, è necessariamente assalito da un atroce dubbio:—chi sa se costui potrà pagarmi!
Il debitore, al contrario, pienamente consapevole dei propri mezzi e dei propri intendimenti, può dire con piena sicurezza:—io non pagherò mai!
Ora, chi oserà sostenere che la situazione del primo non sia mille volte più tormentosa che quella del secondo?
Ciò premesso, vediamo brevemente come debba comportarsi un abile puffista a riguardo del suo creditore.
È inutile avvertire che questo ultimo, rappresentando la parte dellʼindividuo compromesso, è costretto usare tutte le cautele, tutte le arti per non compromettersi davantaggio.
Egli non ignora che, per ottenere e facilitare il pagamento, non gli conviene irritare, nè pregiudicare in veruna guisa il suo debitore.—Un abile puffista non deve mai obliare questa circostanza favorevole.
Appoggiato ad una tale considerazione, io ho sempre preferito il sistema di trattare il creditore colle maniere più brusche, ricorrendo anche alle minaccie in caso di reazione troppo viva.—Quanto minori, da parte del creditore, le speranze di risarcirsi, tanto più mansueto e più cortese egli suole mostrarsi, nella paura che, ricorrendo a dei mezzi troppo energici, il debitore si vendichi col non pagarlo.
Lʼuomo che ha un credito da riscuotere somiglia in qualche modo ad un innamorato. Egli ha bisogno dʼilludersi; egli ha bisogno di credere che tosto o tardi incasserà il suo denaro. Non avviene forse lo stesso ad un uomo perdutamente invaghito di qualche beltà capricciosa ed altera? Più questa si mostra sprezzante e crudele, più lʼaltro diventa umile e servile. Che sarebbe di lui, se quella donna sʼirritasse a tal punto, da togliergli il conforto di vederla, di parlarle qualche volta, e di potersi illudere per una mezza promessa o per un mezzo sorriso?
Ai piccoli puffisti, più che ai modi burberi e minacciosi, riescono le facezie e le piccole sorprese.
Anni sono, quando a Milano faceva furore il caffè San Carlo, diretto dallʼincomparabile Beruto, fra gli altri puffisti, che frequentavano il grandioso stabilimento, ci era un tal Mezzocapo, giovane elegantissimo e già consideratissimo, malgrado la sua età ancora fresca, nel grande regno del Puff!—Era già un anno che il signor Beruto teneva aperti i suoi libri di credito a quel bravo e giustamente celeberrimo puffista.
Un bel giorno, il grande e generoso caffettiere, rivedendo le sue addizioni, si accorge che la somma dovutagli dal Mezzocapo è divenuta eccedente, ed ecco il signor Beruto spicca la sua nota, ed il nostro avventuroso puffista si trova in mano una lettera che lo invita al pagamento.—Il giovine non si turba per questo—lancia unʼocchiata altrettanto sicura che sdegnosa alla cifra totale del suo debito—e volto al padrone del caffè un sorrisetto di protezione, gli dice nel tono più affabile: «Aspettate un istante..., io aveva già pensato a voi.... a momenti ritorno.» Ciò detto, il mio puffista esce dalla bottega, rimane assente per alcuni minuti, e rientrando poco dopo, si accosta nuovamente al Beruto con un piccolo involto nelle mani.—Oh! non cʼera premura! esclama il padrone del caffè, supponendo bonariamente che lʼaltra gli portasse il denaro.—No! no! risponde il Mezzacapo—a me piace che le cose procedano regolarmente... Io ho bisogno che lei continui a tener nota del mio consumo per un altro anno; ma siccome vedo che la nota è già lunga, e che lei potrebbe aver bisogno di penne, così gliene ho procacciato io una piccola scatoletta... Eccole! Sono cento penne in acciajo... della prima qualità... Io credo che le basteranno... in caso diverso mi farò un dovere di portargliene delle altre!»—Lʼargutissimo proprietario del caffè San Carlo fu disarmato da questa facezia, e riaperse le sue partite di credito al puffista fino al giorno in cui questi ebbe ad emigrare da Milano per cause... non politiche.
Sono rarissimi i casi di creditori i quali abbiano avuto la sfrontatezza di aggredire i loro debitori in luogi pubblici e di suscitare, colla loro brutalità, degli inutili scandali. Pure anche il più abile dei puffisti può incorrere un tale pericolo.
In tali casi non vi è che un solo mezzo per salvarsi—opporre sfrontatezza a sfrontatezza, minaccie a minaccie, scandalo a scandalo.
Nellʼanno 1848, allorquando, rientrati gli austriaci, Milano era soggetta agli immani rigori dello stato di assedio, un tal Mauro usurajo si avvisò un bel giorno di aggredire villanamente sotto il Coperchio deʼ Figini un amico e discepolo mio distintissimo, certo Angelo Soderini, grande fabbricatore di puff e di cinti meccanici.
—Ah! vi trovo finalmente... Ora non mi scapperete!... grida lʼusurajo affrontando villanamente la sua vittima.
—Zitto!... vi prego... parlate sotto voce! mormora il Soderini con accento supplichevole.
Ma vedendo che lʼaltro non era disposto a smettere il tono di minaccia, e che cʼera pericolo dʼuna brutta scena, il Soderini, pigliando risolutamente il sopravvento e levando a sua volta la voce: «Io vi dico, signore, di ritrattare le brutte parole che avete pronunziate, gli grida—vergogna! insultare al capo dello Stato!... parlar male del nostro augustissimo e clementissimo Imperatore!... del nostro caro ed amato Francesco Giuseppe...»
—Cosa cʼentra lʼImperatore? Cosa cʼentra il governo? Chi si è mai sognato di parlare di politica?... Io vi dico di pagarmi...
—Ed io vi dico di finirla! riprende il Soderini rinforzando la sua voce di tre gradi—ah! voi siete uno di quelli che vorrebbero ancora i Piemontesi!... voi volete la repubblica!... Io vi dico che se non la finite di parlar male del governo...
Il tristo usurajo, non riuscendo a soperchiare la voce del suo debitore, e vedendo dʼaltra parte che si avvicinavano due poliziotti, i quali avrebbero potuto arrestarlo come un ribelle, non trovò miglior partito che quello di darsela a gambe, nè mai più da quel giorno egli osò ritentare la barbara prova di esigere i suoi crediti col sistema degli scandali e delle pubbliche minaccie.
Uno dei migliori mezzi per ammansare la belva (e in linguaggio puffistico chiamasi belva il creditore dal giorno in cui questi concepisce lʼassurda idea di farsi pagare) è quello di rincarire la somma del di lui credito, allettandolo colle attrattive di una grossa commissione o sorprendendolo colla richiesta di un maggior prestito.
Mi spiego.—Il vostro creditore viene a farvi una visita—voi lo incontrate per via. Neʼ suoi sguardi, nel tono della sua voce, nellʼesitanza del suo contegno, voi leggete il feroce proposito di presentarvi una nota o di domandarvi un rimborso. Non dategli tempo di avvicinarsi—non permettete chʼegli profferisca una parola—prima chʼegli si metta in posizione di vibrare il terribile colpo, slanciatevi su lui, afferratelo a due mani per la gola, e sbalorditelo con un colpo di testa.
È un sarto?—bravo; ben venuto! vi aspettava... ero sul punto di recarmi da voi! ho bisogno di un paletot, di un soprabito, di tre o quattro pantaloni di capriccio, di una mezza dozzina di gilet... posso io contare sulla vostra sollecitudine?... e poi cʼè un mio amico... un barone... un marchese... un milionario... che vorrei raccomandarvi. Badate che gli è buon pagatore... ma talvolta, come tutti i grandi signori, fa attendere un poco il denaro... Noi altri non si mette mano alla borsa per delle inezie—dunque: siamo intesi!... patti chiari... amicizia lunga... e frattanto portatemi le stoffe e servitemi a dovere!
Questo modo di sorprendere il creditore è di un effetto immancabile.
Se si tratta di un creditore che vi abbia prestato denaro, voi non avete a far altro che domandargli una somma tre volte più grande di quella che gli dovete.—Le persone che prestano il loro denaro ad un puffista, sono quasi sempre di una ingenuità adorabile!
Vi narrerò un fatterello che forse potrà sembrarvi incredibile. Io doveva, nei primordi della mia carriera puffistica, la miserabile somma di lire duemila ad un dabben usurajo di droghiere, al quale avevo rilasciata una cambiale.
Quattro o cinque giorni prima della scadenza, il buon uomo si recò a trovarmi una mattina colla intenzione di ricordarmi il mio impegno.
—Voi giungete a proposito! mi affrettai a dirgli con voce desolata,—io stava per recarmi da voi onde pregarvi di un piccolo favore. Fra cinque o sei giorni io debbo pagare duemila franchi per una cambiale da me accettata or faranno due mesi in favore di qualcuno... di cui non mi ricordo il nome. Io so di dovere questa somma... ho notato sul mio portafogli lʼepoca della scadenza, ma per quanto io vi abbia pensato, non sono riuscito a sovvenirmi della persona che mi ha dato quel denaro..». Orbene, in seguito ad una grave perdita di giuoco, io mi trovo sprovveduto pel momento.... e vi assicuro che se io non potessi soddisfare al mio impegno per lʼepoca fissa, ne morirei di vergogna!... Figuratevi!... Disonorarmi!... perdere il credito per una miseria di duemila franchi—un par mio!—un cavaliere di onore!... Alle spiccie: potete voi prestarmi cinque o sei mila lire da restituirvi fra una ventina di giorni?
—Ma la cambiale di cui parlate è forse quella che io tengo in mano... e che avete accettato in mio favore or saranno sei mesi...
—Dite davvero?... Possibile!... Ah!... voi mi date la vita!... Ed io che credeva... Ma sicuro!... Vedete se io sono uno smemorato... Siete voi... proprio voi... che mi ha fatto avere quelle due mila lire saranno appunto sei mesi... Non potete credere come io mi senta sollevato da questa notizia!...
Così parlando mi gettai nelle braccia del mio droghiere, e lo baciai in fronte più volte come fosse il mio angelo salvatore.
Dopo molte parole da una parte e dallʼaltra, insistendo io nel chiedergli il nuovo prestito di cinquemila franchi, egli mi usci fuori con questa ingenua domanda: «ma e la cambiale che scade il giorno quindici, siete voi disposto a pagarla»?
—Se sono disposto!—credete voi che se non avessi intenzione di pagarla, ricorrerei alla vostra gentilezza per la somma in questione?... Ma è appunto per far onore alla mia firma, per mostrarmi, quale fui sempre, uomo leale ed esatto, che ora chieggo questo piccolo prestito di cinque mila franchi.
Il dabben uomo, credendo scorgere in questo tratto una prova irrefragabile della mia onestà e puntualità commerciale, non si fece altro pregare ad accordarmi il favore richiesto.
In quel giorno stesso io ebbi dal droghiere lʼintera somma, della quale una parte mi servì poi a pagare la cambiale che egli venne a presentarmi dopo cinque giorni, e lʼaltra parte mi servì di base ad un grande piano puffistico, del quale sarebbe troppo lungo il parlare.
Io chiuderò questo capitolo riportando tre versi, che un puffista assennato deve sempre aver presenti ogni qualvolta gli venga sporta una nota da pagare o chiesta la restituzione di un capitale tolto a prestito:
A pagar non sii corrente,
Potrìa nascer lʼaccidente
Che finissi col pagar niente.
Sono versi un poʼ volgari, ed anzi lʼultima cresce di un piede.
Questo piede che cresce, potreste allʼoccasione regalarlo alle natiche dei vostri creditori.—A giudizio di molti pratici, questo è ancora il miglior modo per sbarazzarsi della vile genia!
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