ATTO SECONDO.
GRAN SALA DELLE CARIATIDI
Tre porte. Due troni, l’uno a destra, l’altro a sinistra. Vari sgabelli in giro. Nel mezzo della scena, fra i due troni, un tabouret con cuscini.—In fondo della sala un buffet lautamente imbandito di pasticcini, gelati, pezzi duri, ecc., ecc.
SCENA PRIMA.
Cupido entra in scena armato di varii dardi, e si pone a sedere sovra una tavola cantarellando.
I.
Io sono il bel Cupido,
Il nume dell’amor;
Figlio son io di Venere,
M’è ignoto il genitor.
V’è alcun che può conoscere
Il vero suo papà?...
Mia madre era sensibile...
Di tutti avea pietà.
Lalarà—lalarà.
II.
Di scendere a Cartagine
Giunone mi ha ordinato;
Enea co’ suoi famelici
Troiani è qui arrivato;
Vuole l’amabil Dea
Che quel briccon di Enea
E la regina vedova
Delirino d’amor.
Quand’ella passerà,
La freccia scoccherò;
Se una non basterà,
Venti ne scaglierò,
Così quel sen grassissimo.
Forse trapasserò.
Mettiamci in breccia
Coll’arco in mano...
Ecco una freccia
Che andrà lontano...
(guarda verso la galleria)
Ella si appressa...
È proprio dessa...
Larà—Larà!
Questa per certo
La colpirà.
(tira il colpo e fugge).
SCENA SECONDA.
Didone, Anna, Clivia, Berta, il Prefetto, il Questore, i Ministri, Dame, Damigelle, Paggi e Guardie.
Didone (avanzandosi e salendo i gradini del trono). I nobili Troiani vengano tosto introdotti! (da sè) Che vorrà dire, sommi Dei, questo tremito che mi invade le membra? (siede sul trono).
Anna. Mia sorella ha cambiato di colore... Non vorrei ch’ella fosse innamorata del mio biondo... (siede a lato di Didone).
Did. (alle Dame). Ciascuna prenda il suo posto... il momento è decisivo... Mostriamo a questi illustri e sventurati eroi...
SCENA TERZA.
Enea, Acate, Meronte, Ippanto, Clissandro ed altri Troiani. Ascanio condotto dalla nutrice si ferma presso al buffet nel fondo della sala. I suddetti.
Enea. Eccoci, illustre Dido, ai piedi tuoi (si inchina davanti a Didone).
Didone. Alzatevi, illustre troiano... Non vi prenda soggezione... non facciamo complimenti fra noi... (da sè) Per Giove! non so più quello che io mi dica...
Enea. Proseguite, o regina...
Did. Se i giornali della sera non hanno mentito, voi dovete essere quel nobile rampollo della regale famiglia di Anchise...
Enea (con voce acutissima). E qual è dunque la diva che può leggere nel libro del mio cuore e penetrare di un solo sguardo nei reconditi abissi della mia genealogia?... Voi l’avete detto: io sono pur troppo uno dei cinquanta sventurati che si chiamarono figliuoli del non mai giovane Anchise.
Anna. Cinquanta figliuoli!... Dunque... l’illustre vostro padre?...
Enea. Sì, gentildonna... Il mio inclito padre (o chi per lui) si è compiaciuto di metter al mondo una cinquantina di rampolli...
Did. Perdonate alla mia curiosità di donna: nascevano tutti da una sola madre quei vostri quarantanove fratelli?
Enea. Tutti, o regina.
Did. Il caso è abbastanza singolare, Nei vostri paesi, le donne debbono avere una costituzione di ferro.
Enea. E gli uomini dei muscoli di acciaio...
Did. (sottovoce). Muscoli di acciaio!... Qual differenza col mio Sichéo!... (a voce alta) Non potete immaginare quanto mi interessino questi gloriosi particolari della vostra origine... Ma, dove sono i vostri quarantanove fratelli? Voglio ben sperare che essi facciano parte del vostro numeroso seguito.
Enea. I miei fratelli!... i miei sessanta fratelli... Orrendo sovvenire!... Essi perirono tutti quanti nell’incendio che consumò la mia misera patria... Di questi settanta fratelli non me ne resta che un solo.... il minore di tutti... (volgendosi ad Ascanio) Dove sei, Ascaniuccio?.... Avvicinati.... Ah! Lo vedete... egli non può staccarsi dal buffet (avvicinandosi ad Ascanio e traendolo per un orecchio presso i gradini del trono) Vergogna! Leccare il piattello delle confetture!... Fa il tuo dovere colla regina... (sottovoce) non dimenticare di consegnarle il bigliettino...
Ascanio (saltando sulle ginocchia di Didone). Oh la cara, la bella signora!...
Did. (accarezzando Ascanio). S’è mai veduto il più leggiadro fanciullo?.... Che bella capigliatura!... che tinta rosea!... sembra un amore..... Ah!... (la regina mette un grido e porta la mano al seno).
Asc. (staccandosi da Didone e correndo verso Enea). Ti pare, papà, che io abbia fatto il mio colpo per benino?...
Anna (alle vicine). Quel bricconcello ha introdotto un bigliettino nel corsetto di mia sorella. Senza dubbio una dichiarazione...
Enea (sottovoce ad Ascanio). Bravissimo! A suo tempo ti comprerò le caramelle... (Ascanio percorre i vari gruppi. Anna, Clivia, Rubinia e le altre donne se lo prendono fra le braccia, ed egli porta in giro e distribuisce biglietti d’amore).
Did. (da sè). Quel fanciullo mi ha messo l’incendio nel petto... (ad Enea) Ma... a proposito di incendio... sareste voi tanto cortese... sareste voi tanto amabile... o re dei Troiani... da voler raccontare per filo e per segno... o se meglio vi pare, per segno e per filo...
Enea (da sè). Questa donna non ha più testa... (a voce alta) Ah! voi sareste tanto buona....—che dico?—tanto paziente, da porgere orecchio alla istoria luttuosa della mia misera patria?...
Did. Credo che questo mio desiderio sia vivamente condiviso dalle mie dame, dai miei onorevoli ministri, da quanti si trovano qui presenti—non è vero?... (rumori diversi) Compiacetevi di sedere, o illustre Enea (additandogli il tabouret che sta nel mezzo della sala); quello sgabello è destinato a voi... I vostri non meno illustri compagni scelgano il posto che loro torna più comodo...
Troiani. Avviciniamoci al buffet.
(Si formano varii gruppi. Enea siede nel messo della scena, volgendo la fronte alla Regina. I Troiani vanno nel fondo della sala, presso il buffet. Ascanio continua a girare fra le dame che a loro volta gli consegnano dei bigliettini da trasmettersi a questi o a quelli).
Enea (solleva colla mano i capelli, si percuote la fronte per adunare le proprie reminiscenze, indi prorompe con enfasi). Infandum, regina, jubes renovare dolorem.
Did. Illustre Enea.... perdonatemi... ma questo linguaggio mi riesce un po’ duro.
Enea. Compatite... Senza avvedermene... io adoperava una lingua a voi affatto straniera... la lingua dell’avvenire...
Did. Preferisco il vostro facile e melodioso dialetto.
Enea. Voi già avrete letto nei giornali, o illustre regina, come dopo dieci anni di assedio, i perfidi greci, sotto pretesto di offrire a’ miei concittadini un pegno di conciliazione, per una breccia praticata nelle mura, introducessero in Troia un cavallo di legno, nel cui ventre smisurato stavano rinchiusi non meno di mille individui armati ed equigaggiati di tutto punto.
Voci diverse. Bam! boum! piff! puff!
Enea (da sè, trasalendo). L’avrei forse sparata troppo grossa?
Did., le donne. In un ventre mille armati!
Uomini (l’uno all’altro sottovoce).
Ti te credet?—Hin tutt ball!(a Enea)
Va pur là—cúntela ai frati,
La tua storia del cavall!
Enea (alzandosi). Se continua il mormorio,
Troncherò la narrazione...
Did. (colla massima vivacità)
Fermi... olà... silenzio... o ch’io...
Pref. —————Non avete educazione...
Quest. ———— L’orator non disturbate...
Donne. ————Proseguite... terminate!...
Uomini (ad Enea ironicamente)
Séttet giò—fa minga el ciall!...
Tira innanz con i tò ball!
Enea (torna a sedere e ripiglia la narrazione). A quale scopo venisse dai nostri nemici introdotto nella città un cavallo così smisurato... e capace di contenere nel suo grembo non meno di... quattrocento guerrieri armati dal capo alle piante, è cosa assai facile a indovinarsi...
Uomini. Quattrocento!... e non erano mille?
Enea. Ciò che a voi tutti recherà maggiore meraviglia gli è che nessuno de’ miei intelligenti e astuti concittadini si avvide del pericolo, nessuno ebbe sospetto della trama, e un povero diavolo di giornalista, il quale si era permesso spargere sul conto dei nostri nemici qualche insinuazione maligna, venne accolto a fischiate e più tardi fatto in pezzi dalla moltitudine. Dietro un tale esempio, la stampa indipendente ed onesta di Troia non ebbe che una voce per approvare ed encomiare l’operato dei Greci.
Pref. (da sè a mezza voce). Conosco il sistema della stampa onesta e indipendente...
Enea (volgendosi al Prefetto). In tutti i paesi si assomiglia. Stampa indipendente e onesta è quella che non si vende, ma viceversa poi, si lascia comperare da chi le offre il miglior partito.
Did. Proseguite senza interruzioni, nobile troiano. La vostra facondia mi commuove...
Enea. I duecento traditori, rinchiusi nell’enorme ventraja...
Coro. —– Dapprima erano mille...
Poi, furon quattrocento...
Ed or—nuovo miracolo!
Divennero duecento...
Did. ——–Zitti! silenzio... o ch’io...
Pref. ——Dov’è l’educazione?...
Enea (alzandosi)
Con questo mormorìo
Non posso proseguir.
Questore (minaccioso)
Se più lo disturbate...
Did. (a Enea)
Da bravo, terminate...
Coro. —– Enea; fa minga el ciall!
Va innanz con i tò ball!
Enea (sedendo). Come dunque vi dicevo, i cento cinquanta Danai rinchiusi nel cavallo attendevano le tenebre per dare effetto al loro scellerato stratagemma. Al sorgere della notte...
(squillo di trombe)
Tutti. Qual fragore! che sarà?...
Minacciata è la città...
Voci lontane.
Viva Jarba imperator...
La sua barba fa terror...
Did. (alzandosi vivamente) Accorrete... accorrete... Questi lugubri suoni anunziano l’arrivo del feroce imperatore, che, superbo della sua lunga barba e del suo immenso potere, osò concepire l’assurdo pensiero di rendermi spergiura alle ceneri del mio defunto Sichéo... Muovetegli incontro; arrestate, se è possibile, la sua marcia impetuosa... Ditegli che due lunghi giorni di vedovanza non hanno ancora cancellata dal mio cuore la imagine cara di un uomo, il quale, se non era il più giovane e il più ardente dei mariti, era pur sempre il più mite e il più condiscendente dei re costituzionali.
(Tutti escono dalla sala, ad eccezione dei Troiani, i quali sembrano esitare ad allontanarsi dal buffet).
Enea. Acate... miei fidi Troiani.... non avete udito gli ordini della regina?.... Uscite.... Accorrete incontro allo sconsigliato filibustiere che ardisce disturbare la pace della vostra e mia regina... Ordinategli di prender tosto il cammino di viceversa, e in caso che egli resista... fate uso moderato e prudente delle vostre armi di precisione.
(Enea spinge i Troiani ad uscire e quindi si arresta in disparte).
Did. Tutti sono partiti... Profittiamo della solitudine per leggere questo biglietto incendiario che il bel troiano mi ha insinuato tra il corsetto e la ciccia a mezzo del suo intelligente fratellino.
(Cava dal corsetto un biglietto e legge).
«Io vi amo, regina.... fissatemi un luogo... un’ora... dove io possa trovarmi da solo a sola con voi... (è spiccio questo troiano!) Gli Dei hanno stabilito che io debba andare pellegrinando sulla terra e sui mari, finchè non abbia trovato un punto geografico qualunque per piantarvi l’Italia.—Voi non avete che a proferire una parola, ed io, coll’aiuto vostro, pianterò l’Italia in questa medesima reggia, sui gradini del vostro trono. Spero di essermi spiegato abbastanza, od almeno mi lusingo che voi mi abbiate compreso. Attendo un cenno della M. V., della quale mi dichiaro fin d’ora: devotissimo suddito e impazientissimo amante
Enea degli Anchisi
Emigrato troiano
e Re d’Italia in aspettativa.»
(baciando il biglietto) Se questo non è il linguaggio della passione... Ah! nessuno... nemmeno il mio primo innamorato.... il parrucchiere della regina madre.... seppe mai indirizzarmi parole così acute e penetranti... Tutto ben considerato, sarebbe una follia perdere il tempo... Enea... mio caro... mio amatissimo Enea.... abbiti questi baci in anticipazione... (baciando più volte il biglietto) e il rimanente... al più presto possibile.
Enea (accorrendo e gettandosi ai piedi della regina) E debbo... e posso credere?...
Did. (vivamente). Alzatevi, sciagurato! Voi meritereste...
Enea. Didone... bella Didone... Se i miei occhi non mi hanno ingannato... io vi ho veduta baciare con trasporto quel biglietto...
Did. (severamente) E oseresti... supporre!... (da sè) Venere santa... gli ho dato del tu senza avvedermene.... Ed ora come si rimedia?
Enea (stringendo i piedi di Didone che vorrebbe alzarsi e obbligandola a trattenersi sul trono) Oramai la parola ti è sfuggita. Io ho sentito dalle tue belle labbra scoccare quel tu, che simile al turacciolo progettato da una bottiglia di birra, rappresenta la fermentazione irrepressibile di un cuore innamorato...
Voci (più vicine) Viva Jarba imperator!
Did. Enea: vuoi tu lasciar in pace i miei stivaletti?... Non odi quelle vOci... il fragor di quelle trombe?...
Enea. No, non ti lascio... Esalerò la mia anima su questi odorosi sandalettì di bulgaro, a meno che io non ti oda proferire quella desiderata parola...
Voci (più vicine). La sua barba fa terror!
Did. (colla più viva agitazione) Alzati... Ebbene: sì, scellerato—sì, troiano birbone—io ti amo... io ti adoro... Ma ora, come faremo noi a disfarci di questo stupido e prepotente signore dei Mori che ha giurato, o viva o morta, di possedermi?
Enea. Amore ci darà le armi per combatterlo... Noi... lo ammazzeremo...
Did. Ammazzarlo! quale imprudenza!... No... Enea.... io non permetterò giammai che dentro la mia reggia venga sparso del sangue.
Enea. E credi tu, regina, che per ammazzare un uomo, sia proprio necessario di ricorrere al salasso? Lasciami fare, Didone.... Avvi un’ arma invisibile ad occhio nudo ma più potente delle catapulte e delle freccie avvelenate.... Un’arma.... che serve? Quando io l’avrò nominata, non tarderai un istante a comprendere ciò che essa possa operare di micidiale, senza lasciare veruna traccia. Tu hai già capito, o regina, che l’arma cui voglio alludere, è quella del ridicolo. Sei tu disposta ad assecondarmi?
Did. Il ridicolo!... ma io...
Enea. Innanzi tutto tu devi accogliere quello stupido imperatore coi segni della più glaciale indifferenza...
Did. Nulla di più facile: e poi?...
Enea. Non rivolgergli mai una parola... non degnarlo di uno sguardo...
Did. Anche questo è facilissimo. E poi?
Enea. E poi.... Al resto penserò io, mia gatta... (baciandole con passione l’avambraccio).
Did. Mia gatta!... non ti capisco.... Che vuoi tu dire con questa bizzarra espressione?
Enea. Gli è un vezzeggiativo d’amore che si usa fra noi troiani... Ma silenzio!... riprendiamo la nostra posa solenne. L’imperatore si avanza—fingiamo di non vederlo.
(Enea si pone a sedere, come poco dianzi, nel mezzo della scena).
SCENA TERZA.
Tutti i personaggi che erano nella sala al principio della scena precedente, rientrano e introducono Jarba re dei Mori, accompagnato da numeroso seguito. Il Prefetto indica a Jarba il trono che sorge dirimpetto a quello della Regina.—Orbech distribuisce delle svanziche ai Cartaginesi ed ai Troiani. Jarba, nel salire i gradini del trono, si trova impacciato dalla sua lunga barba, che gli viene più volte sotto i piedi.
Coro. Al sommo Jarba—gloria ed onore...
Quanta ricchezza! quanto splendore!
Miglior marito—bella Didone,
Prence più nobile—di lui non v’ha.
Ah! se tu perdi quest’occasione...
La truppa e il popolo—insorgerà.
Did. (ad Enea, dopo aver rivolto a Jarba un freddo saluto) Tu dicevi dunque... voi dicevate... mio nobile degli Anchisi... Voi dicevate che i perfidi Greci, dopo aver introdotto nella città un colossale cavallo...
Enea. Attendevano, rinchiusi nella enorme ventraia, di dar esecuzione col favor delle tenebre al loro iniquo disegno. Infatti, non appena i Troiani si furono ritirati nelle loro case per riposarsi dalle fatiche del giorno; quando la notte ebbe steso sui palazzi superbi e sugli umili tugurii il suo nero mantello, quegli infami sbucarono tacitamente dal nascondiglio, e spargendosi nelle vie, appiccarono il fuoco, senza che alcuno s’avvedesse, ai principali stabilimenti della città...
Jarba (ridendo forte). Ah! Ah!... Mi affér letto questa istoria... Ah! Ah!...
Enea (volgendosi bruscamente a Jarba). Chi ardisce ridere quando io favello?... ah... siete voi... Maestà!... Perdonate alla mia franchezza; ma mi pare che, malgrado l’origine principesca dei vostri natali, malgrado il titolo di Imperatore che portate, non so quanto legittimamente, dovreste aver letto nel Galateo che l’interrompere chi parla, e ciò ch’è peggio, ridere sguaiatamente per un serio racconto, è atto villano, scortese e temerario.
Jarba (ridendo a crepapelle). Ah! ah! Ti foler mi star serio!... E ti mi foler far cretere che ti notte troiana non fedér fuoco?...
Did. Avanti, illustre Enea!...
Tutti (gridando confusamente).
No! no! ci spieghi un poco...
Come fra quelle tenebre
Nessuno ha visto il fuoco?
Il caso è inverosimile...
Qui c’è contraddizione...
Enea è un imbroglione...
Enea (alzandosi impetuosamente).
Tutto vi spiegherò...
Did. La vostra narrazione
Compite...
Tutti. ———Basta! no!...
(Tumulto, grida generali; Didone, Enea e Jarba, ciascuno a loro volta, fanno dei gesti per imporre silenzio all’adunanza. Alla fine, calmato il baccano, Enea si asside e ripiglia il discorso).
Enea. Oggimai, poichè le cose sono giunte a tale che l’autorità della mia parola non basta a rassicurare pienamente gli animi irritati dalle gare e dalle passioni di partito; e vedendo altresì che i dubbi suscitati (additando Jarba che non cessa di ridere) dall’augusto monarca qui presente, non derivano che dall’ignoranza completa dei meccanismi stupendi, pei quali ai dì nostri si può creare la luce; non mi resta, per convincervi d’un solo tratto, che a mostrarvi questo involto (cava dalla giberna una scatoletta di zolfanelli), dove stanno rinchiusi non meno di duecento fiammiferi fulminanti. (Levando uno zolfanello dalla scatola). Vedete voi questo fuscellino di legno, quasi impercettibile all’occhio, e leggiero come una pagliuzza?... Ebbene: non avete che a confricarlo leggermente sulla scatoletta, sulle vostre vesti, sulla muraglia, perchè ne divampi con subito scoppiettio una fiammella vivacissima, atta a suscitare inestinguibili incendii. Se volete, o signori, che io ne faccia subito l’esperimento...
Alcuni. –Sì... sì... vediamo!
Altri. —Non ci fidiamo...
Did. ——Lasciamo fare...
Jarba. —Mi... mi... poffare! (si alza, e strappa di mano ad Enea la scatola dei fiammiferi).
Enea (sottovoce a Didone).
Stiamo a vedere...
Si riderà...
Jarba (ad Enea con un zolfanello alla mano).
Ti far fedére
Come si fa...
Tutti. –Attenti! attenti!
Che mai sarà?
(Jarba, seguendo le indicazioni di Enea, si pone con incredibile pacatezza a confricare lo zolfanello sulla scatoletta. Tutti gli sguardi sono rivolti a lui. Breve silenzio. Dopo due o tre prove, lo zolfanello divampa e mette fuoco alla folta barba dell’imperatore).
Tutti (allontanandosi da Jarba con un grido di spavento).
Per Giove massimo!
Al fuoco! al fuoco!
Presto... le macchine!
Pompieri... olà!
Jarba (rovesciandosi sui gradini del trono colla barba in fiamme).
Maletettissimo!...
Al fuoco! al fuoco!
Presto... le macchine!
Pompieri... olà!
Enea (a Didone prendendola pel braccio).
Dimmi in qual’ora...
Dimmi in qual loco...
Ti saría comodo?
Did. –—Fuggiam di qua,..
Pompieri (accorrendo colle macchine e dirigendo le pompe verso Jarba).
In men d’un’ora,
O illustre Jarba,
La vostra barba
Si spegnerà.
(Le pompe schizzano acqua contro il viso di Jarba. Didone ed Enea si allontanano abbracciati. Anna dà il braccio ad Acate. Clivia e le altre damigelle si afferrano al braccio di Meronte, d’Ippanto e d’altri. Frattanto alcuni Troiani, profittando dello scompiglio, intascano destramente le posate e i candellieri che stanno sul buffet.
Il Prefetto ed il Questore si fermano sulla porta per animare i pompieri. Orbech sarà scomparso al primo grido dell’imperatore).
CALA IL SIPARIO.