ATTO TERZO
SCENA PRIMA.
Atrio nella Reggia di Didone.
Didone in abito da caccia, il Ministro delle finanze, il Prefetto.
Did. Insomma, pensateci voi... Vi hanno dei doveri internazionali che debbono essere rispettati da qualunque governo civile; fra questi io pongo in prima linea il dovere dell’ospitalità. Non sia detto che dai nostri liberi Stati venisse respinta questa illustre falange di emigrati politici, i quali non sono rei d’altro delitto, fuorchè di aver veduto la loro patria consumarsi in un incendio. È dunque necessario che il Parlamento decreti una somma speciale pel mantenimento dell’emigrazione troiana. Voglio che a ciascun emigrato si assegni un sussidio mensile in ragione della nascita, dei titoli, dei gradi, delle cariche civili e militari. Io sono d’avviso che un buon prestito di cinquecento milioni provvederà sufficientemente alla bisogna. Che ne dite, onorevole ministro delle finanze?
Min. La Maestà Vostra non deve ignorare che ogni qualvolta un’operazione finanziaria di tal genere incontrò nel paese delle serie difficoltà, queste non partirono mai dal suo gabinetto. Non oserò però dissimulare all’Altezza Vostra che da alcun tempo l’opposizione si è molto rinvigorita alla Camera, e vi è a temere che la misura di stanziare una somma per sussidio dell’emigrazione troiana abbia ad essere respinta non solamente dalla sinistra, ma anche dal terzo partito.
Pref. Sicuramente. Il terzo partito è forte...
Did. Voi pure, onorevole Prefetto, siete d’avviso che la proposta non incontrerebbe l’approvazione della maggioranza?
Pref. Ho detto che il terzo partito è forte...
Min. La sinistra è compatta...
Did. La sinistra!... Il terzo partito! Mi fate ridere, onorevoli amici. Sarà dunque vero che io... io donna inesperta e quasi esordiente alla vita politica, debba spiegare a voi i meccanismi segreti del sistema costituzionale, e insegnarvi in qual modo si formino alla Camera le maggioranze? I deputati della sinistra vi fanno paura... Ma non avete ancora capito che la più parte di questi signori non attendono, non vagheggiano che una occasione favorevole per passare alla destra con armi e bagaglio? Gli uomini del partito governativo per essi sono gente venduta; ogni qualvolta la maggioranza vota in nostro favore, i sinistri esclamano alla corruzione... Non vi pare che con questa maniera di linguaggio essi vi dicano apertamente: signori ministri, lasciate correre qualche spicciolo e saremo con voi?... Ho assistito qualche volta dalla tribuna reale alle sedute della Camera; e sempre, quando intesi un deputato dell’opposizione apostrofare un onorevole della destra col titolo di venduto e di corrotto, negli sguardi dell’oratore, nella concitazione dei gesti, nell’enfasi delle declamazioni mi parve leggere questo segreto concetto: non vi ha dunque nessuno, proprio nessuno che finalmente mi usi la buona grazia di comperarmi!
Min. Ah! Regina! non credo adularvi asserendo che in questo momento voi siete all’altezza della situazione...
Pref. Che l’ombra del vostro augusto consorte mi perdoni, se io non esito a proclamare che mentre a quell’ottimo Re noi dobbiamo saper grado dello Statuto accordatoci, voi prima, voi sola ci avete insegnato ad interpretarlo e ad applicarlo in maniera che desso riesca a vero vantaggio del paese.
Did. Dunque?...
Min. S’è capito...
Pref. Lasciate fare, regina...
Did. Quanti sono i deputati della destra?
Min. Centoventuno.
DId. Quelli di sinistra... e del terzo partito?
Min. Centoventisette...
Did. Bisogna, perchè passi la legge, assicurarsi un’altra trentina di voti... Mi avete inteso? Convien comperare... e corrompere; e gli uomini da comperare e da corrompere, voi sapete oramai dove si trovano. Solamente vi raccomando di dare la preferenza ai più spiantati, i quali costano meno, ed hanno anche (bisogna esser giusti) un certo diritto di precedere i colleghi.
(squillo di corni)
Pref. Regina... i corni hanno dato il segnale della caccia...
Did. Addio, ministro... A rivederci, onorevole Prefetto... Voi mi raggiungerete più tardi... Se Jarba domanda di me, ditegli che per tutta la giornata sarò invisibile. La festa d’oggi vuoi esser tutta dedicata all’illustre degli Anchisi ed ai nobili suoi seguaci. Se quel superbo e brutale imperatore se ne immischiasse, potrebbero nascere tali agitazioni e tumulti da mettere in fuga la selvaggina e compromettere l’ordine materiale del paese.
Min. Vi auguro buona caccia... Ma ho paura che con questo maledetto scirocco gli uccelli non si levino...
Pref. La regina non ha che a presentarsi... a muovere uno sguardo...
Did. (che si sarà affacciata alla finestra). Enea monta a cavallo... Aspettatemi... Aspetta, tesoro... (esce rapidamente).
Pref. (da sè allontanandosi) Pazza... per quel troiano... maledetto...
Min. (da sè) Bisogna spacciare quel troiano, o il paese è perduto (esce).
SCENA SECONDA.
Fitta boscaglia.—A destra una grotta.—Giove trasformato in pavone si avanza cantarellando.
Io sono il padre Giove
Del gran Saturno figlio,
Che l’universo muove
Coll’aggrottar del ciglio;
Dei Numi io sono il principe,
Padron delle saette,
Coll’occhio mio fulmineo
Friggo le cotolette,
Mando quaggiù il diluvio
Quando dal cielo io sputo,
Fo con un mio starnuto
L’Olimpo traballar.
E ardisce una pettegola
Opporsi alle mie voglie?
Dovrò subir l’imperio
D’una aggrinzita moglie,
E del gran regno italico
I fati ritardar?...
Vien gente—su quel frassino
Poniamci ad esplorar.
(vola in cima a un frassino)
SCENA TERZA.
Giunone in abito da puff con un berretto frigio sulla testa. Euro, Eolo in abito da gesuiti.—Giove sulla pianta.
Giun. —Qui nessuno ci ascolta...
Tutti.—————Cospiriamo!
Per chi nel mondo
Nulla sa far,
Non v’è mestier più comodo e giocondo
Che il cospirar.
Sì: cospiriamo:
Noi siamo nati,
Siamo pagati
Per cospirar!
Giunone.
Di che si tratta—voi ben sapete,
Qual è il mio scopo—già conoscete...
I Venti.
Nulla sappiamo—non comprendiamo...
Ma nati siamo—per cospirar.
Giunone (distribuendo dei soffietti).
Doman con questi mantici
Sul mondo soffierete,
Pioggia, saette, grandine,
Dal ciel provocherete:
Sicchè qual salce pieghisi
Il tronco più gagliardo,
E in cima al San Bernardo
Levi suoi flutti il mar.
I Venti (provano i soffietti, e quindi li depongono ai piedi dell’albero).
Da questi mantici
Noi soffieremo,
Sconvolgeremo
La terra e il mar;
Noi siamo nati,
Siamo pagati
Sol per sconvolgere,
Per disturbar.
Giun. Questi soffietti vanno a meraviglia... Vedete: solamente col farne la prova avete già suscitato un temporale che, a dir vero, non combina gran fatto colle mie vedute politiche... Riprendete quegli strumenti, e procacciate, con due o tre soffi, di mandar via quelle nuvole opache che ci stanno sulla testa...
(Durante le parole di Giunone, Giove sarà disceso rapidamente dal frassino, e avrà, con due colpi di becco, strappate le linguette ai due soffietti).
Eolo (soffiando). Cribbio! la macchina è guasta...
Euro (c. s.). Chi mai ha portato via la linguetta di corame...?
(scroscio di tuono)
Giun. Imbecilli! non vi resta dunque più fiato nei polmoni? Soffiate.... soffiate dalla bocca... finchè siamo ancora in tempo... Per nonno Saturno, già la pioggia incomincia... Fate presto, vi dico! (si volge per cercare Eolo ed Euro, ma questi sono fuggiti) Ah! mascalzoni!... sempre così!... Fin quando non vi è pericolo, sfidano terra e cielo; al primo scroscio di temporale, chi si è visto, si è visto... (correndo sotto la pioggia e chiamando a gran voce:) Euro! Eolo! feccia di bricconi... che Giove vi fulmini per via! (esce).
Giove (sulla pianta). Ah! Ah! Vedete se quella Giunone mi vuoi bene! Io debbo a lei, a lei sola, se questo improvviso temporale viene ad affrettare il compimento dei miei disegni. Didone ed Enea verranno a ricoverarsi in quella grotta... e siccome da cosa nasce cosa, vale a dire:—dalla possessione nasce il disgusto... ergo... ergo... quapropter... sono un Dio... «Intendami chi può che m’intend’io.»
(si nasconde fra i rami).
SCENA QUARTA.
Enea e Didone che si avanzano sotto un ombrello di tela cerata.—Il temporale imperversa.
Enea. Affrettiamoci verso la reggia... La pioggia è così dannata, che non vi è ombrello il quale possa difenderci...
Did. Tornare dalla caccia senza aver preso un uccello... Ciò non mi è mai accaduto. Ti confesso, diletto Enea, che il mio amor proprio di donna e di regina ne soffre maledettamente...
Enea. Credete... regina... Con questa acqua, con questo vento...
Did. Oh! che vedo? Una grotta! Se entrassimo là dentro... Che te ne pare?...
Enea. Non posso astenermi dal farvi riflettere che le grotte sono ordinariamente ricettacolo di belve e di serpenti...
Cid. (con voce carezzante) In quella grotta non ci sono belve... Io l’ho visitata più volte in ottima compagnia, e ti assicuro che se vi ho trovato dei serpenti a sonaglio, questi non mi hanno procurato che delle distrazioni gradevolissime...
Enea. (Questa donna è sopracarica di elettricità...)
Did. Vieni dunque!...
Enea. Entriamo!... (facendo dei complimenti sull’ingresso della grotta). Maestà... precedetemi...
Did. (saltandogli al collo e traendolo seco) Lasciamo i complimenti.—In presenza di un temporale, ogni disuguaglianza sparisce...
(Giove, annoiato di attendere, soffia dal naso uno starnuto, che produce il rombo del tuono. Enea e Didone si precipitano nella grotta).
SCENA QUINTA.
Acate indi Enea.
Acate (venendo da sinistra). Queste cartaginesi sono insaziabili. Lode a Giove, son riuscito a liberarmi dalla principessa Anna e a rinviarla alla reggia. Buon per me che la grandine è venuta in mio soccorso, traforandomi l’ombrello. Numi immortali, che proteggete l’Italia futura, operate qualche prodigio in favore dell’augusto mio principe, ond’egli riesca a svincolarsi dalle panie amorose, in cui lo tien stretto e avviluppato la regina. Frattanto, nella mia qualità di fido, ho compartito gli ordini perchè tutti si tengano pronti alla partenza. Il ministro della marina, al quale abilmente ho promesso la croce di commendatore, ha messo a nostra disposizione uno dei più bei navigli dello Stato.
Enea (uscendo dalla grotta). La pioggia è cessata... La regina assopita in profondo letargo... Oh! chi vedo? Acate... il mio fido...
Acate. Augusto sire, io andava in traccia di voi...
Enea. A bassa voce, per carità!... La regina di Cartagine giace svenuta in quella grotta... Converrà profittare del fausto accidente per correre alle navi coi nostri, e sciogliere immediatamente le vele alla volta d’Italia. Se debbo credere ad un sogno che ho fatto la scorsa notte, i venti ci saranno propizii.
SCENA SESTA.
Eolo, Euro, Enea, Agate.
Eolo. Sì, noi siamo teco...
Euro. E per voler di Giove, disposti ad ogni tuo cenno.
Enea. Qual è il vostro nome, o nobili amici?
Euro. Euro, a’ tuoi ordini.
Eolo. Eolo, per servirti, se al fratello non basterà il fiato...
Enea. Venite, dunque!... E tu, fido Acate, rimani qui un breve istante per tenere a bada la regina, nel caso ch’ella si destasse e chiedesse di me... Se poi la tua fervida fantasia ti suggerisse qualche abile strattagemma per liberarti più presto da questa seccatura, opra di tuo senno. Ma... qual rumore! chi vedo!!! Jarba, il re moro, che si avanza a gran passi, colla sciabola sguainata, e seguito da un drappello de’ suoi cosacchi... Per Giove! la nostra posizione si fa difficile... Qui ci vuol del coraggio...
Acate. Sì: ci vuol del coraggio! fuggite!...
Enea. Ma se egli mi insegue...
Acate. Fuggite, vi replico!
Eolo—Euro (spiegando le ali). Sulle ali dei venti!
Enea. Grazie, nobili amici, mi ero scordato...
(Enea sale in groppa ai venti, che subito prendono il volo verso la spiaggia).
SCENA SETTIMA.
Jarba, Acate.—Seguaci di Jarba.
Jarba (ad Acate). Affere visto brincipe troiano?
Acate. Illustre re dei Mori, se voi intendete parlare dell’augusto Enea, levate gli sguardi, miratelo, egli parte in questo istante sulle ali dei venti.
Jarba. Toffe diretto?...
Acate. Alle navi, dove fra poco io dovrei raggiungerlo. Stretto da imperiose necessità, non ultima delle quali il desiderio vivissimo di affrettare i fati d’Italia, egli mi esprimeva poco dianzi il più vivo rammarico nel dover partire senza porgervi di persona gli attestati della sua stima e della sua inalterabile benevolenza. L’Italia ha bisogno di alleati, mi diceva, ed io contava assai su questo generoso e illuminato monarca... Ma il tempo stringe; come vi ho detto, è d’uopo ch’io non indugi un istante a raggiungere il mio principe. Degnatevi dunque accogliere, o illustre Jarba, questa testimonianza palpabile dell’alto concetto in che noi vi teniamo, il mio principe, il mio popolo ed io, e sia questo un primo, indissolubile legame, che stringa due sovrani creati per intendersi, e due nazioni sorelle (sottovoce) create per... esecrarsi (leva di tasca un astuccio e lo porge a Jarba).
Jarba. Cossa star questo?
Acate. Il gran collare della Denunziata...
Jarba (al colmo dell’ira). Non statte cane io... Non metter collare...
Acate (da sè). Giove mi aiuti ad uscir dalle grinfe di questo barbaro, che non intende ragione... (forte ad Jarba) Ma non sapete, augustissimo Jarba, che questa è una delle onorificenze più insigni che un monarca possa conferire ad altro monarca? Non sapete che, mettendovi al collo questo cordone dorato, voi diventate cugino del nostro re?
Jarba (ruggendo colla schiuma alla bocca). State palle, palle, palle, sempre palle troiane! (volgendosi ai suoi) Impatronittevi ti questo imbosture, che mi foler metter collare come cane intanto che l’altro porta via pella Titone!
Acate (da sè). Quale idea luminosa! (a Jarba) Ah! voi temete un inganno! Voi diffidate del mio principe! Voi credete che un troiano di sangue sia capace di un tradimento! Voi imaginate che il nomignolo di fido me le abbiano dato per burla! Volete saperlo, dove si trova in questo momento la vostra Didone? Volete che io ve la metta in braccio? Degnatevi, Maestà, di chinare l’augusto orecchio alla portata delle mie umili labbra, ed io vi mostrerò di quali sacrifizii sia capace un troiano per procacciare al futuro regno d’Italia delle alleanze solide e durature.
Jarba (avvicinandosi ad Acate). Foi dite che bella Tittone?... (Acate parla sommessamente all’orecchio di Jarba, che fa gli occhiacci guardando verso la grotta).
Voci lontane.
Addio, mia bella, addio!
La flotta se ne va...
Se non partissi anch’io
Sarebbe una viltà...
Acate (a Jarba). Entrate in punta di piedi.... La grotta è oscura.... non perdete un istante...
Jarba (volgendosi ai suoi seguaci). Accompagnate troiano fino al porto... Salutate tanto mio illustre cugino Enea... Tittegli che, fra poco, se i Numi mi assistono, diferrò anche cognato (Jarba entra nella grotta).
Acate (ai soldati di Jarba). Mamalucchi, seguitemi!... Ah! voi potete ben vantarvi di avere un monarca che si occupa seriamente della felicità del suo popolo.
SCENA OTTAVA.
La sala delle Cariatidi nel Palazzo Reale.
La principessa Anna, Berta, Clivia, Rubinia, suonatori che salgono sovra una impalcatura, Comici, Corifei e Ballerine nel fondo della scena. Il maggiordomo ed altri servi affaccendati.
Anna (alle damigelle che formano cerchio sul davanti della scena). Comincio ad essere inquieta. Come avviene che la mia augusta sorella non torna ancora dalla caccia, con un tempo così indiavolato? Spero bene che qualcuno, o qualcuna, avrà pensato a mandarle un paracqua!
Berta. Mah!
Clivia. Spero anch’io...
Rubinia. Sicuramente.... si doveva pensare...
Anna (volgendosi al Maggiordomo). Dite un po’, maggiordomo: avete pensato a mandare una dozzina di ombrelli nella foresta dove la regina sta cacciando col nobile troiano?
Magg. Si è pensato di fatto, ma nelle guardarobe reali non s’è trovato più nè un paracqua, nè un parasole, nè un paravento... Pare che questi illustri troiani...
Anna (con sdegno). Zitto là, imbecillone! Oseresti supporre?... (con qualche inquietudine) Ma quanto tardano a tornare?... Il biondo aveva promesso di raggiungermi alla reggia entro dieci minuti (consultando l’orologio). Per bacco! in ritardo di mezz’ora!... Se i treni della ferrovia non mi avessero abituata a tali inconvenienti, per Giove comincerei ad inquietarmi... Si può ben perdonare al più tenero degli amanti ciò che si tollera da una locomotiva a vapore (va a passeggiare nel fondo della scena).
Berta (sottovoce alle ancelle). Il mio morettino è andato ad appiattarsi in cantina, dove io ho promesso di raggiungerlo appena saranno cominciate le danze.
Clivia. Sono inquieta pel mio piccolo Ascanio...
Rubinia. Saresti innamorata di quel monelluccio?
Clivia. Ciascuno ha i suoi gusti... Non darei il dito mignolo di quell’amore per tutto ii vecchio carcame del tuo Mironte...
Rubinia. Va pur là, che ti leccheresti le dita!... Mironte ha promesso di sposarmi e di condurmi con lui in Italia... alla prossima primavera... (Rumori diversi nel fondo della scena.)
Berta. Cos’è accaduto?... Quale scompiglio! Qualche disgrazia... senza dubbio...
Clivia. Il prefetto!
Rubinia. I ministri!
Berta. Il questore! (Tutte si avviano verso il fondo della scena, dove cresce l’agitazione).
SCENA ULTIMA.
Il Prefetto, i Ministri, il Questore, i suddetti, quindi Jarba, Orbech, Didone.—Guardie.—Soldati.—Giove ed altri Numi.
Prefetto (parlando sottovoce ai Ministri). Fra mezz’ora saranno usciti dal porto. La trireme che loro avete fornita, era in buon stato?
Min. della Marina. Non abbiamo nella nostra marina che una sola nave la quale possa starle al paro, l’Affondatore.
Pref. Tanto meglio—il nostro piano riuscirà. Era tempo che ci liberassimo da quei trojani. Frattanto vediamo di tener a bada queste pettegole... Ma, a proposito, dov’è la regina?
I Min. (volgendosi ad Anna ed alle ancelle, che in punta di piedi si sono avvicinate al crocchio per ascoltare). Dov’è la regina?... Dov’è la regina?
Anna. Secondo ogni probabilità, la mia augusta sorella si intrattiene ancora alla caccia col principe trojano...
Quest. Ma se il principe trojano...
Pref. (al Questore mettendogli un piede su un callo). Vuoi star zitto, testa d’oca! (alle donne). Io divido pienamente l’argutissima ipotesi della principessa preopinante. La regina dev’essere alla caccia.
(Rullo di tamburri.—Tutti accorrono verso il fondo delta scena.—In questo mentre, Giove e Giunone appariscono seguiti da altri Numi, e si intrattengono a cavalcioni di una nube all’altezza dei lampadari).
Giunone (a, Giove, irritatissima). Cedo le armi—tu hai vinto. Ma bada che questa vittoria ha segnato il principio della tua e della nostra decadenza. Fra due o tre secoli me ne darai delle nuove... Ma tu da qualche tempo non hai più occhi per vedere, nè orecchi per udire. Tu invecchi orribilmente, tesoro mio.
Giove. Me ne consolo. Invecchiando si diventa venerabili.
Giun. Dal venerabile all’imbecille non vi è che un passo.
Orb. (che si porta sul davanti della scena circondato dai ministri, dalle donne, ecc., ecc.) Sicuramente... Io ho avuto l’onore di scortare alla nave il fido Acate, quello che dopo Enea, rappresenta il pesce più grosso della nobile emigrazione trojana. Sono anche salito a bordo per stringere la mano al principe. Egli mi ha stretto la mano, e in benemerenza dell’alto servizio che io resi al suo fido, mi ha fatto cavaliere. Poi mi ha detto di attendere un istante—entrò nella cabina—e poco dopo ricomparve consegnandomi due lettere e questo grosso rotolo che ho l’onore di presentare colle mie riverite mani all’illustrissimo signor prefetto.
Pref. Consegnate (osservando la soprascritta della lettera). Questa per me, quest’altra per la regina... Leggiamo... quella della regina (si ritira in disparte, leggendo).
Anna (ad Orbech). Ho io ben inteso! Tu dici che il fido Acate...?
Orb. Imbarcato.
Clivia (ad Orbech). Gli altri trojani...?
Orb. Imbarcati.
Clivia. Il mio biondino...?
Orb. Imbarcato...
(Tutte le donne si affollano intorno ad Orbech, e dopo averlo interrogato, escono dalla sala, strappandosi i capelli).
Pref. In verità... la prolungata assenza della regina comincia ad inquietarmi.. Non vorrei che la troppo debole, o dirò meglio, troppo fosforica sovrana fosse partita con quell’audace filibustiere per collaborare con esso alla fondazione dell’Italia... (colpo di cannone).
Quest. Ora che il cannone ha parlato, finalmente si può sciogliere la lingua anche noi, I trojani sono usciti dal porto...
Did. Dov’è, dov’è il mio nobile trojano?
Pref. (sottovoce ai ministri). Come ardiremo palesarle...?
I Min. Col silenzio. (Tutti assentiscono e rimangono mutoli).
Did. Ma... che vedo? Non una delle mie donne... Qual lugubre silenzio!... Enea deve avermi preceduto di pochi passi... Egli era meco poc’anzi nella grotta...
Jarba (che sarà entrato e si terrà in disparte, dà in uno scroscio di risa). Ah! Ah!
Did. (volgendosi irritata). Chi ardisce ridere a me dinanzi?
Jarba (sempre ridendo, senza avanzarsi). Non state dinanzi, regina, non state dinanzi!
Did. (dopo aver osservato). Ah! quell’imbecille di Jarba!...
Pref. (ai Ministri che gli stanno intorno). Avete ragione. Pel nostro e pel decoro della nazione è necessario che la regina esca subito da questo equivoco. (volgendosi a Didone) Regina: in nome dello Statuto, degnate di assidervi per un istante sul vostro augusto trono, e di porgere orecchio all’importante documento che io avrò l’onore di leggervi.
Did. (salendo i gradini del trono). In verità dopo tante scosse morali non è sgradevole riposarsi alquanto sui velluti. Prefetto, leggete; e qualora il documento fosse lungo, procurate di tagliar corto. (sottovoce) Sarà andato a cangiar d’abiti.
Pref. (leggendo). L’Italia è una necessità geografica... Perchè il mondo, necessariamente condotto dalla sua conformazione sferica e direi quasi rotabile ad aggirarsi incessantemente sul suo perno, abbia un giorno o l’altro a bilanciarsi in un solido equilibrio, è necessario... (colpo di cannone).
Did. (balzando dal trono). Fulmine di Giove! Che è stato?... Ministri! Questore! Carabinieri! Prefetti...! Accorrete! osservate! riferite!—(sottovoce, più inquieta che mai) Per essere un principe trojano, mi pare che ei manchi un poco di civiltà. (Gran tumulto nella sala.)
Quest. (che avrà guardato da un canocchiale, nella direzione del porto). Per mille bombe! L’Affondatore che parte!...
Tutti. L’Affondatore...
Min Mar. Ma voi vi ingannate... osservate ancora... Nessuno ha dato ordine...
Quest. (guardando dal canocchiale). Ma sì... l’Affondatore... carico di... donne... Ah! Scommetto che anche mia moglie... Bisogna far partire un’altra nave... bisogna inseguire la sciagurata...
Min. Mar. Siete matto, Questore? Qual è la nave che possa tener dietro all’Affondatore? Qual vi è piroscafo tanto celere che possa raggiungerlo?
Varie voci. Sicuro! I tecnici ne sanno qualche cosa...
Quest. (guardando ancora dal canocchiale). Ah!
Tutti. Che c’è di nuovo?
Quest. L’Affondatore...?
Tutti. Ebbene!!!
Quest. Si è fermato...
Min. Naturale. Dal momento che non si può raggiungerlo, bisogna che ei si fermi. È ben educato! (Ilarità generale).
Did. Ma, infine! Si può sapere...?
Pref. (avanzandosi). Regina, voi avreste mille torti, se non militassero in vostro favore mille ragioni... Non è più tempo di diplomatizzare... I troiani sono partiti...
Did. (colpita). Avete detto... par...?
Pref. (simulando il massimo dolore)... titi!
Did. (quasi delirante). Ma il mio Neuccio... cioè... volevo dire... il mio nano... il principe degli Anchisi... sarebbe anche egli... par...?
Pref. Tito! Egli ve lo annunzia, o regina, in questo foglio profumato di tabacco: (leggendo) «Io parto, o regina, per adempiere al sovrano volere di Giove che desidera affrettare per mio mezzo i fati della futura Italia. Parto sulle ali dei venti, ma giuro che il mio pensiero tornerà incessantemente a voi sulle ali dell’amore...»
Did. (cascando nelle braccia del Prefetto) Io mi sento venir meno...
Pref. (traendola seco) Venite al buffet—un’ala di cappone vi rimetterà in forza...
Didone (passando dinanzi a Jarba, e volgendogli una occhiata assassina). Anche questo moro non mi dispiace... Gli farò credere che moro per lui.
(Rientrano nella sala il Questore, i Ministri, i Senatori e i grandi Dignitari della Corte).
Quest. È proprio il caso di gridare al miracolo... Se l’Affondatore non si fosse affondato, tutte le nostre signore avrebbero raggiunta la flotta di quei malcreati troiani...
Min. dell’Interno. Sapete voi, oculato funzionario, se in sull’Affondatore ci fosse per caso mia moglie?
Quest. C’era, ma quel per caso è di troppo.
Min. (con visibile gioia). E l’Affondatore sì è proprio sommerso?
Quest. Sommerso per metà...
Min. (sottovoce). Pur che ci fosse mia moglie...
Quest. Ne dubito... Le donne stanno sempre a galla degli avvenimenti... e noi le vedremo bentosto ricomparire in questa sala, gaje, petulanti, sfrontate, come se nulla fosse avvenuto.
Did. (tornando sul proscenio a braccio del Prefetto). Ma è proprio scandaloso. Avete osservato? Mia sorella Anna, Clivia, Rubinia e l’altre damigelle, che si intrattengono nel cortile colla soldatesca e coi famigli di questo Re Moro... (sottovoce) che in verità, a vederlo così sbarbato, non ha una fisonomia spiacente...
Pref. Le poverette cercano consolarsi come possono delle loro pene di cuore,—Ciò che fa meraviglia è che quella risciacquata a bordo dell’Affondatore non abbia ammorzato alquanto i loro fuochi latenti.
Did. Misteri del cuore di donna!
(Si avanzano, la principessa Anna al braccio di Orbech, Clivia, Rubinia e le altre donne accompagnate dagli ufficiali Mori).
Anna. (con vivacità). Olà! che fanno i suonatori? Presto! Un valtzer! Una polka! Viva l’allegria!
Voci deverse.
Viva la danza!
Viva la guardia mobile!
Viva gli uffiziali del settimo!
(Squilli di istrumenti metallici. Le coppie dei ballerini si avanzano).
Did. (furiosa). Alto là! Chi ardisce suonare in queste regali soglie senza un cenno della sovrana? Questore... arrestate immediatamente gli istromenti colpevoli...
(Terrore generale.—Le guardie di questura si avanzano).
Jarba (venendo dal buffet). Reccina... niente temere mie soltati... Io tare subito ortine partire immediatamente per mio accompagnamento a regno te miei padri...
Did. (volgendo a Jarba un’occhiata pregna di fluidi elettrici). Re Jarba, illustre e nerboruto principe della Mauritana calidissima terra; confesso di aver avuto dei torti con voi...
Jarba (ridendo). Ah! ah! niente torti, reccina.
Did. Ma sono pronta a ripararli... La solenne dimostrazione di simpatia che le mie donne, senza distinzione di età, porgono in questo momento ai vostri altrettanto valorosi che profumati uffiziali, mi imporrebbero quasi a dovere ciò che nel mio cuore di donna, di regina e di vedova, era già stabilito per forza di simpatia. Re Jarba, dimenticate i miei torti, io vi offro la mia mano, la metà del mio talamo e del mio trono, e tutto quanto il mio scettro in ricambio del vostro. Re Jarba, io sono a voi—consentite?
Tutti. Viva Jarba! viva Jarba!
Il possente imperator...
Or che rasa si è la barba
È gentil come un amor!
Jarba. Mi spiace molto, reccina, ma questo matrimonio impossibile... ed io partir subito con mie soltati...
Did. (sorpresa). Impossibile!... Ho io ben inteso, re Moro?... Ma quale impedimento?...
Jarba. Impetimento... canonico... Io statte vostro cugino (toccandosi il collare che gli ha donato Enea) per questo collare...
Did. (ridendo). Via, buon re Moro! questo non è che un simbolo di parentela... E poi... non vi ha chi lo ignora—i matrimoni fra cugini sono tollerati dalla Chiesa...
Jarba (ridendo). Non statte soltanto cugina... statte anche cognata...
Did. (turbandosi) Non vi comprendo...
Jarba (sottovoce alla regina). Stato anche io in crotta... stato in crotta scura, dopo Enea... Aver capito? E mille crazie!
Did. (delirante). Ah!... Che!... Tu!... Lui!... (cade tramortita).
Jarba (ai soldati). Partitt! In marcia chi vuol!
(Jarba si allontana seguito dai soldati, dalle donne, ecc.—I Ministri seguono il corteggio del re Jarba. Il Questore e alcuni dignitari di corte si fanno intorno a Didone svenuta, e le porgono i soccorsi richiesti dal caso).
Giove e gli altri Numi (dall’alto di una nuvola).
Hai già toccata la quarantina,
Pentiti, pentiti, vecchia regina...
Coi militari non darti impaccio,
Ai preti, ai frati gettati in braccio...
Did. (svegliandosi). Dove sono?.... Che è stato? Voi... Prefetto! Voi.... Questore! Lasciatemi! Ho bisogno di rimaner sola. (al Prefetto, consegnandogli alcuni biglietti da cento) Vi prego di mandare questo mio piccolo tributo alla Società della Propaganda per l’obolo. (al Questore) Incaricatevi voi di far celebrare domani un uffizio funebre a suffragio dell’augusto defunto che divise per tanti anni il suo scettro con me. Ed ora, allontanatevi!...
(Tutti se ne vanno).
Didone.
Sono io ben sola?... Sì! che altro mi resta?
Morir! L’ultima è questa
Gioia feral dai Numi inesorati
Concessa a noi.
(levando dalla borsa una scatoletta di fiammiferi)
Pegni di infausto amore,
Mostrüosi sterpi in cui si cela
L’ignea favilla che di tanti incendii
Fu prodiga alla terra, oh! siate voi
Di mia morte ministri!...
Esci dal legno
Fiamma letal. «Ardi la reggia e sia
Il cenere di lei la tomba mia.»
(Va strofinando gli zolfanelli, i quali producono un lieve schioppettio senza prender fuoco).
Oh, l’impostor!
Oh, il traditor!
Perfin coi fosfori
Mi corbellò...
Pur, qui nell’anima
M’arde un braciere,
Che alcun pompiere
Spegner non può.
(Una densa nube, in cui si avvoltolano Giove, Giunone, Venere ed altri Numi, discende sul palcoscenico, e sottrae Didone allo sguardo degli spettatori).
Giunone (a Giove). Non avrai tu pietà di questa infelice regina?...
Giove. Il suo fato è irrevocabile; ma ella vivrà immortale nella memoria dei posteri. Gli Italiani non sono ingrati, e laggiù, nel bel paese dove suonerà il sì, i poeti e i maestri di musica eterneranno la fama di lei con splendidi versi e con divine armonie. Le catastrofi luttuose precedono mai sempre le grandi innovazioni; perchè sorga un nuovo impero è necessario che altri imperi volgano a rovina.
Giun. Non hai tu veduto, spingendo il tuo sguardo fulmineo dentro la nube del secolo avvenire, che in questa Italia da te vagheggiata e favorita con tanto accanimento, verrà un giorno a stabilirsi un nuovo culto, pel quale noi saremo detronizzati?
Giove. Tanto meglio! Io sono maledettamente annoiato di fare il Nume. Desidero che qualcun altro ci si provi, e sarò lietissimo il giorno in cui mi verrà dato di rientrare nella vita privata. Oh! voglio un po’ godermela, allora!... Ma prima che l’Italia possa davvero chiamarsi nazione, dovran correre dei secoli, e molti. Tienti ben a mente ciò che ti dico, vecchia mia: l’Italia non potrà chiamarsi nazione fino al giorno in cui saranno abbattuti gli idoli che i nostri successori avranno sostituiti al mio bel muso ed al tuo...
Giun. Non ho l’onore di comprenderti.
Giove. Tanto meglio. Accendiamo la pipa, vecchia mia—e tu, Veneruccia, tu, la sola Dea veramente immortale, fatti innanzi e divertimi con quattro passi di cancan.
Venere (slanciandosi verso il proscenio). Ai tuoi ordini, babbo.
(cominciano le danze)
Giove (a Giunone). Non serve fare il broncio, vecchia mia. Fra quattro o cinque secoli noi saremo spodestati; ma questa nostra figliuola non cesserà mai di aver un culto in ogni parte del mondo. Tutti i grandi sconvolgimenti politici e sociali ebbero, hanno, ed avranno sempre origine da lei. E il mondo babbèo non cesserà mai di inneggiare al trionfo dei grandi principii.
(Il cancan prosegue animatissimo e cala il sipario).
Fine.