GIUSEPPE ROTA
Tutti conobbero il Rota coreografo, ma fu dato a pochissimi apprezzare la prodigiosa versatilità del suo ingegno e la sublime ingenuità del suo carattere. Era un'individualità potentemente organizzata—era il figlio delle lagune, il birrichino del Lido, che a sette anni scherzava colle onde, saltava sui burchielli, sfidava i barcaiuoli nella destrezza del remo e nella vivacità delle arguzie.
Quel fanciullo era una favilla di fuoco sprigionata dall'Oceano. A otto, a dieci anni, dopo avere nel corso della giornata tormentati e rallegrati colle sue celie i pesciaiuoli della piazza, dopo aver sdrucciolato come uno scoiattolo dagli alberi dei bastimenti, dopo aver sprezzato da gran signore le vetrine delle Procurative, dopo le estasi vespertine del lido: all'insaputa dei parenti egli compariva sulle scene di un piccolo teatro a rappresentarvi la parte di paggio, a sostenere lo strascico di un doge, a spargere di fiori il cammino di una sultana. In quel paggio inavvertito batteva fino d'allora un cuore di artista, un cuore che partecipava alle forti emozioni del palco scenico, che presagiva in quelli degli altri i suoi futuri trionfi.
Vi è molta analogia fra il carattere del Rota e quello dell'illustre cesellatore Benvenuto Cellini; due spiriti bollenti, impetuosi, predestinati ad una carriera avventurosa di immensi tripudî e di immensi dolori.
Rota era nato poeta come Benvenuto Cellini.—L'uno per caso divenne coreografo, come l'altro cesellatore; ma le opere di entrambi non cessano di essere poesia. Rota era anche un ingegno matematico—s'egli si fosse applicato seriamente alla scienza dei calcoli, alla geometria, alla meccanica, avrebbe fatto miracoli. Quali erano stati i suoi studi? Alle scuole elementari aveva imparato, come gli altri, a leggere, a scrivere, a far conti; poi, addio maestri! le assi del palco scenico divennero la sua palestra. È ben vero che dopo i primi successi delle sue composizioni coreografiche, vedendosi di un tratto elevato in una sfera sociale, ove la coscienza della sua scarsa coltura gli imponeva delle esitanze tormentose, avidamente egli si diede allo studio, percorrendo quanti libri di letteratura o di scienza gli venissero nelle mani. Sfiorando i volumi—egli indovinava gli autori. Assorbiva la scienza prima di averla meditata; applicando le teorie conquistate, egli rettificava i propri dubbi, consolidava il proprio sapere.
Nel 1859, ci recammo insieme a Parigi. Egli era scritturato al teatro dell'Opera per produrvi la sua Contessa di Egmont, ed io lo aveva seguito per collaborare a quello e ad altri programmi da ballo, come anche per servirgli da interprete. A quell'epoca il Rota non conosceva parola di francese.
Eravamo a Parigi da oltre una settimana, quando sì l'uno che l'altro fummo chiamati dal conte di Morny per discutere di una controversia insorta colla Direzione del teatro, a proposito del nuovo ballo. L'amico, affatto ignaro, come dissi, di lingua francese, mi lasciò parlare alcun tempo in sua vece, ma quando il conte di Morny, arbitro della questione, ebbe proferito il suo giudizio, Rota, senza darmi tempo di riprendere la parola, preso egli stesso a difendere le proprie ragioni con tal impeto di facondia, che il Conte ed altri personaggi presenti ne rimasero stupiti. Rota parlava una lingua di sua invenzione, un'idioma inaudito, che non era italiano, non era francese, ma tale da rendersi egualmente comprensibile a quanti lo udivano. Tutt'altri che lui avrebbe suscitato l'ilarità con quella strana forma di linguaggio—eppure non vi fu alcuno che si permettesse di sorridere, e forse nessuno avvertì che quell'uomo prodigioso improvvisava un nuovo vocabolario ed una nuova grammatica. Da quel giorno, da quel momento, Rota non ebbe più bisogno di interpreti; egli possedeva la lingua cosmopolita. È probabile che gli Apostoli, dopo il miracolo delle lingue di fuoco, parlassero di quella guisa.
E fu allo stesso Conte, che poi divenne Duca di Morny, che il Rota ebbe a presentare il piano di un suo telegrafo da guerra, ideato con ingegno ammirabile e più tardi usufruttato e applicato da altri. Napoleone III era partito per la guerra d'Italia—il Rota, per le inattese difficoltà insorte al teatro dell'Opera, non poteva mettere in scena il suo ballo.—Lo crederesti? mi diceva—io sono oltremodo contento che il mio contratto col teatro dell'Opera si sciolga. Mentre tutta Italia è in fermento di rivoluzione, mentre laggiù si combatte per l'indipendenza del nostro paese, mentre i nostri amici, i nostri fratelli danno il loro sangue—non ti pare che sarebbe vergogna se io mi trovassi là, sul palco scenico, a dirigere un esercito di ballerine?
L'amico sentiva di possedere un ingegno superiore alla propria arte, un cuore creato per dell'espansioni più nobili che non fossero quelle della coreografia.
Una mattina, egli entrò nella mia camera cogli occhi radianti.—Amico, mi disse: ho trovato il modo di prender parte alla guerra, di concorrere alla riuscita delle armi alleate! Ho inventato il telegrafo mobile per i campi di battaglia! Ho sentito più volte alcuni intimi del Rota, troppo ottusi per comprenderlo, o troppo invidiosi per rendergli giustizia, dargli taccia di visionario. Nessuna mente più positiva della sua.—Io aveva piena fede nei suoi calcoli—quand'egli diceva: ho trovato, per me non c'era più dubbio—in fatto di scienza matematica, il suo ingegno era infallibile. Mi spiegò il suo telegrafo mobile. Innanzi tutto si trattava di trasformare il filo conduttore in una catenella maneggevole, coperta d'una fodera od anche da una vernice isolante. Un battaglione di soldati a cavallo, di ciò specialmente incaricati, doveva improvvisare le sue linee telegrafiche sui vasti campi di battaglia, in guisa da tenere in comunicazione i diversi corpi d'armata seguendo i loro movimenti. La catenella telegrafica, sostenuta dalle picche dei soldati od anche abbandonata al terreno, poteva da un momento all'altro mutar direzione e diramarsi, secondo le eventualità, a tutti i punti del campo. Il povero Rota indovinava tutte le obiezioni che altri avrebbe potuto opporgli, aveva prevedute tutte le difficoltà pratiche, aveva concretata la sua invenzione su basi indiscutibili. L'idea era stata un lampo; i ritocchi, le modificazioni, i perfezionamenti non gli presero ventiquattr'ore di tempo. In due giorni tutto il lavoro era compíto. Egli aveva disegnate le sue batterie, aveva vestiti i suoi dragoni, segnate sulla carta tutte le evoluzioni strategiche. Era un grandioso ballabile militare, pel quale, colla celerità del lampo, si potevano diffondere in un vasto campo d'armata le parole o i pensieri del condottiero supremo. Ci recammo dal Conte di Morny per presentargli quel nuovo trovato. Il Conte, esaminando il disegno e i modelli, ascoltava pacato e quasi indifferente le spiegazioni dell'enfatico artista. Rota insisteva perchè il suo progetto fosse comunicato all'Imperatore, che in allora trovavasi a Milano—egli avrebbe desiderato che quella sua invenzione venisse tosto applicata a benifizio delle armate italiane e francesi. Di tal modo egli si compiaceva di pagare il suo tributo alla grande opera nazionale che si andava compiendo. Ma il Conte, senza impugnare il talento della invenzione, lasciò intravedere qualche dubbio sul risultato pratico di essa, e ritenne i quaderni per istudiarli, diceva, con miglior agio. Da quel giorno il Rota non seppe più nulla di quel suo trovato. Se non che, conchiusa la pace di Villafranca e tornato Napoleone a Parigi, dopo alcune settimane l'esperimento del telegrafo mobile ebbe luogo solennemente al campo di Marte, e con pieno successo. I procedimenti erano quei medesimi che il Rota aveva indicati al Conte di Morny ed esattamente sviluppati ne' suoi disegni; ma i fogli parigini attribuirono l'invenzione del telegrafo mobile ad un ignoto meccanico francese; e il povero Rota non ebbe altra rivendicazione fuor quella di una sterile protesta ch'egli fece inserire in qualche giornale italiano.
Fu a Parigi, in quei cinque mesi di vita condivisa, in mezzo alle agitazioni dell'arte e della politica, che io ebbi campo di ammirare i molteplici talenti del Rota, come anche i suoi nobili slanci patriottici. Era un italiano come pochi ve ne hanno. Con quel suo temperamento vulcanico egli era moderato. Amava l'Italia come un giovane di diciotto anni; ma era questa la sola passione colla quale egli era in grado di ragionare e di discutere. I suoi giudizi sugli uomini e sugli avvenimenti politici dell'epoca erano improntati da un buon senso che faceva stupire. Dopo le controversie al teatro dell'Opera, egli aveva perduto la protezione del ministro Fould e di altri personaggi influentissimi che in sulle prime gli si erano mostrati benevoli. Non restavagli che un solo amico, un solo difensore, e questi era uno sfegatato legittimista, il Conte di Monguyon, gran dilettante di teatri e amico intimo del Conte di Morny. Noi ci recavamo ogni mattina a visitare quel benevolo personaggio nel suo vecchio palazzo al sobborgo San Germano, e là si blatterava lungamente di coreografia, di musica, di ballerine, ed anche, com'era naturale, di politica e di guerra.
Il Conte, ispirandosi al Monde e ad altri giornali ultramontani, non cessava mai dal vaticinare disastri all'Italia ed a Napoleone. Questi, a suo credere, non sarebbe più rientrato sul suolo francese. Il Conte attendeva la prima sconfitta delle armi francesi e italiane sulle pianure di Lombardia per poter esclamare: il secondo Impero è finito!
Tutte le mattine, al nostro entrare nel salotto, il Conte aveva una brutta notizia a comunicarci—i suoi bollettini rappresentavano sempre l'antitesi di ciò che avevamo letto la sera innanzi nella Patrie o nel Siècle. Ci voleva, da parte nostra, una longanimità prodigiosa per subire tutte quelle sconfitte toccate all'Italia per opera della fantasia ultramontana. Ma il Conte era pel momento l'unico nostro mecenate, e metteva nel difendere la nostra causa artistica altrettanto accanimento quanto nell'avversare la nostra causa politica. Noi tacevamo, lasciavamo cadere i discorsi; procuravamo dissimulare la mala impressione di quelle sue istorie crudeli, le quali erano poi sempre smentite dai dispacci ufficiali.
Una mattina (e noi eravamo andati a fargli visita per sollecitare un favore della massima importanza), il vecchio legittimista ci accolse con volto radiante, e senza darci tempo di aprir bocca, ci sbuffò in viso, con una boccata di fumo, una fiaba più che mai inverosimile ed ingrata:—Il vostro Garibaldi è caduto prigioniero degli Austriaci a poca distanza da Varese.
A tale annunzio, il Rota fa preso da uno di quegli impeti gagliardi che caratterizzavano il di lui temperamento.
—Al diavolo la prudenza, e rompiamola una volta con questo imbecille!
Questo pensiero traluceva da' suoi occhi fiammanti. Al lampo dello sguardo successe immediata la parola, e questa parola era una assoluta e sdegnosa smentita.
—Non può avvenire che Garibaldi cada prigioniero! esclamò il Rota—i dispacci hanno mentito; se qualcuno venisse ad attestarmi di essersi trovato presente alla cattura di quel valoroso, io direi tosto a questo qualcuno: voi siete un impostore!
Il vecchio legittimista si dondolava sulla seggiola. Egli non si attendeva quel fulmine di insubordinazione.
—Mio Dio!… quanto calore!—esclamò dopo alcuni minuti—un generale può cadere prigioniero sul campo al pari dell'infimo soldato…
—Perdonate, signor Conte—riprese il Rota più calmo ma con nobile accento—Garibaldi può cadere ferito, Garibaldi può cader morto come l'ultimo de' suoi fantaccini, ma è impossibile, ve lo ripeto, che si lasci prendere prigioniero.
L'enfasi di quella risposta rivelava per la prima volta al vecchio legittimista il fiero carattere del suo protetto. Il Conte comprese di aver a fare con uno di quegli spiriti liberali che hanno tempra indomabile, e forse per la prima volta in sua vita egli ebbe a provare un sentimento di ammirazione per un vero patriota.
Qualche volta i suoi impeti avevano del selvaggio, ma sempre erano mossi da istinti generosi. Per creare sulla scena i suoi quadri plastici, egli soffiava nella materia il suo spirito prepotente; come il Dio della Genesi, egli urlava il suo fiat alla terra ed alle onde, agitava gli elementi, suscitava l'uomo dalla creta. Paolo Giorza è una creatura del Rota. Il giovane maestro si infiammava alla parola inebbriante del giovane coreografo. Vegliavano insieme le notti. Questi declamava i suoi concetti, evocando nella camera deserta i fantasmi del suo genio.—E intorno al pianoforte danzavano delle silfidi ideali, ispirando al giovane compositore di armonia una musica piena di moto e di lampi. Queste febbri dell'artista producevano il miracolo. Le danzatrici della Scala, cui le apostrofi vivaci, e spesso violente del Rota, mettevano terrore, alle prime rappresentazioni dei suoi balli parevano a loro volta invasate dal fuoco sacro. Nella festa del trionfo condiviso, esse acclamavano a lui, lo chiamavano il loro buon genio, il loro Dio.
Ma gli impeti del Rota, i suoi eccessi quasi selvaggi non erano soltanto occasionati dall'amore esuberante dell'arte. Più spesso, erano un fiero disprezzo della viltà, una reazione contro la prepotenza, una guerra alla ipocrisia; erano risentimenti infrenabili e tremendi contro la perversità umana. Vi sono degli uomini che paiono incaricati di rappresentare, nei confini della loro efficienza, il braccio della legge naturale—e tale era il Rota. Un debole oppresso dal forte, un impotente martoriato dalla brutalità, erano spettacoli intollerabili a quella ingenua e irritabile natura. Giungendo a Livorno per la ferrovia da Firenze, gli accadde una volta, in prossimità della stazione, di vedere un facchino percuotere un cavallo in modo sì spietato da suscitare la indignazione e il ribrezzo di quanti erano là presenti. La povera bestia scalpitava sotto le inumane battiture, ma, estenuata dalla fatica e impotente a trascinare più oltre il carico enorme, non si avanzava di un passo. Quella scena faceva orrore; ma nessuno dei passeggieri discesi dal convoglio osava intromettersi fra l'aguzzino e la bestia. Il Rota non potè contenersi, e volgendosi al facchino: come hai tu cuore, gli disse, di tormentare in siffatta guisa una povera bestia che non ha più fiato da reggersi? A quella ammonizione, il facchino imbestialisce e risponde con un ghigno sinistro. Per brutale rappresaglia, egli levò furiosamente la frusta, e col grosso del manico menò un tal colpo alla testa del povero animale da lasciarlo quasi tramortito.
—Mostro! cane! assassino!—urlò il Rota a quella vista—se tu osi toccare anche una volta quella povera bestia, io ti mando all'inferno con due palle di piombo nel cervello!—Così parlando, il Rota aveva tratto un revolver e lo aveva appuntato contro l'aguzzino, pronto a vibrare il suo colpo se quegli avesse osato reagire.
Erano presenti alla scena parecchie centinaia di persone. Tutti i cuori battevano per il Rota. In quel momento, in quella posa egli era formidabile. Il facchino, colla bava alla bocca, pallido, minaccioso, il suo enorme scudiscio sospeso sulla testa del cavallo, non poteva distogliere lo sguardo da quella nobile e potente figura che lo dominava, che imponeva ai suoi impeti brutali. Investito dalla indignazione popolare, quello zotico imbestialito subiva la più tremenda delle umiliazioni. Da' suoi occhi iniettati di sangue spirava l'anelito feroce della reazione—egli avrebbe voluto, col suo sguardo da basilisco, annientare il potente che gli stava dinanzi, od almeno, immolare in presenza di lui, il povero animale, oggetto di tanta commiserazione e di tanto interesse. Ma quell'uomo sanguinario non ebbe il coraggio della propria malvagità—egli indovinava che il menono atto di rappresaglia poteva essergli fatale. Comprendeva che quel revolver non era un lusso della minaccia—l'uomo che lo teneva appuntato non era di quelli che promettono invano. Se la palla fosse partita…. se quel vile aguzzino fosse rimasto sul terreno…. quale orrore! non è vero?… Uccidere un uomo per difesa di un animale…. irragionevole!… E su questa intonazione, il mondo avrebbe indubbiamente composto una litania di accuse e di contumelie all'indirizzo dell'artista—tutti avrebbero esclamato la riprovazione al pessimo soggetto, all'accattabrighe, al forsennato. E al Rota non mancarono accuse siffatte. La morale dei prudenti, dei circospetti, dei timidi, dei codardi—diciamolo pure—la morale della maggioranza, non ha che fare cogli impeti generosi di questi caratteri interi e robusti che obbediscono ciecamente agli istinti del bene. La mezza virtù è l'antitesi più estrema della virtù intera. Rota era violento, era terribile allorquando si trattava di schiacciare l'ingiustizia e la prepotenza; Rota era mite come un fanciullo, pietoso come una donna, allorquando la voce del dolore e dell'affetto parlavano al suo cuore.
Nella prima giovinezza, egli ebbe a lottare duramente colla miseria. A Milano, dove Giuseppe Verdi, prima di divenir celebre col Nabucco, stette chiuso parecchi giorni nella propria camera per non possedere un soprabito decente; in quella stessa Milano, Giuseppe Rota, il Verdi della coreografia, per dare una tinta invernale a certi suoi calzoni di tela russa, dovette immergerli in un bagno di inchiostro, e attendere due giorni perchè si asciugassero, onde con quelli presentarsi alle prove di un suo primo ballo. Egli si compiaceva assaissimo nel ricordare codesto ed altri episodi della sua giovinezza travagliata. Pochi artisti ebbero a lottare più crudelmente colla fortuna, e pochissimi uscirono dalla lotta, com'egli n'è uscito, coll'anima vergine di bassezze o di transazioni meno onorevoli. Col mutarsi della fortuna egli rimase quale era stato ai tempi più tribolati. Guadagnava da venti a cinquantamila lire all'anno, ed era sempre il gioviale compagnone, l'artista spensierato, laborioso, entusiasta. In teatro, non rari si incontrano gli individui che, usciti dalle infime classi sociali, nati e vissuti per anni in povero stato, o per mezzi straordinari di voce o per altro talento, finiscono coll'arricchire considerevolmente. Una goffa albagia, una boria insensata che si tradisce nello sfarzo delle vesti, nella grottesca affettazione del linguaggio, del portamento, dei modi, caratterizza ordinariamente questi parvenus della scena. Rota divenne un signore alla buona, senza vernice, senza pretese. Vestiva decentemente e nulla più; era sempre, ne' suoi estri di buon umore, il birrichino di Venezia, lo zingaro dei calli, il visionario della gondola.
A quell'ingegno originale e fecondo, a quell'energico e leale carattere non potevano mancare i fanatici ammiratori e gli amici devoti. Più tardi, ebbe anch'egli detrattori e persecutori accaniti, ma in compenso vide crescere il numero degli amici. Questi lo difesero con foga da partigiani. I critici più illuminati, più indipendenti dalle brighe teatrali, lo compresero ed ammirarono sempre—molti gli furono devoti constantemente, e fra questi il Rovani, Paolo Ferrari, Emilio Treves, Colucci, Francesco Zappert, Filippo Filippi, ed altri distinti. La giovane letteratura italiana era tutta per lui. I pensatori, i romanzieri, gli amici dell'arte, in lui riconoscevano un collega. Per essi il Rota non rappresentava soltanto un coreografo, un creatore di danze e di fantasmogorie seducenti; per gli uomini di gusto, per gli uomini illuminati, il Rota era un poeta, un sublime maestro di tutte le arti belle.
Come tutti gli uomini di genio, Rota non sapeva speculare, non si curava dei successi materiali. Egli era un vulcano in perpetua eruzione: la sua lava era un torrente d'oro che spesso andava a disperdersi nelle aride sabbie. Qual'era il pensiero agitatore, quale era l'irresistibile movente della sua anima irrequieta?—Rota, il principe della coreografia, il riformatore del dramma plastico, l'autore del Fallo, del Montecristo, della Cleopatra, dei Bianchi e Neri, della Contessa di Egmont, non aveva che un solo desiderio, una aspirazione imperiosa, irresistibile, quella di abbandonare il teatro, di rinunziare a quell'arte che gli aveva dato una gloria, che lo aveva posto sul cammino delle ricchezze. Rota voleva uscire dalla coreografia. Egli sentiva altamente la propria missione, nè poteva rassegnarsi all'esercizio di un'arte, la quale, a suo vedere, non presentava alcuna applicazione di utile sociale.
Visitando l'Inghilterra, la Germania, la Francia, penetrando col suo occhio divinatore tutti i segreti dell'industria contemporanea, Rota si sentiva umiliato di non poter espandere sovra un campo più serio che non fosse il teatro, le molteplici facoltà del suo ingegno. La sua mente creatrice si ribellava a costruire dei giuocatoli pel sollazzo di un pubblico spensierato. Rota voleva prender parte al movimento intellettuale del suo secolo con qualche cosa di serio, di positivo; egli ambiva di stabilire la propria gloria sopra una solida base; era stanco di dilettare, voleva beneficare. Però lo chiamavano visionario, pazzo; tutti i mediocri lo derisero, si ribellarono a lui. La sublime follia del sacrificio non è compresa che dagli spiriti elevati. Questa aspirazione era prossima ad effettuarsi. Nell'anno 1865, Rota era intento a costruire in Torino un grandioso stabilimento di fotoscultura, di questa nuova arte importata da lui in Italia, e dalla quale egli pareva attendersi dei risultati meravigliosi.
Negli ultimi mesi, la vita del Rota era una febbre di azione. Egli si affrettava al compimento de' suoi disegni artistici come fosse incalzato da necessità ineluttabili. Questa forza segreta che lo spingeva, che lo affannava, che non gli dava più requie, era il presentimento della morte. Una tremenda malattia, di quelle che la natura tiene in serbo per abbattere i forti, assalì il poeta della coreografia e il visionario della fotoscultura nel massimo fervore della sua attività intelligente. L'agonia del Rota fu lunga e terribile; il martirio morale fu per lui più crudele, più atroce del martirio fisico. Avendo conservato, negli aneliti supremi, la più serena lucidità della mente, egli violentava tutte sue facoltà nell'indagine di uno stratagemma che gli serbasse la vita. La forza del male era pur troppo ineluttabile.—Due ore prima di morire, il malato chiese di levarsi, e sorretto dai pietosi che lo assistevano, si adagiò sovra una scranna e apparve più calmo, più rassegnato. La fine della lotta era imminente. Ricoricato sul letto, egli rifiutò ogni bevanda, ogni soccorso di scienza medica—fece un gesto che voleva dire: silenzio!—e spirò coll'indice al labbro, col sorriso nello sguardo.
Una nobile intelligenza, un forte carattere, un cuore generoso si è spento col Rota. Il di lui nome sarà ben tosto obliato, in quanto la coreografia non offra a' suoi cultori una gloria durevole; ma chi lo conobbe serberà sempre una cara ricordanza di lui.